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per gli scribi

Toulouse en érasmienne

lunedì 4 aprile 2016

Ligne 10, Musée de Cluny

In arrivo anche qui la legge fotocopia che la UE sta imponendo all'Europa. Da noi si chiama Jobs Act, pomposamente. Siccome qui hanno indubbiamente più stile la chiamano loi travail. Qualcuno ha fatto parlare il più eccellente scoiattolo della storia del cinema, come ricorda chiunque abbia amato L'era glaciale (il primo, ovviamente).

Sfortunatamente quasi nessuno mette in relazione e paragona queste leggi genocide e fratricide tra loro. Eppure sono molto simili. In Spagna ad esempio fioriscono i contratti a tempo determinato: ti assumo il lunedì, ti licenzio il venerdì, non ti pago - nessuno ti paga - il sabato e la domenica. Come vivi, come ti scaldi, come mangi in quei due giorni? Non è affar mio, io posso non pagarti e non ti pago.
Sul martirio della Grecia che dire: è come negli anni Quaranta, o peggio: infatti oggi "non siamo in guerra. Anzi la UE ci salva dalla guerra." Sì, proprio. La UE serve a fare meglio la guerra a chi nel dopoguerra aveva potuto godere di un'esistenza fuori dalla miseria. Prima lo capiremo, e ce ne libereremo, meglio sarà. Se sarà rimasto qualcosa da salvare: di questo passo dubito molto. Dubito della voglia di sapere dei miei concittadini, dubito della loro capacità di uscire dagli schemi dell'ultimo editoriale del sor Giavazzi, o del fratello Scalfari: così perbene, così posati, sempre così distinti. A volte dubito persino della loro capacità di fare ragionamenti complessi: come se conoscere facesse sempre anzitutto paura.

domenica 27 marzo 2016

Normandie

Tout a brulé en 1944. Qui s'è vissuta un'invasione sotto un'occupazione e ci se ne ricorda, mentre
da noi si invoca l'oblio interno ed esterno di ciò che abbiamo provocato a noi stessi e poi nel vasto mondo (primo secondo e terzo, per la precisione). Territori interi hanno perduto finanche la memoria della loro storia e del loro patrimonio culturale. "Si immagina cosa vuol dire per una regione intera? Già gli Chouans  avevano fatto non pochi disastri" spiega con l'anima accorata l'archivista oggi volontario in una diocesi, prima funzionario pubblico. Nella Basse Normandie, la zona di Caen, Bayeux, Honfleur e Cherbourg, che si inoltra fin giù al golfo di Montjoye, vale a dire del Mont Saint Michel promessa di salvezza eterna, sono periti per sempre anche archivi e biblioteche. Qualche épave si salva nascosta letteralmente nei sotterranei dei castelli o delle abbazie. Altri documenti scampano ai bombardamenti ma non alla pioggia, all'onnipresente vento normanno, al freddo. I soldati acquartierati dove si può utilizzano le buste degli archivi per farne giacigli di fortuna che li isolino dal freddo del pavimento. Le carte rimangono disposte alla ventura. Gli archivi del département de la Manche a St.-Lô sono distrutti  al punto che i funzionari salgono a Parigi per ricostruire pazientemente dai documenti, spesso copie, rimasti negli Archives nationales, la guida alle carte superstiti della loro storia che fu. L'università di Caen è rasa al suolo, la sua biblioteca con lei. Rinasce  negli anni Cinquanta, sulla collina dietro al castello di Guillaume le conquérant. Oggi le Phénix, una scultura posta all'ingresso del campus, ne è il simbolo. I libri antichi e rari della biblioteca municipale si salvano, il resto brucia. Bruciano soprattutto i libri  su Caen e sulla sua regione: ancora una storia che svanisce e che non sarà possibile ricostruire perché anche i cataloghi sono bruciati. Città, monumenti, villaggi sono distrutti. Gli abitanti restano sotto le bombe. Le truppe alleate avanzano all'interno, bombardano, respingono i nazisti verso la Germania. È lo sbarco in Normandia, non solo la nebbia delle splendide foto in bianco e nero.

Il trauma dev'essere stato enorme in questa regione non povera ma tutto sommato isolata, tradizionale, agricola, aggrappata alle sue cattedrali esplose nella luce nordica, intervallata dalle paludi e dalle mosse pianure, bordata di dune, ben diversa dai porti dell'altra Normandia, d'un tratto investita da una potenza bellica senza paragoni. Risuona come vissuto ieri nelle parole di chi, con la calma assoluta dei Francesi, ti spiega che no, quei documenti non ci sono più, che no, quei registri non esistono più, che no, quei libri non li troverai mai, che quella ricerca non si può fare perché, appunto tout a brulé etc. Alle volte c'è persino un filo di sospetto che si mettano sul conto dei bombardamenti altre incurie. Ma lo stato dei luoghi riportato dopo la guerra è terrificante. Gli uomini distruggono in maniera più definitiva della natura stessa.
Piano piano, sottovoce, si riesce a penetrare il trauma collettivo, a cattivarsi la fiducia di questa gente generosa e gentile come raramente se ne incontrano, persino nei luoghi più turistici. Pian piano si scopre che no, tutto non è bruciato e qualche scheggia si può ricostruire, addirittura scoprire, persino a loro ignota.

Psss. E se gli impressionisti, dopotutto, avessero cominciato guardando fuori dal finestrino di un treno?


















sabato 12 marzo 2016

Envoyé!

Senti cara, piantala di tiratela. Ché tanto in su non cresci più, ormai. Ballonzoli tra due tavoli, tre pc, quattro schermi, anzi due pc e un Mac accesi su due livelli della casa. Il padrone della medesima sfrattato dalla sua nuova macchina appena comprata, se la fila buono buono lasciandola nelle tue mani. Un letto. Cosparsi di fogli, foglietti, fogliettini. Libri aperti giacciono in tutte le posizioni. Cuscini strategicamente ammucchiati. Faldoni rovesciati sul morbido. Stampe dappertutto. Cartocci di Oswego al cioccolato, di galettes bretonnes, bucce di salame o di banana, briciole di baguette calda imburrata. Persino un sacchetto vuoto di patatine fritte (rigorosamente tradizionali, sono il massimo di perversione cui posso arrivare, quelle insaporite a non so cosa proprio non ce la fo. E poi, come spiega Cinzia, cosi' sono sanissime! - non credetele). Calcoli, stupidissime somme aritmetiche e qualche percentuale, anche li' il massimo che possa dare, ripetuti in sette colori, dalla Mont blanc al pennarello verde. Altamente ansiogeni. Ma pare ci debba essere corrispondenza tra quelli messi all'inizio, in mezzo e pure alla fine di tante tante tante parole.
Resta un'incognita: forse non accetteranno gli allegati con i dati. A parere mio essenziali.
Finalmente è finito. Manca una cosa essenziale: i 67 litri di birra. Ho svuotato solo una Grisette da 0,25, io. Ah, quelle? Quelle due fiaschette che trionfano in mezzo al disordine cosmico? No, sono un'altra cosa. No,  non c'entrano. Sono puffi. Puffi a te? Be', effettivamente sono bottiglie di cognac che mi hanno regalato, cammuffate da puffi. Si' ogni tanto mi succedono cose strane. Ma le bottiglie rimangono chiuse e sono dedicate al padrone di casa. Io non le tocco nemmeno, contribuisco solo alla cantina comune.
Quindi smettila di darti arie: inutile che ci provi. Lo sai, non stai disegnando Cleopatra.
Soprattutto, se qualcuno bravo, ma bravo davvero, mi legge, riesce a spiegarmi il segreto di come non mettere su due kg da fame compulsiva ogni n-mila caratteri senza distrarsi? Ne ho bisogno. Molto. Grazie.

giovedì 3 marzo 2016

Lo sturalavandini

Ovviamente appena arrivata a Parigi e felice, oh quanto felice - mi ammalo. Qui infatti è inverno, ma inverno vero. L'inverno consiste in ventate gelide e umide di pioggia ghiacciata alternate a suadenti schiarite di sole quasi bruciante.

Una di queste ventate riesce a infilarsi nel mio cappuccio bordato di pelo - che non si dica che non prendo le mie precauzioni - e complice il fatto che a casa il padrone non ha ancora capito che la donna del sud ha FREDDO alle sue temperature, stamattina mi sveglio con un mal di testa portentoso. Il quale va peggiorando finché, anziché lavorare come dovrei, vado a ficcanasare nel mondo reale o virtuale attorno a me scoprendo una serie di sfortune e tristezze. Infine apro la lettera di un'amica e ci leggo una storia (triste ma non troppo) raccontata in modo tale da farmi scendere le lacrime.

MIRACOLO! I seni si sturano, almeno parzialmente, e ricomincio a vedere la luce del giorno. Magari adesso riesco a finire di correggere quel benedetto articolo in ritardo di diversi giorni, ma di cui indugiando sono anche riuscita a colmare una lacuna in modo imprevisto quanto importante.

Si sa, del resto, che piangere fa bene. Basta non esagerare :-).

sabato 20 febbraio 2016

Il nome della droga

Per ragioni varie, inclusa la pigrizia intellettuale, i saggi di Umberto Eco non li ho mai letti. Non tenterò quindi di dire qualcosa su ciò che non conosco, prodotto da un cervello tanto brillante, poliedrico e curioso, almeno finché non riuscirò a scuotermi dall'ignavia mettendoci le mani sopra e gli occhi dentro. Sono ancora perplessa, per non dire altro, dalla pochezza di quanto hanno scritto oggi in merito i maggiori quotidiani nazionali - ma si sa, bisogna risparmiare i cervelli, di questi tempi.
(Su Le monde un articolo molto migliore.)

Il suo primo romanzo, Il nome della rosa, invece è una delle letture più belle, divertenti, intelligenti che abbia mai fatto. Quest'anno l'ho utilizzato spesso con gli studenti, in barba ai puristi e ai bigotti di ogni risma, soprattutto per quanto riguarda l'iniziazione alla scoperta e alla costruzione della conoscenza inclusi gli strumenti necessari. È ovviamente molto altro e consiglierei a tutti di leggerlo, scansando con cura l'orripilante film che banalizza proprio la parte più insolita e motrice della trama e dei personaggi implicati. Come si può fare un film su degli intellettuali piantati in cima a un colle rinchiusi nelle loro mura, di tutto spesati, se si riduce il loro rapporto con la conoscenza a una caratterizzazione macchiettistica di disadattati? Come ridurre Guglielmo a un personaggio che non ha realmente vissuto nel mondo, privo di qualunque senso pratico e capacità di azione reale, solo perché conosce a menadito, con passione, Aristotele? Al contrario, è proprio perché conosce a menadito la scienza che è in grado di essere consapevole al più alto livello delle dinamiche degli uomini e delle cose, tentando di governarle per il bene comune. È proprio il romanzo a dirlo, analizzando le rivolte del gregge come dei pastori...
 Sed transeat, se non fosse che certamente sbucherà fuori il solito saputello con "Maleregoledelcinemasonodiverseda...". Le regole del linguaggio possono essere diverse, ma la mistificazione del contenuto per renderlo "alla portata di tutti", vale a dire rassicurantemente mainstream, pure se questo contenuto ha già venduto diversi milioni di copie in tutto il mondo, dimostra solo una cieca superba ottusità di produttori e realizzatori, ben lontana dalla padronanza del "diverso linguaggio" con cui oggi si giustifica qualsiasi banalizzazione intellettuale del contenuto, quando appunto non la sua mistificazione. Campione del genere è James Ivory e meglio che smetta prima di arrivare a Peter Jackson altrimenti cado nel penale. Almeno Ivory sostituisce le idee e l'audacia con i falpalà d'epoca, Jackson con la scala della casa di Barbie: forse per lui è già roba ammantata dalla soggezione dell'antico. Un film che non ha nulla a che vedere con Eco, ma può rendere l'idea di come non sia necessario banalizzare a forza ogni vicenda in una storiella d'amore potrebbe essere ad esempio L'ultima valle di James Clavell, o in campo puramente letterario, La princesse de Montpensier di Bertrand Tavernier o infine questo che supera pure l'originale. Sarà un caso che tutti questi registi vengano dagli audaci anni Settanta?

In un romanzo successivo Eco dà la più azzecata rappresentazione letteraria della droga che mi sia capitato di leggere (non che ami molto il genere in realtà, quindi la mia esperienza è limitata), scritto da chi aveva visto droghe ben più rapidamente devastanti del sempre presente alcool diventare consumo di massa.

"Infatti al centro del suo castello, si diceva, c'era un giardino pieno di frutti e di fiori, dove scorrevano canali pieni di vino, latte, miele e acqua, e tutt'intorno danzavano e cantavano fanciulle d'incomparabile bellezza. Nel giardino potevano vivere solo dei giovani che Aloadin faceva rapire,e in quel luogo di delizie li addestrava soltanto al piacere. Così chi naturalmente era entrato in quel luogo non avrebbe voluto uscirne a nessun costo. (...) Un bel mattino uno di questi giovani si risvegliava in una squallida corte assolata, in cui si ritrovava in catene. Dopo alcuni giorni di questa pena veniva portato al cospetto di Aloadin, e si gettava ai suoi piedi minacciando il suicidio e implorando di restituirlo alle delizie... (...)

Quando avevo dieci anni sono stato rapito dagli uomini di Aloadin. E sono restato dieci anni presso di loro (...) Ero troppo piccolo per essere subito ammesso tra i giovani beati, ed ero stato affidato come servitore a un eunuco del castello, che si occupava dei loro piaceri. Ma senti cosa ho scoperto.

Io per cinque anni di giardini non ne ho mai visti, perché i giovani erano sempre e soltanto incatenati a schiera in quel cortile battuto dal sole. Ogni mattina l'eunuco prendeva da un certo armadio dei vasi d'argento che contenevano una pasta densa come miele, ma di colore verdastro, passava davanti a ciascuno dei prigionieri e li nutriva di quella sostanza. Essi l'assaporavano, e incominciavano a raccontare a se stessi e agli altri tutte le delizie di cui diceva la leggenda. Capisci, passavano la giornata ad occhi aperti, sorridendo beati. Verso sera si sentivano stanchi, incominciavano a ridere, talora sommessamente, talora smoderatamente, poi si addormentavano.

Così che io, lentamente crescendo, ho compreso l'inganno a cui erano sottoposti da Aloadin: vivevano in catene illusi di vivere in Paradiso, e per non perdere quel bene diventavano strumento della vendetta del loro signore [che li utilizzava periodicamente come sicari con il ricatto della privazione del paradiso in questione]. Se poi tornavano salvi dalle loro imprese, di nuovo finivano in ceppi, ma ricominciavano a vedere e sentire quello che il miele verde faceva loro sognare." (...) "Ma tu avevi capito che era solo l'effetto del miele verde..." "Sì la visione era un'illusione, ma quello che sentivo dentro di me non lo era, era un desiderio vero. Il desiderio, quando lo provi, non è un'illusione, c'è." "Ma era il desiderio di un'illusione." "Ma io ormai non volevo più perdere quel desiderio. Era abbastanza per dedicargli la vita".
Umberto Eco, Baudolino, Milano, Bompiani, 2000, pp. 94-97. (Ovviamente il narratore incontra nel romanzo una fine molto triste.)

In questa descrizione c'è tutto, a partire dalla consapevolezza della funzione di controllo sociale svolto dalle sostanze psicotrope più o meno generosamente concesse dai potenti. Ma ancora più insidioso è il discorso sul desiderio: perché quale più squallida sorte si può immaginare di quella di chi, per riconoscere i propri desideri e costruirvi la propria esistenza o il senso di essa, si deve affidare alla chimica somministrata non da benevole mani soccorritrici, ma da interessate, oppressive mani altrui?

Altro che le "libere" scelte dell'individuo che si pontificavano in quegli anni! La rappresentazione perfetta del dominio dell'uomo sull'uomo.

Sit tibi terra levis.



venerdì 12 febbraio 2016

Fermare le onde

Così.
O per farsi un'idea, qui.
Un po' di storia qui.
Colonna sonora.

sabato 2 gennaio 2016

Infine

 Si legge.

Si cucina.
 
 
Si attende, con tremore: "Dovete colpire i risparmi privati e eventualmente chiedere aiuto al fondo salva stati". Cioè portarsi in casa la troika. Cioè andare al macello come la Grecia, come mezz'Europa. Salire noi stessi sul carro del massacro, in nome dei nostri "impegni europei". Parola del consigliere economico del governo tedesco, sul Corsera, il 19 dicembre 2015.
L'intervista è a p. 45 del file linkato.
P.s.: ve l'immaginate un consigliere economico del governo italiano rilasciare un'intervista allo Zeit su una crisi bancaria tedesca? Ce l'hanno avuta anche loro, sì. Hanno salvato 149 banche locali senza neanche prestare orecchio al parere di un compassionevole vicino.
Screanzati.