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lunedì 6 luglio 2020

Sgambettare felici

A loro non tocca, possono non preoccuparsi troppo. Se lo prendono guariscono, pare, senza problemi. E sono diventati un passaporto.
I bambini piccoli. Quelli proprio piccoli che vanno ancora in giro in braccio, in marsupio, in passeggino. “Ils poussent” diceva un signore anziano che a Parigi incontravo in ascensore commentando i nuovi nati della primavera.
Una cosa bella di questa epidemia, posto che ce la dovessimo proprio prendere, è stata la relativa sicurezza che ha circondato i popi.
Che a me piacciono moltissimo, finché gli adulti non li guastano con le loro ossessioni, paure e irregimentazioni. Si sono visti ovunque appena è stato possibile, branditi nelle braccia rilassate dei genitori, portati finalmente all’aria aperta senza timore.
Paffuti, mezzi svestiti, ridenti, scalcianti, sgambettanti. Curiosi, assorti, giocosi. Chiacchieroni, esploratori, ciangottanti.
Due mesi fa la riapertura a Roma: si poteva muoversi per fare attività motoria e visitare persone care e vicine.
Il primo giorno, lunedì 4 maggio, lunghissima passeggiata per la gioia di sentirsi camminare.
In giro tante coppie anche insieme, tutte dotate di fagotti morbidi e tondi. Piedini e cosciotte nude, braccine all’aria, occhioni spalancati.
E ancora oggi, nei giardini, sui prati, tra un fulgore di erba e di fiori, esaltati da una primavera infine priva di gas di scarico. Che non vedremo mai più, purtroppo. Oleandri, bougainvillee, tigli profumati, gelsomini da stordire, sia mediterranei, discreti e persistenti, sia indiani, grande éclat ma poca sostanza. Cieli smaltati e oro del sole.
E un altro tipo di coppie, quel giorno: mamme con le figlie già grandi, quasi adulte, o decisamente mature. Una visione abbastanza inedita, una scelta di vicinanza spontanea e poco prevista.  
Questo virus ha ribaltato il “prima le donne e i bambini” e ciò ha malgrado tutto messo un pizzico di noncuranza nell’ansia generale. Almeno qui, dove la tragedia non è stata grande come nelle zone industriali del nord.

P.S.:
Non posso ancora commentare sul mio blog, per cui risponderò fra un po’ ai commenti al post precedente.

domenica 21 giugno 2020

Post da nulla

Mi attendono, nel disordine: i pavimenti da lavare, che non sarebbero così terribili se la casa non fosse talmente piccola che due terzi del tempo se ne vanno nel molto peggiore lavoro di spostare oggetti e scatoloni per poterci pulire sotto; due stoviglie da pulire ché certo ho la lavastoviglie ma alcune cose serve tenerle sempre a portata di mano; i polpetti da cuocere con il basilico - ma loro sono gentili: si fanno da sé; due libri da recensire, un testo da finire da tempo vergognosamente immemorabile ché no, soccome non mi pagano per farlo, il tempo che mi resta da dedicarci è quello di un fine settimana che mi vede sempre più impegnata e stanca: ecco come si stroncano le velleità e la freschezza di idee di qualsiasi tipo; una mamma da visitare perché sta male e senza speranza di miglioramento (no COVID, malattia degenerativa), un di lei marito angosciato e angosciante nei miei confronti, che mi avvelena ogni raro: abitano lontano, momento che mi guadagno per passare con lei finché ha ancora una coscienza e vive; il pensiero di come trovare i soldi necessari ad assisterla. Avete mai letto i passi per una procedura di invalidità elaborati dall'INPS di questo laido figuro e dei suoi simili? Ecco, ve li consiglio se volete capire cosa sia l'umiliazione che devono passare un malato e un familiare già sconvolti da una situazione tra le più insostenibili fisicamente e moralmente.
Mentre dovrebbe essere automatico, una volta avuta una diagnosi: volete un aiuto? Invio io medico la diagnosi che ho comunque redatto al pc, e la procedura inizia immediatamente, senza scartoffie che accertino peraltro ciò che la PA possiede già.
Sappiate comunque che siccome privatizzare e liberalizzare è bello, - lo spiega la mamma e la mamma ha sempre ragione - meno spese si devono sostenere per la previdenza e l'assistenza, più alti saranno i profitti per i privati che subentreranno. E i dirigenti, ovviamente, obbediscono, lieti: sono pagati apposta. "La buona salute dono del Signore, la cura del vecchio, atto di pietà familiare" scrivevano gli ispiratori:  il ministro dell'"adorato Prodi", e prima di lui Luigi Einaudi e Friedryck von Hayek, sì, l'ispiratore di quel tipo che ebbe qualche problemino da risolvere negli stadi. Ma erano gli antipodi, che importa qui e oggi? E' un altro mondo. Sì, proprio.
E questo sarebbe il giorno del riposo.

Ma niente: oggi mi andava di celebrare l'estate. Mattina di limpido cielo, davvero azzurro - grazie confinamento! - fiori di cui risplendono le vie mal o niente pulite: bouganville e oleandri impazziscono a Roma.
L'idea che la notte variasse da più corta a più lunga, i solstizi tutti mi hanno sempre emozionato, soprattutto quello d'estate, forse anche grazie a Shakespeare, o a quella volta che al parco vidi bambina la luce non finire mai e ne chiesi alla mamma tra una corsa e l'altra. Lei, seduta sulla panchina, mi spiegò che in questi giorni il sole restava più a lungo. Quindi si poteva giocare più a lungo al parco.
Comunque la notte dell'estate mi conquistò anche da adulta, e diviene sempre più fremente con il passare degli anni quest'idea di festa. Anche se da noi pochi la condividono.

Di solito la celebravo in Normandia, quest'anno non ci sarà che un post qui sopra, e finirà presto, molto più presto che al nord. Ricordo una sera tornando a Parigi da una giornata di meraviglie a  Strasburgo i 38° alle 21 h 00 scendendo dal trenoin pieno sole alla Gare de l'Est; ricordo i pianoforti per le strade a Tolosa in una settimana sferzata da acquazzoni che li resero inservibili, ma qualcuno li suonava lo stesso, incurante della pioggia e delle stonature.

Ieri sera invece guardavo il tramonto e l'imbrunire leggendo davanti ai Fori. Alle mie spalle un militare, dio sa perché i Fori sono presidiati dall'esercito, raccontava le storie della sua famiglia al commilitone a volume da altoparlante rave. Solita pacchianeria in giro nelle strade adiacenti, solita soddisfazione solitamente a me incomprensibile nel rientrare in una routine kitch prima come dopo.
Solita bellezza indicibile, superstite per frammenti. Ripenso all'idea di Cederna e Niccolini: l'area dei Fori e dell'Appia antica interamente pedonalizzata, il più grande parco archeologico del mondo.
Adesso il centro deve diventare un enorme B&b sussidio per pochi a redditi insufficienti, speculazione per molti di più in proporzione, espellendo i residenti da centri e zone semicentrali, come già avviene a Firenze, per offrire alloggi scadenti e ricavati al risparmio estremo a turisti anch'essi impoveriti dal virtuoso liberismo dei santi UE.

Oggi vediamo, per ora devo raggiungere il secchio, anzi il mocio. Benedetto sia. Sapessi dove metterlo, ne comprerei un secondo per il risciacquo.

 Alla libreria anarchica difronte al portone ho comprato la riedizione di questo libro la prima in rete nell'usato costava di più.
Ho voglia di ritrovare le biblioteche parigine. Una piccola buona notizia mi arriva, perché avrò per altri trenta mesi un'etichetta. Ma mi lasceranno andare da qui? E come farò con il denaro, dato che la fisioterapia che sto facendo mi prende i due terzi del mio salario tutti i mesi?

L'aria entra ancora fresca, piacevole, dalla finestra. Il sole fa rilucere le piante del dirimpettaio. No, qui non arriva mai, anche se la luce è sufficiente, ma picchia sul tetto giusto sopra la mia testa e mal isolato: comprare anche il sole nelle stanze avrebbe richiesto ventimila euro in più e quei soldi, che mi ha dato quasi interamente la mamma, non c'erano tredici anni fa. E non ci sono adesso.
Mi manca.   

Festa: sì, ma anche preoccupazioni economiche.

Ed ecco che nella scrittura l'angoscia sotterranea è uscita, ha trovato le parole nelle lacrime dell'impotenza, mischiandole alla schiettezza della voglia d'estate.

Post altalenante, quindi.
Come sempre.

Alla faccia degli idioti per cui "Godete delle piccole cose! Non pensate al domani! Il futuro è adesso!" e altre propagande narcotiche, fuffe più irritanti della cosa stessa.
Il mocio attende.

giovedì 11 giugno 2020

OHMIODIO.

Cosa non si farebbe per distrarre l’attenzione dalla miseria:


E bisognava anche discettare su fino a che punto fosse lecito sfottere un profeta defunto senza farsi ammazzare o minacciare di.
È lecito dubitare di quanti vadano a aggredire afroamericani perché istigati da un simile film.

È lecito essere inquieti quando la decisione sull’ uso e il significato di  un colore diventa monopolio di una sola parte dell’umanità. A Parigi un regista è stato cacciato dalla Sorbona da un gruppo di studenti perché aveva messo in scena (molto bene a mio parere) Le Supplici di Eschilo utilizzando per i personaggi delle maschere nere. Un episodio che svelava una ignoranza del contesto abissale, applicando filtri interpretativi del tutto anacronistici, importati dalla mentalità e dalla situazione ‘meregana, a un’opera e a una messa in scena che avevano tutt’altre coordinate culturali.

Più oltre, è la mentalità, sempre ‘mmeregana, delle tutele sociali, economiche, culturali e fisiche concepite e fatte passare solo e soprattutto come tutela delle minoranze, scavando così una moltitudine di enclave isolate nel corpo sociale, che apre le porte a situazioni del genere.

La comprensione e la definizione dei popoli e delle società non come insiemi omogenei e pacificati dietro una sola bandiera ma frastagliati e percorsi da conflitti di ogni tipo ha contribuito a garantire migliori condizioni di vita a tante persone.

La domanda è oggi perché malgrado la tutela delle minoranze porti a rimuovere fin l’odiosa vista di pezzi di materiali disparati, le minoranze siano ancora in gran parte quelle a reddito inferiore rispetto al resto della popolazione. Perché abbiano una vita media più breve. Perché muoiano più spesso di morte violenta. Ecc.ecc.ecc.
Con gesti censori di questo tipo si propaganda e si impone invece nel discorso solo una grande arma di distrazione di massa.

sabato 30 maggio 2020

Cedono gli irriducibili (post ad alto contenuto narcisistico e modaiolo)

Il perdurare della lontananza dal luogo di lavoro non significa, come costui s’è permesso di affermare da bravo ignorante o da troppo furbo che “gli statali e i pensionati non sono andati a lavorare” e malgrado ciò non avrebbero visto una perdita del loro tenore di vita (dal minuto 6.30) contrariamente ai “ceti produttivi”, cioè i padroncini e professionisti del privato, mentre gli altri, ovviamente, non lavorando per definizione non possono che non produrre (ammesso che debba essere un criterio di valutazione) quindi non fornire soldi per pagare le tasse, come se non fossero invece tra i principali e più affidabili contribuenti. I pensionati hanno già lavorato. I dipendenti pubblici lavorano da casa, molto spesso con spese aggiuntive a loro carico in connessioni, usura delle apparecchiature informatiche personali, costi del riscaldamento, luce ecc. Pensiamo come sarebbe più semplice se, invece delle liberalizzazioni imposte da codesta manica di infami farabutti che qualcuno ancora oggi sostiene per scannarci meglio parandosi malamente dietro supposti valori etici, oggi le utenze fossero pubbliche, non votate al profitto e si potessero agevolare rimborsi o tariffe per le spese sostenute in tempo di pandemia per motivi di lavoro, o sospendere i pagamenti a chi il lavoro l’ha perso.

Ma nel m e r a v i g l i o s o mondo delle libertà civili, figuriamoci se questi criteri hanno la minima importanza. Che crepino di freddo, i disoccupati, i lavoratori in nero, i precari, gli improduttivi pensionati quando li risparmiano il COVID e le linee etiche dell’Associazione anestesisti (ma quanto quanto quanto sono compassionevoli costoro): quel che è importa è occultare lo sfruttamento economico e la ricerca del profitto dietro la vacua bandiera dei diritti delle minoranze malamente intesi, perché presupposti come onnicomprensivi di ogni problematica e disagio, mentre non ne sono oggi che l’utile velo.

Ma come scrivevo nei post precedenti, lavorando da casa riescono a volte a sfuggire a una serie di frustrazioni del tutto superflue, imposte dalla voluta fatiscenza e dalla organizzazione controllante e perversa dei luoghi di lavoro, dal costo degli affitti e delle case che costringe a allontanarsi dal luogo di lavoro e impone sempre più lunghi viaggi per raggiungerlo con perdita del tempo e della qualità della vita.

Ciò detto, facnedo parte di una di quelle così privilegiate categorie che non sanno come pagarsi una lunga fisioterapia resa necessaria in buona parte dalla cattiva postura conseguenza della voluta fatiscenza di cui sopra, c’è chi almeno riesce, lontana da quella trappola di tortura gratuita che sono spesso gli uffici, a abbassare il livello di stress fino al punto da non dover trovare rimedio alla frustrazione nel troppo cibo troppo spesso. E a scoprire che dopo poco meno di tre mesi anche i più irriducibili vestiti sono finalmente tornati indossabili, dopo aver messo, con l’avviso del nutrizionista, la parola fine alla fase di dimagrimento, arrivando a un peso che si spera il mondo renda possibile alla mente di sostenere a lungo.
La gonna di seta comprata usata dal mio fornitore preferito, le marché du dimanche de mon village, per 2,50 euro, prezzo standard dei miei acquisti, e mai indossata perché stretta all’attaccatura delle cosce.


Il vestito da gran caldo, di lino, acquistato in un negozio un po’ eccentrico quando ancora potevo farlo, ormai decenni fa. Il negozio non esiste più.


I pantaloni del completo della stessa marca, forse ancora più vecchi (parliamo degli anni ‘90). Tra i miei pochi acquisti in fibre non naturali, uno sfizio, modello primi anni’70.

E ora si tratta di mantenere i risultati raggiunti, dopo aver festeggiato, con il permesso del medico, con il più enorme gelato che si ricordi, uno dei miei cibi favoriti, comprato in vaschetta qui, tornando a casa a piedi. 

venerdì 22 maggio 2020

L’attesa, la crainte

Aggiornamento: deviazione sull’autostrada. Tutto bene.
Fiuuuuuuuuu. Evviva.

E dopo che “la vie reprend” e non la tragedia non era più al centro dei nostri pensieri, ecco un appuntamento mancato, il silenzio, tutti i telefoni squillano a vuoto tra le frontiere. E dopo aver tentato tutti i mezzi di comunicazione possibili, non resta che attendere ché magari non è niente, solo un equivoco sull’ora e il come, solo un contrattempo, solo che non sarà niente perché questo legame proprio è di quei tre o quattro che non si possono perdere né sciogliere, non adesso, non in un momento come questo, quando c’è ancora tanto da sistemare.
Ascolti la voce nota, rassicurante, gentile e salda, tranquilla, sorridente e soignée e ti dici che no, non può averti lasciato così. Poi ti passano davanti agli occhi tutte le scene brutali degli ospedali che hai avuto la fortuna di vedere solo dal di fuori, immagini il peggio, non hai più strade per informarti. Pensi se in questo stesso momento quella voce e quel respiro stanno agonizzando e soffocando, pensi tutto l’orribile orrore per sperare di sbagliarti, ma non sai.
E attendi, sperando di avere solo sbagliato tu, o che dall’altro lato ci sia stato un problema del tutto esterno. Ma non il virus, no, il virus no, no no no.
Fase 2 sicura? Un accidenti.
Attendo, sperando di sapere.

domenica 3 maggio 2020

L’ultimo giorno senza smog

I monti azzurri che non avevo mai visto in dodici anni:

Quelli che apparivano sempre grigi in lontananza,


Terrazzi ridivenuti luoghi di conversazione:



L’orizzonte:

L’azzurro tenero dei giorni d’aprile:


La prima e sola spesa voluttuaria che desiderassi: fiori per il vaso fatto a mano venuto di Francia.

Per fortuna non sono fra coloro che torneranno domani in ufficio: oltre ai motivi che dicevo nei post precedenti, il mio luogo di lavoro, per mancanza di manutenzione e igiene approssimativa e tipo di frequentazione non è affatto tale da sentirvisi sicuri. Perché non fanno la manutenzione? Per risparmiare un paio di migliaia di euro. Fatto sta che è impossibile arieggiare, era un problema anche prima, a maggior ragione adesso.

C’è forse da sperare che si cambi andazzo adesso? No, certo. La cosa più probabile è che ci concedano graziosamente di restare a casa finché non passa la paura. Per poi farci tornare nella stessa identica fatiscenza di prima. Finché ad ottobre tutto ricomincerà.
ODIO LAVORARE IN QUESTE CONDIZIONI, ODIO QUESTA SPILORCERIA MESCHINA che toglie prima ancora che la sicurezza la dignità a noi, al luogo, al servizio che diamo.
Lo odio.








sabato 25 aprile 2020

Appunti sul MES: o dell’utilità di leggersi le norme (in corso)

Aggiornamento:
In fondo
Post a puntate, aggiornato di volta in volta.
Ringraziando le amiche di blog per i loro apprezzamenti culinari, dato che commentare è sempre complicato, passo a argomenti meno palatabili, ma certo più influenti sulle nostre vite.

Cosa è il MES? È un fondo finanziario, cioè un luogo dove si accantona qualcosa, in particolare somme di denaro. Un fondo simile è l’FMI, nato per aiutare i paesi in crisi da bilancia dei pagamenti (cioè che importano molto più di quanto esportano, magari per meccanismi spiegati qui e che sarebbero all’origine anche della crisi della zona euro).
Il MES è uno strumento che nasce e agisce solo all’interno della zona euro o dei paesi che lo adotteranno. Apparentemente fuori non ne hanno bisogno. Eppure il COVID pare non sia molto attento alle unioni monetarie quando deve chiedere un tributo mortale.
Misteri.

Non si tratta di un mero accordo intergovernativo; la sua istituzione è prevista dall’art. 136 paragrafo 3 del Trattato sul funzionamento dell’UE (TFUE), modificato con la decisione 2011/199 del 25/3/2011. Il paragrafo introdotto prevede la possibilità per gli stati dell’euro zona di istituire un « meccanismo di stabilità da attivare ove indispensabile per salvaguardare la stabilità della zona euro nel suo insieme. La concessione di qualsiasi assistenza finanziaria necessaria nell’ambito del meccanismo sarà soggetta a una rigorosa condizionalità » (traduzione maccheronica di « condizioni stringenti »).
Il nuovo paragrafo ha una sua storia che viene ricostruita nella parte introduttiva della decisione, articolata per punti e chiamata « considerando ». Al considerando 3 si racconta come il 28-29 ottobre 2010 nella riunione del Consiglio UE, organismo composto dai presidenti del consiglio dei paesi UE, più quelli di Commissione Ue e Consiglio UE, si convenne di istituire un meccanismo permanente di gestione delle crisi per assicurare la stabilità della zona euro, di cui intrinsecamente si ammettevano così le profonde debolezze. Altri precedenti meccanismi erano stati attivati dopo il 2008 e i vari paesi membri, Italia inclusa, vi avevano contribuito con decine di miliardi di euro: si trattava di renderli permanenti, giacché la crisi non accennava a placarsi e l’eurozona stava a cuore ai potenti, cioè rendeva al loro portafogli. In conseguenza dell’accordo di ottobre il Belgio chiese una modifica che inserisse nei trattati fondamentali della UE la necessità di sottomettere ogni assistenza finanziaria prevista a « condizioni rigorose ».
Tale paragrafo del TFUE fu regolarmente approvato e è tuttora in vigore, né si ha notizia di iniziative per abrogarlo o modificarlo.

Curiosità: se andate a consultare il TFUE nella cosiddetta « versione consolidata » il paragrafo in questione non ce lo trovate. Eppure esso è stato recepito anche in Italia, come mostra la pubblicazione sulla Gazzetta ufficiale della legge 23/7/2012 n. 115.

Altri articoli del TFUE vanno nella stessa direzione. Il 122 precisa la necessità di condizioni per assistenza finanziaria, il 124 vieta l’accesso privilegiato a istituzioni finanziarie da parte degli stati.

Non esiste quindi un « MES senza condizioni », come proclamano sui vari media personaggi di varia natura.
E nemmeno potrebbe esistere, perché...

...Oltre alle norme UE, anche la giurisprudenza della Corte di giustizia UE conferma la necessità delle « rigorose condizioni » per l’utilizzo del MES, nella sentenza della causa Pringle. Il signor Pringle aveva presentato un ricorso contro la legittimità del MES rispetto al diritto UE per diversi motivi. Uno è il divieto in diversi articoli del TFUE che esamineremo più tardi (dal 122 al 126) al finanziamento degli stati. Gli stati devono secondo la UE finanziarsi solo andando a chiedere soldi ai grandi fondi di investimento privati, cioè ai cosiddetti « mercati » e pagare il prezzo da essi stabilito.  Secondo Pringle il MES avrebbe violato il divieto di finanziamento.

La Corte di giustizia ribadisce quasi ossessivamente nella sua decisione del 27/11/2012 che è proprio e solo la « rigorosa condizionalità » - e dàgli - prescritta dall’art 136 p. 3 a garantire il rispetto del diritto della UE pur nella decisione di istituire un mezzo di aiuto agli stati (punti 92-147). Ad esempio ai numeri 69, 11, 136, 137, 143, richiamando inoltre l’art. 125 del TFUE sulla necessità di uno « stimolo » a « politica di bilancio virtuosa ». Cosa c’entri mai la virtù col bilancio non lo spiega.

Il Trattato istitutivo del MES del 2/12/2012 ribadisce più volte la necessità di condizioni per il proprio intervento: nei considerando al n. 6 per esempio, negli art. 3, 12 (che fissa addirittura i « principi » del MES) al paragrafo 1, nei sette paragrafi dell’art. 13 che illustra la procedura per ottenere l’ « aiuto » del MES. Sono previsti due tipi di credito: quello precauzionale e quello a condizioni rafforzate, detto anche ECCL (art. 12 par 1, art 14 par 1).

Il 9 aprile 2020 si svolge una riunione dell’Eurogruppo. L’Eurogruppo è composto dai ministri delle finanze della zona euro (e dàgli) che si riuniscono in modo informale senza che vengano tenuti verbali. Non ha funzione legislativa né consultiva, sono, o meglio dovrebbero essere, dei pour parler.
Al termine della riunione il presidente, il portoghese Centeno, emette un comunicato stampa in cui si elencano gli strumenti da utilizzare contro l’epidemia. Al punto 16 si trova citato il MES nella formulazione « ECCL », quello con condizioni rafforzate, appunto.

Non c’è male per essere « senza condizioni ».
 Più sotto si legge: « il solo requisito per accedere al credito » è l’impegno a spenderlo per la spesa sanitaria. Di lì derivano le affermazioni di media, politici e, cosa che preoccupa più di tutte, economisti o laureati in economia, che il prestito sarebbe senza le famose condizioni tranne la destinazione d’uso. Ma le « condizioni » capestro del MES nel Trattato sono designate non dall’espressione « requisiti per accedere » tradotto semplicisticamente e in maniera alquanto imprecisa con « non ci sono condizioni », bensì « strict conditionality » « conditionality attached to the  financial assistance facility » (art. 12 e 13 del Trattato).

Nel Trattato, dove si descrive la procedura per la concessione del sostegno, art. 13 par 1 e 2, il « requirement to access » evocato dal comunicato stampa, è momento e cosa diversa e preliminare al processo che definisce le « condizioni » - come si è visto passo necessario a norma di TFUE e CGUE, e recepite nell’art 12 che definisce « i principi » del MES - cui ricevere il credito (art. 14, par. 2 e 3).

 Condizioni che verranno invece precisate nei « protocolli di intesa » i famosi memorandum che sbranano la Grecia (art. 13 par 3). I protocolli vanno concordati solo dopo aver presentato domanda di ricorso al MES e dopo che il MES ha verificato l’ammissibilità della domanda stessa (ai sensi del par 1 lett. a e b: esistenza della situazione di crisi e sostenibilità del debito pubblico). Sono redatti dalla Commissione, dalla BCE e « ove possibile » dal FMI concordandoli con il paese richiedente (art 13, par 3-6 e art. 12 par 1, quello dei « Principi »).
Sì proprio quella coserellina chiamata « la troïka », coordinamento informale delle istituzioni di cui sopra.
Anche qui, non si ha traccia di modifiche al trattato.
Non c’è male, per essere « senza condizioni ».

I « Principi » dell’art. 12 prevedono appunto condizioni rigorose, commisurate al programma scelto, che possono andare da « correzioni macroeconomiche »=tagli&tasse, a condizioni di ammissibilità predefinite, come quelle enunciate dall’art. 13.
A ribadire il tutto, nell’ultimo capoverso del paragrafo 3 art 13, dopo avere descritto in dettaglio la procedura del protocollo di intesa, il Trattato MES ribadisce a mo’ di sunto dei principi che lo guidano: « Il protocollo di intesa è pienamente conforme alle misure di coordinamento delle politiche economiche previste dal TFUE, in particolare a qualsiasi atto legislativo dell’UE, compresi pareri, avvertimenti, raccomandazioni o decisioni indirizzate al membro del MES interessato ».
Vale a dire ancora una volta a tutte quelle condizioni e divieti in merito al finanziamento degli stati che si leggono dal TFUE in giù.
La chiara menzione del credito a condizioni rafforzate (ECCL) nel punto 16 del comunicato stampa indica che, a dispetto di qualsiasi « requirement to access» legato alla spesa sanitaria, le « conditions » ci saranno e ci saranno nella loro forma più stringente (art. 14 par. 1).
Postilla: l’Italia contribuisce con gli altri paesi alla formazione del capitale del MES, come ha contribuito agli analoghi fondi che lo hanno preceduto. Per l’esattezza, nell’allegato 1 del Trattato si precisa che il suo contributo è del 17,79%, cioè il terzo in ordine di grandezza dopo Germania e Francia, con un milione duecentocinquantatremila quote e con una sottoscrizione di 125.395.900.000. Tanto per fare un paragone, i Paesi Bassi partecipano con il 5,67% (Allegato 2).

Aggiornamento:
Apparentemente nei documenti preparatori del « nuovo MES » che risalirebbero al mese scorso, si faceva riferimento a due tipi di credito, quello a condizioni rinforzate contro la crisi da pandemia (che diventerà le ECCL del p. 16 del comunicato stampa prima riportato) e un inedito Strumento rapido di finanziamento di cui si sono in seguito perse le tracce. Per entrambi si elencano quattro elementi: le finalità, l’ampiezza, l’ammissibilità E le condizioni, conformemente del resto a quanto prescritto dall’art. 13 par 1-3 del Trattato istitutivo MES.
 Anche in questa bozza le « finalità », tra le quali rientrerebbe l’obbligo di utilizzare il prestito solo per spese sanitarie, esattamente come indicato dal comunicato del 9 aprile al punto 16, sono chiaramente distinte da un punto di vista formale e di impaginazione dalle « condizioni » cui il prestito, una volta verificata l’ammissibilità del paese, verrebbe poi sottomesso prima di essere erogato. Il tutto giova ripeterlo, in perfetta ottemperanza a quanto i trattati prescrivono, seguendo alla lettera i passi in essi descritti.  
Entrambi i tipi di credito prevedono condizioni che non si limitano a quelle riportate tra le « finalità », e benché non ci fossero dubbi, questo è importante per via di un punto su cui torneremo domani.
Nel primo caso queste condizioni prevedono: 
« I membri si impegnano a utilizzare il credito del MES per sostenere il finanziamento nazionale del sistema sanitario e i costi economici sostenuti per rispondere alla crisi del Coronavirus. In aggiunta, saranno richiesti il rispetto delle regole di bilancio e del semestre UE, inclusa qualsiasi flessibilità applicata dalle istituzioni UE. »
Nel secondo caso:
« Il sostegno del MES può essere utilizzato unicamente per finanziare la sanità e il costo economico dell’emergenza. In più, bisognerebbe che fosse garantito il rispetto delle regole di bilancio UE e del semestre europeo, inclusa qualsiasi flessibilità applicata dalle istituzioni UE competenti. » Queste misure andranno ulteriormente specificate.

Quindi: l’idea che il MES in questa occasione sia mai stato senza condizioni, come affermato da vari personaggi pubblici, è insostenibile; almeno, nessun documento anche vagamente istituzionale reso in qualche modo pubblico che abbia trovato la riporta. Al contrario, solo la traduzione ardita di un passo che data la delicatezza del suo contesto avrebbe forse meritato maggiore precisione, utilizzando il sostantivo « condizione » per « requirement », scelta in italiano appropriata ma potenzialmente ambigua in un contesto in cui « condizione » sta a significare un preciso complesso di contenuti e procedure, può avere dato l’illusione che ciò che esprimeva un primo requisito di accesso al programma (eligibility/requirement) racchiudesse in sé anche tutte le condizioni cui adempiere, o sottomettersi, una volta entrati nel programma di cui sopra.
Aggiornamento dell’aggiornamento: apparentemente esisterebbe un parere dell’ufficio legale della Ue che affermerebbe che la sola condizione è quella di uso. Non sono riuscita a trovarlo; non so quale valore interpretativo avrebbe, rispetto per esempio alla CGUE e ai principi dei trattati, dato che interpreterebbe oltretutto a qualcosa che ufficialmente non esiste. Parrebbe normale che un progetto legislativo richieda pareri agli uffici competenti, ciò non vuol dire che il parere esaurisca tutte le possibilità della proposta politica.
Di certo però non si può dire che il MES sia un soggetto noioso!
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Il 17/4/2020, cioè due giorni dopo che il governo italiano non andò a ricevere un mandato dal Parlamento sul MES malgrado sia previsto dalla legge 234/2012 (legge Moavero), il presidente dell’Eurogruppo invia una lettera ai membri in cui riassume la riunione del 9/4, evocando « 3 reti di sicurezza per lavoratori, imprenditori e stati » davanti alla crisi provocata dall’epidemia di COVID. Per gli stati eurozona la rete si chiama anche « pandemic crisis support ».
Si tratta della medesima espressione utilizzata per evocare il MES nel paragrafo 16 del comunicato stampa di nove giorni prima. Centeno conclude la sua lettera dicendo che l’eurogruppo continuerà a lavorare: porteranno avanti le « proposte legislative » auspicate dal presidente del Consiglio UE Michel che li aveva incaricati nel Consiglio precedente di avanzare proposte per affrontare la crisi pandemica.

Benché né l’eurogruppo né il Consiglio UE abbiano potere legislativo, il ricorso al MES nella forma delle condizioni rafforzate come mezzo di intervento nella crisi causata dall’epidemia COVID si avvia a diventare norma UE.

...segue domani

Che è oggi... 

Il 21 aprile il presidente del consiglio UE Michel invia la lettera di invito alla riunione del Consiglio di giovedì 23. Nella lettera si trovano riportate le stesse espressioni, ma in ordine inverso, il che ne sottolinea forse la differente importanza: « On 9 april the Eurogroup agreed on a package... with three important safety nets for sovereigns, for private companies and for the protection of employement. We should  give the go-ahead to these important initiatives and insist on them becoming available as quick as possible. The aim should be for these three safety nets to be in place and operational bu 1 June ».  Al termine della riunione il cui sunto si trova qui il presidente Michel afferma nelle sue conclusioni di « approvare l’accordo sulle tre importanti reti di sicurezza » elaborato dall’Eurogruppo e affida alla Commissione il compito di definire le necessità.

Ci si rivede il 6 maggio, perché il 5 la Corte costituzionale tedesca non festeggerà la morte di un vecchio nemico, ma si pronuncerà sulla compatibilità con l’ordinamento tedesco dell’allentamento monetario, il QE, il programma di riacquisto titoli pubblici e in parte privati della BCE in caso le rivendite troppo massicce da parte degli acquirenti precedenti provocassero crisi forti, in primo luogo l’aumento della differenza dei tassi di interesse tra paesi dell’euro zona, lo spread. Ovviamente bisogna vedere se la Germania, o meglio qualche sanissima e virtuosissima banchetta tetesca ne avranno bisogno o no. Oppure se la Germania vorrà rifinanziare le sue banche da sé, come non potrebbe fare secondo i trattati, ma come ha già fatto anni fa con le sue banche del territorio e più recentemente con la banca Nordland (più in dettaglio qui). Diversamente dall’Italia e dalla Spagna.


A domani...
 







giovedì 23 aprile 2020

Sous le charme d’un tymbale

Giochi di crasi ed ortografie.
Ore 17, non ho ancora mangiato. No, non mi sono attaccata al lavoro scambiando le ore di presenza con la vita: nella condizione lavorativa che subisco, la possibilità di chiudere tutto e fare altro con un clic è troppo réjouissante per non coglierla appena possibile. Semplicemente ho avuto un contrattempo fuori dalla mia volontà.

Da tempo rimasugli in frigorifero imploravano pietà; è raro che avanzi o scarti qualcosa, la cucina della virtù fatta tempo e sminuzzolo mi mette sempre in difficoltà per mancanza di materia prima, ma spesso mi rimane roba cruda in giro, perché non ho tempo di dedicarmici. Avanzo di baccalà in frigo, ne avevo comprato una confezione convinta che fosse bagnato, invece era ancora sotto sale: la sera che l’ho aperto convinta di farci una rapida cena, mi sono ritrovata a fissare un ammasso coperto di cristalli. Da allora ho avuto una sorta di pitone nel frigo che cresceva nella più grossa delle ciotole di vetro, lievitando come un dolce «’meregano ». Riuscita a metterlo sul fuoco devo dire che si è rivelato ottimo in ben quattro preparazioni. Idem dicasi una zucca scontatami perché già periclitante dal bio: e avrei voluto fare da tempo questa congiunzione ma appunto in una versione povera e anche un po’dietetica perché vorrei smaltire gli ultimi chili che il mio ufficio mi ha attaccato addosso. Quando usciremo di qui non credo ce la farò.

Senonché leggo sempre con molto gusto un blog che in questo momento va di timballi, parola che m’incanta, il che s’addice quasi alla lettera al suo nome, e contenuto che nelle sue crosticine dorate e ben condite, mi seduce.
Inoltre volevo sbrigarmi, e eliminare qualche ingrediente. In più non avevo mixer, rotto, né fascia metallica. Per cui, invece delle quenelle è venuto fuori un tronco di cono, impossibile da sfilare dalla carta di cottura, che dell’originale conserva gli ingredienti base di una ricetta e l’accenno di crosta golosa dell’altra.

(In pratica: cotto al forno zucca e salvia con un cucchiaino di olio, schiacciato la zucca, lessato baccalà appena coperto di acqua con un ciuffo verde di cipollotto, chiodo, semi cumino, rimasugli di carota, sedano; mischiato una parte del pesce con la zucca, schiacciando, composto il cilindro, coperto con le ultime lamelle del pesce, ripassato in padella una manciata di pan grattato con un un cucchiaino di olio e per il colore una puntina di concentrato, messo il pangrattato in cima al tutto, passato in forno, stufato porri con brodo del pesce e messi sopra all’uscita dal forno. Dosi: quelle che c’erano. Venuto bene, non troppo asciutto.)


domenica 19 aprile 2020

Ah ah ah ah! ILDeBITOPUBBLICO non si annulla!!!!

Tronfi tromboni per cui i PIIGS - ma non sarà razzista questa nobile istituzione che definì neanche troppo velatamente maiali la parte meridionale dei suo membri? - dovevano pagare tagliando gli ospedali e seppellendo la vostra infame incoscienza con decine di migliaia di persone lasciate alla miseria e alla morte, per uno spesso solo preteso debito pubblico troppo alto...
Adesso vien fuori che la BCE può senza problemi annullare tutti i buoni comprati con l’allentamento monetario di Draghi. Anzi che avrebbe potuto farlo subito e lasciarci medici, ospedali salari senza Jobs act e molto molto molto altro. L’ « adesso » non è anodino: nel 2018 qualche docente scriveva che la stessa proposta, reputata « folle » avanzata dall’Italia avrebbe « innervosito i mercati finanziari », e distrutto le in verità abbastanza misteriose « entrate » della BCE.
Pagliacci. Pagliacci a Bruxelles e a chi ancora vi spaccia qua.





sabato 18 aprile 2020

Quarantena, la miglior dieta, perfino il benessere


Rientrare perfettamente nella gonna più stretta, con tanto di due maglioncini infilati dentro.
Bien sûr, tu es moins stressée ha commentato ieri un’amica di Francia quando le ho detto al telefono che stavo dimagrendo. Perché ero depressa? Perché soffrivo?
Ma proprio no. Perché non dovevo andare in ufficio, ma lavoravo da casa, con orari precisi certo, ma in sostanziale libertà di gestirmi come meglio mi pareva. Niente più controlli sadici e pretestuosi, niente più arbitri per sfoggio di potere. Niente più sensazione di impotenza per la cattiva volontà altrui nel fornirmi i mezzi di lavoro: se non faccio una cosa è perché da qui non potrei comunque fare diversamente da quel che sto facendo, non perché non posso avere i minimi strumenti per farla. Niente più frustrazione perché non riesco a fare le cose, poiché non me ne danno i mezzi: nel tempo sospeso il quotidiano cambia. Niente più sensazione di star combattendo una battaglia inutile per cose che rientrerebbero nei doveri della struttura rispetto al servizio, ma di cui non importa nulla a nessuno. Niente più ipocrisia di pretendere da me un lavoro per cui mi si sottraggono i mezzi, divenendo via via più pignoli su una forma che non è mai sostanza, o meglio la cui sostanza sono il controllo, la colpevolizzazione strisciante, l’oppressione.

 Quindi, niente più voglia di dolci. Non rinnego niente: i dolci sono buoni!
Questo l’ultimo golosissimo cartoccio comprato prima della quarantena, quando era ancora aperta la pasticceria.

Ma oggi, perché mangiarli e farli? Li guardo, guardo le ricette, li pregusto e poi mi chiedo: ma perché? Ne ho davvero voglia? O mi sto stuzzicando con un godimento passeggero e forzato?
Di vino: ma perché aprire una bottiglia per un mezzo bicchiere?
Perché volersi stordire?
Sul serio: perché?
(N.b. Tutto ciò non ha nulla a che fare con penitenze pre pasquali variamente mascherate: non sono credente, sono profondamente estranea a ogni trascendenza, misticismo, pratica parareligiosa e se fossi obbligata a convertirmi con un coltello alla gola, come andava di moda in passato nelle nostre ridenti plaghe, sceglierei senza dubbio Lutero, o meglio ancora il credo danese.)



Riabbottonare i pantaloni più difficili, anche se non sono ancora portabili.

Insomma: stare lontana dall’ufficio per me ha significato la perdita di stimolo verso sostanze naturali, ché d’altro non m’intendo, che servono da gratificazione di sopravvivenza in situazione percepita come oppressiva e immutabile. Caduta verticale dell’interesse.


Indossare senza sforzo i pantaloni da medio termine, quelli che quando non stanno più bene suonano il mio personale campanello d’allarme.

Dopo le prime due settimane di confusione tra il giorno e la notte, ribellione alla precedente routine vissuta come oppressione, sopravviene come fonte che sgorga pura e tersa regolarità nei ritmi di vita e aumento graduale ma continuo del benessere.
Certo un po’ di montagna gioverebbe al fisico, dato che in casa posso giusto fare le scale, tutto il resto comprometterebbe la mia traballante schiena che comunque migliora pure lei.
Per fortuna di ricette se ne trovano in giro anche di leggere e istantanee

O curiose e fantasiose con tanto di consulenza personale che l’autrice non disdegna mai darmi.
E questo curiosamente mi basta.
Malgrado il pianto che mi coglie quando sento la mamma e suo marito persi nella malattia che la ottenebra scatenandole paure senza nome, e capisco che devo farli parlare per ridare loro la forza e abbassarne l’angoscia e poi mi resta dentro un muro di vetri che si sbriciola pur senza cadere, ché saper difendermene non è il mio mestiere.

Inoltre, paradossalmente la tragedia della strage che stiamo vivendo e che non dimentico mai, anche se il mio corpo rifiorisce, ha liberato la parola negli ambienti professionali. Anche grazie alla solidarietà dei colleghi, passano discorsi sulla politica economica che mai avrebbero potuto essere pronunciati poche settimane fa senza rischiare il rogo e l’anatema. Per quanto siano per me all’acqua di rose è un sollievo poter infine dire la rabbia provocata dall’oppressione e dall’autocensura che si avevano dentro, dopo decenni di retorica liberista UE risciacquata in salsa USAdem, l’unico discorso politico cosiddetto progressista ormai ammesso nelle patrie arene.

Ovviamente non posso che vivere come un ritorno al lucchetto e non il suo contrario, il canto degli alfieri della produzione. Malgrado i medici, peraltro non esenti da scivolate molto, molto brutte, siano     più che chiari sulla necessità di continuare nel distanziamento e nelle precauzioni soprattutto per quanto riguarda i luoghi chiusi e frequentati. Cioè appunto le fabbriche e gli uffici.

Altrettanto ovviamente son ben consapevole che se in queste circostanze, mentre tutti smaniano, io sto benone, esclusa l’ansia forte della ripresa della persecuzione, specialmente per quanto riguarda la partenza per la Francia, la mia situazione « normale » è perversa e malsana oltre il livello di guardia. Fino a piegarmi il corpo e lo spirito.

Soprattutto è malsano il fatto che essa possa in potenza continuare all’infinito, perché nulla è previsto per gestire queste situazioni sul lavoro, se non la cura, a volte, del singolo individuo, mai dell’ambiente. Come se ti dovessero insegnare al massimo ad andare a farti bastonare tutti i giorni purché involta in una corazza che ti mozza il fiato e ti piaga il corpo e l’anima, pur di non fermare la mano che impugna il bastone, perché il « problema » sono le costruzioni che tu fai intorno alla situazione, mai l’esistenza reale del sopruso e dell’abuso, solo fermando il quale potrai dopo curare realmente l’individuo, se ce ne fosse ancora bisogno - e verosimilmente la cura sarebbe molto più semplice, allora. Come sempre ributtando sull’individuo ogni responsabilità sociale proclamata ininfluente quando non inesistente.
 Con conseguente perdita sotto le mazze ferrate non solo per gli individui ma per le organizzazioni tutte di energie, idee, realizzazioni, speranze, creazioni. Benessere, respiro, felicità.



giovedì 16 aprile 2020

Se posso dirlo, nel mio particulare io starei benone

Magari proprio benone no, perché mi manca la Francia nel senso che sono inquieta sulla possibilità di posticipare la partenza, per mero malanimo di chi da qui dovrebbe autorizzarla, e mi manca vedere alcune persone, la mamma in primis, per i motivi che prima dicevo. Sono devastata dalla follia di chi sta imponendo all’Italia di entrare nella souricière del MES senza che ve ne sia alcuna ragione economica, anzi devastando il precario equilibrio esistente con l’introdurre un creditore privilegiato sottoscrivendo un prestito a condizioni stringenti e rigide, attivabili anche a distanza di anni, e ciò che è forse peggio in violazione della legge Moavero che imporrebbe su questo un mandato del Parlamento.
Ma a molte altre cose si rimedia scrivendo e telefonando.
Dopodiché io starei benone, sì, perché qualsiasi cosa abbia avuto a marzo ne sono guarita, perché finora non mi sono riammalata, perché ho la fortuna di non vivere in una zona devastata dall’epidemia, anche se non certo totalmente al sicuro, perché non appartengo a un gruppo a rischio e perché posso lavorare da casa senza perdere lo stipendio.
Ho perfino avuto la fortuna di chiacchierare con una nuova amicizia esuberante, allegra e concreta come lei che mi ha fatto l’onore di dirmi che le ho ispirato una creazione culinaria. Regali che non si dimenticano!
Ma fortuna a parte, sto benone perché ho potuto allontanarmi per giustificato motivo da un ambiente di lavoro che mi opprime oltre misura, per la mancanza di mezzi indotta che impone condizioni umilianti e paralizza qualsiasi tentativo di affrontare un problema, per i conflitti non risolti ma sedati a suon di urla, per l’ipocrisia sadica e controllante fine a sé stessa, per gli ambienti fatiscenti e abbandonati, per l’impotenza infine che ci tocca vivere. Certo lavorare lavoro, ma il controllo e la presenza si sono fatalmente trasformati e allentati.
Quanto alla vita extralavorativa, mancano i contatti e la natura. Ma io non potevo permettermi né viaggi, né cene, né aperitivi, né teatro né concerti né opera, né, sostanzialmente alcun consumo che non fosse una gita a scarpinare la domenica: benché la mia casa sia obiettivamente piccola, senza terrazzo né giardino né purtroppo sole diretto, la mia vita non è stata stravolta, è stata, bizzarramente, protetta.
Né ho mai pensato, per rispetto e solidarietà con chi a rischio della vita lavora all’esterno, di darmi all’acquisto online di sfizi per addolcire la segregazione.
Continuo la mia fisioterapia e oggi chi mi cura ha avuto quel suo sguardo sorpreso e attento di chi registra ogni variazione significativa e inaspettata che hanno a volte le persone di grande esperienza, quelle che le hanno viste tutte, quando gli ho detto sorridendo: « Io mi sento sempre meglio », ebbene sì, malgrado il moto ridotto, che ha sui miei malanni una pessima influenza, così è, per la prima volta da quando ho superato la fase di emergenza, da quasi due anni.
Ovviamente questo non vale una sola vittima né di morbo né economica. Ma qui sto parlando solo di me.
Insomma, a me questa quarantena, imposta per motivi più che ragionevoli e condivisibili, anche se con aspetti nevrastenici e idioti (vedi le restrizioni sulle passeggiate in solitaria o il raggio di 200 metri da casa o l’apertura posticipata dei mercati all’aperto fino alle 8.30 la mattina) non ha fatto male. Mi ha fatto stare meglio. Mi ha dato l’energia psicologica di affrontare lavoretti e sistemazioni in casa anziché abbattermi sul divano. Mi ha dato la sconfinata soddisfazione di chiudere i programmi sul computer all’ora esatta e ritrovarmi già a casa, padrona del mio tempo e dello spazio. Dovessi dire la verità, non ho fretta che finisca. E dovessi dire ancora di più, qualche collega mi confidava la stessa cosa.
Il che ovviamente dà la misura di quanto sia perversa la situazione che sono, siamo, in condizioni « normali » obbligati a vivere e ciò che è peggio, non per nobili scopi, bensì, spesso, senza vero motivo.

martedì 7 aprile 2020

La mamma

Mamma che affonda nella notte e lo sa ancora.
Mamma che si angoscia per la visita medica. E mi tormenta come se potessi allontanare un pericolo.
Mamma che ha paura di quello che l’attende.
Mamma che si vergogna a dirmi di sentirsi fragile.
Mamma che confessa il suo turbamento perché vede tutto buio innanzi a sé. E mi toglie le parole perché non posso che rinviarle la consapevolezza di quanto debba essere spaventoso il pensiero che deve affrontare.
Mamma che piange di tristezza perché non ha accanto a sé la gota della filastrocca.
Mamma che mi serra senza volerlo il cuore in una morsa.
Mamma, cartina di tornasole della nostra comune impotenza.
Mamma, M-m-m-mmmm. M.
Bni, m.

E no, non ce la faccio a parlare di prestiti condizionati del MES, degli euro bond e di tutte le altre folli demenze che il governo ci sta tirando in casa a viva forza invece di finanziarsi come fanno tutti gli altri dell’euro zona, tramite la Banca centrale europea con la sola emissione di buoni del tesoro.
Ne parlerò domani, se ci riesco. O fra un paio di giorni, magari.
E del resto.

(È viva e non è in pericolo di vita, per ora. Fa una vita quasi normale. Ma sta peggiorando più rapidamente di quanto si sarebbe potuto verificare. Il COVID, per fortuna, non c’entra.)

giovedì 2 aprile 2020

Risposte alle lettrici, in ordine di apparizione

Ho aspettato così a lungo a rispondere ai commenti che si informavano gentilmente del mio stato di salute che ormai meglio farlo con un post, dedicato specialmente a  qualche commentatore, anzi commentatrice:

Da 37,2 le matin:
Cara Cristina secondo me scrivere sui blog in questo momento è importantissimo, sia per chi scrive sia per chi legge. Per i primi perché le parole condivise sono sfogo e sollievo all'angoscia, per i secondi perché si può infine riannodare un tipo di scambio ben più profondo e soddisfacente che il meccanico e formale "mi piace" o gli insignificanti convenevoli cui ci hanno ahimé relegato i social con la loro comunicazione ripetitiva e elementare. Io dei blog avevo nostalgia e vederli riattivare mi fa sempre gran piacere. Magari il primo aprile! Peccato solo che non riesca quasi più a commentarne nessuno perché dall'ipad il mio account non viene più riconosciuto. Per riuscirci devo recuperare un vecchissimo pc mezzo rotto, senza batteria, con una connessione lentissima e scomodissimo da utilizzare.

Felice te che hai trovato del disinfettante da qualche parte. Qui l'alcool è scomparso, i gel pure e si trova solo un po' di candeggina che non si può usare ovunque, a partire da tessuti e alimenti. Così non posso nemmeno pulire se non con acqua e sapone, e se la cosa mi è indifferente per la casa, perché se quello che c'era dentro non mi ha ucciso finora dubito lo faccia in futuro, dato che qui i contagi aumentano di giorno in giorno, non è la stessa cosa per alimenti e oggetti che compro facendo la spesa, sulle cui superfici questa bestiaccia potrebbe sopravvivere per nove giorni, e che non so come trattare, non avendo nemmeno un ambiente dove lasciarli decantare un po', dato che la mia casa è minuscola, senza ingresso né cucina vera e propria.

Più o meno sono guarita e devo dire che non mi sento particolarmente depressa per essere confinata in casa, forse proprio perché sono decisamente infelice a Roma e in particolare sul lavoro che faccio qui, sia per cause professionali sia e molto di più per le condizioni ambientali, in primo luogo il paternalismo soffocante e ipocrita di una dirigenza che stigmatizza ogni iniziativa e cela sotto la cavillosità formale penalizzante per gli individui e paralizzante per il loro lavoro, la sostanziale e voluta inadempienza a tutto ciò che costi denaro e fatica. Quando mi sono ammalata e ho pensato che fosse corretto dirglielo, ho ricevuto telefonate rabbiose perché stavo per disturbare dio. Insomma, preferivano non sapere, neanche di un sospetto, pur di non dover prendere precauzioni e comprare le minime attrezzature necessarie (i gel, appunto), malgrado fossero entrambe obbligatorie. Malati di controllo fine a sé stesso, hanno fatto tutte le difficoltà possibili ai colleghi che non erano in malattia come me per metterli in lavoro a distanza, malgrado i DPCM, finché i sindacati hanno dovuto intervenire pesantemente. E lavoro in un'istituzione pubblica! Non oso immaginare cosa passino i dipendenti privati che vivono situazioni come queste, ammassati nei call center e nelle fabbriche, essenziali o meno, sapendo dei loro colleghi morti o ammalati.

Ho ben poco da rimpiangere fuori da queste mura, insomma, anzi esse finiscono per parere un rifugio, a volte.

Da Poco fa:
Cara Murasaki
Come spiegavo più su, commentare sul mio e gli altri blog richiede un'attrezzatura vetusta e complessa che non si rimette in marcia facilmente. Il mio ipad non ne vuole assolutamente sapere. Dio sa cosa vuole apple per potermelo permettere. Non so cosa accadrà il giorno che cederà le armi il vecchio e soprattutto rotto e zoppicante pc. Sono praticamente guarita, tranne qualche strascico un po' inquietante ma spero non serio; delle arance bio al mercato sotto casa ho approfittato e approfitto ancora, malgrado l'assurdità di ridurre gli orari di apertura che hanno finito con il coincidere con le mie ore di disponibilità lavorativa - vero colpo di genio della giunta regionale di Zingaretti, obbligando la gente a concentrarsi il sabato mattina, bisognava pensarci per concepirlo così bene, ma si sa, mica è come chiudere un ospedale in nome della "spending review", quello gli è riuscito decisamente meglio - ma la vera grande mancanza è che sono finite le zucche.


mercoledì 1 aprile 2020

Mi raccontano una storia

« Il bambino frustrato, al pari del cucciolo frustrato, si trasforma in adulto inferiore e obbediente. (...) anche il cucciolo umano deve stare pulito, non abbaiare troppo, obbedire al fischio, mangiare quando noi lo riteniamo conveniente. Ho visto centinaia di migliaia di cani obbedienti e servili, a Berlino nel 1935, quando Hitler, il grande allevatore, fischiava i suoi ordini.
Non esistono bambini difficili: vi sono solamente genitori difficili. Forse sarebbe meglio dire che esiste un’umanità difficile(...) Ho visto una mamma picchiare il figlio di dieci mesi perché piangeva quando aveva sete (...). Non è onesto rispettare chi non merita rispetto, non è virtuoso amare un dio del quale in realtà si ha paura »
Alexander Neill, I ragazzi felici di Summerhill
Citazione di frasi con sequenza parzialmente alterata: mi veniva così, dopo quello che ho ascoltato stasera.

lunedì 23 marzo 2020

MES=Grecia, qualche spiegazione 1

Riproduco un appello pubblicato sulla rivista Micromega da un gruppo di economisti che spiega perché sia non solo inefficace ma terribilmente rischioso e dannoso richiedere in questo momento l’aiuto del fondo finanziario detto Meccanismo europeo di stabilità di cui molto si è parlato in questi giorni.

Mentre in Lombardia si muore come le mosche, il presidente del consiglio, il ministro dell’economia, quello degli affari europei e il vicesegretario del PD Orlando, stanno dando priorità, in piena emergenza e con ancora infinite incertezze sulla gestione quotidiana della situazione sanitaria, proprio a questa richiesta.

Non condivido tutto il testo dell’appello, ma la parte sul MES mi trova totalmente d’accordo: 

« Il cosiddetto Fondo salva-Stati (Mes) è rimasto ai margini degli annunci (nota: della BCE), a riprova che non è in grado di salvare nulla. Si tratta in effetti solo di uno strumento di disciplina che gli Stati egemoni vogliono usare per imporre il loro dominio su quelli che cadano in difficoltà. Ne vogliono fare la chiave di accesso agli interventi della Bce, una chiave che sarebbe pagata con la “grecizzazione” di chi incautamente vi facesse ricorso, ossia l’impoverimento del paese e la sua successiva spoliazione da parte delle economie più forti. » 

Con « grecizzazione » si intende l’applicazione di condizioni particolarmente devastatrici all’intervento del MES, tramite i cosiddetti memorandum, accordi redatti dal fondo e da altre istituzioni UE, basati su tagli alla spesa pubblica, specialmente nei campi della sanità e delle pensioni, accompagnati dalla privatizzazione di industrie, banche e servizi pubblici di ogni tipo. In Grecia smisero di acquistare persino le terapie oncologiche, per dire. Proprio l’ultima cosa di cui avremmo bisogno, magari. Gli aeroporti greci, con il loro traffico turistico, li gestiscono oggi aziende private tedesche. Tutte entrate in meno per lo stato greco, ovviamente. 

Inoltre, qualsiasi iniziativa in materia di accordi internazionali o sovranazionali che riguardi questioni finanziarie è per legge subordinata a un mandato del parlamento (legge Moavero). Mandato che l’attuale presidente del consiglio non ha e non ha neppure chiesto. Se mai ne ha avuto uno di senso opposto. Il negoziato è stato portato avanti in assoluta riservatezza, da poche persone, tra ministri e grand commis.

Vi sono quindi ragioni di merito e di metodo per vedere nella richiesta di intervento del MES una scelta rischiosa dal punto di vista economico, per le condizioni pesanti che verrebbero applicate al finanziamento secondo il trattato istitutivo del fondo, e istituzionale, per una decisione presa senza seguire le procedure prescritte dalla legge, che scavalcherebbe il ruolo previsto per il Parlamento, operando una forzatura molto forte delle prerogative dei due poteri.  
Tutto ciò non può che destare estrema preoccupazione.

Perché tanta fretta? Perché tanto segreto? Per forzare la mano approfittando del carnaio e dei morti che distolgono l’attenzione e la vigilanza? A vantaggio di chi?

L’appello prosegue dettagliando gli interventi realmente necessari, in particolare modo quelli della Banca centrale europea, la quale, acquistando titoli di stato senza bisogno di chiedere né rimborsi né interessi (come banca centrale non deve raccogliere denaro per disporne) permette agli stati di finanziarsi in momenti di crisi senza dover sottostare a speculazioni dei sacrosanti « mercati ».

La parte che non condivido riguarda soprattutto la proclamata necessità di pareggio di bilancio per la spesa pubblica corrente. La spesa corrente è quella che paga gli stipendi, ad esempio di insegnanti e medici, le spese di funzionamento, la manutenzione ecc. Quindi, se in una scuola ci vogliono insegnanti, è grazie alla spesa corrente e solo a quella che ce li puoi trovare. È una spesa essenziale quanto e forse più di quella « per investimenti » che invece dovrebbe essere secondo gli estensori dell’appello libera da obblighi di pareggio del bilancio. 
Nella spesa per investimenti, ad esempio la costruzione di un’autostrada, le risorse pubbliche si indirizzano quasi totalmente a grandi aziende private, mentre con la spesa corrente il denaro pubblico va in maggior misura ai salari o a piccoli privati, alimentando la domanda interna e i consumi.
Un aspetto particolarmente bieco della « spesa per investimenti » è che con questo nome si indicano anche tutti i fondi per gli appalti di manodopera nella PA. Un poveretto che lavora precario e sottopagato per un’azienda che ha un appalto per lo stato, viene calcolato come « spesa per investimenti », quindi « buona ». Un dipendente pubblico, che svolge esattamente lo stesso lavoro nello stesso luogo, ma con uno stipendio decente e una prospettiva che gli consente di pensare al futuro senza angosce eccessive, è vituperato come « spesa corrente », ovviamente « improduttiva ».

Improduttiva per chi? Per il ristoratore che se lo vede arrivare a cena, per il negozio in cui entra due volte anziché una, per l’associazione o il partito cui fa un’offerta, per la possibilità di mettere finalmente su casa insieme a una persona amata e essere più felici in due?
O non piuttosto perché quel salario decente non va a produrre profitti di una grande azienda che si spartiscono in molti di meno, ma benessere diffuso? 
Mah.

L’ossessione per il pareggio di bilancio andrebbe peraltro accantonata. Si tratta di una battaglia della destra storica, che provocò privatizzazioni e tasse indirette come quella impopolarissima sul macinato, ed è parte di una politica economica basata sul libero scambio.
Ma nulla permette di dire che il pareggio di bilancio sia in sé un bene da perseguire come obbiettivo primario di politica economica.

Men che meno l’Italia dovrebbe legarsi a un meccanismo tanto rischioso quanto inutile come il MES in un momento di concitazione e smarrimento collettivo come questo, su sola iniziativa di una parte dell’esecutivo, in circostanze che impediscono una riflessione ampia e ponderata sulla necessità e le conseguenze di una così grave scelta. 
Anzi, proprio la pervicacia con cui, tra le mille questioni urgenti in un momento simile, viene data priorità a questa richiesta (ricordiamoci quanti slittamenti hanno avuto i decreti del pdc in questi giorni fino a stasera, pur essendo misure di sostanziale buon senso), anche in presenza di un intervento molto più consistente da parte della BCE, portandola avanti in una totale mancanza di trasparenza, dovrebbe essere motivo di allarme e  prudenza.

1 minuto e 15 di meraviglia

https://www.facebook.com/srpskonarodnopozoriste1861/videos/bella-ciao-serbian-national-theatre/519000095693697/

Ah, questi devono essere nati più o meno quando un altro governo del PD, ben spalleggiato dai liberali-liberisti, ci spiegava come dovessimo essere orgogliosi di tirargli le bombe in testa. Radioattive naturalmente.

lunedì 16 marzo 2020

Mes=Grecia

Lo vogliamo capire, sì o no?
La vogliamo smettere  con la Fede e il Cuore, sì o no?

domenica 15 marzo 2020

Poco fa

Dopo la pioggia di sabato tempo smagliante a Roma. Sono entrata in possesso di un nuovo termometro, il che è una buona cosa. Sto più o meno come sempre.

C'è chi approfitta del tempo mite per spalancare la finestra, dare aria alle stanze e soprattutto rovesciare sulla strada l'equivalente sonoro di un aeroporto sommato a una decina di concerti da stadio. Bum bum bum bububububbubbubbbubbbu... sta dall'altro lato della strada e un palazzo più in su, ma è come avere un altoparlante incollato a un orecchio.

Dopo quattro ore mi trascino alla finestra per dirgli di smettere che c'è gente che sta male. Risposta: volume sempre più alto, sempre più alto. Poi un urlo "A pazzo!" Mica male: mi dev'essere venuta almeno la voce di un tenore.
Con il ruggito roco di chi sta per esalare gli ultimi suoni delle corde vocali prima di sputare un polmone ribadisco che sto male e che spenga quella musica per carità.

Si affaccia praticamente tutta la strada. Il personaggio no, ma se possibile alza ancora di più il volume. Mi accascio sul letto, molto depressa per non avere concluso nulla, riflettendo sulla probabilità che i vigili urbani possano: 1)rispondere al telefono, 2)avventurarsi sin in questo quartiere, periferia povera accollata dal sindaco Alemanno a una zona distinta di riccastri perbene.
Ma in strada continuano a sentirsi delle voci. La musica si abbassa, poi cessa. "Ce l'hai fatta coglione!" prorompe fuori dai gangheri una seconda voce. Dopo poco la musica riprende, per fermarsi di nuovo, in mezzo alle discussioni.
A me, ovviamente, riprende il mal di gola.

Alle 18, molto in sottotono e con repertorio più tranquillo, il diversamente intelligente dà il suo bravo contributo all'appuntamento sonoro, che però qui va detto non ha veramente attecchito. Ma su quello non avrei da ridire più di tanto, è un momento in qualche modo collettivo per ritualizzare e scandire l'isolamento, pace.

Insomma ho scatenato una mezza ribellione e permesso all'irritazione degli altri di esprimersi, fino a conquistare il silenzio.
Ma se non fossi stata male, in tempi di quarantena, sarebbe successo?

Tutto sommato non è stata una troppo cattiva prova.
Bonne nuit. 

La paura della notte

Da ragazza ho sofferto di una malattia dai sintomi piuttosto dolorosi di cui non si riusciva a capire le cause. Un medico che il mio caso aveva impietosito e la mia persona incuriosito mi suggeri’ di farmi ricoverare qualche giorno per una serie di esami altrimenti troppo complicati da realizzare.
Mi ritrovai in un grande ospedale semifatiscente come purtroppo tutti gli ospedali delle grandi città, isolato e lontano dal mio quartiere. L’attività principale era aspettare in questi grandi stanzoni, facendo ogni tanto un piccolo passo nella routine che precedeva il grande esame e poi la complicata dimissione.

La notte l’ospedale era tragicamente illuminato da fioche luci che creavano un’atmosfera di desolazione. Incapace di dormire  erravo per scale e corridoi fino a percorrere tutto il labirinto dell’edificio. Gli ospedali, giacché nella mia vita ne ho visto da presso più di uno,  hanno un’architettura infinitamente più complicata e disorganica di un qualsiasi altro palazzo. Quello era particolarmente grande e brutto.
La notte del giovedi’, vedendomi errare senza pace, gli infermieri mi fecero sapere che M.A. che in quell’ospedale avrebbe passato tutta la sua vita, era di guardia, mi spinsero quasi a passare da lui.
Sormontato il ritegno e la paura di disturbarlo andai nel suo reparto. Mi disse che prima o poi a stare i quegli ambienti sarebbe venuta una crisi. Non avevo collegato la tristezza indefinita di quei momenti alla nozione di crisi: dare un nome alla cosa mi rassicuro’ anche se mi domandavo con ansia quanto potesse durare una “crisi”.

Venerdi’ è stato il mio momento di crisi, non fisica, ma di tristezza. L’isolamento si faceva sentire. Il breve teatrino verso le sei non l’aveva lenito, anzi. Da due finestre sui due lati del palazzo avevano cominciato a suonare l’inno nazionale; si erano aggiunte le sudamericane del condominio con un cacerolazo, il che dava una sfumatura particolare alla cosa, una di loro aveva sfoggiato un meraviglioso tamburello tintinnante. Dall’altro lato della strada una famiglia di quattro persone occupava il balcone e rispondeva all’inno con Bella Ciao. I bambini erano piccolini: uno o una poco più di un neonato, in braccio alla mamma, scalciava e muoveva le braccine contento e incuriosito dal frastuono. Poi eravamo  rimasti alle finestre per un po’. Rientrare era stato doloroso, la solitudine pesava di più; quell’immagine di fagottino pieno di vita non se ne andava: stringeva il cuore.

La sera avevo cucinato la sua ottima, facile torta di ceci, con un resto di farina rimasta nel frigorifero (150 g. Farina, 450 di Acqua, 2 cucchiai EVO, un po’ di sale, 4 ore di riposo, forno a 240° per una mezz’oretta) accompagnandola con piccole zucchine freschissime e fiorite, trovate qualche giorno prima al mercato, complici queste settimane cosi’ calde e soleggiate.
 

Sbadata, mi addormento sul computer; alzandomi, rompo il termometro che cade di punta sul pavimento. Forse l’oggetto che meno bisognerebbe perdere in questo momento.



 

La notte quando mi sveglio ho paura, è vero. È il momento in cui più sento la malattia, i farmaci, e i suoi disagi appaiono inquietanti.
Ritorna anche il pensiero del mondo di fuori, e che non sarà mutato nella sua inutilmente oppressiva, disperante tristezza.


Dalla Francia mi chiedono notizie, giungono parole di sostegno, preoccupazioni inaspettate, notizie si intrecciano, auguri.

Attendo.
 

giovedì 12 marzo 2020

Ma si tolga di mezzo

 

Signora
cosa abbia fatto l'istituzione che lei guida da quando e nata e ancor più negli ultimi dieci anni, lo sappiamo e lo sanno del pari i nostri fratelli sulle sponde del Mediterraneo.
Cosa abbia fatto il paese da cui proviene non lo ignoriamo.
Così come non ignoriamo cosa abbia fatto lei.
Perciò signora oggi, oggi che ci mancano i posti letto, gli ospedali, i macchinari, i medici, ogni servizio pubblico,
Oggi che il poco personale è confrontato a scelte da scenari di guerra nel cuore del ricco Occidente,
Oggi che contiamo di ora in ora i nostri morti,
Oggi che ci viene proposto di sacrificare vite deboli, impoverite da anni di tagli salariali,
Oggi che cerchiamo di lottare contro un flagello evitabile di morti e sofferenze,
Oggi e a causa di oggi come di ieri non possiamo che dirle, adesso e per sempre, in scienza e coscienza:
Signora,
stia a casa. Sua.  

Alle cinque del mattino

Anche quando la notte è tranquilla mi capita sempre di svegliarmi a quest’ora.
Sollevarsi sui cuscini, respirare un po’ meglio, liberarsi del catarro.
Infilarsi il termometro, già che ci siamo.

Oggi continuo a sentirle di lontano. Le sirene.
Non le copre ancora lo sferragliare dei tram.

Mi struggo per non essere un medico, per non poter lottare con loro. Ma se anche lo fossi, ne avrei la possibilità? Mica possiamo assumere tutti, bisogna risparmiare! E mica possiamo assumerli per sempre: ad oggi la sanità assume, sì, ma non per coprire i vuoti di organico creati da decenni di politiche scellerate. No, si fanno contratti precari, ancora una volta.

Meglio che torni a dormire, mi dico.
Perché in mezzo a tutto questo continua a serpeggiare una preoccupazione: e se non dovessi sentire l’arrivo del medico fiscale?
Sono un dipendente pubblico e mi sono ammalata di venerdì: ovvio, volevo andare al mare.
Ho l’influenza (speriamo) forse una bronchite (speriamo) e quindi può capitare, come ognun sa, di addormentarsi profondamente durante il giorno: potrei non sentire il campanello? No, ovviamente: se non lo sentissi, sarebbe come minimo perché sono andata in palestra.

Così da anni, ogni volta che sono malata, attacco un gran cartello accanto ai citofoni, pregando che i condomini non lo stacchino, in cui scrivo a caratteri cubitali il mio numero di telefono, supplicando il medico fiscale di chiamarmi se non dovessi sentire il campanello, ché tanto di casa non esco.

E poco importa che in questo momento il residuo SSN abbia altro a cui pensare.

Non riesco a dormire senza agitazione. Il che ovviamente giova al recupero psicofisico.
Come dimenticare il sinistro personaggio privatizzatore occulto dell’INPS che pagava i medici precari in base a quante malattie riuscivano a revocare? Persino l’ordine dei medici aveva censurato questa clausola contrattuale.

Albeggia.

mercoledì 11 marzo 2020

La città si spense. La città si tacque.

Ferma in casa per le ragioni raccontate nel post precedente anche prima della non-chiusura del governo, ho avuto tempo di ascoltare.

Tutto questo non era inevitabile:
Art. 32.La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della colletti-vita`, e garantisce cure gratuite agli indigenti.Nessuno puo`essere obbligato a un determinatotrattamento sanitario se non per disposizione dilegge. La legge non puo`in nessun caso violare ilimiti imposti dal rispetto della persona umana.

Abito tra due grandi ospedali, in una via divenuta silenziosa.
Ma loro le sento e le vedo, nel sole radioso di questi giorni romani tutti oro e azzurro.

Tutto questo non era inevitabile.
I posti letto in terapia intensiva sono stati ferocemente decurtati da decenni.

Le ambulanze. Scorrono anche lungo la mia via, stretta e mai troppo trafficata in un quartiere vivo ormai divenuto silenzioso. Soprattutto ronzano intorno, lungo la via a veloce scorrimento in fondo alla mia, e tutt'attorno.
Le sirene suonano, sempre, in lontananza. Vanno a onde: ne tace una, ne sorge un'altra.

Tutto questo non era inevitabile.
Dal 2009 al 2017 46mila persone in meno lavorano nella sanità pubblica.

E poi li sento e li vedo.
Gli elicotteri. Uno dopo l'altro nel meriggio.
Conosco ormai la manovra. Giungono di tre quarti, alle spalle. Si girano un momento in piena fiancata. Diventano un punto, alla fine. Scompaiono.
So dove vanno. So dove si posano. Cercando vita, fuggendo morte.

Tutto questo non era inevitabile.
Non va accettato, a nessuna condizione.
Mai più.

Fa male, vero, essere trattati come la Grecia?

I cantori della Ue sono oggi sporchi del sangue e del muco di questi malati e di questi morti.
Della loro agonia e del loro dolore.
Di quello di chi resta.
Della rovina che stanno spandendo intorno a noi.

Della miseria che hanno versato arroganti, ciechi, spietati su questo continente dalla Grecia in poi.

Le ambulanze accompagnano la notte.

Tutto questo non era inevitabile.
Tutto questo non era inevitabile.
Tutto questo non era inevitabile.