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giovedì 8 gennaio 2026

Come siamo arrivati fin qui - Ce la si fa? Fino a una certa età, forse

Post un po’ pastrocchiato. C’è quasi tutto ma è da riformulare. 

Sono a Parigi. Dovrei essere in paradiso. Invece mi sono ammalata il 21 dicembre e sono riuscita a stare un po’ meglio soltanto oggi, quando, in barba a tutte le solfe del “nonsiprendel’antibioticosenonsiha38°difebbrealtrimentinonèfebbre” dopo dieci notti passate tossendo, ormai con fitte da nevrite a tutte le costole, coi brividi e tutti i palliativi del caso come una imbecille, ho mandato mentalmente al diavolo tutti i protocolli e ho inghiottito l’antibiotico che mi ero fatta prescrivere per precauzione in Italia. Va infatti precisato che a Parigi al momento, appena finite le vacanze, c’è uno sciopero dei medici professionisti, per ragioni giustissime del resto, e che per una ragione che a me sfugge, il 90% dei medici che sono riuscita a incontrare in questi anni sono musulmani per i quali, davanti a una paziente donna, Maometto vale ovviamente più di Ippocrate, sicché quando con le brutte gli chiedi di auscultarti perché sponte loro non ci avrebbero neanche provato, lo fanno attraverso il maglione. Sì, avete capito bene: appoggiano lo stetoscopio sopra il maglione più eventuali altri strati e con uno sguardo disgustato per soprammercato. (Eccezione: un ginecologo, una volta, decisamente in gamba, ma al momento non è lo specialista adatto.) Ah, ma la diversità è tanto bella signora mia!!! E l’inclusione, l’inclusione!!! e il razzismo taaaanto taaanto brutto al giorno d’oggi e bisogna rispettare le altre culture perché guai a essere -fobo qualcosa ché non va bene nonono. (Se si vuole sapere fino a che punto possa arrivare la superstizione maschilista nei paesi arabi qualche episodio di questo blog https://www.arabafeliceincucina.com/ anche se risalente è istruttivo: calmanti prescritti per ustioni neanche esaminate - vuoi mettere guardare la gamba di una paziente, io medicomaschiomusulmanosaudita - bronchiti ecc.). Altrettanto arabi sono non si sa perché, farmacisti, tassisti (avete provato a dare un indirizzo a qualcuno che non capisce la lingua del paese dove vive, convintissimo che “uy” si pronunci “uè” e sicurissimo che sia tu cliente femmina a non saper stare al mondo), giornalai e una serie di altri eterogenei mestieri: appunto come se interi settori professionali fossero stati ceduti in blocco a gruppi oriundi di alcune zone e culture. Tutto ciò negli ultimi sei-sette anni. In farmacia, ma questo da sempre, senza ricetta ti vendono due cose: paracetamolo e oli essenziali, che per carità faranno anche qualcosa, quando prendi il problema all’inizio e non è allo stadio del mio. Aggiungiamo che i generici mi danno spesso e volentieri il mal di testa e quando dico mal di testa voglio dire la voglia di aprirsi la calotta cranica dalle sopracciglia all’occipite. Speriamo che la roba che mi hanno rifilato in farmacia dopo essersi fatti spedire la ricetta - che essendo italiana non è comunque rimborsabile e va pagata dal cliente - sia decente. 

Forse è la stanchezza della malattia, non la malattia in sé, ma la tosse e l’infezione che non passano, a rendermi lugubre e triste, o piuttosto sfinita e scoraggiata, malgrado il Capodanno passato in casa con le vecchie canzoni, l’organetto, le mele degli antenati arrostite in padella e uno squisito dolce al cioccolato, al pensiero di avere sprecato tra fazzoletti e notti insonni quindici giorni preziosamente accumulati. Ho sprecato quasi due settimane di lavoro e ero partita così bene nei tre giorni in cui ho potuto combinare qualcosa; ma soprattutto non ho la forza di rimettermici su.

Tuttavia ho aperto il blog per fissare finalmente una lista cronologica di quanto accaduto negli ultimi quattro anni, causa dello scoraggiamento che ne è seguito e almeno in parte della difficoltà attuale di riprendermi.

Nel 2016, dopo otto anni di inquadramento nella nostra categoria, l’amministrazione bandisce un concorso esterno per la categoria superiore. La maggior parte di noi è sottoinquadrata da sempre, con grande spreco di intelligenze e produttività, ma lo stato deve risparmiare, per far contenti Cottarelli e mandanti, quindi siamo ancora fermi in una posizione che non ci concede spazi e non ci rappresenta. Con altri colleghi entro in graduatoria: me lo aspettavo, perché i vincitori si sapevano e si sapevano perché i concorsi per le categorie superiori essendo sottoposti a regole funzionali solo al taglio della spesa pubblica corrente, cioè dei nostri salari, sono in realtà sanatorie di posizioni occupate de facto da lustri e lustri. E non è forse la peggiore delle ingiustizie. La regola non scritta è però altrettanto chiara: piazzarsi in buona posizione in graduatoria (come nel mio caso) significa che allo scadere della medesima (non prima, da bravi purciari) vieni assunto nella categoria superiore, dato che si è sempre comunque sotto organico.

Solo che, su tutto questo meccanismo, plana quella gran porcheria della legge Madia (governo Renzi) che impone i cosiddetti “piani di razionalizzazione” della PA. Con la neolingua di “aumentare i posti di lavoro a contatto con il pubblico” vengono azzerate le posizioni dei livelli più alti, attraverso accorpamenti e declassamenti selvaggi di strutture, i cui responsabili fanno ormai solo finta di sapere cosa accade sotto di loro, giacché per farlo realmente dovrebbero avere gli occhi di Medusa e le ali di Pegaso. Lo scopo di questa porcheria, come al solito UE-TM è tagliare gli stipendi in modo drastico, riducendo o declassando i posti di livello alto.

Nel privato equivarrebbe a una serie di licenziamenti e dismissioni. Nel pubblico si bloccano carriere e differenziali stipendiali.

Dove lavoro si distingue in sì laida opra un personaggio di elevate ambizioni, che con quel governo collaborava: cambiato governo torna a infierire sul territorio, in particolare su di noi e sull’area cui appartengo. Facilitato da una considerazione privilegiata da parte dei sindacati, in particolare uno piuttosto ampio e seguito da quelli che contano.

Prima che costui riesca a infierire compiutamente arriva la pandemia. Ho spiegato che non riesco a considerarla il periodo peggiore della mia vita. Sono in qualche senso fortunata: anche per collocazione geografica non ho subito perdite di persone care, tranne un conoscente che stimavo, ma era qualcuno di assai lontano, non ho perso il lavoro né lo stipendio, non mi sono ammalata al punto di dover essere ricoverata. A un collega invece è successo e quanto a me, se fossi stata in Val Serianna nella primavera del 2020, data la mia suscettibilità alle infezioni respiratorie con alta probabilità oggi non sarei qui a scriverne. Al contrario, con molti altri colleghi abbiamo sperimentato quanto essere liberi da una routine spesso insensata e schiacciata sui compiti più meramente esecutivi abbia permesso alle idee di rifiorire avviando iniziative che potrebbero durare ancora oggi se altri ostacoli non si frapponessero. Invece soffro, e ho sempre sofferto, di un quotidiano di decenni e decenni ristretto e soffocante, dal punto di vista della realizzazione professionale, delle condizioni di vita materiale e sociale. A me il lockdown non ha tolto molto e non certo perché abiti in una villa di venti stanze: svaghi? Ma quali? uscite serali? Come? Viaggi, gite? Neppur pensarci. Qualche gitarella in montagna, sì, certo. Il sacrificio di tre mesi chiusa in casa (vero è che c’è il terrazzo condominiale sottomano) è nulla se penso ai decenni di chiusura economica e lavorativa di tutta una vita, alla assoluta mancanza di prospettive. Almeno da casa non devo vivere quotidianamente sul posto la lacerazione tra il sapere quale dovrebbe essere il lavoro da fare e il vedermi deliberatamente privata dei mezzi per farlo (non in quanto me stessa: si sarebbe fatto lo stesso anche se ci fosse stato qualcun altro al mio posto). La presa di distanza fisica mi permette di riacquistare il controllo di un tempo lavorativo altrimenti insensato, e di allontanarmi da un luogo di lavoro attraversato da tensioni controproducenti.

In quei mesi il mio livello di stress quasi scompare: acquisto senza sforzo e senza quasi pensarci una silhouette perfetta, anche perché cammino molto quando si riapre tutto. Non voglio rischiare di trasmettere ai miei qualche porcheria presa nei trasporti e li uso il meno possibile. E poi quella primavera rigurgitante di fiori e di aria cittadina finalmente pulita è, per chi è sfuggito all’“adesso non è che ogni volta che c’è un caso chiudiamo un ospedale” di forzitaliota lombarda memoria, splendida e leggera.

Ma quando si riapre tutto, l’avvoltoio e i suoi volenterosi servi riprendono il loro lavoro. 

Nel 2021 muore una persona tra le migliori che abbia mai incontrato sul lavoro, che stava adempiendo per pura serietà professionale e umana a una serie di necessità totalmente trascurate da decenni e sembrava intenzionata con tenacia e capacità a ravviare la struttura. 

A ottobre di quell’anno, un sindacalista importante dell’amministrazione durante una riunione online ci urla addosso che dobbiamo smetterla di far storie sul piano di razionalizzazione di cui non si deve più parlare: i seggi altrui valgono bene il massacro nostro (massacro perché con gli attuali coefficienti pensionistici questo buzzurro ci sta condannando letteralmente alla miseria. E lo sa.)

Avevo tentato di mettere su un gruppo degli idonei per cercare soluzioni alternative a un annullamento puro e semplice della graduatoria: ma siano cuor di leone loro o siano consigliati da qualcuno non so, i miei prodi colleghi dopo un paio di riunioni si liquefanno senza neppure tentare di avanzare uno straccio di rivendicazione o semplicemente manifestare la nostra esistenza. E ciò malgrado io fossi riuscita a trovare un contatto diretto con uno dei responsabili del piano che si era detto disponibile a far valere i nostri argomenti. A quel punto, non ho voluto fingere di parlare a nome di tutti mentre ero rimasta sola e ho dovuto lasciar cadere la cosa. E’ una delle cose che mi rimprovero di più, non aver osato.

Un’ambiziosa collega specializzata nel chiagnifottismo mi accusa addirittura di “gettare il discredito sulla categoria” (casualmente in quel momento sta puntando a posizioni che richiedono una delibera dall’alto). Un’altra, che credevo amica, mi accusa di volerli usare come massa di manovra (di che???). Si scopre poi che tiene alla nomina di un’amica…

Non me ne rendo immediatamente conto, ma questi episodi mi abbattono in una misura di cui non comprendo subito la portata. Per cui mi avvio verso il 2022 dove alcuni impegni lavorativi importanti mi attendono. 

Nel frattempo la malattia della mia mamma arriva a toglierle l’autonomia. È una scossa psicologica non indifferente confondere le generazioni e dover assistere chi ti ha sempre assistito, sapendo che non ci sarà miglioramento. Suo marito pensa che io abbia la bacchetta magica e piuttosto che chiamare il dottore, per non disturbarlo, chiama me (che abito a quindici km, tra l’altro): con l’aria di aspettarsi che io possa far fronte a crisi del genere per di più al telefono, mentre io posso solo chiamare a mia volta un medico peraltro senza vedere direttamente la situazione. Sembra ritenermi responsabile dei danni che la malattia di sua moglie provoca alla sua vita e al loro ménage. Una colpevolizzazione pesante da sopportare.

Gli impegni lavorativi apportano una tremenda botta, perché la persona che mi ha associato al suo lavoro ha uno scatto d’ira isterica totalmente immotivata nel momento in cui si rende conto di non riuscire a padroneggiare qualcosa che il giorno prima le avevo consigliato vivamente di controllare preventivamente, vedendone l’importanza e non essendo in grado di farlo io stessa (non è il mio lavoro e non ne sono capace, come questa persona sa da tempo). La cosa è talmente enorme, finendo con il coinvolgere il lavoro fatto insieme in un modo che non mi aspettavo, da lasciarmi svuotata e peggio, dati gli equilibri e i significati che non posso dettagliare qui. Non potrò mai più fidarmi al 100% di una persona cui ero sinceramente affezionata e grata, anche sul piano personale, il che sul lavoro non capita tanto spesso. 

Comincio a pensare di cambiare amministrazione in qualche modo. Faccio concorsi per la categoria superiore, ma sono pochissimi. Così inizia la vicenda che mi porta a trasferirmi per pochi mesi in una zona che certo mi piace più di Roma e poi a tornare, come ho raccontato.

Si aggiunge quindi la fatica fisica di affrontare cinque traslochi in pochi mesi: due per andare e tornare da fuori, tre prima di rientrare in casa mia che nel frattempo è affittata. Grazie a quell’affitto riesco a avere per la seconda volta in vita mia una casa degna di questo nome: dipinta di fresco, curata, pulita, con un ingresso, cucina, bagno, vasca da bagno! due stanze, due balconi e una vista mozzafiato sul mare. Inondata di sole. Passo i pomeriggi seduta a godermi il divano comodo, l’aria, il sole… Ma solo fino a maggio, però: dopo il prezzo aumenterebbe fino a due o tre volte il mio intero stipendio.

Riuscire a ripulire tutto e rimettere quasi in ordine in casa mia richiede quasi un anno. Più le lotte per riuscire a andare a Parigi.

In questo periodo da Parigi arrivano un paio di cose da fare e una irrimediabile notizia. Di fatto sono per due anni fuori da qualsiasi cosa e capacità ragionativa: o forse no, perché un paio di cose riesco a buttarle giù con fatica e discontinuità purtroppo. Purtroppo non solo per me, ma per la fiducia e la presenza che da oltralpe mi arrivano sempre, malgrado tutto. 

Mi manca il sole, perché nella mia casa non ci entra mai e in ufficio nemmeno. Entra nelle stanze di chi meno ci sta.

Mi viene prospettata un’ipotesi di trasferimento, ma poche settimane prima di partire l’amministrazione di destinazione si tira indietro. 

I contratti vengono rinnovati e nella nostra amministrazione arriva dopo nove anni un differenziale stipendiale. Metà degli arretrati però finisce in tasse. Metà della tredicesima ugualmente. La legge finanziaria 2026 detassa al 15% gli aumenti stipendiali dei dipendenti privati. Non i nostri. La discriminazione mi rivolta e mi offende. E comunque quegli aumenti non avrebbero coperto i costi di sanità, bollette, treni che rendono difficile mantenere i legami con famiglia e amicizie distanti, indebolendo ancor più la rete sociale di relazioni e di sostegno delle persone. Ma i treni devono rendere, che diamine.   

Comincio a percepire che nella mia situazione non c’è più prospettiva reale di niente. Di riuscire a essere felice sul lavoro, ad esempio. Di ritornare in forma (ho preso venti chili da quel figurino attivo e combattivo del 2020). Di avere una casa in una zona non deprivata che non sia un bilocale luminoso ma senza sole. Di coniugare in qualche modo la vita con il cervello. Di sperare nella pensione dignitosa, perché se con le regole precedenti alla Fornero avrei potuto sperare in una pensione vera, con i 43 anni del governo Monti e dei suoi mandanti UE avrò solo la pensione di vecchiaia, senza scampo. Cioè al massimo - e non credo che avrò il massimo, perché grazie al governo Prodi ho una decina d’anni a parasubordinato - 930 euro al mese. Minimo, 650. Quindi la pensione non sarà certo un modo per potermene andare a vivere a Parigi e disporre infine del mio tempo, ma un pensiero assillante e continuo su come evitare di spendere per checchessia. Eh, ma lo stato deve risparmiare… questo risparmio si paga con la vita dei suoi cittadini.

Dal 2021 le estati sono molto calde. Questo mi stronca, anche perché le passo con mia mamma sempre meno autonoma e sempre più difficile da trattare, oppure lavorando, perché non posso permettermi di pagare i prezzi di una vacanza ad agosto. In particolare quest’anno il riposo non esiste. Sono esausta, ed esausta arrivo qui, ma felice. Invece mi ammalo.

Il post precedente nasce dall’impressione di essere con tutti questi fardelli totalmente fuori posto rispetto a chiunque possa incontrare. Da chi appartiene a ceti al di fuori di questo genere di problemi, a chi fugge dalla realtà sostenendo ciecamente che qualcosa deve succedere perché non è possibile che resti tutto così, a chi spiega, con gli occhi brillanti, di avere dato per tre anni 50 euro al mese a qualche fondo che tra due anni gli darà… diecimila euro: di che vivere forse sei mesi, se non paghi affitto e non hai cure mediche (un addetto al banco del pesce del Carrefour, dove vado per utilizzare i buoni pasto - io preferirei il mercato). Sì, l’impressione è di star assistendo a una negazione del macello cui siamo condotti da parte di quasi tutto il ceto che sta sotto i quarantamila euro e sopra i quaranta anni. Quel ceto che il welfare aveva portato a crescere, studiare, vivere in case decenti (non le cantine senza finestre rese di nuovo abitabili da piani casa di berlusconiana memoria), godere di un paesaggio e di un tessuto urbano tutelati e non lacerati da orrori di cemento che distruggono le sane case umbertine dai soffitti alti, finestre ampie, ben aereate e piene di luce… ma ehi il debito pubblico!!!

Ah, il personaggio di cui sopra è oggi collaboratore del governo Meloni. Magari finirà con il diventare ministro.

Salvo imprevisti, vivrà più a lungo di me. Non è il più giovane dei due.

 

domenica 27 ottobre 2024

Domenica 27 ottobre

 Stasera, davanti alla mancanza di vie d’uscita, all’assoluto immobilismo della situazione, di nuovo sorda e intensa la voglia di morire.

martedì 22 ottobre 2024

Ancora così

 Se dovessi spiegare come mi farei un autoritratto sarebbe sempre questa fotografia:


Da quando l’ho vista diciannove anni fa. Magari senza tutte quelle foglie di carta spiegazzata, ma lo spirito che mi attribuisco è esattamente quello di questa fotografia dell’australiana Anne Geddes.


venerdì 29 dicembre 2023

No, no basta basta. Non voglio diventare un mostro. Non vedo più la vita.

 Ancora una cattiva notizia, il 28 di dicembre. Che non c’è tempo per contrastare. Sempre dai soliti. Cioè dall’amministrazione di provenienza, che, dopo avermi di fatto messo nell’obbligo di tornare, riesce ancora una volta a distruggermi la vita o un solo minimo spiraglio di serenità che mi costruisco mentre sto tentando faticosamente di recuperare. Con un motivo chiaramente pretestuoso e in modo del tutto inusuale, mi impedisce di prendermi un periodo di respiro di cui ho sempre goduto per studiare all'estero, che ho richiesto in misura notevolmente inferiore al solito e di cui ho estremamente bisogno dopo un anno come quello che ho solo in parte qui descritto. Il tutto fatto in modo sadico, all’ultimo momento, provocandomi ovviamente il massimo dei disagi e delle perdite economiche, con chiari tocchi di compiacimento nel tono e con una motivazione che fa di tutto per non lasciare spazio a richieste future. 

Una volta a Roma mi avevano lasciato capire a mezze parole che chi rientrava, peraltro per cause indipendenti dalla sua volontà, andava soggetto a una sorta di reparto di punizione. Persino quando, come nel mio caso, aveva solo esercitato il legittimo e sancito diritto di ogni lavoratore di tentare di migliorare la propria posizione. Vale a dire per avere fatto e vinto un concorso, fuori da un’amministrazione in cui siamo da otto anni senza scatti di livelli economici che dovrebbero essere triennali, dopo la distruzione delle carriere con l’eliminazione delle categorie superiori, il declassamento di categoria unito alla decimazione delle posizioni organizzative per tagliare sulle relative retribuzioni e indennità, con un regolamento del lavoro a distanza, che offrirebbe sollievo mettendo lontananza tra i compiti e il luogo spesso fatiscente e malsano di lavoro, tra i più insensati e restrittivi d’Italia, condannati in vecchiaia alla miseria dal sistema pensionistico contributivo puro della riforma Dini aggravato da decenni di para subordinato prodian-berlusconiano, cui bisogna aggiungere lo smantellamento del mio settore, considerato dall’amministrazione alla stregua di un salvadanaio da rompere tagliandoci tutto il possibile, che ci svuota di ogni senso lavorativo riducendoci tutti a esecutori del livello di servizi più elementare, deprivandoci di ogni soddisfazione professionale, crescita e direi vita mentale, pur essendo spesso tra il personale più formato e qualificato nel proprio campo. E bloccando sistematicamente ogni richiesta di trasferimento che non sia sostenuta dal padreterno come certi ministri, ad esempio. Giacché ovviamente chi può fugge. Prigionieri di un’amministrazione in questo tra le più stolide e incapaci, con una solida tradizione di disprezzo per le persone nella gestione del personale, a detta dei più anziani, e delle sue condizioni logistiche e lavorative. A lume di naso chi è tornato meriterebbe i ponti d’oro, se si tiene tanto a trattenere il personale. Basterebbe questo a mostrare l’intelligenza di certi uffici.

Non immaginavo che avrei dovuto passare per questo, per aver fatto qualcosa di perfettamente legittimo e non certo di favore come prendere un’aspettativa per vittoria in un concorso e subire in seguito la folle situazione di trovarmi non per mia colpa invischiata in un ricorso che non mi contesta nulla personalmente. Se avessi immaginato una tale sadica e inutile meschinità forse avrei sfidato la sorte, anziché tornare, benché la disoccupazione sia il mio incubo da quando ho dovuto attraversare per un decennio la precarietà prodiana - ah, l’amato Prodi, che brava persona. Ma, con tutta la disistima che potevo avere nei confronti dell’amministrazione, una simile concezione di come trattare degli esseri umani era per me del tutto inconcepibile e fuori dal mio orizzonte. Sbagliavo.

Vorrei disfarmi. Non resisto più. Passo i giorni piangendo senza scosse, senza singhiozzi. Le lacrime scorrono senza la mia volontà.

Ho ancora dieci anni da passare li’ dentro per ora e la pensione non è mai stato il mio orizzonte.

Mi vedo tornare al lavoro per sempre senz’anima, indifferente a qualsiasi cosa, agendo come un automa per il minimo indispensabile. Pur di sopravvivere. La caricatura del dipendente pubblico, del servizio pubblico, di un essere vivente. 

Quello che per tutta la vita ho tentato di evitare. 

Non posso arrendermi a questo destino. Ma non ho armi.

Fantastico di piantarmi un punteruolo acuminato nel petto. Non posso accettare questo destino né tantomeno questa immobilizzazione in questo momento. Avevo predisposto tutto per passare queste vacanze e questo periodo in ragionevole serenità, metabolizzando e dandomene il tempo per ricominciare a guardare l’avvenire. Mi ero costruita intorno un ambiente provvisorio ma sereno, con piccole cose che mi piacciono: un fotoforo variopinto a forma di elefantino, un ramo di agrifoglio fuori dalla finestra, un mazzo di fiori e una candela galleggiante azzurra, una nuova borsa termica molto colorata per il pranzo perché quella vecchia, in briciole era da tempo finita nel cestino. Qualche svago che mi dà soddisfazione: l’oratorio di Bach per Natale in un luogo bello, una sera a teatro, e un’attività gratificante per completare impegni presi da tempo. Qualche sorriso aveva ricominciato a spuntare, una volta lontana da un luogo di lavoro insostenibile, qualche minimo desiderio, qualche capacità di riflettere su un lavoro stimolante, beninteso non remunerato, di altra natura. Adesso sono piegata in due dai singhiozzi e non riesco a tenere il ritmo del momento per momento in cui mi ero avvolta come in una coperta. Non è più la distanza apatica ma autoprotettiva che descrivevo a novembre, in cui mi sentivo una corona circolare intorno. È una disperazione piana e continua che non si appaga mai e mi svelle la capacità di ragionare o di pensare ad altro. Ricomincia il mal di testa costante. Ricomincia la nausea forte. Tensioni ai muscoli e dolori osteoarticolari lancinanti. Tutto è diventato smorto e non ha più importanza. Solo le lacrime che scorrono e cadono sul tavolo. Disordini alimentari: spinta compulsiva a mangiare ogni venti minuti. Dimenticanze delle cose importanti, anche le più amate: oggi il concerto di Capodanno che ascolto ogni anno con assoluta regolarità. E altri comportamenti inediti e dannosi... Ansia paralizzante ogni riflessione. Non riesco a uscire, non riesco a dare importanza a nulla, non riesco a pensare ad altro che a questo incubo, un gesto gratuito e stupido, oltre che controproducente - se non mi volevano bastava darmi la possibilità di restare fuori, come avevo chiesto - contro cui non posso fare niente perché viene dall’alta gerarchia.

Non mi è mai successo in vita mia. Né davanti ai lutti, né ai problemi economici, alle perdite, alle sconfitte, alle difficoltà, alla malattia, mia o dei miei cari. Nemmeno a qualche periodo di disoccupazione. A niente. Mai.


lunedì 25 dicembre 2023

Natale di strage. Uno strazio senza fine, che ha accompagnato tutta la mia esistenza.

 Vivo in un paese dove gli esponenti di partito dei penultimi governi si gloriavano di chiudere ospedali per “tagliare la spesa pubblica e abbattere il debito”. (Oggi li privatizzano ancora con liste d’attesa infinite e intra moenia pur di non pagare il personale in modo congruo. Siamo sempre al taglio della spesa pubblica corrente: lo vuole mamma UE.)

Vivo in un continente dove in un paese “a pochi chilometri da noi” come una volta si diceva della guerra nell’ex-Jugoslavia, in un’altra guerra non dichiarata ma non per questo incruenta, i governi dei memorandum dei fondi UE hanno aumentato la mortalità infantile del 43% e non solo quella, con i loro programmi folli e insensati di tagli alla spesa pubblica. (Lo vuole mamma UE. E noi cani da guardia taciamo, apposta.)

Non posso non inorridire davanti alle affermazioni dell’OMS secondo cui non ci sono più ospedali funzionanti in un paese da mesi bombardato senza risparmio.

W la democrazia.


sabato 16 dicembre 2023

Sto cercando una carezza

 Dopo l'ennesima scenata su tutto e niente, mentre sono ancora convalescente, stravolta dai farmaci, e l'ennesima lamentazione sulla sua triste sorte in cui peraltro non ammette l'aiuto di nessuno. Mai una sola parola di conforto o di cortesia su quello che mi è successo, inclusa la morte della mamma di un'amica di scuola. Mai un apprezzamento o un'accettazione su quello che faccio nel quotidiano, o su qualcosa che gli offro. Solo odio, svalutazione, disprezzo e rimbrotti. Capisco come si può diventare un ragazzo selvaggio o un bambino di strada. Rientrare sempre più tardi girovagando al freddo e alla pioggia, i giorni di festa e di riposo che diventano incubi perché è tutto chiuso e non sai dove andare. Aggrapparsi ovunque a qualsiasi briciola di attenzione che non passa le ventiquattro ore a cercare pretesti per attaccarti. Magari poi ti passa una bottiglia o peggio, quella briciola trovata per strada, tra chi anche lui non sa dove andare, perché è reietta come qualsiasi ragazzino scomodo scacciato di casa senza averne l'aria, perché è lui quello che non ti rispetta. Non sono a quel punto, non m'attira affatto, ma capisco perfettamente la pressione psicologica in cui ci si può trovare e che spinge a quelle derive, per esasperazione, per tristezza, per sfinimento e voglia di sopravvivenza, di accoglienza, anche nell'autodistruzione collettiva, se altro grumo di rifugio, altro tetto non c'è. 

Invece della bottiglia ti becchi  la polmonite, magari. Sono qui da poche settimane, con due WE lunghi fuori, tra mille impegni e difficoltà logistiche, oltre che psicologiche e di salute, non da un anno e in ogni caso la mia permanenza non potrebbe mai protrarsi così a lungo e lo sa. Hanno una casa in campagna dove vanno sempre: ci sono stati un giorno, guai mollare la posizione, se proprio gli sono insopportabile. Le stesse richieste ripetute quando non ci possono essere risposte: quando guarisci? Oggi non mi reggevo in piedi. Se fossi più giovane e lui più forte, mi avrebbe del tutto schiacciata. D'altra parte mi azzera anche così, mi sento una torturatrice per il solo fatto di esistere e di avere bisogno di una soluzione transitoria. Il che, nella mia situazione attuale, è come versare veleno in una piaga. E impedisce di elaborare e recuperare quanto ho passato, bloccandomi in una situazione di allerta perpetua, mentre la sberla lavorativa mi ha messo nella condizione che descrivevo due post fa e che non si è alleviata. Avrei disperatamente bisogno di un ambiente sereno per potermi concentrare su qualcosa che porti l'attenzione su altro e risvegli la voglia di vivere, colmi il bisogno di riposo, inutile illudersi, non c'è. Per vedere altro colore, oggi ho tirato fuori tutti i rossetti e mi sono truccata sul letto. Il minimo gesto di uno sconosciuto che mi veda come un essere umano nella vita quotidiana, una banale parola civile e gratuita in un negozio o sul portone mi riempiono gli occhi di pianto.

Dio se i patrigni esistono. Altro che le fiabe sulle famiglie ricomposte dove tutti son tanto civili e solidali e comprensivi e tanto tanto bravi.

venerdì 15 dicembre 2023

Di nuovo

 Dopo un mese di ottobre pâssato a tenere a freno i malanni di stagione ripetuti. Di nuovo febbre tosse mal di gola, l’energia che di colpo scompare e riappare.Di nuovo l’opacità nei polmoni dopo venti giorni di antibiotico. Di nuovo l’aria che ogni tanto scompare. Di nuovo la caccia alla carne nel piatto come se restituisse la vita.

Di nuovo sventole di antibiotico per settimane; di nuovo effetti collaterali pesanti così duri da obbligarmi a sospendere la cura e a cambiare principio per uno che non è efficace perché un dolore simile si sopporta solo se si è in pericolo di vita. Tra l’altro sono allergica a una intera classe di antibiotici, proprio i più efficaci in questo caso e i principi che posso assumere sono pochi. Di nuovo il cortisone che scatena istinto di mangiare perpetuo. Di nuovo le nausee di ore.   

Vado a fare l’orale del concorso febbricitante, in una nebbia, con la pura forza di volontà, ma soprattutto con l’impressione di non reggermi in piedi. Non è neppure troppo difficile, ma sono così rimbambita che su una domanda non proprio della disciplina mia, semplicemente dimentico di sapere l’ovvia risposta che mi torna in mente appena uscita dalla sede del concorso, e mi do’ i pugni in testa. E loro mi avevano anche  chiesto se avevo qualcosa da aggiungere. Devo dire una commissione squisita. Del resto il distacco dal primo candidato dopo lo scritto era tale che non avrei comunque potuto colmarlo neanche con un orale perfetto a meno che costui non facesse scena muta. E di posto, dato il ruolo, ce ne può essere uno solo. Ripiombo a letto svuotata per un’altra settimana. La gente mi sollecita ovunque tutti i lavori e le incombenze rimaste a metà dopo il trasferimento inutile in dieci giorni nella nuova sede durata pochi mesi. Non ce la fo: semplicemente non ce la fo più. Di nuovo le mille beghe piombatemi addosso: la patente perduta nel trasloco, il CAF che ha trasmesso una cifra sbagliata all’Agenzia delle entrate e io che devo restituire trecentocinquanta euro di rimborsi. Il marito di mia madre non fa che umiliarmi, attaccarmi e tormentarmi su qualsiasi pretesto per rendermi la vita impossibile, arrivando a sobillare mia madre stessa, rinfacciandomi tutte le scelte che ho fatto negli ultimi diciotto anni - si diciotto. Non lo fermano la mia depressione, il mio bisogno di calma se non di affetto di cui non è capace dopo quanto accaduto con il ricorso, non lo ferma che stia preparando un concorso, non lo ferma neanche la malattia che per lui non è un impedimento a nulla, quando è la mia. « Ah, non sei da sanatorio » commenta. Segue e controlla ogni cosa che faccio, o che fa la mia mamma, che non può prendere un libro piuttosto che un altro, non può alzarsi e fare qualcosa in un’altra stanza, non può avere un attimo di respiro. Quanto a me, mi viene dietro in cucina per controllare se ho messo un pentolino o un bollitore sul fuoco e quanto ce lo tengo. E sempre perpetuamente a incalzare su cose che io non posso sapere perché richiedono il loro tempo, che non dipende da me e che riguardano la mia permanenza qui, come gli ho peraltro spiegato. La mamma è arrivata a prendermi di forza e portarmi a sedere nel soggiorno, dove fa più caldo ed è soleggiato. Lui se mi vede li’ si risente. E se non ho nessuna voglia di rimanere qui, sono anche straziata all’idea di lasciare mia mamma in quella che sembra una prigione senza sbarre di controllo ossessivo sui minimi comportamenti e gesti quotidiani, perché nulla deve sfuggire a suo marito. Ma è una situazione che mi fa terribilmente male, mina quel po’ di resistenza umana che riesco ancora a alimentare in me, facendomi sentire un peso, un vecchio straccio, un essere orribile che turba la serenità di un vecchio incattivito.

E sono ancora così. Sfinita. Senza futuro. Non riesco a pensare a qualcosa di minimamente complesso e ho il terrore di altre spese inaspettate. Voglio solo leggere in pace, magari al sole. Fa bene il sole addosso sui bronchi e i polmoni malati. Rinvigorisce di colpo. Finché ci posso stare, al sole.