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Toulouse en érasmienne

giovedì 21 ottobre 2021

Insonnia, crainte

 Una strana insonnia agita queste ultime notti di mondo.



La luna piena viene a trovarmi e io sono felice a bocca aperta a guardarla. Tornavo a casa l’altro ieri sera mentre si affacciava di fianco a Notre Dame, grande, pulita e luminosa.
Sto vivendo un periodo di ansia e di terrore come mai mi è capitato.
Perdere la Francia è già qualcosa di più che sufficiente a schiantarmi l’anima e ogni equilibrio. Ma è come se su questo si fossero incrostati o sbucati fuori fantasmi fantasie e paure indomabili quanto più ignorati. Ne risulta una sorta di paralisi, come se fossi attanagliata da un mostro di Andromeda, e io legata e immobilizzata dalla mia stessa paura rimanessi a guardarlo avvicinarsi senza essere capace di connettere a sufficienza per strapparmi al terrore o almeno organizzare la più piccola reazione. No, Pegaso non esiste e Persée è una gran bella invenzione, ma non mi soccorrerà qui.
 
Se provo ad analizzare la cosa, l’elemento più reale appaiono i legami che mi si affondano nella carne delle braccia, che mi imprigionano come un viluppo simile a una tela di ragno, a una rete soffocante.
Posso avvicinarli solo alla sensazione di imprigionamento che soffro sul lavoro, dove ogni possibilità di realizzazione mi è stata impedita, ogni possibilità di azione frustrata, ma dove anche la fuga, una volta chiara l’impotenza di lungo termine di quella situazione, viene proibita da color che hanno contribuito, con lassismo prima e con determinata demolizione poi, a rendere professionalmente folle quanto facciamo.
Io non sono capace di sottomettermi a qualcosa cui non posso aderire senza uccidermi con un autolesionismo o l’altro. Ne La princesse de Montpensier, il film di Bertrand Tavernier, una nobildonna consiglia dolcemente alla figlia di accettare il cambiamento di un progetto matrimoniale già fissato in nome dei suoi doveri. « Soumettez-vous »: il ruolo di custodi dell’ordine domestico e della docilità femminile giocato dalle madri si palesa a chiare lettere nel discorso tenuto alla figlia. Che si sottomette senza poter dimenticare chi è né cosa desidera, e malgrado tutti i suoi tentativi e le sue buone intenzioni, finirà per distruggersi di dolore.

D’altra parte, tentare di partire non è cosa facile. Dove vorrei andare il problema dell’alloggio è fortissimo e mi angustia quotidianamente con la possibilità di non farcela. Coabitare no, basta, non sono una ragazzina appena uscita di casa; e di questi tempi poi. Peraltro a Roma come a Milano, conosco persone sole e in teoria indipendenti costrette a farlo: un collega, un amico ex quadro in pensione. Gente con un reddito sicuro, insomma, ma che non puo’ permettersi né di comprare né di affittare una casa in una grande città, neppure in periferia. 
Due giorni fa ho passato al setaccio il sito del comune del luogo sognato. Ed eccole finalmente le case a un prezzo possibile: da tre a cinquecento euro per due o tre stanze, un ingresso, una cucina vera, un bagno vero e un pezzetto di balcone. Peccato che fossero ventinove (!), assegnate nel 2018, e richiedessero una serie di requisiti che io non avrò mai. Non solo: per chi li ha, pagare quelle cifre di affitto sarebbe altrettanto difficile quanto è per me farlo sul mercato immobiliare dove le prime cose decenti, peraltro più piccole e rimediate, partono da settecentocinquanta. Quello che basta a fare la differenza: si’ quei duecento euro e rotti in più. Che in assoluto non sarebbero tanti, ma rappresentano una frattura, un fosso impossibile da saltare, anche con un lavoro considerato sicuro e con un salario che non è dei peggiori in Italia, ma che ugualmente non permette di vivere in libertà e dignità.
Quante volte mi sono ritrovata nella vita a due dita da quello che avrebbe fatto la differenza fra arrangiarsi e rilassarsi, pensare ad altro che alle angustie, lavorare a cuor leggero. Altrettante volte quell’apparentemente piccolo passo non è stato possibile compierlo, quella frontiera non ho potuto passarla, mancava sempre qualcosa, così poco, ma qualcosa.
Leggendo la descrizione di quelle case di fatto modeste e comunque già assegnate, mi sentivo quasi in torto a indugiare su quelle che avevano tre stanze anziché due e nel pensare che certo, una stanza in più avrebbe fatto comodo, ma no, era meglio lasciarla a una famiglia più numerosa. Si riaffaccia il ricordo de Le immagini del mondo dei vinti, là dove racconta che quando moriva una gallina i contadini del Piemonte preferivano buttarla piuttosto che commetter il peccato di gola, non abituarsi al gusto. Fino a che punto ci hanno tolto la coscienza della decenza? Tre stanze non sono un palazzo, non sono fasto, non sono uno spreco, specialmente se hai dei libri e in casa scrivi e leggi, o anche solo hai un hobby: erano la norma pochi lustri fa. Eppure oggi sembra fuori luogo persino desiderarle.

E così è per tutto. Anche lasciando perdere i miei gusti costosi, per cui quando vedo una vetrina le sole cose che attirano la mia attenzione partono da quattrocento euro, somma impensabile, ragion per cui ormai compro solo, quando capita, nell’usato dei mercatini, diventato peraltro triste e sintetico pure lui in questi ultimi anni, perché tanto vale non buttare denaro in ciò che non mi convince, oppure non compro e mi tengo quel che ho fuori di ogni moda e livello di uso, per le spese incomprimibili, quelle che devi fare per forza, il salario oggi non ci arriva. O se ci arriva, lavori per quello e per le bollette, sperando di non aver bisogno di cure. Nient’altro. Non parlo nemmeno di passatempi culturali o creativi: l’opera, il teatro, la pratica artistica, nemmeno sportiva. Stiamo tornando indietro di un secolo, e ancora ci stressiamo con i pretesi consumi eccessivi, egoisti e incompatibili con la salute del pianeta. Ma di chi e dove, bisognerebbe chiedersi, invece di andare dietro alle chiacchiere alla moda.    


 


giovedì 14 ottobre 2021

Quando le beghe soffocano la più bella delle giornate

 Quando.

La domanda da presentare mi ha causato qualche problema di compilazione e è andata per le lunghe, dato il mio terrore ad affrontare burocrazia e informatica congiunte che mi ha sempre provocato fughe autolesioniste. Dopo due andirivieni a distanza di una notte con il centro stampa all’angolo della traversa, notte passata cercando di capire se avrei potuto permettermi un affitto nel luogo dove vorrei spostarmi (risposta: se guardano la mia busta paga e non vogliono superare il terzo probabilmente NO)  ho inviato il tutto, altra cosa angosciosissima dio sa perché, e non mi resta che attendere.

Avviluppata in sensazioni contrastanti giacché, se alcuni personaggi e dirigenti vorrei escluderli dalla mia vita à jamais, per altri nutro invece sentimenti ben diversi: non sul piano personale, sia chiaro, ma professionale. Hanno tentato di aiutarmi, prestandomi ascolto dopo che ho gridato nel deserto per un lustro buono, o almeno di prendere in mano una situazione che, non per mia colpa, anzi mio malgrado, è stata lasciata degradarsi per anni in modo inverecondo. Hanno tentato di aiutarmi, e saranno loro, dato il ruolo ricoperto, a prendere in faccia la mia partenza e a classificarmi tra le rompiscatole che non sanno cosa vogliono. Mi dispiace e mi sento in colpa. Ma sulla cosa principale singolarmente possono fare poco, su quelle pratiche sono troppo lontani, e io in quell’istituzione non voglio più stare neanche se mi facessero papessa. Giocare alla deflazione salariale sulle spalle dei più deboli, distruggere un servizio e non posso dire di più, per la propria miope e rivendicata ignoranza: questo non dipende da loro, ma da scelte più in alto. Sono quelle ad aver creato un inferno là dove c’era  un luogo disagevole ma recuperabile, e recuperabile proprio perché c’era qualcuno dotato di fantasia, capace di ideare e progettare, preparato, altamente qualificato e non indolente e lo stesso dicasi del servizio nel suo complesso. Ma quello che si percepisce è la chiara smania di licenziarci, magari con il pretesto dei giovani disoccupati che toh! per caso, ma proprio per caso, eh - costano meno. Siccome ancora non si può (ma si può sempre contare sull’amato Draghi in prospettiva), tanto vale lasciarci marcire nel posto dove siamo, concentrando tutte le risorse disponibili su altro, e con noi quanto ci è stato affidato. In un servizio pubblico, per una perversa distorsione mentale che riporta alla peggiore mentalità aziendalista volta al profitto, cioè all’antitesi del servizio e del pubblico, siamo un costo, e la spesa corrente dei nostri salari è il male.

Ma non finisce qui.

Per quest’ultimo anno di Francia ho per la prima volta una casina, anzi un monolocale, che adoro, in una posizione favolosa, molto modesto, ma pieno di sole e di luce e relativamente caldo. Avrei voluto restarci fino all’ultimo giorno, ma l’agenzia ha furbescamente giocato sulle date, e quando oggi dopo un mese e mezzo dalla mia prima domanda di prolungamento ho insistito per una risposta definitiva, mi hanno detto che era stato già affittato. Non mi piace neanche questo, e ora ho il problema di dove andare a dicembre. Di sicuro dovrò spostarmi più in periferia, e la cosa non mi garba affatto. Vivere qui è stato avere tutto sottomano, stancarmi di meno, essere circondata di bellezza; e ci voleva, sapendo che sto abbandonando tutto questo per sempre, per soffocarmi nella parte dell’abate Galiani, non per il capriccio di un sire, ma con le mie stesse mani se voglio avere da mangiare - e non molto di più, data l’esiguità dei contributi che quindici anni di compensi cococo dovuti all’amato Prodi hanno creato nella mia pensione - in futuro.

Per gli ultimi decenni della mia vita lavorativa sto tentando di costruirmi una condizione almeno sopportabile, dopo che la carriera mi è stata distrutta per la terza volta, e il salario con essa e il riscatto dei quindici anni a cococo idem. (Grazie, ma grazie grazie, amato Prodi.)

Avrei voluto passare insomma fino all’ultima settimana in un posto che è difficile dire bello, tanto è modesto (per dire, non c’è nemmeno una porta, ma solo una -bella- tenda, tra il bagno e lo spazio cucina che a sua volta è aperto sulla cameretta), ma che di sicuro di bellezza è circondato e che a me, che a Roma vivo senza mai vedere il sole, perché in ufficio non sumus digni, noi che ci viviamo dentro, di avere una stanza dove esso si affacci, quelle sono per chi, lui, si affaccia quando e se buon gli sembra, sembra regale, perché è inondato dai raggi dall’ora di pranzo al tramonto mentre la luna di notte si affaccia al lucernario. 


E invece no, e alloggiare a Parigi per un mese a petit budget è un incubo, semplicemente.

Terza noia burocratica e tutte oggi: avevo dovuto aprire un conto in Francia per ricevere dei semplici rimborsi spese di viaggi e alloggio che le amministrazioni francesi, sia mai! non potevano pagare all’estero. Ho chiesto la chiusura a gennaio, sapendo che non sarebbe più servito. Mi tormentano tuttora sostenendo che, malgrado lettera di disdetta e bancomat restituito, devo ancora dargli dio sa cosa dio sa come. Domani, anziché lavorare con la mente sgombra da beghe burocratiche, devo precipitarmi a tentare di risolvere questa cosa. 

Oggi è la più bella giornata che abbia mai visto a Parigi e avrei voluto godermela come una vacanza, avendo sbrigato un certo numero di faccende noiose quanto ansiogene. Invece sto ancore soffocando nelle seccature, che mi danno sempre un’agitazione infinita, deconcentrandomi totalmente. Soprattutto quando significano spese: e io sto attenta pure a cosa prendere quando vado in pasticceria per comprare la colazione, da fare comunque a casa, i giorni, non certo tutti né tutte le settimane, in cui mi permetto di andarci dopo essermelo vietato per n tempo.

Eh, ma, il costo del lavoro... eh, ma, i dipendenti pubblici quando escono dall’ufficio non hanno più pensieri...

Imbecilli. In modi e per motivazioni diverse, ma imbecilli. Furbi saputelli imbecilli.





lunedì 11 ottobre 2021

Ci sarà un futuro?

 Sta tutto nell’articolo indeterminativo, ovviamente. Il futuro esiste, fino alla morte.

Un futuro consono non è detto affatto.

Anzi, per me finora non c’è mai stato un futuro stabile. Si’, ho il posto fisso che ho voluto con pervicacia, perché avevo visto cosa voleva dire non averlo, in una famiglia monoparentale con genitore unico licenziata tre volte, ogni volta perdendo in salario e contributi rispetto all’impiego precedente - l’ultimo lavoro essendo stato con i magnifici contratti cococo senza contributi regalatici nel 1997 dall’amato Prodi - giacché qualche poveraccio pure lo ama -: finché lo amano i padroni e padroncini, si capisce, i salariati no, i dipendenti pubblici, poi, dovrebbero chiedersi dove sia finito il senso del loro lavoro, davanti a chi i servizi pubblici precarizza sempre più, depauperando formazione, trasmissione, pianificazione e conoscenze, insomma li distrugge. 

Io invece ho iniziato direttamente con il lavoro nero, perché si sa, non bisogna essere schizzinosi e la disoccupazione sparirà. O con il lavoro non pagato: tirocini su tirocini, lavoro intellettuale bello fatto gratis per riuscire a risollevare la mente dalle kapo’ dei centri assistenza telefonici che ti chiedono i titoli di studio per poi scoppiarti a ridere in faccia e ti lasciano a casa dall’oggi a stasera. L’amato Prodi, con le sue belle leggi sulla precarizzazione del lavoro (quelle che la Francia ha respinto compatta per dieci anni, prima che i sindacati cedessero a Macron, e viva la Rivoluzione perché farla serve sempre a qualcosa, non fosse che a liberarsi dalla soggezione feudale), l’ha reso possibile, questo. Seguito in perfetta consonanza da Berlusconi, con la legge Biagi e il concordato Sacconi.  E se noi lo ricordiamo, questo, altri preferiscono ricordare, senza dirlo, dove tali benemerenze lo hanno portato, l’amato Prodi: alla Commissione UE.

Durante uno dei periodi di disoccupazione della mamma, sua sorella mi spiego’ i vantaggi dell’impiego pubblico: li’ il lavoro non si poteva perdere. Anche lei aveva penato un po’ per diventare di ruolo a scuola. Dapprima aveva lavorato in un liceo ribelle all’epoca della contestazione, “il XXII” e le piaceva molto, credo. Poi era finita sui monti della provincia, poi nelle borgate dure che l’avevano per la prima volta fatta disperare e sciogliere in lacrime; proprio non era l’ambiente per lei, poi le cattedre spezzate con intervalli impossibili per spostarsi in una cittadaccia come Roma e non parliamo della qualità del lavoro che si poteva riuscire a dare, ma quella con tutta evidenza non interessava a chi doveva avere i conti in regola, poi negli ultimi decenni, vicino a casa “ma non troppo se no va a finire che incontri tutti i genitori appena esci”. Il suo lavoro non le dispiaceva, credo, ma non esprimeva mai pareri decisi su questo in famiglia. Forse avrebbe preferito rimanere nel liceo di un tempo, per l’ambiente costruito con i compagni di lavoro, che non penso abbia più ritrovato. Forse erano gli anni formidabili l’oggetto vero del suo rimpianto. Ma non so, non ho certezze. Lei non è mai stata una ribelle.

Aveva vissuto sempre con i genitori, perché i suoi amori non ebbero mai quella fine felice che il suo cuore avrebbe voluto. Divenuta a un certo punto molto accorta, era riuscita a comprarsi una casa come le piaceva e a arredarla nel suo stile preferito di Ottocento inglese, pizzi, porcellane di antiquariato da poco prezzo, e qualche pezzo di art nouveau. Mia mamma, con cui i rapporti non erano buoni, lo detestava e io finivo in mezzo perché da bambina a me ovviamente piaceva e avrei voluto anche io possedere oggetti cosi’.

Insomma quel giorno, ero proprio molto piccola, davanti a quel discorso, avevo preso la risoluzione di diventare anche io un dipendente pubblico. Credo sia stata la mia prima decisione autonoma e razionale di lungo periodo, che peraltro non si smenti’ mai. Volevo escludere dalla mia vita quell’angoscia per sempre. E poi, senza averne allora chiara nozione, mi piaceva l’idea di “lavorare per tutti”, in qualche modo, e di potermi spostare su realtà diverse. Sapevo già, pero’, che mai avrebbe potuto essere la scuola: per me la scuola fu sempre un’oppressione infantilizzante, tranne qualche momento delle elementari Montessori, e eccettuata l’insegnante di storia, la “signorina Luciana”, già anziana, magra, alta, grembiule colorato, chignon e trucco, rigorosa si’, ma certo mai sadica né pazza, che mi avrebbe segnata, in positivo, per sempre, indicandomi la strada; ma il resto, dopo la prima elementare, fu un trionfo della banalità, o dell’assurdità, come la prova del nove che a tutt’oggi non ho capito. Variava solo il grado di sopportabilità. Ultimo ricordo di lei, il suo ritorno dopo un periodo di malattia durante il quale un’improvvida supplente tento’ di portare in una scuola sostanzialmente laica il concetto che il prevalere dell’autorità imperiale sul papato avesse spalancato il precipizio di una decadenza morale in cui non ricadere nei nostri tempi civili. Il concetto di egemonia era spiegato in un lungo pannello appeso in classe, scevro da ogni giudizio morale: era un fatto, semplicemente. Ma quando provai a accennare alla signorina Luciana quanto ci era stato insegnato in sua assenza la vidi aggrottare le sopracciglia in modo fosco - e fu l’unica volta. Concluse che il tutto era molto confuso e rimise le cose al loro posto. Del tutto scevra da compiacimento, presumo che in cuor suo stesse ruggendo, piazzando ad ogni buon conto la supplente in una lista di stampo augusteo.

Brava.

Oggi devo fronteggiare l’ultimo atto di Francia; atto ho preso da tempo che qui per me non c’è futuro remunerato. Ma questo è l’ultimo anno, e ho dovuto deciderlo da sola. Non so come sopravvivro’. Vivo per ora in un tempo sospeso: e temo di non riuscire a finire cio’ che devo e vorrei. Sono come stordita. Mi rifiuto fisicamente di prendere atto di cio’ che so perfettamente, e vivo come se non ci fosse un domani.

Per continuare a respirare, forse.

Non posso pero’ tornare da dove venni: perché stanno distruggendo il mio settore, cestinando la graduatoria per la sospirata carriera direttiva, cui appartengo da lustri di fatto se non di diritto, e bloccando ogni speranza di arrivarci mai. Una nuova dirigenza, ansiosa di virtù maastrichtiane e vogliosa di premi di risultato e disponibilità di posti da distribuire per consolidare il proprio novello potere, ha deciso di procurarseli a spese dell’area più debole, stavolta prendendo di mira non solo le strutture ma le carriere delle persone. Anzi, proprio la nostra stessa presenza, perché, dopo dieci anni di pensionamenti non rimpiazzati saremmo, ai crassi occhi dell’ignoranza superba di costoro, cui io non mi permetterei di insegnare a fare un bilancio, mentre loro evidentemente tutto sanno del nostro ruolo, saremmo dicevo: “troppi”. Potesse, la nuova venuta - giacché di femmina si tratta, ma si sa le donne sono diverse come Maggie - ci licenzierebbe, ma ancora non può, malgrado Draghi e i suoi tirapiedi. Pero’ puo’ privatizzare il servizio, grosso modo, cioè usare precari impoveriti al nostro posto (e qui torniamo ancora e sempre all’amato Prodi), e distruggerci la carriera. E lo sta facendo, con gusto.

Per cui vorrei partire, ma stavolta proprio da tutta l’istituzione. Quando ho cominciato a lavorarci ero quasi orgogliosa di essere li’. Oggi non più: non posso più e non voglio più. Prevale un senso di completa estraneità. Il corpo lo ha capito prima. Durante il confinamento avevo ritrovato le mie forme senza pena e senza sforzo, semplicemente perché lo stress era diminuito. Il ritorno in presenza ha rimesso in moto la frustrazione che si sfoga in gola. Passavo l’estate scorsa davanti a quei muri e mi dicevo: qui non ho più niente da fare. Non posso passare il resto della mia vita attiva aspettando lo stipendio. Una collaborazione inattesa ha per un momento occultato la realtà, facendo pensare a una possibilità di passare almeno informalmente il soffitto di vetro dei ruoli. Poche frasi sono bastate a capire come appariva la verità. Lo intuivo, del resto, da certi toni improvvidi. Per cui, via, lasciato l’ultimo ormeggio, se non per una questione pratica che una partenza troppo precoce danneggerebbe, e non mi va. Ma l’occasione non si ripresenterà; afferrare il ciuffo del Kairos per andarmene sarà comunque a rischio perdita, sempre nell’ipotesi, per il momento quasi irreale, che tutto vada bene e che altrove trovi un luogo più arioso.

Ma l’eccellente caporalessa e la sua scagnozza non lasciano partire nessuno, perché certo siamo troppi quando si tratta di rivedere i conti, ma dopotutto le serviamo ancora quando avremmo bisogno di un divorzio civile.

Sto cercando insomma un modo di spostarmi. So anche dove. Sarei anche attesa, a fidarmi di quel che mi si dice. Ma temo che si facciano delle illusioni sulla fattibilità della cosa. Dovrei avere dei santi in paradiso altissimo, ma non li ho. Anche su questo, temo si facciano illusioni.

Vorrei lavorare in un posto bello.

Vorrei andare a lavorare ridendo.

Vorrei farlo divertendomi, senza paura di chiedere l’ovvio. Anzi senza bisogno di chiederlo, perché l’ovvio, ovviamente, già c’è.


 

venerdì 8 ottobre 2021

Riso alle mele

 Ero in una cour su una panca rabbrividendo perché ormai qui il sole cala in fretta, quando mi viene sotto agli occhi il risotto di Poverimabelleibuoni

È venerdì, tempo di riprendere la partecipazione al Clan del risotto del venerdì.

Ma per varie ragioni le idee tardano.

Una stanchezza di lunga data mi abbatte.

Il riso alle mele e sgombro però mi piace tanto.

Lo copio spudoratamente nei suoi spunti.

Ma solo con quello che ho sottomano. Tranne le mele che mangio malvolentieri in questa stagione perché indicano la scomparsa della frutta estiva che mi piace molto di più di quella invernale.

Cristina pero’ spiega che è proprio la loro stagione. Mi lancio a comprarne un paio.

E già che ci sono ne approfitto per fare ancora un risotto ammucchiato.

Perché devo dirlo: a me quel riso spatasciato a mo’ di minestra che va di moda oggi proprio non convince. Lo trovo brutto da vedere e snaturato. La tradizione innanzitutto, in cucina.

Sarà che detesto gli anni ‘80, la Milanodabere et tout ce qui va avec.

Il riso a orlo piatto sarà anche stavolta per la prossima volta (-:


Improvvisazione di un riso autunnale

Soffriggere in 1 cucchiaio d’evo scarso i semi di 4 baccelli di cardamomo; unire poi due foglie di alloro, poi una scorza di limone, infine un quarto di spicchio di aglio saporito - se no aumentare la dose.
Unire due pugni di riso.
Bagnare con uno spruzzo di sidro secco.
Cuocere con brodo di sedano.
Tagliare la calotta a una mela gala... NO, mi correggo. Non era una gala, che non mi fa impazzire perché come le Smith mi sembra una mela finta. Era una cosa meravigliosa come solo in Francia sanno fare, che si chiama Reine des reinettes, e scavarla con un coltellino affilato.
Fare la polpa a dadi, strofinare polpa e mela con mezzo limone.
Fare a piccoli dadi una fettina piccola ma spessa di salmone.
Quando è quasi cotto mettere nel riso i dadi di mela.
Mantecare con 1 cucchiaino di EVO e aggiungere scorzette di limone.
Infilare nella mela, appoggiandovi dadini di salmone e foglie di carota.
Coprire la mela con la sua calotta appoggiata sulle ventitrè.

I prestiti dalla ricetta di Cristina si vedono da soli.
L’idea della mela farcita con il salmone l’ho ripresa da un libro dedicato a frutta e verdura.

L’effetto complessivo, malgrado la fretta, era buono.




 




 

venerdì 13 agosto 2021

Cose che si vedono qui in biblioteca

 Ostentazione irrisione provocazione o convinzione?

 


venerdì 2 luglio 2021

Riso dell’estate

 L’estate per me rimangono le vacanze, e le vacanze quelle che vivevo da bambina. Lunghe vacanze al mare con la mamma, una vita assolutamente spartana. Sole, caldo, sentierini per raggiungere cale deserte, bagni lunghissimi in qualunque momento, costruzioni con la sabbia. Niente di collegabile al cibo, men che meno alla cucina che la mamma non faceva. Cuoceva, piuttosto. Qualche meravigliosa fetta di pizza rossa unta ci scappava, dal fornaio. Difficile metterla in un risotto. 

La cosa mangereccia che più simboleggia l’estate per me sono i fichi. Colti allora dagli alberi, ben maturi, spappolati quasi. “Non prendere quelli duri finché fanno il latte” era la regola. Di fichi sono golosissima e non sono mai riuscita a saziarmene, come di tutta la frutta d’estate. Ma fragole e ciliegie finivano in fretta e presto, si era ancora in città, e non fanno per me altrettanto estate.

Così, per restare estivo come richiesto, questo sarà un risotto ai fichi. Sarà anche con olio e senza formaggio, perché l’estate non mi ispira più di tanto burro e neanche formaggio saporito.

2 pugni di riso

6 fichi ben maturi e saporiti + 2

Brodo di verdura (cipolla carota sedano)

Vino bianco

1 bicchierino piccolo di whisky

Rosmarino

Salvia

Cipolla

Olio

1 pezzetto di burro.

Soffriggere nell’olio rosmarino tritato, aggiungere la cipolla e lasciare cuocere 2’. Unire i sei fichi, schiacciarli, lasciare cuocere 1 minuto, poi aggiungere il riso, tostarlo, spruzzare il vino, cuocere il tutto con il brodo, salando. A parte, stufare in padella con un piccolo pezzetto di burro e una foglia di salvia i fichi rimasti, a pezzetti. Lasciar raffreddare.

Quando il riso è quasi cotto unire il whisky, poi i fichi. Un accenno di scorza di limone grattugiata finissima non ci sta male.

Mi dispiace che quando posto sul blog le foto dell’Ipad vengano così degradate. Quando le guardo con altri dispositivi sembrano nitidissime.

Adesso vado a mangiarlo, perché per scrivere l’ho solo assaggiato.