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lunedì 5 aprile 2021

Pasqua o tre ore per 40 m2

 = pulizie. La mamma con me fino a ieri: “Me lo ricordo bene la nonna: cominciava sempre all’ultimo momento a Natale e a Pasqua a fare le grandi pulizie”. E grazie: cominciava con l’inizio delle vacanze scolastiche o di quelle dal lavoro, probabilmente sabato pomeriggio, perché allora il sabato non era un giorno semifestivo. Oggi i giorni non lavorativi sono di più, e le mie condizioni non sono quelle dell’operaia del link, ascoltare quello che dice dal minuto 12°, ma le pulizie e il lavoro di cura li fai comunque in quei momenti lì, quando in teoria dovresti riposarti.

Nella mia casa di 40 m2 più un’infinità di carte e libri, ma senza cucina, la grande, epica impresa è lavare il pavimento. Il diavolo non è quello sopra le superfici piane, ma sotto: non c’è un mobile alto da terra che non occulti tonnellate di carta. La carta si sa si riproduce per partenogenesi e si nutre di polvere. 

Per pulire bisogna spostare non i mobili, ma soprattutto i sacchi, rigorosamente di estetica cinese, e le scatole di carte che però funzionano meno bene perché reggono meno peso e hanno una dimensione fissa, contrariamente ai sacchi, quindi non sono molto adoperate. In 40m2 non c’è un posto dove metterli per poter lavare tutta la superficie insieme. Così le carte viaggiano da quell’abbozzo di corridoio all’altro abbozzo di sala, per mescolarsi ai flaconi dei detergenti tirati fuori da sotto i lavandini della parete attrezzata a cucina e del quasi bagno. Aggiungiamo: un passaggio di aspirapolvere, un mocio insaponato, un mocio di risciacquo, uno straccio per stendere la cera e uno per lucidare il pavimento in cotto non abbastanza vecchio da essere prezioso ma più che abbastanza per essere rovinato e macchiato. Concludiamo con il rimettere tutto a posto, ma a posto sul serio, fino all’anno venturo.

La mamma riesce ancora a passare il mocio, per fortuna, ma non a ricordare che deve strizzarlo. Glielo preparo io, così si esercita in qualcosa. Nel frattempo io penzolo dal soffitto con l’aspirapolvere in mano pensando alle ragnatele.  

Totale: dalle sette alle nove di sabato e dalle undici a mezzogiorno di domenica. 

La sorpresa è stata che le piace ancora moltissimo stirare. Quindi mi ha ripassato per benino una giacca di lana rosa mai messa, un filo troppo classica per me, ma c’è stato un tempo in cui non sapevo resistere alle svendite in fibre naturali, ché pare sia arrivato il momento in cui quel colore è di moda. Poi riordino i sacchi di carte, quelli dei libri essendoci già passati, domenica dalle quattro alle sette. Eliminato solo due miseri sacchetti di vecchie bozze. Ancora in corso. 

Mancano sempre lo spolvero, il riordino degli armadi e il cambio di stagione. Per fortuna il meteo non incalza, stanotte e oggi fa decisamente freddino.

Di che ti lamenti: hai una casa piccola così la pulisci subito. Be’ certo: se possiedi tre vestiti di lusso di quelli che vanno con tutto e una tablette, non sporchi nulla perché mangi fuori o fai asporto porzionato, forse.

Hai fatto una Pasqua nella tradizione? Certo, più di così si muore.  


Solo stamattina ho trovato il tempo di preparare qualcosa che mi aveva incuriosito e che non ho mai fatto: la salamoia per le uova

Rigorosamente naturale ché mettere apposta del colorante nel cibo mi pare il massimo dell’insania. Quindi con tutte le ansie per il risultato unite alla consapevolezza che non è così grave se non vengono impeccabilmente colorate. Saranno comunque uova di Pasqua, per stasera, farcite con una vecchia ricetta che non ho riprodotto da molto tempo. 

Nel frattempo i dirimpettai che beati loro hanno un terrazzo pieno di sole, preparano una grigliata.




venerdì 26 marzo 2021

Riso amaro di venerdì sera

 Arriva venerdì sera. Domani sarà sabato e fra una settimana Pasqua.

Il certificato ce l’ho. Ho anche i consigli del conoscente: vai al patronato, a noi quando l’abbiamo fatto da soli l’avevano negata (con una diagnosi di demenza tipo Alzheimer), con loro no.

Ho un numero di telefono di una sede vicino a casa mia, ma non risponde nessuno. Vedremo.

Appena il tempo di scrivere di corsa, senza troppo dilungarmi, la ricetta del risotto del venerdì sul tema del quinto quarto.

Come definire i limiti del quinto quarto? tutti sanno cosa sia, ma cosa lo identifichi non è chiaro. Si tratta forse di quanto è contenuto in una parte specifica del corpo o in più d’una, come ciò che si trova nella gabbia toracica e nella scatola cranica? No, perché ne fanno parte la coda e in certi casi le zampe. Si tratta quindi di una classificazione legata al pregio del taglio, inferiore a quello dei primi quattro quarti? Neppure, dato che fegato e uova di pesce possono essere fra le parti più pregiate. Non solo alcune parti dei visceri, ma i visceri stessi possono essere costosi e rari: il risotto alla coratella non è certo un piatto povero. Difficile quindi trovare un aspetto comune a tutte le parti così chiamate, se non quello di essere altro dal muscolo e dal grasso, carni per eccellenza. Lo stesso nome mette il taglio fuori dalla norma: il quinto dei quarti non esiste.

Definire il quinto vegetale, che Cristina ha proposto insieme a quelli animali, pare più semplice: si tratta di scarti. Da sempre riutilizzati hanno vissuto un momento di particolare pubblicità sulle riviste di cucina sette o otto anni fa. Era il momento in cui avvolti in spessi panni di ottima lana ormai introvabili per i comuni mortali, ci si spiegavano i pregi della frugalità mentre ci si tagliavano i redditi, come se riciclare le foglie del ravanello potesse farci superare indenni un taglio dei salari, una sanità privatizzata o un destino da esodati.

 Poi ci si accorse che recuperare un certo tipo di scarti, cioè quelli più fruttuosi, come la buccia dei piselli, costava troppo in termini di tempo e di fatica, a meno di non essere professionisti. A volte non portava nemmeno tutti questi vantaggi, come con le bucce di pomodoro... Silenziosamente l’ostentazione del recupero passò di moda. Lasciò appena la vaga consapevolezza che forse le generazioni precedenti non avevano tutti i torti né tutti i vizi degli scialacquatori quando avevano cessato di continuare abitudini nate sulla fame secolare e disperata.

 Fedele al principio dello scarto e con un piccolo gioco di parole, ho optato per un riso vegetale fatto con quello che avevo in casa, utilizzando solo materiali che normalmente sarebbero stati buttati. Fare un piatto che andrebbe caratterizzato dal recupero dello scarto unendovi ingredienti costosi o comunque comprati apposta svuoterebbe di senso il tema del quinto quarto. La sfida è stata tutta sulla sottrazione e sul limite, volendo individuare ciò che rimane tolto il quarto “rosso” e sostanzioso e quali possibilità di nutrire possa dare.

Risotto amaro di erbe

Ingredienti:

Scarti di una pianta di lattuga: foglie, gambo, torsoli

Foglie di sedano piccole, verde chiaro

Cipolla germogliata

2 manciate di riso

2 cucchiai di olio

Scorza di limone

Brodo:

Foglie di sedano

Pepe del Madagascar 3 grani

Semi di finocchio un cucchiaino

Ginepro 3 grani


La vigilia, volendo:

Sbucciare i torsoli di lattuga.

Tagliuzzare i germogli di cipolla, metterli in una casseruola con 1 cucchiaio di olio e 1 di acqua, unire la lattuga a striscioline, stufare lentamente, unire acqua fino a cottura se necessario. Frullare. 

Il giorno dopo:

Preparare un brodo di verdura con foglie di sedano e spezie.

Rosolare due strisce di buccia di limone nell’olio, poi un pezzetto di cipolla, quando è translucida unire il riso, portare a cottura con il brodo. Cinque minuti prima della cottura unire la crema di lattuga. A cottura unire foglie di sedano tratte dal cuore, scorze di limone, un cucchiaino di olio. 

Se c’è una crosta di pecorino non lasciarla sola in frigo... Io non l’avevo.

La lattuga da cotta diventa come si sa amarognola. Questo ravviva il riso e il sedano crudo dà spessore e aroma a un piatto da quarta o quinta settimana, appunto povero, semplice e vegetale.

Fonti: 

L’idea di accoppiare il riso al sedano viene da un vecchio numero del 2008 della Cucina italiana. 

L’idea del brodo di sedano viene dalla Maestra.

Ho dovuto riaprire e correggere due strafalcioni. Ma è ancora venerdì!

 

venerdì 19 marzo 2021

La giornata della dipendente pubblica : risotto del lockdown, dell’austerità e dell’evasione.

Ci avevo pensato a lanciarmi nel risotto del venerdì. Mi piacevano come sempre l’allegria e il sorriso di Cristina e soprattutto la sua fantasia senza timori. Ammiravo la leggerezza con cui tenta di prendere una situazione tra le più angosciose, almeno per chi, come me, ha conosciuto in famiglia lo stesso problema, senza appoggi su cui contare. 

La cosa che mi è piaciuta di più è stata la scelta di tenere, anzi di proclamare, il gruppo aperto, sia nella lettura della pagina sulla rete sociale dove ha sede, sia nella partecipazione. Tutt’altro che schizzinoso come altri posti. Ma Cristina pur brava e scapigliata, ha una testa libera e schizzinosa non è.

Per quanto tentata, tuttavia non osavo. Mangiata la foglia, lei mi ha addirittura invitato, ma osavo ancor meno. Non ho mai inventato una ricetta in vita mia (forse un tiramisù alla frutta d’inverno da ragazzina) e il tema di questa settimana è dei più difficili per me. Come declinare alcool e riso quando è stato fatto presente che non deve trattarsi della solita spruzzata di vino?

Poi ci si mette il caso.

Una giornata di quelle ricche di contrarietà e di fatica. Lavoro da casa, piegata sullo schermo di un Ipad mini, sotto un cielo di nuvole nere pesante sulle ossa. Lavoro due ore in più per una scadenza, ore che non mi saranno né pagate né accreditate come recupero (appartengo a quella categoria di persone che ritengono che il lavoro vada pagato secondo Costituzione, dato che comunque va a profitto di qualcuno. Fuori moda, si sa). Faccio appena in tempo a inviare tutto, il telefonino : il marito della mamma vuole sapere se ho sentito la dottoressa per la procedura di invalidità. No, la madama o stacca il telefono che è sempre occupato o non risponde. Passo l’ora successiva a tentare invano di contattarla, non vado nemmeno a fare la spesa. Del resto, dovendo affrontare grosse spese nei prossimi mesi, evito tutto quello che non è strettamente necessario, a partire dalle bottiglie. Scorata, riapro stupidamente la mail del lavoro per vedere se c’è un cenno di riscontro all’ultimo appunto che ho inviato. « Non mi complicare la vita », leggo, da parte di una persona che non è mia superiore gerarchica, ma che lascia trapelare ormai per la quarta volta quanto i nostri ruoli siano su piani per lei incommensurabili dal punto di vista della considerazione umana.

Io non mi permetto di trattare così le persone con cui lavoro. Dopo avere risposto, rifletto che domani mi aspetta una giornata con la mamma, ma le sue condizioni non la rendono più un momento gioioso.

Ho l’impressione di non riposarmi mai.

E allora faccio qualcosa di completamente gratuito, solo mio, che nessuno attorno a me capirebbe. 

Faccio un risotto con quello che ho, cercando di seguire il tema come so, copiando sfacciatamente dai post della Creatrice e della Maestra, affidandomi ai geni, ché in fondo, in un certo modo, siamo Lombarde tutt’e tre.

P.S. : non sono su nessuna rete sociale, per scelta. Se Cristina vorrà e potrà, magari metterà lei online questo lunghissimo sfogo. E grazie, mia cara.

 

Risotto alcoolico di un venerdì di quaresima

 

Riso 2 manciate

Burro chiarificato 2 noci

Rosmarino

Rum ambrato

Cipolla 1 spicchio

Cioccolato Majani all’85% (va bene anche meno, come ho detto ho usato quel che c’era in casa) 2 quadretti

Condimento Ariosto

 

Brodo di spezie

Chiodi di garofano

Cardamomo sgusciato

Pepe del Madagascar

Cannella in stecca

1 anice stellato

 

Bollire piano in acqua le spezie parzialmente schiacciate nel mortaio per 20 minuti.

Mettere a bagno maria in una casseruola dal fondo pesante il cioccolato, senza che il fondo della casseruola tocchi l’acqua. Preparare due fogli di carta da forno. Quando sarà lucido, unire 3 cucchiai di rum (o più, se piace : io al solo annusare il rum per tararci le spezie del brodo mi sono ubriacata !) e un pizzico di Ariosto. Con un cucchiaio di legno mettere la massa su un foglio di carta da forno, coprirla con il secondo foglio e stenderla sottilissima con il mattarello.

Mettere la cipolla tritata finissima in una pentola con una noce di burro. Quando è trasparente aggiungere un bel pizzico di rosmarino tritato. Unire il riso e tostarlo, bagnarlo con brodo di spezie bollente fino a cottura. Salare poco. Mantecare con la seconda noce di burro unendo altri due cucchiai di rum.

Servire con piccoli frammenti del cioccolato al rum.

Il cioccolato si fonde nel riso, apparentemente scompare, ma lascia un aroma complesso che si ricompone malgrado l’amaro e l’alto livello di cacao con il grasso e gli aromi presenti nel piatto creando un insieme curioso e lì per lì difficile da decifrare per un profano.


 

L’impiattamento è ai minimi termini, la foto peggiorata dall’IPad che le posta sempre degradate, io del resto non ho set fotografico e nemmeno uno smartphone.

 

P.S. : ovviamente nulla qui è mia creazione.

L’idea del liquore alla fine è della Maestra.

Quella del cioccolato nel riso è la ripresa di un esperimento blasonato riprodotto dalla Creatrice.

Il brodo di spezie viene dalla lussureggiante Artemisia.

L’Ariosto (che avevo in casa da tempo immemorabile dio sa perché : di certo non ce l’ho portato io che non uso mai niente di pronto) nel cioccolato e rum è uno sberleffo casalingo a chi, in rete, propone questo abbinamento con l’aria di dire Vediamo se si bevono pure questa! Ci abbiamo provato.

domenica 24 gennaio 2021

Sull’orlo del commiato

 Dicembre e gennaio sono mesi duri a Parigi. Malgrado le offerte culturali inesauribili, quando puoi permettertele, il sole non si vede quasi. Nuvole basse, pesanti, pioggia tutti i giorni, persino il cielo scompare.

Però, fuori dalla calda meraviglia delle biblioteche, i giorni tra gennaio e febbraio regalano spesso queste meraviglie:


Alzando gli occhi si scopre l’arrivo imprevisto dei fiocchi di neve sulla grande finestra nordica che fa da frigorifero e da balcone. Quest’anno è già la seconda volta. Purtroppo raramente si ferma, ma c’è. E dopo una notte insonne per la situazione logistica difficile, si capisce, per l’ennesima volta, che malgrado i soldi drammaticamente insufficienti per pagare un alloggio, bisognerà comunque trovare, in qualche maniera, il modo di tornare ancora.
Mi piace la neve in città, sempre piaciuta. Bastano un paio di scarpe adatte e abbandonare la pretesa di arrivare in ruote proprie e tacchi ovunque. Molto più elegante, giocosa e allegra della pioggia.




lunedì 4 gennaio 2021

Gli auguri del 31

 La mattina mi aveva telefonato perché aveva assolutamente bisogno di sentirmi. Ma non si era ricordata del mio compleanno. 

Alle mie proteste dice che mi arriverà qualcosa. 

La tua mamma se ne stava// tutta calda nel suo letto//e cercava di dormire// pur se un po' preoccupata://Sta a veder che questa popa//Mi va a nascere di notte!/ /Poi con una caressina, coccolava la popina//. Ma la quasi nonna allora  // Ben decisa  e sempre lesta// Dice pronta: "Su andiamo!" E le porge una coperta, un cappotto e uno sciarpone//. Affannata e un po' assonnata// La tua mamma lascia il letto// Per raggiungere la meta//.E che notte c'è la fuori! //Fredda fredda, ma stellata. //.Di dormire avrebbe voglia, // Ma il dottore e la popina//  tutti e due un po' impazienti// la richiamano al dovere//Sembra quasi di sentire//  una voce birichina: "di qua dentro voglio uscire" . E la mamma// che si sa// non può mai dire di no// porge ascolto alla popina// E poi pensa allegramente :" Vorrà dire che da ora // ci sarà a fare luce// una  stella tutta nuova!" 
Bm

“Perché io mi ricordo di quando sei nata. Mi ricordo la tua espressione, quasi. Avevi un faccino piccolo piccolo e eri rosa. Non quel colore che hanno a volte i bambini appena nati. Eri proprio bella, tutta rosa e tranquilla.” 

giovedì 31 dicembre 2020

Ti rendi conto che era una situazione inedita? Si sono trovati sommersi... E poi tu che cosa avresti fatto?

 Questo, proseguendo fino in fondo.

E questo.

E ancora questo (la seconda parte, audizione trasmessa dalla web tv pubblica della Camera dei deputati.)

Invece di frignare sul Natale, sulle chiusure, sui vaccini che manco ci sono, sul mondo che non sarà mai come prima, sui fremiti mortificatori e autopunitivi del niente spiaggia (!!!) e niente sport all’aperto, sul fate shopping ma se lo fate siete dei disgraziati (e via con l’autodenigrazione mortificatoria ché quella ci riesce sempre benissimo), e lascio volutamente da parte le paranoie di taluni sciroccati. Ma pure le siringhe e le rotelle di quei figuri che da maggio in poi non sono riusciti a partorire nulla di meglio.

Invece non s’è fatto, e si continua a morire tanto quanto nella cattiva Inghilterra del cattivo BoJo, mentre noi siamo guidati dai responsabili figli attaccati alle gonne di mamma UE.

Continueremo a morire finché non si raggiungerà una copertura vaccinale sufficiente a arrestare la trasmissione, sempre ammesso che funzioni. Perché si è rinunciato scientemente alla politica di controllo sul territorio e alla costruzione di una rete di sorveglianza dei focolai funzionante e pubblica su tutto il territorio nazionale allo scopo di circoscriverli con le buone o con le cattive, invece di intrappolare un intero paese in una lotteria di distinguo e proibizioni sovente senza capo né coda. Diminuire l’orario dei negozi è il primo esempio di misura insensata che viene in mente. Era successo già a marzo, quando alcune regioni avevano ridotto l’orario dei mercati all’aperto, imponendo l’apertura alle 8 e la chiusura alle 14, risultato: code code e code. Si è rinunciato a agire come stato e come politica di igiene pubblica per concentrarsi sul moralismo spicciolo di colpevolizzazione del singolo. Con il bel risultato, forse manco troppo imprevisto, di scatenare un’ondata di esasperazione che rischia di assuefare alla paura e di conseguenza al rischio pur di non dover continuare a sottoporsi a una serie di impedimenti irrazionali.

Qui in Francia le cose sono meno isteriche, ma la mascherina obbligatoria anche all’aperto tutto il tempo porta a un effetto collaterale ben più rischioso: siccome qui sono in genere disciplinati, per strada ce l’hanno praticamente tutti. All’interno dei negozi invece moltissimi esercenti o commessi la portano abbassata o non la portano proprio, specialmente quando non ci sono clienti. Mentre è proprio nei luoghi chiusi aperti al pubblico che bisognerebbe fare più attenzione. Quanto meno manca formazione in proposito. 

Io ammetto di togliermela quando cammino sui quai del lungo Senna da sola senza nessuno intorno, per poter godere un po’ dell’aria aperta (del resto è ammesso non portarla durante la pratica sportiva anche se passeggiare non è considerato proprio uno sport) ma nei negozi dove noto un comportamento simile da parte degli esercenti non entro più, specialmente quelli alimentari. Così ho dovuto rinunciare a malincuore all’ottima boulangerie-pâtisserie sotto casa dove compravo la colazione tutti i giorni, e in genere a tutti i negozi di immigrati, che sono sempre stati poco ligi anche durante il confinamento duro, sia quelli di origine araba che dell’Africa sub sahariana, mentre gli asiatici sono quasi sempre mascheratissimi. Quindi: stop a tantissimi negozi di ottimo cibo, inclusi molti banchi dei mercati (questi ultimi per la verità non un granché come qualità), forni e ristoranti che lavorano da asporto con cuochi non euroasiatici - lì è veramente irresponsabile non portarla - e praticamente tutti quelli di telefonia, cybercaffè, casalinghi, edicole. Anche molti parrucchieri tenuti da africani. Una geografia dei mestieri. L’atteggiamento è di pura e semplice sfida e strafottenza, dato che la maschera c’è, ma non viene usata in modo appropriato. Man mano che passa il tempo e il confinamento si allenta, però, il comportamento si diffonde. I commessi delle grandi catene sono molto attenti come pure quasi sempre quelli dei negozi di cibo se sono europei. In altri posti non è così e la mascherina si mette quando arriva il cliente. Ovviamente ci sono anche gli europei senza mascherina, come pure l’opposto, che è la stragrande maggioranza: però si registra che la proporzione dei primi è circa il 5-10% tra tutti coloro che non la usano o la usano male. Quello di cui s’è veramente sofferto è la mancanza di musei e mostre: e date le dimensioni di castelli e palazzi si spiega solo con un calcolo al risparmio. Finché la capienza sarà troppo ridotta perché l’apertura sia conveniente, si chiude, si mettono in cassa integrazione i numerosi precari del privato che anche qui hanno cominciato a crescere per il solito motivo e pazienza per chi vorrebbe usufruire dei servizi culturali, peraltro a pagamento. Eh, ma bisogna che siano redditizi, altro che spesapubblicaimproduttiva! Per un caso simile in Italia, vedi qui a Venezia, dove già che c’erano i musei sono diventati una fondazione privata, di quelle tanto efficienti perché prive di pastoie e burocrazia (e dovremmo fare lo stesso anche con le università e la sanità, vero, signora mia? Del resto, dati i precedenti...). Infatti: i dipendenti sono stati messi tutti in cassa integrazione, anche quelli che avrebbero comunque potuto lavorare in servizi non di custodia e guardiania, anzi farlo in migliori condizioni a musei chiusi. Perché il pubblico che si cerca è ormai solo quello del turismo di massa da Italia in mezza giornata USA style che rende uno strazio qualsiasi visita individuale e approfondita in una città mediamente turistica, intruppato in grupponi, preferibilmente stranieri, con guida e microfono e prepotenza, che rendono impossibile godere qualsiasi opera esposta e pure molte strade a causa del loro flusso ininterrotto. Per non parlare degli insopportabili autobus turistici, pachidermi peggio dei tir, che invadono a ogni costo strade e centri storici non concepiti per loro - ché bisogna stare nei tempi, camminare guai. Questo significa avere un’economia che deve puntare solo sul turismo per lasciare ad altri lo sviluppo industriale: rendere le città invivibili, i musei ridotti a baracconi alla Cleopatra (vedi l’Egizio, gli Uffizi, a quanto mi dicono o Venaria) e le loro zone più belle degradate in uno scorrimento infinito di gente forzatamente spaesata dai tempi minimi che cerca solo autoscatto e pacottiglia. Qui a Parigi il turismo di massa c’è, intendiamoci, ma è ben lungi dall’essere l’unico e dall’essere tutta l’economia. Inoltre le dimensioni e la stessa architettura di luoghi come il Louvre (già meno Orsay e del tutto inadatta l’Orangerie, ma insomma ci sono alternative) aiutano a stemperarli. Ma l’Italia è un’altra cosa, l’Italia è un paese dove l’arte nasce e esplode per la maggior parte nella piccola dimensione del Comune medievale o della signoria rinascimentale, non nei palazzi dell’assolutismo o dell’industria culturale di stato colbertiana, e non può né deve piegarsi agli standard di una crociera sul San Lorenzo. Gli USA si scantassero un po’, grazie e  i tour operator stessero al rispetto della civiltà che li fa campare, oltretutto.

Le scelte tecniche e politiche del patrio governo non meritano nessun rispetto: governo, ministri, cts, protezione civile, stampa. Perché non hanno non dico protetto, ma nemmeno rispettato noi. 

venerdì 25 dicembre 2020

La buona scuola

 Ora, si può pensare tutto quel che si vuole di quest’uomo, ma non che non abbia il senso del teatro. Physique du rôle e accento incluso. Del resto, con tutta la mia francofila innamorata del Misanthrope, del Dom Juan, dell’Illusion, della Surprise, Shakespeare è Shakespeare e rimane indiscusso: spazza via chiunque come una foglia.

Ancora una settimana: la Brexit rimane infine la cosa migliore di quest’ultimo anno. Due punti specialmente fanno piacere nel trattato oggi firmato con gran sfoggio di drammatizzazione: la limitazione alla libera circolazione dei capitali in caso di crisi, ad esempio di bilancia dei pagamenti (che si verifica ad esempio quando un paese importa molto più di quanto esporta, cosa che al Regno Unito potrebbe accadere dato il maggior valore della sterlina ancora rivalutatasi rispetto all’euro all’annuncio del prossimo accordo, oppure a causa del maggior rendimento del capitale investito offerto da un paese piuttosto che un altro, vedi punto 66 p. 15) e il punto 91 p. 19 sui reciproci impegni a non ridurre il livello di protezione dei lavoratori o a evitare di sostenere i diritti del lavoro in maniera da provocare effetti sul commercio (cioè appunto squilibri della bilancia dei pagamenti a vantaggio del paese che riduce di più i costi dei propri prodotti grazie alla riduzione dei salari, provocando così un’infinita gara a forzare verso il basso i salari stessi tra tutti i paesi che abbiano abbracciato il principio dell’ economia “fortemente competitiva” prevista fin dal 1957 nei trattati UE).

Potremmo vedere in questi principi più che positivi all’interno di un trattato che rimane peraltro basato sulla libera circolazione (free trade) una prova di smantellamento in miniatura della ben più vasta eurozona?   

L’ottimismo della volontà :/

Vigilia di Natale passata molto piacevolmente in un invito da amici. Mascherina all’onore ma atmosfera calda e piena di luce. Niente presepio ma un bell’alberello paffuto di rami fitti e corti. Film prettamente natalizio giacché fortemente antimilitarista. Del resto eravamo una compagnia di assoluti e dichiarati miscredenti, cosa ben più semplice in Francia che da noi, dove tutti si fanno la religione homemade per mancanza di coraggio, più un musulmano subsahariano che studia per fare l’imam o giù di lì. Il film invecchia molto bene, con tematiche ancora attuali. La scena migliore rimane quella della macchinetta della Coca Cola che non può essere manomessa neanche nell’emergenza di una guerra nucleare perché “è proprietà privata!”.