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per gli scribi

Toulouse en érasmienne

domenica 25 settembre 2022

La notte

 Benvenute piogge: dopo quattro mesi torridi si respira. Per la prima volta in vita mia do’ il benvenuto all’autunno.

Dopo una giornata altalenante torno a casa. Cena con candela, letto pulito con coperta, candela anche sul comodino. 

Chiudo volutamente fuori questa notte; candela anche sul comodino, Mozart sul cuscino, vedremo al mattino. Calma concentrazione.

giovedì 15 settembre 2022

Avere fame

 REGGIO EMILIA - Dagli scarti della mortamortadelladella si è preso alcune fette per farsi il panino, con il pane portato da casa. Ed è stato sospeso. È quanto denuncia un operaio dello stabilimento di Correggio, in provincia di Reggio Emilia, dell'azienda socio cooperativa Agricola Tre Valli che lavora per conto del Gruppo Veronesi. Il lavoratore si è rivolto a uno studio legale per fare ricorso contro eventuali sanzioni o addirittura il possibile licenziamento. Ma come riporta il Resto del Carlino di Reggio, ci sono anche altre posizioni al vaglio. Operai che hanno ricevuto una lettera di contestazione disciplinare dopo essere stati convocati dall'azienda.

Il caso nasce da ammanchi rilevati nell'azienda ben più gravi di qualche fetta di mortadella. Sono spariti soldi e anche due prosciutti (il responsabile in questo caso è stato già licenziato). L'azienda ha deciso di installare le telecamere. E dai video sono partite le contestazioni sui comportamenti di alcuni operai.

Anche quello del panino che, sempre al giornale locale, racconta: "Mi hanno contestato il fatto che durante il turno di lavoro, che dura otto ore, ho preso due fette di mortadella per farcire un pezzo di gnocco che mi sono portato da casa. Ho fatto uno spuntino nella mia pausa, dato che nello stabilimento ci sono alcuni distributori automatici che non bastano per 80 dipendenti e al pomeriggio sono già vuoti. I nostri turni sono pesanti, mangiare qualcosina per avere la forza di lavorare è necessario. Così siamo costretti a ricorrere a cibo alternativo. È ammesso e tollerato che i dipendenti utilizzino, per uso personale e in sede, salumi destinati allo scarto. Tant’ è che non ho mai cercato di occultare il salume. Ho fatto tutto alla luce del sole perché in buona fede".

L'operaio ha ammesso di essersi fatto il panino: "Capisco da una parte anche le ragioni dell’azienda nel dire che se tutti mangiassimo una vaschetta a testa, sarebbe un danno. Però quello era salume di scarto. Chiedo solo di poter tornare a lavorare e di non essere punito per due fette di mortadella".

 

La replica dell'azienda: "Non erano scarti"

“Gli alimenti sottratti erano destinati alla commercializzazione e non erano scarti". Sul caso interviene l'azienda del gruppo Veronesi con una nota. "A seguito di ripetute segnalazioni concernenti gravi episodi che si sono verificati all'interno dello stabilimento, l'azienda ha dato corso a una serie di accertamenti, poi sfociati con l'avvio di procedimenti disciplinari - viene spiegato -  L'azienda tiene a precisare che gli alimenti consumati dai lavoratori coinvolti nella vicenda non erano scarti della produzione, bensì intere confezioni di prodotti a tutti gli effetti destinati alla successiva commercializzazione. La vicenda verrà chiarita nelle competenti sedi, in esito alle procedure previste dalla legge".

 

domenica 28 agosto 2022

«Chiamami ‘Mamma’»

 Nella nostra mansarda delle vacanze di Ferragosto, davanti alla cena.

Giornate altalenanti per lei, ristorata dal fresco senz’altro, ma che appena passa una nuvola in cielo è colta da tutti i tormenti del mondo, ripete gesti senza motivo per ore, cammina avanti e indietro e pensa di soffocare. Giornate altalenanti per me, che ero così stanca dopo quest’ultimo anno di lavoro e stremata dal caldo da riuscire a riposarmi lo stesso pur dovendo badare a lei ogni momento della giornata, curando inoltre tutto il lavoro domestico. Altalenanti soprattutto perché non capisco fin dove spingerla in un’attività fisica di escursionismo moderato che regge perfettamente grazie a decenni di pratica e perché perfettamente sana tranne nel cervello roso da qualcosa che non ha ancora causa né nome né cura, in lei come nei suoi compagni di sventura. L’attività fisica le fa bene perché le allevia le ossessioni e perché è un allenamento neurologico fortissimo. Ma lei si ribella spesso e non capisco se e quando esagero io nel calcolare la sua fatica. Insieme ci stiamo volentieri, ma io ho poca pazienza con i capricci che a volte fa, in primis il soffocamento, e finisco con l’ignorarli. Il che porta i suoi frutti perché dopo avere implorato l'ospedale per due volte (ci si è già fatta portare a Roma ma sia in quell’occasione sia dopo visite specialistiche e esami non è stato trovato nulla di nulla), durante un paio d’ore, le intollerabili crisi di soffocamento che durano da mesi con sceneggiate napoletane di ore e giorni vanno fortunatamente scomparendo. Facendomi avanzare l’ipotesi che si tratti di rabbia per emozioni represse che non riesce più a articolare in parole, in discorsi compiuti. Sfacelo emotivo quando fai di queste riflessioni.

La chiamo mamma cinquanta volte al giorno, comunque, anche senza che lei me lo chieda, tra mille baci e carezze come abbiamo sempre fatto. Ora capisco che me lo chiede perché non ne è più sicura. Cerca conferma di una consapevolezza che sente sfuggirle. Ìo mi sento una roccia spaccata in frantumi da una forza sovrastante, paragonabile a quella di un’eruzione vulcanica.

« Come si può dire che io non sono tua madre? » mi dice con aria incredula e risentita, come se una presenza invisibile lo avesse affermato.

Cerco di prevenire, goffamente, con lo stesso meccanismo di un esorcismo: «Ovvio che non si può dire, non cominciamo con sciocchezze del genere, per favore. Come faccio se non ho la mamma?». Siccome nel disfacimento quello che lei ha conservato sono i gesti di protezione, o i tentativi di essi, tento di sollecitare questo istinto superstite. Vedo che ciò la fa ragionare. L’argomento è accantonato e non si ripresenterà più.

Tornate, lei è in campagna con suo marito. «È come se cercasse la sua identità. Mi ha chiesto perché dormiamo in un letto per due, se io fossi suo marito. Poi mi ha chiesto dove fossi tu, nostra figlia.» A parte che quest’ultima frase mi assesta un colpo di clava, perché io non ne voglio sapere cosa si dicono tra loro a questo proposito e per quanto non abbia stima dell’essere che fu mio padre non voglio subire altri sbalestramenti di identità, ma lui non sembra tenere minimamente conto di cosa possa significare per me riferirmi certe cose nel dettaglio. Io del chiamami mamma non gli ho detto niente. Poi arriva come al solito la pressione. Dopo decenni in cui qualsiasi momento passato con lei e peggio con loro poneva un problema perché lui NON mi voleva tra i piedi se non nelle feste comandate, adesso è ovvio che io debba essere a disposizione ogni santo momento in cui non sono al lavoro. Solo che io non reggo, e non reggo anche perché fino alle fasi intermedie della malattia non ha cercato altro che di tenermi lontana da lei tranne nei brevissimi tempi e orari in cui faceva comodo a lui. Adesso dovrei fissarmi a casa loro per tutta la durata dei week end, con lui intorno ovviamente, casa che sta a quindici chilometri dalla mia, che a Roma fa tre ore tra andata e ritorno, e trovarlo naturale. No, non è naturale. No, non mi è possibile organizzare la mia vita in questo modo.

No, il mio lavoro e le mie condizioni di vita sono talmente frustranti che ho bisogno di poter riposarmi senza sottopormi a altri stress. Ovviamente voglio vedere la mamma, ma se vado da loro, che non hanno nessun obbligo di nessun tipo, voglio poter gestire, salvo esigenze puntuali ovviamente, il come e quando. 

Insomma, questa estate abbiamo passato insieme con la mamma due terzi delle mie ferie annuali, con due viaggi al volante di millequattrocento chilometri l’uno dalla montagna e ritorno in meno di un mese. La settimana prossima mi sono organizzata dieci sacrosanti giorni per i fatti miei, ovviamente a settembre perché costa oltre un terzo in meno, e no, non posso rinunciarci perché ormai tutto deve ruotare attorno ai soli due poli lavoro-casa loro. Quindi propongo di riprendere il progetto non realizzato a giugno e che già aveva suscitato un mezzo maremoto, di andare fuori con la mamma due giorni per il terzo fine settimana di settembre. Ho bisogno di riposo, faccio un lavoro che oltretutto è di servizio e relazione, quindi sono molto spesso sulle richieste degli altri. L’anno appena trascorso è stato faticoso fisicamente e emotivamente, oltre al caldo soffocante e ininterrotto da quattro infiniti mesi. Ho bisogno di essere padrona del mio tempo, fare quello che mi va senza il programma e i limiti dettati da persone in stato di bisogno (notiamo che continua a non volere una badante), di stare con le persone che scelgo con i ritmi che mi sento.

Ho bisogno di respirare! E quando gli dico di no, insiste. Allora spiego che vado fuori. E mi sento un essere miserabile in briciole di vetro, e so che quando mi mette in questo stato passo giornate intere senza riuscire a fare niente. E basta! 

Ritorna alla carica con la questione della paternità: la mamma ci ha pensato e ha concluso, per fortuna, che io non sono figlia di lui. A questo punto glielo dico però: guarda che già in montagna ha cominciato con queste riflessioni. Non è che mi devi schiantare con una rivelazione. Io ti ho risparmiato, tu non potresti arrivare a capire che potresti farlo anche tu?

Insomma, io vorrei pensare alla mamma, ascoltarla, gestire il nostro rapporto come mi viene in queste che ne saranno le ultime strazianti fasi, parlarle quando mi va, (tentare di) fare i patti impossibili con questo dolore, senza caricare qualcuno che non può farci più di quanto non possa io. Invece devo gestire il suo smarrimento, unito al suo rifiuto di qualsiasi aiuto esterno, e francamente non posso senza distruggermi io. Non ce la faccio. E non voglio distruggermi.

giovedì 25 agosto 2022

Come dirlo non so

 Riemersa da un’ infinità di tempo una voce che percepisco come familiare, in un negozio dove sono entrata sperando di trovare un nuovo paio di pantaloni da montagna abbordabili, perché il disagio sul luogo di lavoro e la tristezza per la malattia della mamma mi han tolto la linea e l’alimentazione perfette conquistate grazie all’antistress che per me hanno rappresentato il confinamento e il lavoro a distanza.

I pantaloni non li trovo perché sono tutti alquanto brutti, comunque ai cento euro in su, oe non è possibile spenderli.

Trovo però la voce familiare, riemersa da un’altra vita e da altri decenni. Pronuncio un nome, si volta, non mi riconosce, del resto porto la mascherina come sempre al chiuso. Dico il mio nome, non si ricorda, devo spiegare come e perché. Allora risponde, resta interdetta, chiedo notizie della sua famiglia, i genitori non ci sono più, esprimo tristezza, le figlie cresciutissime, la casa grande, il suo compagno, il lavoro...

« Ti vedo bene però » be’ dopo il sole dei monti e con un vestito dal colore e foggia lusinghieri sì, si può dirlo, anche se si sa bene che il tempo non è passato lungi per lieti motivi. Lavoriamo a due passi letteralmente e tre dal negozio dell’incontro, provo ad accennare al blocco della carriera, alla graduatoria gettata nel cestino, all’angoscia che provoca il pensiero della pensione con il contributivo di Dini e quindici anni di cococo per cui ringraziare l’amato Prodi, per spiegare che sì, sorrido, ma il futuro e il presente non sono poi del tutto rosei. 

Impazienza fastidio, guarda siamo di corsa, dobbiamo fare ancora tanti giri, magari ci rincontriamo un’altra volta, chissà... Sì, certo, fra quindici anni...

Figlia di avvocati, compagna di imprenditore edile, con un ottimo posto pubblico in un settore entusiasmante, casa gigantesca in un quartiere centrale, sensibile alle questioni sociali, all’impegno, ovviamente. Simpatica, solare, pratica, calorosa... Purché non si tratti di vedere, semplicemente vedere, il disagio economico in qualcuno che ti ha circolato vicino per un decennio, che parla come te, che ha il tuo livello di istruzione, che potrebbe essere un tuo pari se non foste nate in due quartieri diversi, da due famiglie diverse, in posizioni sociali diverse. Mai mai mai questa gente della media borghesia saprà riconoscere come degna di niente una coetanea povera. 

Ormai mi danno il vomito, nemmeno più la rabbia.

Mi allontano sbattuta e disillusa. Avrei fatto meglio a star zitta, ché tanto come sia questa gente ben lo so. Stavo tra loro solo perché avevo il passaporto...

Vado a attraversare il grande viale poco lontano, riponendo la mascherina in una busta, quando una folata di vento me la strappa via. Per me è rosso, faccio per riprenderla, si avvicina un autobus, mi ritraggo di corsa dalla strada. Il conducente capisce che sto rincorrendo la busta della mascherina, si ferma in pieno incrocio, mi lascia andare a riprenderla senza mettermi fretta. Lo saluto calorosamente a gesti, riprendo la mia strada. Dalla gratitudine per un gesto di considerazione umana scoppierei in singhiozzi. Non ci riesco, non riesco a trovare le parole che vorrei fino a stasera, dopo due giorni in cui sono incapace di fare alcunché. Adesso riesco anche a sentire il pianto che scorre sulle guance.

mercoledì 10 agosto 2022

Il posto dei deliziosi brividi di freddo

 Ha un nome anche se non ho altre foto.

Sta sulla frontiera con la Svizzera e anzi i monti che si vedono sullo sfondo sono proprio svizzeri, nella fine dei Grigioni, una zona protestante in cui sussistevano isole cattoliche. La frontiera ha i suoi bravi doganieri che controllano le automobili, e fanno si suppone tutte le cose da doganieri. Ai piedi dei monti sui due lati della valle corrono nel verde dei boschi e delle siepi, a lato dei torrenti, altre due strade metà mulattiere e metà sentieri che se ne vanno allegramente dalla Svizzera all’Italia senza nessun tipo di controllo. La più bella è la strada che passa a ovest.

Finisce sulla porta dei campi di un monastero carolingio, ma carolingio sul serio, nel senso che la chiesa è stata in parte modificata nel XVI secolo ma conserva ancora un ciclo di affreschi del IX secolo e l’impianto architettonico dell’VIII e rimane ancora visitabile la torre del X secolo dove le monache hanno abitato fino al XIX secolo inoltrato. In Italia abbiamo certo edifici molto più antichi, ma un monastero carolingio di quest’epoca è altra cosa, uno dei luoghi più suggestivi che abbia mai visto, in cui vorresti compenetrarti in ogni pietra e ogni filo d’erba.

Gli affreschi restituiscono un’impressione di spazialità cui non siamo abituati, unita allo sfarzo delle cornici decorate, molto più vicine al tardo antico che al romanico. Potrebbero ricordare i mosaici ravennati pur con colori ovviamente meno vivi o quelli di Santa Prassede a Roma.

 Al passaggio, il XVII secolo ha lasciato tra quelle mura un piccolo organo portatile da processione che veniva usato anche per fare musica nel convento. Una badessa ha rinnovato una sala da pranzo e da lavoro in stile rococò bianco e azzurro. 

Pur poco propensa ai conventi non te ne andresti mai.

La valle è consigliata a chi cerca il fresco, la natura e la pace. Di giorno gli idranti inaffiano i prati più rigogliosi che abbia visto per varietà di piante. Non è uno spreco: cosa mangeranno altrimenti le vacche una volta scese dalle malghe?

Ecco, mi piaceva spiegare dove fosse un posto così apprezzato. Sono un po’ stanca e il post abbastanza sconclusionato, mi fermo qui consigliandovi di fare una puntata lassù quando avete bisogno di riposo e di relax.


lunedì 25 luglio 2022

Deliziosi brividi di freddo

 


La pioggia fuori dalla finestra spalancata.
Cucinare verdure lentamente.
Programmare una cena a brodo di gallina.
I monti.
Quello lassù dove vorrei salire e spero di riuscirci un giorno, amore improvviso scoppiato a prima vista due giorni fa. I monti fanno così.





mercoledì 13 luglio 2022

Il gelato

 La mamma non sa più mangiare un cono gelato.

Non è più capace, lei che me l’ha comprato la prima volta e le coppette non le ha mai volute.

Avere lo stomaco contratto e non sapere come né con chi piangere.