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per gli scribi

Toulouse en érasmienne

lunedì 22 aprile 2019

La prima

Eccola, sbocciata il giorno di Pasqua:



Se sono già sbocciate deve avere una cour, mi diceva lo scorso anno un appassionato molto intelligente. In effetti è così lei è nata al riparo dei minuscoli giardini che fioriscono qui dietro ai palazzi, in alto sul muro di cinta godendosi i raggi di sole. Quello del vicino trabocca di glicini e rose rosa rampicanti.
La speranza è di vederle fiorire anche la prossima primavera.

lunedì 15 aprile 2019

La più amata

Lei, la bella tra le belle. I pompieri hanno annunciato che la struttura sarebbe salva (22 h 50).
Era la cosa che mi piaceva di più di Parigi, da quando l’ho vista per la prima volta, a tredici anni. Non riuscivo a decidere quale parte preferissi, il fianco, le torri, l’abside, i rosoni. La guglia che non esiste più.
Nel dubbio, facevo collezione di tutte le cartoline esistenti.
Chissà quale Jack si era nascosto sotto al tetto.
Chissà se il coro si salverà.
I magnifici rosoni.
Per fortuna oggi non tira vento come i giorni scorsi. Chissà per quale fortunato gioco di circostanze ha aspettato lunedi’ per bruciare, invece del fine settimana ventoso e gelido come pochi.
Non ero ancora andata a fotografarli con il telefono nuovo, ché la mia macchina non c’era mai riuscita, troppo poca luce. La fila per entrare mi aveva finora scoraggiata.
Ma l’avevo salutata l’altro giorno, tornando a piedi da una biblioteca, svettava nell’aria gelida piena di sole. Avevo un libro recuperato fortunosamente sui quai, di quelli introvabili, il peso mi aveva dissuasa dall’entrare. Tutt’intorno alla guglia una rete di impalcature. Solidissime perché hanno retto più di lei.
La vedevo sempre scendendo dalla montagne. Le passavo sotto tornando dal porto lungo le banchise. Ricordavo serate estive sul barcone che le carezzava il fianco. Attraversavo il suo giardino sotto l’esplosione di fiori della primavera nordica. L’avevo negli occhi quando mi sdraiavo al sole.

Stavolta mi hanno tolto un pezzo di me.

Il tetto non era un semplice “tetto”. La “charpente”, cioè tutta l’armatura in legno che sostiene il tetto, in Francia è una religione. Nei castelli, nei palazzi, nelle chiese è vezzeggiata, restaurata, conservata e mostrata con orgoglio ai visitatori. Indicata nelle guide turistiche. Quella di Notre-Dame risaliva in parte al XIII secolo, in parte ai rifacimenti ottocenteschi di Viollet-le-Duc. Qualcuno ci aveva trovato dei graffiti dei carpentieri o dei visitatori. La sua perdita è sentita e sicuramente molto grave.
Le torri paiono essere per ora fuori dall’incendio. Non si capisce se il soffitto sotto la charpente abbia bene o male retto, proteggendo in parte l’architettura e le sculture sottostanti, oppure no.
Da una foto aerea sembrava un braciere ardente.
Dalle finestre dell’abside non si vedono fiamme, neppure dalle torri. Questo potrebbe voler dire che il soffitto ha bene o male retto. Finora.

22 h 54 I pompieri hanno appena annunciato che la struttura complessiva sarebbe salva, comprese le torri.
Speriamo.

B... uon uomo, quella non è dei cattolici. È dell’umanità.


Diversità culturali

Istruzioni per l’uso: questo post non contiene richieste né inviti di alcun tipo, né espliciti né impliciti. A buon navigante poche parole, ma molta moderazione.

A Parigi c’è qualsiasi creazione umana possa valere la pena di sperimentare, credo, purché si abbiano i soldi necessari. Tuttavia e per fortuna, non sono Abu Dhabi e NON hanno, grazie al cielo, le ‘mmereganate che ricostruiscono finti ambienti naturali al chiuso. O meglio, forse una finta spiaggia con finto mare discreti da qualche parte ci sono, ma non sono pervadenti.
Con la geologia insomma qui non si scende a compromessi e quindi c’è una lamentevole carenza di percorsi con dislivelli accettabili. Il che mi ha obbligato, con zero entusiasmo, a iscrivermi in palestra, ambiente artificiale e odioso quant’altri mai, perché altrimenti la schiena protesta. Poi sono riuscita a farla protestare il doppio, ma questa è un’altra storia. E adesso che sono a riposo forzato, forse per ravvivarmi la memoria, sono decisi a non far soffrire di solitudine la mia casella postale.
Per cui stamani trovo una lista di regole ippocratiche di vita sana, tra il rotocalco e la moda new age, che si conclude con un invito a praticare nella propria vita privata una “sessualità e una sessualità di qualità, con ascolto di sé e dell’altro” perché indispensabile al benessere e appunto alla qualità della vita.
E magari mi sbaglio, ma credo che nella cattobigottafrustrataitalia mai e poi mai capiterebbe di trovare questo tipo di consiglio, tra le cinque porzioni, l’esclusione delle bevande gassate e l’attività fisica regolare, come quella nozione banale e scontata, tutto sommato innocua nel suo banale buonsenso, che in effetti è. Pensate all’orrore dei genitori che dovessero vedere sui cellulari dei figli una notazione simile, e che farebbero immediatamente causa alla palestra. Troppo pessimista? Mah, dato che c’è in giro gente che riesce a credere che nelle pubbliche scuole le maestre non abbiano di meglio da fare che impartire lezioni tecniche di masturbazione ai propri allievi, forse perché hanno avuto la lungimiranza di parlare dell’esistenza della sessualità e delle sue tante innocenti manifestazioni naturali, nulla è impossibile e nulla è più certo.

giovedì 11 aprile 2019

Esperimenti 1

Benché la mia vita e i miei pensieri in questo momento non passino in cucina, non so perché riesco a fermarli nella scrittura soprattutto attorno a questo argomento.
Dopo la lettura di un post di Experimental cook che descrive le sue pasticcerie parigine preferite mi è venuta voglia di verificare sui suoi passi gli esperimenti presentati.
Alcune le conoscevo senza grande entusiasmo (Angelina, dove ti vendono soprattutto il décor ma francamente i dolci lasciano un’impressione di vuoto e per di più tocca pure fare la fila per un’ora nello smog di Rue de Rivoli in mezzo a ‘mmeregani barbàri urlanti che in questo non la cedono ai peninsulari, come dice il mio antico maestro di teatro barocco) altre non avevo mai avuto voglia di provarle perché troppo francamente posticce e insensatamente costose a detta degli stessi Francesi, per cui la gastronomia di lusso è pure tutt’altro che una follia smodata (Ladurée) altre infine erano soprattutto un nome.
Stamattina avevo da fare da quelle parti ecco perché ho deciso di andare a pranzo da Jacques Genin che si trova a poche strade di distanza, con cioccolata e un dolce.

EC lo presenta come il suo favorito, precisando che la cioccolata calda pur molto impegnativa è un’esperienza da non mancare per gli amanti della pasticceria. Il dolce più interessante, una vera passione, è per lei la torta al limone e basilico. Genin nasce in effetti come cioccolatiere e nei suoi negozi vende soprattutto realizzazioni in cioccolato. In Francia l’arte del cioccolatiere è appunto un’arte che non ha paragoni in Italia, come del resto quella assolutamente sbalorditiva della scultura di zucchero - che non c’entra nulla con le decorazioni in pasta da zucchero appunto ‘mmeregana che furoreggiava qualche anno fa. Basti pensare al premio che la Bibliothèque nationale de France ha istituito per gli allievi della scuola alberghiera che si fossero ispirati ai libri di Brillât Savarin in linea sul sito Gallica per realizzare delle torte e sculture in zucchero. La gastronomia e la pasticceria e, i loro autori e la loro produzione editoriale sono parte del patrimonio e della cultura nazionale e vanno jassunti come tali, sì, anche se sono solo ingredienti e calorie o spregevole edonismo elitario - m      dopo una colazione mattutina leggera mi avrebbe permesso di sperimentare anche portate mmmpiuttosto robuste senza soverchia difficoltà.
 direbbe da noi qualcuno ancora convinto della necessità di porre fratture tra la cultura “alta” e tutto il resto. Vanno quindi mantenuti vivi e valorizzati - dal pubblico, non affidandoli al privato, come da noi qualche politico ahimè va spacciando di voler  fare con gli immobili di proprietà appunto pubblica.m

Pranzarci dopo una colazione mattutina leggera mi avrebbe permesso di sperimentare anche portate piuttosto robuste senza soverchia difficoltà.

Tra Marais e République il negozio e sala da thé occupa il piano terra di un immobile antico di forma trapezioidale che si affaccia su un crocicchio alberato. Sul lato corto del trapezio era installata almeno dal 1699 la fontana  detta del ... ora rimossa.
All’interno la sala è arredata sul shabby chic ben fatto e ci credo. Grattare le pareti di un capannone mm industriale permette risultati un po’ diversi da quelli dell’arenaria parigina. Fiori arancioni e mm bianchi tra cui le calle che amo molto ma non eccessivamente lussuosi sui tavoli e alle pareti. Tavolini bassi rétro o finto antico e una scalone elicoidale che porta alle cucine continuano il rimando tra passato e presente vagamente fusion.
Le realizzazioni in cioccolato sono moderne e insolite. Le uova di Pasqua riprendono i colori e le fantasie africane. Si trovano anche scène di fondali marini con conchiglie e coralli, balene e pesci forse rimasti dal 1 aprile.

Per personale cocciutaggine di osservatrice voglio provare la famosa cioccolata. Si tratta di indovinare l’abbinamento con un dolce appropriato. La carta propone oltre alla millefoglie pralinata una torta al caramello e burro salato con miele e noci, la famosa limone e basilico con gelato alla liquirizia e poi una al cioccolato capperi e gelato al cioccolato. Sceglierei quella ma ho paura che sia veramente troppo cioccolato, per cui non amando la praline e trovando stucchevole il caramello al burro salato rimane la limone basilico che ha pure il vantaggio di essere la preferita della EC sui cui passi mi muovo.


Il personale non potrebbe essere più partecipe nello stile dei ristoranti di lusso. Prima di tutto offrono una gelatina al mango e frutto della passione. Sul tavolino bassi arrivano porcellane bianche e bicchieri di bella forma. Offrono anche due cioccolatini perché dopotutto questa è una vetrina per vendere il prodotto principale.

Assaggio. La cioccolata, non nerissima,  è effettivamente molto spessa. Niente di irreparabile per cl’osservatore ancora traumatizzata da qualche  esperienza con Eraclee e dintorni. Finisco il bricco. Con l’aiuto, bisogna dirlo, di un bicchiere di panna montata alla vaniglia. La torta ha un guscio friabile, sottile, non stucchevole. La crema non è la classica crema da torte, piuttosto una variazione fra una chiboust e un budino - almeno a mio parere. La pallina di gelato al vago sapore di liquirizia ha anch’essa la consistenza con un che di gelatinoso più che del nostro gelato che sta su con il freddo e l’aria  e senza molti grassi. Non

I due cioccolatini sono una ganache alla noce che mi fa ricredere sulla mia opinione relativa al pralinato e una misteriosa ganache con una sfumatura tra l’affumicato e il carbone che non riesco assolutamente a definire.

Commento tecnicamente da inesperta direi di livello abuono, medio alto. Dividerei però il giudizio in due. La fantasia sperimentale è riuscita e non eccessiva nel suo lato épater. Diciamo che oltre alla discrezione delal buon gsto gusto, ha sempre presente che chi ha i soldi per permettersi questi consumi èpur sempre anzitutto il bourgeois. I tre gusti stanno bene insieme e si esaltano l’un l’altro. La realizzazione mi convince solo in parte. Malgrado un’indubbia attenzione a far risaltare i sapori di base degli ingredienti. La crema, indipendentemente dalla consistenza è molto zuccherina: ricorda uno sciroppo di limone più che il limone puro: eternaa paura dell’aroma Non addomesticato di un frutto non « sintetico ». Ance la pur ottima panna alla vaniglia li è zuccherata e il sospetto che si tratti di zucchero vanigliato c’è.

Il gelato e la crema sono sodi e sostenuti in maniera piuttosto bizzarra.

Una spiegazione potrebbe stare nella clientela: in due ore che passo li’ dentro, inclusa la scrittura di questo post, sono l’unica francofona, vale a dire l’unica che possa ragionevolmente esprimersi nella lingua locale con l’eccezione di due signore che comprano qualche cioccolatino al banco. La clientela è anglosassone o comunque turistico internazionale. Ora va fatta la tara dell’ora, del quartiere e del giorno feriale, pero’ il mio sospetto è che questo tipo di gusto ricerchi l’approvazione di una clientela abituata appunto a una cucina USA style, carica di grassi e consistenze pappo- remote, per cui un gelato è una via di mezzo tra un buddino e un semifreddo e un gusto pungente diventa accettabile solo se ridotto a uno sciroppo.
Quindi la fantasia nell’ideazione Della preparazione sconta una realizzazione commerciale molto « world » che si appiattisce su una sorta di gusto internazionale a scapito di una originalità locale che viene confinata nella sola ideazione degli abbinamenti avventurosi - ma anch’essi in un certo senso ammessi da questo tipo di gusto.
Alla fine la cosa che mi pare più equilibrata è la gelatina al mango iniziale, non troppo dolce malgrado il tipo di preparazione, e la panna montata alla vaniglia, se non ci fosse quel sospetto sullo zucchero.

Diverso il discorso sui cioccolatini. Quelli francesi sono tutti farciti e piuttosto pesanti. Questi non fanno eccezione, ma sono certamente curiosi (l’affumicato)e intensi (il pralinato alla noce mi fa cambiare idea sulla mia scarsa simpatia per la praline).

Rimane la cuirisità per la torta ai capperi che forse merita una sperimentazione a sé e per dei cioccolatini alla ganache di pompelmo che se non troppo dolce, potrebbe essere riuscita.
Secondo: per chi come mle non puo’ permettersi consumi del genere che molto occasionalmente, il gioco è un elemento essenziale del piacere. Ad esempio non saprei rinunciare al gusto di mangiare la Tortona con le mani dopo averla tagliata in pezzettini. L’apparecchiatura Permette questo ed altro assolvendo al suo ruolo di vetrina. La cosa assolutamente insopportabile è la temperatura glaciale in cui è tenuto il negozio. Ho passato i tre quarti del tempo avvolta nella giacca a vento per ripararli dal freddo che spirava dalle belle pareti di pietra e dalle bocche di areazione. Non oso immaginare come si debbano sentire i commessi in giacca leggera e camicia. E si’ che avevo addosso un maglione di lana non dei più sottili. Questa disattenzione, forse dovuta a un guasto momentaneo, è per me una mancanza grave.

Ora me ne torno a piedi sulla Rive gauche in un bel pomeriggio di sole.

mercoledì 3 aprile 2019

Nei dintorni del cefalo

Post suscitato dalla corrispondenza con Cristina di Poverimabelliebuoni

Il cefalo è stato il primo pesce che ho cominciato ad apprezzare tanti anni fa, quando ho iniziato a mangiarne sistematicamente per motivi dietetici. A casa mia non si usava per la difficoltà di pulirlo e prepararlo. La mamma alla sola idea di pulire un pesce rifuggiva con una smorfia. Una volta in vacanza a Ventotene con mia zia decisero che era giusto comprare del pesce e presero dei pesciolini piccoli, a caso, seguendo il prezzo, perché non abbiamo mai avuto tanti soldi e all’epoca ancora meno, e quindi si cercava di risparmiare in tutto. Penso fossero dei sugherelli, perché mi sembra di ricordare una specie di lisca sul fianco, poi una seconda volta anche dei piccoli scorfani, avevano delle pinne terribili, dure e acuminate ed erano rossi. Insomma, arrivarono con questi pesci, ovviamente non puliti, e siccome non avevano il coraggio di toccarli, obbligarono me a pulirli, perché a loro disgustava e i bambini non si potevano rifiutare di « fare ogni tanto qualcosa ». Ma con cosa? Non sapevano farlo e mi diedero per tutto strumento delle forbicine da unghie mezze sgangherate. Anche a me disgustava, ma non potevo ribellarmi « visto che non fai niente tutto il giorno, per una volta che ti chiediamo qualcosa ». La terza volta che arrivarono con l’involto del mercato pero’ dissi che basta, adesso toccava a loro. Venne messo sotto mio zio, marito di mia zia.
Ora il pesce lo pulisco e con risultati alterni lo sfiletto pure. Più ostico spellarli, ma con le sogliole e i rombi, di sotto e di sopra me la cavo. Tutto sta avere i coltelli giusti: è un utensile che mi piace moltissimo, ho una vera passione per le lame, ma come sempre le cose eccellenti sono troppo costose. Disosso e farcisco polli interi con una certa soddisfazione... mai provato con i conigli, pero’. All’estremo opposto immaginami in barca con il marito di una compagna di scuola e suoi colleghi: fighetti, revisori dei conti, figurati. Insomma, ‘sti qui partono a mo’ di brianzolo con la canna da pesca perché devono fare chissà quali safari e per tutta preda un giorno tirano su un tonno, bellissimo. La povera bestia rimane sdraiata agonizzante sul ponte (ché io non sono vegetariana, ma pietosa si’) e nessuno osa maneggiarne il cadavere. A quel punto, in nome del « se si pesca si mangia » mi faccio avanti io, considerata l’handicap della barca perché non so manovrare le vele (pero’ mi diverto alquanto al timone, specie con un po’ di ondine, ma questa è un’altra storia), viaggio con la valigia di cartone cioé una vecchia valigia della nonna, molto ma molto fuori moda, pero’ a me piace (: e non ho i vestiti firmati fintomarinier, mi dico che è un pesce comodo perché non ha le scaglie e cerco un coltello, senza trovarne di accettabili. Mi porgono un pugnale da sub con tanto di denti su metà della lama con cui sventro, pulisco, faccio trance, davanti a cinque facce impallidite e basite.
Eh, la giungla, datemi la giungla!
P.S.: oggi come oggi, anche qualche capo marinier come il maglione blu abbottonato sulla spalla, purché rigorosamente francese, non lo disprezzerei affatto.

sabato 2 marzo 2019

Si’, pero’...

Lo diceva spesso una mia collega che ritenevo affine, quando asciugava le lacrime di una persona in difficoltà. E lo faceva spesso in quei primi anni dopo l’assunzione, anche lei con lustri di precariato parasubordinato True-Biagi non alle ma sulle spalle, pur se con un marito libero professionista a temperarne le conseguenze drammatiche. Quel che accadde dopo inutile narrarlo ora, ma non fu bello né incoraggiante. Il titolo mi è venuto in mente per un post di un giorno di malumore anziché di festa carnevalesca, una luna che mi ha tenuta in casa tutto il soleggiato giorno lasciandomi ancora più di cattivo umore.
Si’ pero’... alla fin fine ieri ci sono state due scene non da poco: una persona cara che si è distaccata del tutto da una situazione che lei stessa aveva creato, un sorriso negli occhi sparito à jamais; un’altra persona cui mi ero affidata per una questione seria di lavoro che dopo diversi mesi ha ugualmente scaricato in malo modo chi avrebbe dovuto tutelare; una terza persona, di coloro che ti giurano assistenza in eterno, evitare con supposta eleganza il rischio di una richiesta che l’avrebbe impegnata per mezza mattinata a piacere; la consapevolezza che la mia carriera è bloccata pur avendo l’idoneità a un concorso che calcoli biechi hanno deciso di far decadere malgrado la congiuntura favorevole allo scorrimento delle graduatorie!; una situazione lavorativa in cui sono ridotta a esultare perché dopo tre anni e due mesi di suppliche sono riuscita a far rottamare una serie di oggetti che ingombravano un locale per colpa di qualcun altro cui nessuno in futuro impedirà di replicare la prodezza; l’idea di dovermi accontentare che la situazione non peggiori per i prossimi venti anni ciechi senza prospettive di sviluppo; neppure più arrivare a percepire le reali proporzioni delle riuscite e delle paralisi, per cui ottenere una minima dotazione di cancelleria o la sostituzione di un oggetto rotto del valore di pochi euro (che secondo alcuni colleghi dovremmo ricomprarci di tasca nostra) finiscono col passare per una grande riuscita professionale: ma a quale perversione del giudizio sto e stiamo soggiacendo, senza che nessuno attorno a me paia rendersene conto? Rendersi conto che il lavoro nel settore pubblico debba essere qualcosa di diverso, che i rapporti umani non debbano essere trincee e ritirate, paure e lotte, dominio e sopraffazione... che è molto più divertente scovare e costruire il meccanismo in cui ognuno trovi un ragionevole ruolo che partire dal presupposto che distruggere l’altro sia il solo mezzo di raggiungere il proprio benessere, di fare il proprio vantaggio.
Insomma dopotutto se oggi non sono riuscita a mettere a profitto una bella giornata sprecandola non è dovuto a una mia particolare indegnità, forse dipende da circostanze esterne cui mi è mancata l’energia di controbattere, anche se lasciarsi abbattere cosi’ non è la scelta più intelligente e più sana.

È tornata lei, con i suoi riccioli e la sua grinta, per riprendere il lavoro. Ce l’ha fatta lei e ce l’ho fatta io che ho cercato di arrivare a questo risultato. È arrivata sorridente e felice: “Ce l’abbiamo fatta!” Se avesse osato mi avrebbe abbracciata. Ha ritrovato la pila che aveva messo da parte a dicembre. Ieri abbiamo lavorato insieme cinque ore tirate di formazione su casi difficili. Alla fine era stremata e felice di quello che aveva fatto, un po’ seccata di darsi per vinta ma bisognosa di concludere la giornata.
Bellissima persona, presenza utilissima per la struttura, ma a volte le gratificazioni devono venire anzitutto da chi riconosci tuo pari, o rimangono come sospese. La mattina era passata lavorando con una persona delle categorie protette. Me l’avevano mandata per non sapere dove metterla, tra il compatimento generale, mentre nel contesto a me era subito parsa assai utile per ricoprire un ruolo specifico, pur non potendo lavorare del tutto in autonomia. Il mio scopo era che lavorasse con dignità, come tutti dovremmo, facendo qualcosa di utile e non per carità. Dopo un incontro diffidente e spazientito adesso sorride, comincia a capire i suoi compiti e quasi non sbuffa più. Forse si è sentita accolta e non sopportata, fatto sta che ha preso la decisione di rimandare un compito in un altro ufficio per finire quello che deve fare con me.

Ma quel tarlo della solitudine, dell’isolamento, dello iato con tutto cio’ che ti circonda, non smette di rodere, a volte, certi giorni, quando vorresti ritrovare e cerchi...

Dopotutto la prossima settimana sarà la partenza (illusoria e temporanea ormai lo so). E all’idea risento malgrado tutto un fremito di eccitazione attraversarmi come l’acqua che scorre al disgelo.

lunedì 25 febbraio 2019

Iniziare la giornata

« Negli anni Settanta e Ottanta sono stati rimessi in discussione teorie e comportamenti in apparenza largamente consolidati. Ancora fino alla metà degli anni Settanta le teorie keynesiane si presentavano come l’ortodossia nel campo della scienza - non gliela fo a scriverla maiuscola - economica e ispiravano un pervasivo intervento dello Stato nella realtà economica.
Si è trattato di reazioni, per certi versi salutari -eh, noblesse oblige Nico’? -, a manchevolezze affioranti sia nella costruzione teorica sia nella gestione concreta della politica economica. Le reazioni sono state, pero’ - mi raccomando il pero’! - eccessive, corrispondendo alla riaffermazione del concetto smithiano della ‘mano invisibile’, sotto varie forme e, comunque, di norma nelle versione più estreme, non suffragate da sufficienti basi logiche ed empiriche. La recente crisi economica ha dimostrato, tuttavia, che le politiche liberistiche portano a conseguenze molto negative del genere di quelle già emerse dopo la Grande Crisi del 1929.
Sembra imporsi, dunque, una disamina critica unitaria di argomentazioni vecchie e nuove delle ragioni favorevoli e contrarie all’intervento pubblico nell’economia che non puo’ non ispirarsi a quella branca della Politica economica denominata ‘Economia del benessere’.
Questo libro intende sottoporre all’attenzione sia del pubblico in generale sia, soprattutto, dei giovani (spesso bersagliati da segnali effimeri e illusori) la discussione delle basi e delle articolazioni dell’intervento pubblico nell’economia, alla luce delle conoscenze sedimentate nel tempo e degli arricchimenti di questi ultimi anni ».

Il tempo di leggere la prefazione di un nuovo libro, che è costato quasi un ventesimo del mio benessere mensile, che gocciolante dal naso e dagli occhi mi rotolo verso la via dell’ufficio, dove mi attende un posto di lavoro bloccato da trent’anni di libero mercato a un livello inferiore a quello che un concorso ha dimostrato che potrei fare, come compiti, come stipendio e come contributi. Mentre l’aistituzione dove lavoro sopprime i posti di livello alto per « migliorare i servizi », ovviamente, e chiude sedi a man bassa.
Mi ci avvio perché, come il libero mercato inneggia, bisogna far dimagrire lo stato e quindi, per una funzione essenziale della struttura ove lavoro, oggi non c’è più il personale adatto e ci si rivolge ormai nemmeno più a un disgraziato che sfruttato da una ditta esterna lo possa svolgere di suo, bensi’  a una persona delle categorie protette, ugualmente sfruttata dalla solita cooperativa, ovviamente, che non è in grado di farlo autonomamente e va costantemente seguita e indirizzata. Il che significa che una parte del mio relativamente più costoso tempo va impiegata nel far fare a qualcun altro un compito che sarebbe possibile svolgere in autonomia. Ecco l’efficienza del mercato. E grazie ancora che c’è. Mentre la nuova etica che il mercato ha sostituito a quella del benessere prescrive che si debbano accogliere le categorie protette quali che siano come primo imperativo. Lo sapevamo già, grazie, ma non a colmare male le lacune di cio’ che si approfitta per tagliare.
Mi ci avvio dopo avere speso un paio di centinaia di euro che sono ben più di un ventesimo del mio benessere mensile, per farmaci che lo stato non passa più, dato che certe patologie influenzali oculistiche e ginecologiche sono ritenute fisime da curare con medicine di fascia C, totalmente a carico del malato, il quale, si è ammalato per sua responsabilità, ovviamente e quindi cosa c’è di più etico del dire « è colpa mia » e pagarne le conseguenze?
Mi ci avvio memore di quell’aspirante tirocinante che si è presentato dopo avere lavoricchiato precario in ASL e chissà dove altro, senza sapere nulla di quel che dovrebbe sapere venendo da dove viene perché studente lavoratore, ma avendo orecchiato soltanto quei « segnali effimeri e illusori » che lo portano a scimmiottare il gergo pubblicitario dei propagandisti del mercato sulla necessità di sapersi proporre sul « mercato del lavoro ».
Mi ci avvio per tentare ancora un giorno e ancora un’ora di smontare ostinatamente, pervicacemente, costantemente, donchisciottescamente la trappola mentale e mortale che si siamo lasciati costruire intorno, colpevolizzandoci per avere voluto quella vita dignitosa che andava sotto il nome di « economia del benessere ».
Mi avvio sperando di tornare presto a leggere questo tomo impossibile, pieno di formule di cui non capiro’ un accidenti, ma tentando, tentando, tentando di capire le vere correnti che reggono la nostra realtà, altro che i fatti di cronaca politica cui secondo i racconti dei media dovremmo anzitutto volgere la nostra preoccupata attenzione.
Scriveva Marguerite Yourcenar che si parla troppo poco dell’assoluta ignoranza economica in cui veniamo lasciati dall’istruzione comunemente impartita, benché si tratti di qualcosa che è assolutamente necessaria per la nostra  esistenza.


Ho fatto tardi, e corro via.