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Toulouse en érasmienne

domenica 25 gennaio 2026

Ci dev’essere un perché…

 Ieri giorno di sole a Parigi. Tutta felice mi prendo ben due ore di pausa e come si fa qui via a godersi l’azzurro caldo e a recuperare dall’ottico gli occhiali su cui mi ero sbadatamente sdraiata la sera prima (tragedia dramma catastrofe. Oui mais à Paname e infatti un’ottica deliziosa prima mi dice di no perché non sono cliente, poi le spiego la mia difficoltà e accetta di trovare una soluzione. Per questo amo la Francia e i Francesi). Tanto più che per domenica (come ti sbagli: quest’autunno a Roma non c’è stato un fine settimana di bel tempo) e le due settimane successive sono previste solo pioggia con grisaille. Mentre sto rientrando mi viene un sussulto: il rosone di Notre-Dame a quest’ora è inondato di sole. Voglio vederlo con questa luce tersa. Ho già visitato la cattedrale dopo la riapertura, ma era di sera e non ci passo spesso.

La fila scorre, sinuosa. Quando tocca a me, passo il métal detector e mi fermo fuori dal flusso, di lato, a guardare il portale, attività che in un luogo turistico mi sembra normale, o almeno dovrebbe, badando a rimanere distante almeno un paio di metri dalla gente che entra. Un guardiano mi parla in maniera incomprensibile. Si’ perché appunto, come dicevo nel post precedente, ormai a Parigi chi si occupa di molti mestieri viene da paesi arabi o subsahariani, e i primi a essere stati impiegati così sono gli addetti alla sicurezza. I quali parlano un francese che definire approssimativo è poco, non tanto per la grammatica, che non riesco a valutare, quanto proprio per la pronuncia, ma, e qui sta il problema, sono convintissimi della propria perfezione. Quindi, la sola reazione che concepiscono è urlare addosso al malcapitato che non li comprende o che parla in un modo che loro non capiscono. 

Perché se in venti giorni due persone insistono a catechizzarti sul fatto che qualunque parola contenga un’y si pronuncia « iè » quindi Lyon si cangia in Lyé e se tu cerchi un titolo che inizia con la parola in questione e loro non lo trovano nel database è colpa tua, e per soprammercato insistono per venti minuti perché TU devi ammettere che TU sei in errore perché loro sono perfetti… per non parlare di frasi e parole smozzicate, gridate sempre con tono iroso e frettoloso, siamo davanti a un piccolo, lieve, insignificante problemino non di razzismo, fobia o altre idiozie paternalistico-moraliste di facile piagnisteo buonista da occhi foderati di prosciutto, e nemmeno davanti alla lotta di classe come pretendono i dementi alla nona, ma, perlomeno, di semianalfabetismo, qualunque titolo di studio costoro abbiano nei paesi di origine - ma non penso siano molti, perché non hanno proprio confidenza con l’espressione scritta e anche in certo modo parlata. Sarà appassionante per un glottologo o un linguista, ma quando si deve interagire sorge qualche difficoltà. Insomma, tra un’immigrazione tumultuosa e i tagli alla scuola e in generale ai servizi pubblici siamo ripiombati nel XIX secolo, quando tra abitanti di uno stesso luogo era difficile persino capirsi, non parliamo poi di lavorare a compiti vagamente delicati, che richiedono comprensione delle sfumature, interazione e consapevolezza della complessità. D’altra parte se si dovesse rimandare la totalità di questi adulti, ammesso che lo accettino, alle elementari, non ci starebbero in tutte le scuole di Francia. Alla faccia del multietnico: la più grossa mistificazione paternalista dei nostri giorni. Quando ho visitato Los Angeles downtown decenni fa, mi ero accorta che di multi non c’era un accidenti. Una giustapposizione di quartieri totalmente diversi gli uni dagli altri al punto di essere incomunicanti e incomunicabili, con interessi diversi e culture diverse, senza particolare voglia di costruire qualcosa in comune. I grattacieli del semivuoto quartiere degli uffici (la gente li’ non la vedi mai eppure ci sono edifici colossali), la finta bomboniera giapponese col ponticello attorniato da un po’ di verde, l’accampamento di tossici devastati e segnati, sporchi di nero come minatori, vestiti di stracci tutti grigi, scarmigliati che ti guardano come in un libro di Steinbeck, tutti bianchi, se te lo stai chiedendo - oh ma come siamo bravi, qui ché non siamo razzisti. Una società orribile, un mondo povero, squallido, scardinato e sradicato. Posticcio come una cianfrusaglia di Shein. Tutto a portata di gamba, in un’ora di cammino tranquillo.  

E quindi che ne fai di questa massa di sradicati e ricongiunti? In un’economia, quella UE, programmaticamente deflazionista, cioè con alta disoccupazione e precarietà lavorativa? Li butti nei mestieri mordi e fuggi, nei supermercati, nella sicurezza… già, la sicurezza. Perché oggi la sicurezza nei monumenti non è più fatta dai custodi, dipendenti pubblici, formati e ragionevolmente pagati che un certo stile qui l’avevano, ma da persone spesso provenienti da paesi in cui certe viziose delicatezze occidentali non vanno di moda (ma guai a dirlo, siamo razzisti!) e che non hanno la minima idea di come e perché i visitatori usino certi luoghi, e soprattutto abbiano diritto di usarli, perché nessuno si è preso la briga di spiegarglielo: è un costo, no? E noi siamo il privato: bello, bravo e produttivo per definizione.

Il visitatore è un potenziale pericolo. Per cui deve credere obbedire e andarsene. Mentre gli addetti, che non sanno parlare la lingua del posto e non sanno capirla, cosa che non li deve far sentire tranquilli, se solo avessero la forza di ammetterlo, hanno in mente una sola cosa: bloccare e reprimere e sbarazzarsi di te, guadagnandoci il massimo (e chiudendo i bagni sempre prima, per evitare che tu ci vada a fine visita, prima di tornare a casa). Starebbero benissimo a Minneapolis, per fortuna non sono armati. Di solito. L’impressione è che molti abbiano esperienza militare, chissà dove e come. E che il solo modo che conoscono per interagire sul lavoro sia quello con prigionieri o potenziali bersagli nemici.  Ma non bisogna essere razzisti: è ovvio e naturale che in un museo, in una biblioteca, in un monumento il ruolo, anzi il posto del visitatore è quello: che altro?

Insomma, il guardiano di cui sopra mi si avvicina e mi chiede di seguirlo, cosa che faccio. Si dirige verso l’uscita e vuole sbattermi fuori. Protesto dicendo che non sono neanche entrata. Discutiamo per un minuto o due e poi entra in gioco quello che è per loro evidentemente un punto debole: il fattore tempo. Se lasciano la posizione o comunque il flusso si intralcia non va bene e dev’essere assolutamente evitato. Dato che gli chiedo per favore di lasciarmi entrare e stiamo già discutendo da un po’ io sto di fatto creando un blocco nell’ingranaggio e va sciolto il più rapidamente possibile. Spiego che stavo guardando il portale di Notre Dame. Siccome non è la manovalanza più bieca, qualcosa deve fargli intuire che la mia palese follia non è di quelle a rischio ma un’innocua stramberia da incosciente e che magari, tutto sommato, è improbabile che nutra l’intenzione di sottrarre statue di pietra saldamente inserite al loro posto e pesanti un mezzo quintale, né ho il fisico o l’ equipaggiamento per arrivare a sfregiarle.

Allora mi fissa serio negli occhi: «Signora, guardava il portale… ma lei, perché lo fa?»  

L’inclusiva società multietnica deflazionista in marcia.

Il rosone era bellissimo. Un caleidoscopio.




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