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per gli scribi

Toulouse en érasmienne

mercoledì 14 novembre 2012

Le tre cose che

Redigere un progetto di ricerca, scrivere un curriculum, sbrigare una pratica burocratica: forse le tre cose più ansiogene per la sottoscritta. Meglio riscrivere la Critica della ragion pura.
Finché non avrò finito, qui sarà una lagna perpetua. Anzi, stavolta una gnagna, come direbbe lei. (Non ho nemmeno il tempo di guardare i dolci natalizi scandinavi, che il clima qui non potrebbe essere più appropriato. Un gelidino umido che fa venir voglia di zuppe vino e spezie profumate :- ) ).
Per fortuna manca poco, se il diavolo non ci mette la coda.

giovedì 8 novembre 2012

Qualità

Sono la capostipite dei conigli.
A buon intenditor...
spero che abbiano pazienza (non i conigli, quelli che mi aspettano).
AAAAAHHHH!!!!
Urlo non oraziano. Neanche un po'.
E' che le Bibbie sono lunghe lunghe lunghe.
E io alle volte sono una gran perditempo. Per esempio adesso.
Meglio che torni alle cose serie.
AHHH!!!!
AAAAAAAHHHH!!!

venerdì 2 novembre 2012

Il piccione viaggiatore

Ecco, per me questa storia che spero sia vera, è la quintessenza di tutto ciò che mi elettrizza. Fossi a Bletchley Park ora starei facendo gli straordinari pure non pagati in giorno festivo, per capire cosa c'era scritto, da chi, quando è successo, perché, in quali condizioni, da dove poteva venire quel piccione se era arrivato in quel luogo e soprattutto dove siano finiti i cifrari - non posso pensare che i colleghi di JB se li siano allegramente persi e che Sean Connery non parta subito alla loro ricerca - e quali testimoni ci siano ancora della vicenda.
Spero di poter leggere fra qualche tempo un resoconto dettagliato di come si sia riusciti a ricostruire tutta la storia.  
Mmm sì, so benissimo di non essere normale. E' tanto più divertente :-)
E adesso è meglio che torni a studiare di corsa che di enigmi (in latino stavolta) ne avrei anch'io da decifrare.
P.S.: La mia mamma dice sempre che mi piacciono solo le cose morte da almeno duecento anni. Tutto sommato sto facendo progressi.

lunedì 22 ottobre 2012

sabato 13 ottobre 2012

La pace dei sepolcri


Pare che abbiano deciso di dare il Nobel per la pace all'Europa (?). Andrei piano nel considerare il nostro continente come un adepto della risoluzione pacifica dei conflitti di qualunque tipo, oggi. M'incuriosisce poi capire cosa ne verrà fatto del denaro del premio, che rispetto al bilancio della Commissione europea (siamo sugli 8 miliardi di euro ma ne vogliono ancora) e agli standard retributivi di chi ci lavora, forse serve a pagare un pic nic, ma tant'è. Magari potrebbero consacrarlo a mantenere il programma Erasmus, una delle rare iniziative europee davvero vicina alle persone anziché alle lobby, che ha probabilmente contribuito a stringere legami tra i cittadini dei vari paesi molto più di qualunque altra iniziativa. Forse i capi d'Europa avevano bisogno d'un po' di marchetta, pardon, di rifarsi un'immagine. Ma tutto ciò è secondario, difronte alla notizia che qualcuno, chissà se preso da ardore contabile, avrebbe pensato e fatto anche sapere in giro, che la Grecia, in nome del nuovo vitello chiamato pareggio del bilancio, dovrebbe evacuare le isole con meno di 150 abitanti: per lasciarle terra di nessuno, magari. Un giorno dovessero passare di lì i pirati cilici, qualche bandito internazionale, un ladro di plutonio...: un investimento davvero geniale. Ma non è nemmeno questo che mi sconvolge. No, non è questo il peggio.
In Europa l'ultimo a pianificare deportazioni del genere aveva un gran paio di baffi da scarafaggio e gli stivali lustri. Era nato in una terra dal vino generoso e aveva avuto il suo momento mistico.

Viviamo senza più fiutare sotto di noi il paese,
a dieci passi le nostre voci sono già bell’e sperse (...)
 Le sue tozze dita sono grasse come vermi
e le sue parole sicure come fili a piombo.
Se la ridono i suoi baffi da scarafaggio
e i suoi gambali scoccano neri lampi.
Intorno una marmaglia di gerarchi dal collo sottile
e si diletta dei servigi di mezzi uomini. (...)
 Come ferri di cavallo egli forgia e appioppa un decreto dietro l’altro,
all’inguine, in fronte, a un sopracciglio, in un occhio.
Ogni esecuzione, con lui, è una lieta
cuccagna ed un ampio torace di osseta.

 Iosip Mandel’stam - novembre 1933

Il nome dello scarafaggio letterario non è Gregor Samsa, anzi è un po' complicato da pronunciare per intero: Joseph Vissarionovich Dzhugashvili.
Aveva anche un soprannome, più facile se volete: Stalin.

P.S.: la notizia è stata smentita solo dopo diverse ore dal commissario europeo Olli Rehn. Il solo fatto che abbia potuto circolare, anche a scopo strumentale, intimidatorio o propagandistico che sia, la dice lunga su questi mezzi uomini che attorniano il capo dei nostri giorni tristi. Per inciso in Grecia, nel continente nobel per la pace, quello delle eccedenze di latte e pomodori, 400 mila bambini sono denutriti. Quattrocentomila. Una città di medie dimensioni.
Dopo le elezioni, arriveranno qui: gli stessi uomini, la stessa fame.
"Orrenda orrenda pace. La pace dei sepolcri. Questa è la pace che voi date al mondo" canta Rodrigo a Filippo II  nel don Carlos di Giuseppe Verdi. Sul frontespizio della tragedia di Friedrich Schiller da cui viene il libretto dell'opera c'era invece scritto "In tyrannos".

Un Nobel davvero ben speso.

giovedì 4 ottobre 2012

Postvague

Nella blogsfera (per quel che la frequento, non molto) i post vanno a onde. Che sia spirito di imitazione, di competizione o che semplicemente certi temi facciano riaffiorare ricordi e impulsi e prendere coraggio nel raccontarli, succede così. In certi momenti si parla con nostalgia di nonni, in altri si propaganda il riciclo; ogni tanto passa un'ondata di lagna. Il mio post oggi è un post di lagna, quindi si sa cosa aspettarsi.
Lagna nasce da angoscia? Lagna nasce da ansia, forse. Nell'ordine: ho scritto tre lettere, anzi quattro contandone una spedita da molto più tempo, in due paesi diversi e non arrivano risposte. Mi servono le risposte! C'è un pezzettino più o meno piccolo del mio futuro in ognuna di quelle lettere e qui io rabbrividisco nell'ansia di una splendida, climaticamente parlando, ottobrata romana. Poi ci sono due lettere personali che mi mettono ansia, una che ho scritto e una che devo scrivere. A paragone, però, è un'ansia molto piccola. Non sposterebbe situazioni consolidate, nel bene e nel male. Infine, ieri, in biblioteca Nazionale a Roma ho dimenticato il mio amato golfino a incrocio da mezza stagione, marroncino, bellissimo, di lana vera e foggia strana, su una sedia. Stamane ho telefonato, ma ovviamente "non l'avevano trovato". Ora in BNF a Parigi io ho lasciato sui tavoli, per ore, pc (ovvio), macchine fotografiche (perché lì essendo paese civile ti puoi fotografare da sola i libri fuori diritto d'autore, invece di salassarti e farti venire i capelli bianchi nell'attesa come succede da noi per far fare le foto al fotografo della solita ditta appaltatrice), stilografiche Mont Blanc, vestiti d'ogni sorta, persino portafogli... ogni volta sono tornata con l'ansia di trovare un vuoto al posto dell'horror vacui che è per antonomasia il mio tavolo, e ogni volta ho dovuto ricredermi: c'era sempre tutto. Sarà sciocco, ma quel maglioncino sparito mi mette di gran cattivo umore. Ecco.
Terza lagna: ennesimo lavoro da finire di ultracorsa (sono già in ritardo). Questa è una lagna seria: quando potrò vivere smettendo di essere scissa tra lavoro alimentare e vita? (Angoscia vera e non lagnosa: temo mai.) Quando il mio giro vita finirà di allargarsi per una frustrazione che da qualche parte deve uscire, dopo giornate di corse lavorative che iniziano con la sveglia alle 6.30 e si concludono alle 21.00? Anzi non si concludono, perché l'ansia del non-finito te la porti dietro anche quando arrivi a casa, e si mischia col bucato da ritirare e riporre (stirare? cos'è?), col letto da cambiare, con l'idea che almeno una volta a settimana il pavimento andrebbe (condizionale, sottolineo) fatto incontrare con l'acqua e sapone, con la cena da cucinare, soddisfatta già se hai ancora trovato il pane dall'unico fornaio decente, un macrobiotico che non lo fa surgelato con un chilo di lievito chimico per 30 g. di farina, bensì con la lievitazione naturale - sarebbe il suo mestiere, no? ma che per paura di non vendere mezzo panino lo finisce due ore prima della chiusura...
Quando tutte queste beghe si placheranno e eviteranno di farmi perdere tempo su internet invece di finire questi benedetti lavori che amo, ma a volte sembrano sovrastarmi e lasciarmi a mo' di bricioline di brisée o polverina di mandorle e farina da dolcetti spagnoli, con solo la sciocca tentazione di rimandare, anziché affrontare nuovo stress, ma la razionalità non può tutto senza le carezze.
Quando, se, la mia casella si riempirà di quelle prime piccole risposte forse andrà meglio. In genere il meglio arriva quando si hanno apprezzamenti e riscontri da fuori. E dopotutto questo dev'essere il motivo per cui tanta gente scrive post a degli sconosciuti affini e non affini, su internet. (O, ancora più triste, a nessuno. Qualche volta mi è capitato di vedere blog così, di gente disperata e persa nel nulla. E di sentirmi impotente e incapace difronte a tanto disagio.)
Ecco.
P.S.: a aver voglia di studiarci un po' su, la scrittura privata di tante persone è stata portata allo scoperto da internet. In parte ciò rivela la vera natura dei diari: sono fatti per essere letti, sono un tentativo comunicativo di sé. In parte permette un censimento curioso della scrittura femminile, ad esempio: temi, stili, livelli, elaborazione (probabilmente qualcuno lo ha già fatto). Confesso che i blog maschili li leggo meno, a parte qualcuno di attualità politica, perché li trovo in genere troppo aggressivi: a petto in fuori  - e pancia ben in dentro, ovviamente... In parte la forma del blog riporta e fa esprimere nella scrittura persone che non avrebbero mai tenuto un diario. Insomma interessante. Chissà che ne penserebbe costui una di quelle teste che vorrei avere la fortuna di incontrare con calma, un giorno.

domenica 26 agosto 2012

Ferragosto con griglia

Il motto della giornata, il ritornello dei giorni precedenti, la bandiera orgogliosamente sventolata verso quel di Ferragosto dalla mia amica Stella era: "Le donne possono fare tutto". Sì, certo ci mancherebbe. Tutto cosa? Perché Stella quando parla in genere ha un motivo che le frulla in testa. Stavolta il motivo era: due signore giunte e passate oltre rispetto all'età della ragione, riusciranno a portare avanti la tradizione del Ferragosto? Prive di famiglie, la sua cresciuta, la mia mai nata, sole e felici in una casa sui monti (sua), memori di tanti anni passati al seguito di familiari più o meno chiassosi, che il 15 d'agosto armavano il più classico degli ambaradam da commedia italiana a base irrinunciabili di pic nic faraonici, schiamazzi e stramazzi, come avrebbero celebrato la tradizione stavolta, di nuovo insieme dopo sei anni?  Premettiamo che per noi la tipica impresa è portarci in uno zaino leggero un goccetto di grappa fin su qualche cima per celebrare un'eclissi, parlare ininterrottamente facendoci milleduecento metri di dislivello un po' erto, gettarci ululando per il freddo (io) in qualche laghetto alpino nuotando senza dargli importanza (lei), la questione che si poneva era: ma come si fa un barbecue? Anzi "il" barbecue per eccellenza delle nostre vite, vale a dire quello di Ferragosto? L'impresa era sempre stata delegata, ahi femminile disonore, al lato maschile: suo marito e mio zio, ormai non più disponibili sottomano... ma insomma di quella grigliata Stella aveva proprio voglia: e della tradizione e della salamella, anch'io.
Per far le cose perbene, due come noi non potevano che partire in verticale, nel senso letterale della parola. "La valigetta è lassù", fa lei additando sconsolata la porta del soppalco che chiude uno spicchio di sottotetto della sua casa dai soffitti altissimi. Già perché Stella è una forte camminatrice, mille volte più di me, ma soffre di vertigini. E poi non ama i ragni ( io invece ci vado a nozze, si sa, e pare che i ragni invece adorino quel ripostiglio). Stella trovami una scala acconcia e te la prendo io la valigetta, ma a che cosa serve? Beh non vorrai mica fare un fuoco dove capita e incendiare tutto il Trentino? Per carità, io incendierei chi fa male al Trentino, l'unico pezzo d'Italia che riesca a sopportare. Così quatte quatte andiamo a rapinare la scala di sua sorella, una come si deve, da muratore e io vado a disturbare l'intimità di 45 coppie di ragni in due metri quadrati per scaricare giù dalla scala una valigetta nera che fa molto piani segretissimi della guerra atomica, se solo non fosse che dà nell'occhio perché al solo sfiorarla partono tutti i clin clang della scala dodecafonica e soprattutto è molto, molto piena di ragnatele. Aggiungiamoci un sacchetto di carbone già mezzo aperto che neanche la Befana e i duri cominciano a giocare.
Il posto è quello dell'ultima volta (dopotutto si tratta di celebrare la tradizione prima ancora del resto), quando griglia e tutto erano stati dimenticati e si era cucinato nel modo che preferisco: tutti intorno alle braci con uno stecco in mano. Gli stecchi flessibili e freschi erano stati fabbricati lì per lì, nell'emergenza, da qualcuno che se n'è andato, ma sono legati al mio cuore e alla mia memoria, purtroppo sei anni non sono bastati a staccarli né a rifarli.
Se non altro qui siamo sul greto di un fiumicello e non dovremmo dare fuoco a granché, che già di piromani volontari e non imbranati l'Italia non manca. La prima scena imperdibile era stata però dal macellaio del paese. Tra pasciuti clienti ambosessi la nostra ordinazione: 4 costine e una braciola - no due/no una - che le salamelle le abbiamo già, era finita d'ufficio negli annali della cronaca a futura memoria da parte di tutti gli astanti, mentre attorno a noi partivano speck e carré interi, arrosti da qualche chilo, collane di salami e pentole di spuntature. Ma dopotutto siamo solo due, con due soli stomaci. E nel cestino infilo anche melanzane, zucchine, pomodori, pesche (cose da donne, no?). 



Il posto è quello solito, Stella che è padrona di casa di lunga esperienza, sfodera con mano sicura la famosa valigetta che si rizza d'incanto su quattro piedini, la pianta tra i graniti con la disinvoltura d'una vera montanara,



impugna le settimane enigmistiche senza schema degli ultimi sei anni conservate all'uopo - senza schema perché le altre non sono abbastanza divertenti, ovvio -  e si dà all'accensione di tutte le scorte di fosforo dal '18 in poi. Io che sono non solo più imbranata, ma anche più pigra, rimpiango di non avere una scorta di balistite diavolina come si deve, ma lei con fastidio fa: "non serve". Il parere non è però condiviso dalla carbonella che soffia via senza infiammarsi tutti i cruciverba senza schema che a lei evidentemente fanno un baffo.



Il fatto è che nessuna di noi ha mai prestato attenzione a come si fa un fuoco: ci mancano le basi, la teoria, la pratica, l'epistemologia, il metodo, lo stage, il training, il progetto e la manutenzione. A essere sincera ci sono sempre sembrate operazioni troppo lunghe e noiose rispetto alla gioia di godersi la luce il calore le fiamme e le leccornie. Ma le donne possono fare tutto, no? Allora, mentre lei insiste con opportuna ostinazione nell'irrisolto indovinello di accendere carbonella per enigmi, io chiamo a raccolta tutto quello che ho mai letto intorno ai fuochi che nella mia infanzia fiammeggivano sempre dai rami resinosi... e direi che siamo anche nel posto giusto, perché se una cosa non manca in Trentino sono i legni resinosi. Con tutti i soldi che ho speso per darti un'istruzione, mi direbbe la mia prozia, una sorta di manico di scopa la cui conversazione faceva piegare in due chiunque le passasse accanto nel raggio di cinque miglia. Così io mi improvviso, con fede, provveditrice di microramoscelli ben secchi, che un ramo di abete bianco e uno di rosso hanno avuto la magnifica idea di venire a seccare proprio lì e lei diviene fuochista attenta e sudata.
Ovviamente non può mancare un'eco a contante imprese: un teutonico di passaggio decide di provare su di noi la sua nuova telecamera e armeggia per circa mezz'ora con pose equivoche nella nostra direzione. "Mi dà un fastidio, quello lì" sbotta la fuochista disturbata nella sua concentrazione. Chissà come usciremo dagli archivi Deutschland, nere di carbone e con le scintille intorno. Poi la palla passa al lato italiano, che intanto s'è fatto quasi mezzodì e i turisti fanno due passi per prepararsi al pranzo nel ristorante poco lontano. Arriva un quartetto lombardo-pugliese di mezz'età e si siede sui sassi: "Difficile eh,?" esordisce il capofamiglia n. 1, semipelato e con l'aria di chi ha sempre qualcosa da dire. "Ma volete accendere il fuoco?" si assicura una delle consorti, piuttosto affannata. "Sapete cosa? Dovreste prendere quella cosa, come si chiama? La diavolina, no? Non la conoscete?" viene generosamente in soccorso l'altra, mentre il quarto sogguarda il fiume con torva impazienza, in silenzio. Mentre fuochista e provveditrice raddoppiano i loro sforzi, perché non si può mica perdere la faccia ora, e soprattutto non si può ammettere di avere una fame da morire e una rabbia ancor più grande all'idea di tornarcene con le braciole ancora nel sacco, il capofamiglia n. 1 concede, magnanimo: "Ci piacerebbe farvi compagnia, ma sa, forse è il caso di preferire il ristorante: ci aspettano". Ma prego, è il pensiero delle due selvagge. Bruciano, ma non accendono, borbotta intanto la fuochista del mio approccio letterario al pino, scatendanomi una gran voglia di contestazione. Ah sì?
Comincio ad armeggiare nel sacco del cibo, perché dai miei disprezzati ramoscelli si levano fiammate già di tutto rispetto e al diavolo, mangeremo bruciato ma non crudo, penso. Dispongo tutto sulla griglia e appena le salamelle si sono un po'scaldate, il fuoco parte ovviamente arzillissimo in un grande abbraccio. Olio sul fuoco, no?









Ne approfittano anche le zucchine e le melanzane tutt'intorno. Ma non abbiamo né olio né sale, protesta Stella ormai incontentabile nel suo perfezionismo. Importa davvero? Gastronomicamente parlando, la scoperta - o  la conferma - di questa giornata è: no, assolutamente no. A parte che io metto già poco sale e poco olio in generale, ma con buoni ingredienti e questa tecnica di cottura non se ne sente davvero il bisogno. A distrarre la perfezionista dalle immagini bibliche del condimento arriva la soddisfazione. "Sta venendo, sta venendo": dopo circa due ore di soffi, sbuffi, baruffe il fuoco forma le sue brave braci. Sì, le donne Stella possono fare di tutto, anche un fuoco improvvisato con ostinazione e reminescenze letterarie... non è forse il colmo della più deliziosa perversione? Consapevole di questo risultato, e dell'aver spazzolato, nell'ordine, salamella, costine, braciola, verdure e formaggio ammorbidito sulla brace, la fuochista si lascia andare su un tronco in pose da Babette alla fine del pranzo con un bicchiere di vino in mano.
Io, intanto, mi preparo una pesca in tono col resto del pranzo:




appena scottata, succulenta. La tradizione è salva.

La contestazione, pure.
Non ho potuto immortalarli, ma eccoli arrivare: un quartetto di bravi figlioli con l'aria del milanese parvenu in caricatura. Pantaloni e maglietta appena usciti da un negozio di abbigliamento sportivo, scarpe da ginnastica bianche senza nemmeno un'ombra, Iphone branditi come un'arma, e totalmente smarriti all'idea di mettere il piede sulla luna, vale a dire il greto di un ruscelletto semi in secca data la stagione. Il più audace dei giovanissimi decide con sprezzo del pericolo di portare la sua bella sull'altra sponda per farsi fare una foto dai due rimasti indietro e colpiti dalla quasi sconvenienza dell'impresa. L'operazione si compie come se si stessero attraversando i fiumi tibetani in piena al momento del disgelo. Quando gli elementi danno tregua e ci scappa qualche occhiata che solo l'educazione potrebbe far definire perplessa verso le due marziane che evidentemente siamo, la voglia di provocazione prende il sopravvento. Ho l'aria di una squatter: brassière, pantaloncini stinti, scarponi scoloriti, (dato che non son andata a un défilé) ma vivaddio due passi sui sassi d'un fiume li so ancora fare. Scalza, attraverso  a metà il ruscelletto e data la giornata caldissima anche lì, il fuoco, la sudata e la mangiata, cosa faccio? Mi lavo! Vale a dire, mentre i 4 annaspano e sospirano barcollando in bilico su cinque cm d'acqua, mi sdraio letteralmente nel ruscello come se ci volessi fare le flessioni dentro e mi getto acqua ovunque, dai capelli alle caviglie. Che sollievo! indovino più che vedere le facce inorridite dei bravi ragazzi: se prima eravamo marziane ora siamo, sono, una via di mezzo tra una zingara e un non so nemmeno cosa. Una cosa pericolosa, comunque. :-) 





P.S.: ora sono partita... ma l'ultima immagine è quella della valigetta lustrata dalle mani di Stella che riposa sul pavimento del bagno per asciugarsi bene. E l'ultimo ricordo quello delle mie valli amate.


degli amici:


dei boschi, dei monti, dei colori:





e infine della nuova moda di quest'anno: il mitico "modello Oetzi"!




Vero Francesco, Massimo, Paolo, Massimiliano? ;-)
A presto.