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venerdì 20 maggio 2022

Frutta e verdura: cicoria e nespole

 Tra pasticci familiari e seccature lavorative mi sono guadagnata il mal di testa del decennio. Dovrei partire con la mamma per un fine settimana nei luoghi delle nostre vacanze della mia infanzia. Speriamo bene (vedi post precedente). Poche parole per l’appuntamento di oggi.

Riso nespole e cicoria

appena letto che il tema comprendeva la frutta ho pensato a un risotto fragole e tonno. Il tema completo però era frutta e verdura di stagione, non solo frutta. Metterci una verdura però l’avrebbe snaturato e poi a me il pesce continua a piacere marinato, semicrudo o al massimo al vapore.

Non mi sentivo da risotto fresco e delicato, prettamente primaverile. Né volevo usare i legumi freschi ché non sono propriamente verdura. Così ho optato per qualcosa di più corsé. Come sempre l’idea mi piace ma la realizzazione mi lascia un po’ incerta. Nel frattempo mi sto accorgendo di quanto l’attesa tra messa nel piatto e scatto della foto possa compromettere l’aspetto di una mantecatura magari non eccelsa ma comunque decente. Pazienza. 

Avrei bisogno di lezioni di tecnica non tanto del risotto, ma di cotture in generale: come realizzare bene un abbinamento che ho in testa, è qualcosa che va al di là delle normali capacità casalinghe.

Comunque eccolo qui.

1 pugno di cicorino 

2 pugni di riso

Nespole a piacere

Olio

Burro

Parmigiano

Brodo di carne sgrassato (anche di ossa di pollo, ma deve avere un gusto un po’ rotondo)

Vino bianco

1 spicchio di aglio

Scavare a palline un paio di nespole e metterle  nel congelatore. Soffriggere lo spicchio di aglio, unire la cicoria appena sbollentata e tagliuzzata, poi il riso. Sfumare e unire le altre nespole tagliate a lamelle. cuocere con il brodo bollente.

Mantecare con burro e parmigiano. Nel piatto unire le palline di nespole.




Sarà efficace contro il mal di testa? :-P Lo spererei tanto!

venerdì 13 maggio 2022

E insomma

 Lavoro: ramanzina a me per via dell’inciviltà altrui. Senso di nausea e voglia di vomitare per il paternalismo ipocrita in cui sono costretta a vivere - fosse solo quello. 

Casa: doveva venire un vicino per un micro lavoretto, non s’è visto.

Programma: spediti i vecchietti in campagna, rassettare casa e prendermi un po’ di tempo per me. Progettare il prossimo fine settimana a Gaeta con la mamma, dove andavamo in vacanza quando ero piccola e dove non siamo poi mai più tornate.

Tre quanti d’ora fa, mentre sto postando il brano precedente ché sono in ritardo, chiama il marito della mamma, affranto. Lei si è scagliata contro una delle sue nipoti, una ragazzina simpatica e gentile, ospite del nonno per la notte, urlandole ingiurie e insulti di cui « puttana » era il più ricorrente. Premetto che mia mamma non ha mai usato la parola in questione in mia presenza neanche rivolta a terzi e ha sempre avuto come tutta la mia famiglia un vocabolario più che castigato, una parola volgare le sarà scappata forse quattro volte nell’arco dei decennni. Giovedì erano andati a fare una visita medica di controllo, con una donna, ma la mamma è ormai in fase di negazione assoluta della sua malattia, e dopo un momento in cui non voleva prendere le medicine, adesso non accetta più di vedere i medici. Probabilmente il suo sfogo era contro questa donna che aveva dovuto vedere senza volerlo, e la paura che la coscienza tutta particolare della malattia che può avere una persona con quella patologia le provoca.

Lui mi chiama disperato, ma come ogni volta che dopo averlo ascoltato sfogarsi gli dico di chiamare il neurologo, trova mille scuse per non farlo. Le ha ridotto di testa sua la terapia che il neurologo le ha dato e se lo chiamo io, il medico ovviamente chiede di parlare con lui. E lui non lo fa a nessun costo. Però poi piange che non ce la fa più, il che è vero e giustificato, ma non vuole una badante a nessun costo né dare retta a un medico.

Io mi sento in colpa per motivi indecifrabili e sovrapposti, ma vorrei solo andarmene da una situazione del genere. E vorrei anche parlare con la ragazzina per scusarmi e perché avendo vissuto da piccola scene insensate, so che non deve patirne lei senza che nessuno le dica una parola. Ho chiesto a lui di mandarmi il suo telefono perché non ce l’ho, ma ovviamente lui non me lo dà, perché nella sua testa e nella sua famiglia meno le persone comunicano tra loro meglio è.

Insomma: se avessi un lavoro decente e una situazione economica migliore, che mi permettessero una vita più soddisfacente e confortevole, con qualche svago vero, forse affronterei questa situazione con maggiore serenità. Così come stanno le cose, dovendo sforzarmi per cinque giorni di non urlare fino a far crollare i muri dell’ufficio seppellendoci sotto tutta la dirigenza con annessi e connessi, l’idea che il fine settimana diventi un tour de force perpetuo mi fa venire voglia di buttarmi dalla finestra per non dover più sentire cose insensate né affrontare problemi che non ho i mezzi di risolvere. Scriveva Musatti che buttarsi dall’alto è un modo di esprimere la volontà di annullare il mondo.

Replica del risotto in cerca di miglioramento

 Davanti al tema dei prodotti regionali ho chiesto a Cristina come migliorare il risotto fave e pecorino. Il pecorino romano saporito e friabile è infatti un prodotto caratteristico del Lazio e l’abbinamento con le fave un classico del mese di maggio, come scrivevo nello scorso post.

Avrei voluto che si sentisse di più il sapore delle fave. Il risultato è in evoluzione: la cosa che mi ha convinto di più sono le erbe su suo consiglio aggiunte separatamente le une dalle altre alla fine.



Riso fave e pecorino romano

2 pugni di riso

Fave fresche sbucciate a crudo, in abbondanza

Un pezzetto di porro

Menta, basilico, prezzemolo

Pecorino romano autentico, in abbondanza

Vino bianco

Olio EVO

Pestare le fave nel mortaio a crudo, unire le erbe e pestare tutto.

Tritare finemente il porro, soffriggere con olio, unire il riso, sfumare con il vino bianco.

Cuocere con acqua.

Alla fine unire le fave.

Mantecare con olio e unire ancora le erbe stavolta solo sfogliate.

Cospargere con abbondante neve di pecorino, grattugiato e a scagliette. 

 

venerdì 29 aprile 2022

Il risotto del Primo maggio senza dispensa

 Svuotare la dispensa, tema del risotto odierno,  sarebbe attività piacevole solo ne avessi una.

Quella che il mio superbo salario di dipendente pubblico mi permette di avere, è questo spazio qui sugli scaffali aperti che la parete attrezzata concede:


E fare un risotto alla maizena è un virtuosismo di cui non mi sento ancora capace.
A volte nel frigo però stazionano troppo a lungo verdure appena laboriose, perché il tempo a una sfaticata dipendente pubblica manca, e pure le energie quando torna a casa svuotata da una situazione lavorativa insensata, non perché pubblica ma perché demolita dai tagli della spesa e dei salari - sì proprio quelli richiesti da costui e da questo laido foglio che incita al conflitto intergenerazionale fingendo di non sapere di avere richiesto lui per primo un rinvio dell’età pensionabile, un taglio dei lavoratori dipendenti - e chi dovrebbe pagarle, le pensioni, se viene sostituito un dipendente su tre? E ci facciamo anche prendere in giro da chi parla, falsamente, di spesa pensionistica insostenibile? Date contratti che prevedano contributi, abolite l’infinita fogna normativa giuslavorista che va dal pacchetto Prodi-Treu al Jobs act renziano che hanno distrutto i contributi, invece di nausearci con articoli smaccatamente faziosi e provocatori degni non del pesce ma nemmeno delle lische (che si sa hanno i loro estimatori - non io!!!!). 

Il primo maggio qui si mangiano le fave col pecorino romano, nella gita fuori porta. Si mangiavano. Belle fresche e appena pungenti, crude, sfilate dal baccello. Così ho provato a fare un risotto alle fave pecorino e menta. Gli ingredienti principali stazionavano da un po’ in frigorifero. E ieri sera ho sbollentato e pelato le fave, anche se pelarle a crudo avrebbe dato risultati migliori.
Ho messo a marinare la menta nell’olio d’oliva. E oggi, tornata a casa:




Risotto del Primo maggio con fave pecorino e menta

Fave pelate fresche - consiglio di abbondare
Pecorino rigorosamente romano - idem come sopra

2 pugni di riso

Vino bianco

Infusione di menta fresca

Sedano

Olio aromatizzato alla menta

Soffriggere il sedano a dadini in olio, unire il riso, sfumarlo, portarlo a cottura con l’infusione di menta. Non salare troppo. Unire le fave. Mantecare con il pecorino, eventualmente sciolto in poca acqua calda.
Decorare con fogliette varie e qualche fava pelata a crudo.
Spolverare di pecorino.

P.S.: io l’ho fatto con la cipolla, più che altro per routine, ma la prossima volta userò del sedano. È un risotto fresco e verde e il sedano ci sta molto meglio.
P.P.S.: se ci si riesce unirei anche del dragoncello fresco. Ma in Italia purtroppo è introvabile a meno di non coltivarselo da sé. Secco non vale proprio la pena di usarlo.
P.P.P.S.: a pensarci si potrebbe anche fare un pesto di foglie verdi (dragoncello, sedano, basilico, mentuccia) e pecorino e usare quello per mantecare, aggiungendo poi le fave. Insomma va perfezionato.







mercoledì 13 aprile 2022

Tout compte fait

Aggiornamento dell’aggiornamento: e comunque se fosse possibile la sola cosa che avrei voglia di fare in questo momento è fare una nuotata nel mare. Né il cielo né la temperatura né la stagione purtroppo.

Aggiornamento. Dopo la prova: confermato purtroppo quanto scrivevo ieri. Anche se avessi studiato di più invece di perdere qualche giorno in fantasie tristi, non avrei mai potuto digerire tutta quella roba in tre mesi e mezzo. Come preparare tre esami universitari se non cinque, di cui due tostissimi e potenzialmente sterminati, e un terzo assai dettagliato, da non frequentante in una Facoltà non tua in tre mesi appunto e senza programma di esame. Magari il diciotto in qualcosa lo rimedi, ma se devi competere con centinaia di altri non hai speranza. Da tutte le domande spirava un’aria di famiglia, ma non si riusciva a definirla con l’esattezza necessaria. Mi dispiace in particolare non avere trascritto per ritegno abbastanza stupido una domanda finale che aveva l’aria di interno. Ma non credo che abbia perso il concorso per una sola domanda, ma per molte di più. Non sarebbe grave, vuol solo dire che ho bisogno di più tempo per assimilare e non è un dramma, se... SE il taglio dei dipendenti pubblici e le politiche di austerità non facessero si’ che concorsi del genere invece di essere non dico annuali, ma al massimo quinquennali, come una sana amministrazioe vorrebbe, e non come una improntata al principio dell’economicità maastrichtiana e alle repellenti logiche aziendali, escano a intervalli di oltre dieci anni.

Quindi temo proprio che non risorgeremo :-( mai più in tempo.

Sarebbe stato impossibile prepararsi nel modo giusto nel tempo che ci hanno dato. Ci sarebbero voluti sei mesi in cui non fare quasi nient’altro.

La materia da studiare che non è la mia ha subito troppi mutamenti negli anni neri tra il 2012 e il 2017 - non fatemi dire perché - e l’infarinatura che ne avevo non serve quasi più a nulla. Peggio, sono cambiamenti sotto il segno della prolissità, della farraginosità, della vuotaggine e della caoticità. 

Certo avrei potuto fare meglio, ma non devo rimproverarmi troppo, forse.

La cosa straziante è che non ci sarà un’altra occasione come questa e che i vecchi discorsi della porta e del portone non valgono più da decenni.

Almeno domani a quest’ora sarà finita.


E comunque

 Fissare la data di un concorso di giovedì santo è indubbiamente molto, molto raffinato.

Ora sono certa di non passare, non per il giovedì ma per la non preparazione.

Non sarebbe grave, studiando e facendo s’impara, se non fosse che ormai di concorsi ne esce uno ogni dieci anni, quando esce. E tra dieci anni sarò troppo vecchia.

È questa mancanza di speranza che è sbagliata, che crea masse di candidati sovradimensionate, che porta a esami senza capo né coda, che attanaglia e distrugge.

E perché? Ma « perché bisogna ridurre il numero dei dipendenti pubblici! » Perché ancora dopo due anni di pandemia, in cui la bellezza efficienza e responsabilità della riduzione trentennale dei dipendenti pubblici l’abbiamo potuta assaporare in tutti i modi, c’è chi bela e propaganda attivamente che « bisogna ridurre il debito pubblico secondo i parametri UE, io so l’economia » e perché? Perché n paesi diversi per dimensioni, storia cultura, popolazione usi economie devono fare tutti o quasi la stessa cosa nello stesso momento nello stesso modo. Cioè per una scelta squisitamente politica che di economico ha solo l’ideologia di cui si para e che ci smercia con più successo dell’erba pipa.

Come diceva quello che niente era più ingiusto che fare parti uguali fra diseguali? Ecco, appunto. 

Mi pare un buon momento per ricordarselo tutti.

martedì 12 aprile 2022

Non so

 In queste sveglie mattutine e incongrue alla vigilia dell’esame rifletto.

Avrei potuto studiare di più: si certamente e non solo perché si può sempre studiare di più. Neanche perché mi sia data alla pazza gioia o ai divertimenti - e quali, poi? E con che mezzi? In questo frattempo invece di stare sui libri. 

Avrei potuto studiare meglio, perché prendersi una laurea breve in tre mesi non è esattamente semplice e il concorso di fatto chiede più o meno questo. Mi è mancato, benché l’abbia cercato, uno sguardo da interno sul bando e su come indirizzare la preparazione, con quali strumenti, su quali aspetti delle materie, e quando ho creduto di averli individuati era tardi.  Non sarebbe grave se un concorso così non fosse un po’ l’ultima chance, se non fossero così rari (regole UE e riduzione della spesa corrente oblige, perché quello è non dimentichiamo) da non ritornare più, specialmente a un’età che non è più la prima.

Cosa mi ha impedito di studiare di più? Un insieme di fattori, direi sottesi da una grande rabbia per la condizione di frustrazione che vivo quotidianamente sul lavoro a causa della impotenza in cui sono costretta a svolgerlo, mentre vedo sin troppo bene cosa ci sarebbe da fare. Per troppo tempo sono stata incapace di definirla. È un viluppo che mi avvolge appena mi avvicino alla scrivania, una smania di allontanarmi in qualsiasi modo da lì, di mettere qualche cosa fra me e quella che vedo come una situazione di oppressione insensata, di spreco insensato, di follia alla fin fine. Almeno nell’ufficio entrasse un raggio di sole, macché: non ne ho né lì né in casa - sarebbe costato ventimila euro di più, avere il sole in casa, e quei ventimila non c’erano. Almeno avessi una stanza mia, uno spazio rinchiuso e in qualche modo delimitato dove mantenere un’integrità, respirare, non sentirsi dispersa sotto gli occhi del primo che passa tutto il giorno, tutti i giorni. Alle volte vado sul terrazzo condominiale per studiare, ma non sempre la temperatura lo permette. 

La rabbia mi ha soffocato lentamente, la rabbia inespressa e la totale mancanza di confronto, perché di fatto lavoro da sola. Alla fine mi hanno fatto perdere coscienza sempre più di chi sono e di cosa posso fare, ma pure rivendicare. Malgrado le rare conferme esterne siano sempre state positive, malgrado le mie previsioni siano azzeccate al 90%, pur in uno stato di sostanziale mancanza di informazioni, solo conoscendo il mestiere e il contesto generale. Mi hanno tenuto svegli solo istinti di opposizione per non farmi del tutto schiacciare: ma vivere in questo modo proietta in uno stato di preda che si rintana e esaurisce le sue energie nel nascondersi, nel mettere una barriera fra sé e una situazione troppo deprivante per poterla sostenere tutto il giorno tutti i giorni. Alla faccia di chi ha la sfacciataggine di dire che « il dipendente quando esce dal lavoro non ci pensa più » il lavoro o meglio quello che mia madre, con tutta la sua malattia ha efficacemente definito come « il non lavoro » ti invade pure quando dovresti « recuperare ».

Da lì probabilmente la grande stanchezza, la pesantezza che prendono il sopravvento sempre più spesso.

Perché per dire che, non solo la mia situazione quotidiana, ma quanto sta accadendo da ottobre in poi non fossero mie fisime capricciose e viziate, per crederci davvero, ho avuto bisogno che un’altra persona ci mettesse sopra le parole: « C’est profondément injuste. » Perché io non c’ero arrivata, a dirle che dico? A metterle insieme.  

Mi continuo a mettere non tanto nello stato di vittima ma in quello della bambina di otto anni che ha chiesto qualcosa di eccessivo, mettendosi perciò nella parte di un torto cosmico incomprensibile, di cui non le sono mai state date ragioni condivise né cittadinanza alle sue, in un mondo che aveva perso senso. Penso che questo mi abbia a lungo impedito di sviluppare una parte di me, quella che è cosciente dei suoi diritti a non apprezzare non tanto l’ordinamento del mondo, su quello anzi la critica è sempre stata legittima, ma proprio certe cose che le sono imposte, senza sentirsi in colpa. Quindi quando si tratta di sé stessa, rimane sempre senza le parole per dire di no e le forze per tradurle in atti. Al di là del fatto che allora una sorta di affidamento condiviso, ma con i nonni, chi ci avrebbe pensato all’epoca all’interesse del minore così, sarebbe stata l’idea più lungimirante, mentre mia madre mi vedeva come una sua proprietà non dotata di desideri legittimi, mi è rimasta l’incapacità di vedermi da fuori e di poter dire un « io » staccato dal dovere di non differenziare i miei desideri e la mia persona da lei, che mi chiedeva di non partire, di non volerlo fare, di non voler cercare un altrove che mi era più consono. Questo mi ha invischiato in una lotta devastante con me stessa, in cui le spinte a esistere e a fare e a creare si son sempre urtate in un risucchio invischiante alla passività che assorbiva ogni forza nel tentare inconsciamente di sciogliere un conflitto interiorizzato non risolto. Che mentre mi paralizzava, immobilizzandomi nelle situazioni « perché ci deve essere una soluzione », come allora fui paralizzata dalla sua furia dolore e dal suo ricatto emotivo, perché della sua maledetta casa dove ero sempre sola nulla m’importava io rivolevo la grande famiglia della casa dei nonni, mi suscitava una rabbia profonda che non si poteva esprimere e quindi non poteva esser superata. Questo mi ha bloccato tutta la vita e probabilmente riemerge ogni volta che devo affrontare una situazione frustrante, paralizzandomi in un’ altalena di sofferenza, spinta di fuga (ma non si può fuggire la madre adorata, quella che fin lì ti ha sempre ascoltato in modo leale e ora ti impone per anni cose che ti fanno male, addirittura orripilanti e profondamente ingiuste, fino a subire Mario, una bambina di otto anni non può senza spezzarsi) e incapacità di agire, perché c’è una rabbia non metabolizzata in quanto non espressa che invece di darmi energia per sottrarmi a una situazione infernale me ne sottrae per avvolgermi in sé stessa, ripiombandomi in un conflitto e in una incertezza inespressi, ma  devastante e totalizzante inconsciamente, perché all’epoca non ha potuto essere lasciata andare e esprimersi quando era il momento. Non ha potuto essere riconosciuta e io stessa ho finito con il misconoscerla e con il non sapere più che farne. Soprattutto questo. Ma finché non riuscirà a uscire e evaporare come il fumo malvagio della lamapda mi annerirà ovunque andrà.

Soprattutto mi ha lasciato l’incapacità di definire le cose con il loro nome: una situazione ingiusta è ingiusta, punto e come tale può effettivamente essere riconosciuta.

Poi ci si mettono anche le circostanze esterne ovviamente. In genere ai concorsi arrivo in graduatoria ai primi posti, e parlo di concorsi con centinaia, migliaia di persone, anche se non difficili come questo. Ma non ho mai, dico mai, passato una sola preselezione a quiz. Stavolta non farà eccezione.   

Quindi, da venerdì che fare? Mettere da parte quel che ho comunque imparato in questa preparazione, acquisire possibilmente un titolo nella materia perché servirà, ricominciare a guardare tutti i concorsi di livello superiore... ah già: quali concorsi? Perché di quel livello non ne escono praticamente più. Se ci saranno gli scatti quest’inverno prenderseli, tentare di avere un trasferimento per poter continuare a respirare, e aspettare. Sperare di arrivare in una stanza in cui entri il sole, già servirebbe. Ma non posso aspettare troppo, entro due-tre anni questa cosa dev’essere risolta. 

E tutto sommato non m’importa neppure cambiare lavoro: questo l’ho scelto perché mi ci sono trovata, ma se devo andare a fare il puro passacarte, va bene pure quello.