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Toulouse en érasmienne

mercoledì 2 novembre 2022

Impastoiata e fremente

 Chi mi legge sa quanto per me contino la Francia e le esperienze che riesco a fare lì, impensabili in Italia nella ristrettezza generale di mentalità e di finanziamenti che rendono ancora più corporativo un contesto che lo è sempre stato al di là di ogni ragionevole misura. Il gruppo in cui sono inserita in questo momento è di un livello altissimo, purtroppo io seguo una disciplina molto collaterale e tra sindrome dell’impostore e sensazione di essere comunque fuori da molti ragionamenti l’ansia da prestazione è alle stelle.

Quindi quando due persone ben due del gruppo pensano a me indipendentemente l’una dall’altra per un’iniziativa da presentare fra qualche mese sprizzo felicità da tutti i pori. Collima perfettamente con alcune riflessioni che sto facendo negli ultimi tempi. Per poi ricadere miseramente quando capisco che è necessario presentare una realizzazione che non c’è sul mio luogo di lavoro. E non c’è perché non mi sono mai stati dati allo stesso tempo due soldi di attrezzatura e di fiducia per realizzare checchessia. 

Frustrazione e rabbia. Sensazione di inconcludenza perenne e forzata. Stupidità senza fine della mia organizzazione che non riesce nemmeno a intuire quanta visibilità potrebbe ottenere con un investimento minimo su chi morde il freno e lo lascia invecchiare così, ingrassare così, esaurirsi così con uno stipendio di miseria, perché fa comodo così.

Io quel luogo finirò con l’odiarlo sul serio.

Cui prodest?

Quella bruciante voglia di condividere una frase storica per arrivare da tutt’altra parte: un libro, un pubblico e il passato

 Da un blog:

e poi ho sempre pensato che lavare i panni sporchi in casa sia una stupidaggine, se lo fai al fiume in compagnia diventa tutto meno faticoso.

Non so se sia una citazione, in ogni caso è da monumento.

Ha anche a che fare con una cosa rimuginata da tempo in merito al mio passato, quello delle violenze di cui ho già scritto qui. Più un episodio sgradevole di cui non ho ancora avuto il coraggio di parlare, quello di un’amica di mia madre, di origini medio- alto borghesi, che mi voleva spesso con sé definendosi la mia seconda mamma, colta e con un mestiere affascinante, che durante un viaggio in macchina di notte da sole noi due, mentre guidava mi mise una mano sulla coscia accanto al ginocchio sinistro. E poi, dopo avere scostato la mia gonnellina jeans di denim, spostò la mano verso la parte interna della coscia, un po’ più in alto. Io rimasi gelata, immobile, non sapendo cosa fare. Avevo forse dieci anni. Ancora una volta non ero minimamente eccitata, solo profondamente disgustata. Desideravo solo che togliesse la mano. Per fortuna lei non fece altro e dopo un po’ tolse la mano e non lo fece mai più. Non vi furono contatti con organi genitali o carezze intime, né col resto del suo corpo, per fortuna. All’epoca ignoravo fin l’esistenza della sessualità fra donne. Ma la sensazione di qualcosa di fuori posto fu fortissima, insieme alla confusione per non sapere come reagire. Lei però mi parlava di cose che mi piacevano, mi mostrava e mi faceva apprezzare oggetti ambienti e discorsi che non avrei mai potuto trovare altrove. Non potevo e non volevo perdere quel rapporto. Pensai che fosse una di quelle cose strane che fanno sempre gli adulti. È questa la principale arma di costoro, l’inconsapevolezza e la confusione dei destinatari dei loro gesti ambigui, oltre alla forza fisica.

Se ci ripenso oggi, ero l’identikit della vittima perfetta di azioni di questo tipo. Figlia di madre nubile e sola, con poche relazioni e di condizione economica modesta dalle prospettive incerte. Aspetto da bambina, non sono stata un’ adolescente precoce.

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Ma sulla cosa che volevo dire devo rimuginarci ancora un altro po’:

In sostanza non mi verrebbe mai in mente di definire le violenze sessuali sui minori o su adulti come panni sporchi. Ma l’anno scorso, a Parigi, città di salvezza e meraviglie, sono andata a un incontro organizzato dalla biblioteca di Beaubourg intorno a questo libro che stavo leggendo, una lettura importante e intelligente su un argomento sviscerato come solo i Francesi sanno fare. Quel pomeriggio rimasi tappata in casa malgrado il sole sfolgorante sui tetti, tesa come se ne andasse della vita ripetendomi non so quante  volte che dopotutto non valeva la pena di perdere tempo e che alla fin fine non era poi così convinta di avere voglia di andare. Non riuscivo a decidermi a prepararmi per uscire di casa e poi per entrare nel centro. C’erano ancora le restrizioni e bisognava passare per il controllo delle prenotazioni. Ricordo una lunghissima doccia calda quanto più possibile e il bisogno di indossare per la prima volta una gonna di lana bordeaux a pieghe, ricamata ton sur ton, comprata per 2.50 euro al mercatino dell’usato tempo prima, l’unica cosa nuova che possedessi, poi decidere di mettere le décolletée di camoscio rosse al posto degli stivali e di truccarmi leggermente. 

Come per un appuntamento. Così sentivo in effetti quell’incontro: un appuntamento fatto anche per me. Non era una delle infinite conferenze a cui assisto nella vita: si parlava di me. Questo mi riscaldava internamente e mi faceva battere il cuore.

Non c’erano molte persone ma non importava moltissimo. Quello di cui c’è bisogno, pensavo, è un tipo di incontri diverso dalle sedute di testimonianza e di racconto come dalle conferenze universitarie. Un discorso pubblico in cui si affronti e si discuta non del vissuto, ma delle condizioni che permettono il suo formarsi, della problematica che porta appresso e delle sue implicazioni e lo si fa nell’agorà, non in un’aula di tribunale o di facoltà. Bene, sono anche ma non solo questo, sono una persona di sesso femminile che ha subito violenze e molestie sessuali quando era bambina da parte di tre adulti di sesso diverso, di cui due all’interno della rete di conoscenze più intima (lasciamo perdere le mani morte e altre molestie occasionali per quanto antipatiche che tutte abbiamo subito prima o poi) e posso esserci socialmente come tale e discutere del problema non in quanto vittima, ma in quanto parte di una società portatrice di una certa esperienza. Della costruzione del senso di questa esperienza come di molte altre va discusso in pubblico, interagendo tra i diversi livelli che spesso si sovrappongono o contrappongono. Una circolazione del discorso a livello sociale, citoyenne. Fuori dalle associazioni, dai gruppi di auto-aiuto et similia che preziosi storicamente per prendere coscienza del fenomeno e denunciarlo, rinviano oggi ancora e sempre al proprio e unico status di essere violato, alla propria e altrui « malattia » ed « eccezionalità » in cui la violazione ci ha tutte e tutti trascinato. Noi non siamo un’eccezione, una mirabilia né un club chiuso ben distante dal corpo sociale e fisico degli « altri » che quest’esperienza non l’hanno vissuta - magari però l’han messa in pratica-: siamo il risultato di un fenomeno sociale. E come tale dobbiamo parlare e essere ascoltate e dialogare e avere un livello e un luogo di discorso che ne prenda coscienza e ne tenga conto oltre e al di là degli aspetti legali e terapeutici. Una pubblicità dell’esperienza come di tante altre che nella vita si subiscono o si agiscono: qualcosa che a livello collettivo non si nasconde perché non c’è proprio niente da nascondere. Un livello di discorso pubblico meno spettacolare della denuncia ma infinitamente più intenso e teso che mi pare crudelmente latitare.

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Da quella sera in automobile con la molestatrice non ho più voluto indossare la gonna di jeans. Senza capire perché, mi ripugnava. Non solo, io che amavo il blu sopra ogni altra cosa, probabilmente perché mi ricordava il mio amato mare di Gaeta, e volevo vestirmi solo di quel colore, cominciai a detestarlo e a rifiutarlo. Come pure i jeans che non ho portato e non porto praticamente mai. Soprattutto il denim mi dà fastidio al solo vederlo. «Perché mai?» « Perché è brutto, non sta bene. » era la sola risposta che riuscissi a darmi. Forse oggi ne ho trovata un’altra. E non mi venite a dire che Freud non aveva capito niente. 

Per esperienza ho visto che in genere quelli che se ne escono con frasi del genere sono esattamente quelli che di una bella analisi avrebbero più bisogno, ma, chissà perché, non gli va di farla.

martedì 1 novembre 2022

Sdraiata al sole

 Oggi comincio a stare meglio, dopo nove giorni e tre quarti di scatola di antibiotico. Santo chi li ha inventati, poche storie quando hai un problema acuto o ci sono quelli o ci sono quelli.

Sono salita sul terrazzo condominiale e mi sono sdraiata al sole. Mi sembrava di rivivere, dato che in casa mia il sole non entra mai. Ho scoperto che quando prima del mio arrivo è stata rifatta la facciata i condomini hanno deciso di allargare il cornicione, per motivi che non mi sono stati spiegati. Forse volevano proteggere il lavoro fatto per evitare di dover affrontare di nuovo le spese.

Fatto sta che le spese le ha pagate il mio microappartamento, perché il nuovo cornicione gli ha tolto tutto il sole che invece arriva al piano inferiore. Forse questo spiega perché l’abbiano venduto.

Durante la pandemia il terrazzo è stato una grande risorsa. Finito il confinamento ho comprato un lettino da spiaggia per continuare a utilizzarlo e ogni volta che riesco a tirarlo su e sdraiarmi al sole mi sento subito meglio.

Per la prima volta il terrazzo oggi mi è apparso abitato. Al tramonto si anima, ma io non ci sono quasi mai. A parte la solita maledetta zanzara - il sindaco quello nuovo, quello bravo, quello a posto arrivato da Bruxelles ecc. si guarda bene dal fare disinfestazioni e dice serafico « Ci saranno zanzare fino a Natale, eheh ilcambiamentoclimatico eheh colpa vostra che usate i termosifoni eheh ». In realtà lo scorso anno, quando si era sotto elezioni, si era verificato il miracolo. Quasi nessuna zanzara. Potenza - climatica ça va sans dire - delle cabine elettorali.

La zanzara è stata affondata con un colpo violento nel maglione e poi debitamente scrollata via. Ci sono state presenze più interessanti colte tra una lettura e l’altra. Una farfalla, di quelle belle e bianche volteggia al sole, poi si schianta su un muro - come avrà fatto a non vederlo? - fa un balzo indietro e allegra e graziosa riparte verso l’alto. Poi viene verso di me, fa dietrofront e si allontana (-:

Arriva dai monti di nord est un uccello diverso dai soliti storni e piccioni. Vola molto più alto, le ali sono più grandi e battono colpi possenti, radi e regolari. Ha il collo lunghissimo e teso, l’attaccatura del petto sfinata verso il basso, il corpo affusolato. Vola verso sud ovest, verso il sole che sta calando. Sarà un’oca selvatica che migra in Africa? 

Si sente uno strano ticchettio. Mi sporgo dal lettino e vedo ondeggiare le corde dell’antenna della televisione. Sarà il vento, mi dico. Poi inizia a ondeggiare l’antenna. Poi l’antenna comincia a « friggere ». Un contatto? Starà per saltare tutto? Punto la sommità dell’antenna dove c’è attaccata una specie di graticola. Un picchio, io almeno lo ribattezzo per tale, aggrappato alla griglia sta tentando di perforare il palo di metallo che la sostiene. Ci prova per dieci minuti, con concentrazione e insistenza. Poi si mette a osservare il panorama. Quando alzo l’ultima volta la testa non lo vedo più. 

Invece dietro l’antenna è spuntata la luna. Mezza e giallo chiaro nel cielo grigioazzurro violaceo. Mi sa che le belle giornate sono finite. 

venerdì 28 ottobre 2022

Risotto monografico

 “Quella è una vera scarogna!” sento proferire solidale la voce femminile dall’altro capo del filo, mentre sto disdicendo l’ennesimo appuntamento. Che sollievo, finalmente qualcuno che mi capisce: alla vigilia di una delle rare vacanze mi ammalo, tento invano di salvare qualcosa di questo magnifico ponte, ma lo so che per me il raffreddore “che passa in tre giorni” comporta fatalmente una ricaduta il quarto e senza antibiotici non se ne va. Cosa che non mi fa amare tutti coloro che vanno in giro spargendo microbi pur di non stare a casa. Quindi disdici perdi soldi di biglietti resta inchiodata in una città antipatica tra fazzoletti, nausee e beghe burocratiche di certificati, ricette, software e quant’altro di ansiogeno.

Per farla breve il mio risotto di stasera per il Clan è una rivisitazione nello spirito del tema della settimana di un risotto famosissimo e di suo assai caricato: il risotto Vittoria di cui, buona ultima, ho scoperto l’esistenza poche settimane fa sulle pagine del Clan, pubblicato il 19 settembre da Alessandra Ruggiero, con cui mi scuso per non riuscire a linkare direttamente il suo post.

La ricetta è ovviamente semplificata da ogni coprotagonista. 

Risotto con i gamberi alla bisque di gamberi mantecato ai gamberi 

Riso

Sedano

Cipolla

Alloro 

Semi di finocchio pestati nel mortaio (si adattano divinamente ai crostacei e ai pesci più dolci)

Spumante

Gamberi (dovrebbero essere i rossi di Mazara. Io non li avevo e ho usato dei gamberi vulgaris di non so dove)

Burro

Olio

Bisque: soffriggere il sedano tritato in olio e alloro, unire le teste schiacciandole, coprire con acqua bollente e cuocere 40’.

Rosolare cipolla in burro e olio, tostare il riso bagnare con spumante, cuocere con bisque. Unire i gamberi.

Mantecare con gamberi crudi tritati molto finemente e amalgamati con un po’ olio e finocchio pestato.

Ci sono quindi gamberi in tre stadi e consistenze: la bisque ipercotta (non si butta via niente), i gamberi cotti e quelli crudi che aggiungono molto sapore.

Non c’è il parmigiano che proprio non riuscirei a infilare in un risotto con il pesce, mi sembra una forzatura tipica da stranieri...

Prima di tornare a tossire e mangiar pillole ringrazio tutti coloro che in modo molto lusinghiero hanno apprezzato il precedente risotto alla lampuga e zucca. Ad maiora.


Stavo dimenticando la fotografia:






martedì 25 ottobre 2022

Quando la grettezza ti lascia senza fiato perché scoppi di odio incredulo e il sadico lo sa

 Le giornate sono meravigliosamente calde. Ma in ufficio non batte mai il sole - il lato illuminato è riservato a quelli importanti, anche se ci passano un quarto del tempo nostro, se va bene - ed è buio freddo e quindi triste. Soprattutto la mattina che è la maggior parte del mio orario.

Morale ieri sera torno a casa con un bel mal di gola, squassata da brividi e tutta intontita. Il raffreddore per me finisce nel 90% dei casi attaccata agli antibiotici, malgrado tutte le ramanzine sui virus e le medicine inutili, altrimenti non se ne va.

Passo la notte a tossire, e stamattina inizia la corvée burocratica. Noi dipendenti pubblici si sa siamo da sorvegliare e punire per definizione unanime e bipartisan, da Berlusconi, Brunetta, Grillo, Monti, Cottarelli Dalla Vedova e tutta l’infâme +Europa che si porta dietro, a chi pubblicizzando la propria superiorità morale mai ha pensato di eliminare la normativa elaborata in merito da così repellenti personaggi. La nostra colpa principale è di essere un po’ meno ricattabili degli altri, quelli cui sono stati regalati il JA, i cococo dell’amato Prodi, la Biagi ecc.

Nel luogo vomitevole in cui lavoro una dirigenza inutile inetta incapace e misera ha deciso di rendere le cose più vessatorie possibili. In casi così ci si somma ovviamente la sfiga.

Riesco a comunicare la malattia solo tardi e per paura che sia troppo tardi avviso prima del problema causa del disguido non solo l’ufficio, ma pure il personale. Il quale mi dice di scrivere a una casella anonima per comunicare il contrattempo.

Poi il disguido per fortuna si risolve e riesco a espletare la procedura. Val la pena di dire che è la prima volta che mi capita da quando lavoro e stiamo parlando di decenni.

Poco dopo la casella anonima mi risponde, anonimamente, per dirmi che ho inserito tardi la malattia - vero - e per informarmi che nei permessi retribuiti (quelli per visita medica o urgenze familiari) da me richiesti ci sono due casi che non vanno bene perché trattandosi di permessi in entrata vanno calcolati dall’inizio dell’orario di entrata, che è flessibile - anziché come qualunque persona normale farebbe e come io e tutti abbiamo sempre fatto senza che nessuno ci trovi da ridire - dalla fine della flessibilità in entrata. Quindi i permessi da me chiesti verranno ricalcolati a partire dall‘inizio dell’orario, togliendoli cioè dalle ore del monte ancora a mia disposizione. Siccome lo stile è il tutto anonimo la casella non fa riferimento a nessuna norma che stabilisca quanto mi ha appena imposto.

Io, che già ho la nausea perché mi sento malissimo, ho solo voglia di vomitare. A quanto ammontano i permessi così richiesti? A due in dieci mesi, entrambi per meno di un’ora e per mesi che sono già stati calcolati come a posto con le presenze. Mi viene così sottratto il diritto di avere bisogno di un permesso retribuito per tre ore, dato che la flessibilità in entrata è di un’ora e mezza. Tre ore preziose per me in caso di bisogno, ma che non è detto avrei utilizzato. Tre ore totalmente insignificanti per l’amministrazione. Tre ore che rappresentano una vendetta perpetrata per nulla e sulla base di nulla su una persona che sta male, sia pure in modo non tragico, che si è trovata in difficoltà e ha cercato di mostrare la sua buona fede e nient’altro. Tre ore di meschinità gratuita che seppur meno gravi mi ricordano lo squallore senza fine di chi viene sospeso per avere mangiato uno scarto di mortadella alla luce del sole. 

Sento un rumore di tuono.

Quando si dice saper motivare il personale.

 

venerdì 21 ottobre 2022

Risotto zucca e pesce

 La temperatura in casa è ormai piacevole, oggi sono riuscita a arrivare a casa alle cinque e posso riprendere il gioco con i compagni del #Clandelrisottodelvenerdi che quest’oggi prescrive zucca e pesce.

Molto di corsa: a me il pesce piace tanto, ma crudo o marinato, esclusi i cefalopodi. Senza sale, spesso quasi senza olio. Faccio eccezione per una bella, vera spigola bollita, ma guai se scappa di cottura. Al vapore, se si tratta di conchiglie o cefalopodi piccini. Ricordo ancora come una delle cose più buone mai mangiate in assoluto un piatto di misto al vapore al Sambuco di Porto Garibaldi. Ma era prima di convertirmi al tutto crudo.

Tutto questo per dire che mettere il pesce in un risotto mi crea problematiche non da poco. Certo, il riso si addice al pesce molto più della pasta, ad eccezione degli spaghetti alle vongole.

Quale pesce, poi. Li’ la scelta era meno complicata perché da tempo rimuginavo un risotto che avevo dovuto saltare, quello dell’azzurro. E complice un giorno in cui ero entrata al supermercato per tutt’altro e ero rimasta impietrita davanti al banco del pesce ripetendo silenziosamente il grido della Creatrice, uscendone poi con questo mostro qui di quasi due chili:


Meditavo di infilarne un po’ in un risotto.
Zucca e gamberi o zucca e telline sono abbinamenti conosciuti: zucca e azzurro si poteva fare?

Risotto alla zucca con lampuga - parola che il correttore neanche conosce! Impara, impara...


Riso
2 pugni di riso Gallo che dice di essere Carnaroli
2 pugni di zucca a cubetti
1 cucchiaio di zucca grattugiata a microplane, unita a poco EVO
1 pugno di lampuga cruda e abbattuta a cubetti, rotolati in poco EVO e un pizzico di semi di finocchio
Qualche fettina sottile di lampuga cruda e abbattuta
    Attenzione: scartare tutta la buzzonaglia eventuale.
Vino bianco
1 piccolo pomodoro oblungo, di quelli settembrini che le piante del produttore sabino del mercato danno ancora
Semi di finocchio ben pestati nel mortaio
Olio EVO
Pepe
1 agrume misterioso del fruttivendolo egiziano che non è un limone né un arancio né una clementina (prometto di essere più precisa la prossima volta)

Brodo vegetale 
Cipolla
Sedano
Carota
1 stella anice
Semi di coriandolo
Scorza dell’agrume di cui sopra
1 ramo di pomodoro (idea che ho imparato tanti anni fa dalla magnifica Fabiana, scomparsa dietro ai souvenir canari e da me certo rimpianta)
Timo
1 pepe garofanato

Bollire piano gli ingredienti del brodo per almeno mezz’ora.
Far sudare la cipolla in olio - la lampuga proprio non m’ispira burro - unire la zucca a dadini, rosolare, pomodoro a fettine, rosolare. Unire in seguito il riso, girare, sfumare con il vino. Cuocere con il brodo ben caldo. 
Appena prima di spegnere unire i cubetti di lampuga. Spegnere e mantecare con la zucca grattugiata.
Nel piatto spremere qualche goccia di agrume a temperatura ambiente sopra il riso caldo.
Guarnire con le fettine di lampuga qualche stilla di EVO e un aroma appena accennato di pepe.
Il pesce resta morbido e a mio parere il migliore è quello della guarnizione che non ha avuto il tempo di scottarsi! Ma io sono di parte. P-:


Il succo di agrume impedisce al gusto troppo pronunciato dell’azzurro di prevalere. Però il pesce si sente e è piacevole come consistenza e come sapore. Li’ per li’ avevo paura che fosse esagerato e ci volesse piuttosto una sogliola o qualcosa di più delicato, insieme alla zucca. In realtà no.
Il punto debole è proprio la zucca. Che necessiti di acqua o di freddo, mentre entrambi latitano, non so, ma qui di zucche se ne vedono ancora poche e piccoline e soprattutto decorative. Al mercato, zero. Ho dovuto cercarla al supermercato, e non era eccelsa eccetto nel prezzo. Ora, la zucca è una gran bella cosa ma come tutto è migliore al suo tempo. Che magari arriverà fra un paio di settimane o tre. Pazienza, l’inverno non scappa, come sempre se qualcosa deve pazientare non è mai il risotto, piuttosto quella pacchianata ‘meregana di Halloween, prezzo o no...  - lo ammetto, la roba USA quale che sia non è ma tasse de thé (-:  

In conclusione zucca e pesce è stata proprio una bella idea!



lunedì 17 ottobre 2022

La sagra del merito

 L’occhio cadde su di loro. Erano proprio davanti a me. Due bimbi procedevano abbracciati davanti a noi lungo il binario del treno per Parigi in una sera di fine dicembre. Dovevo prender quello stesso treno. Capelli d’oro scuro, infagottati in abiti blu, gonnellina a ruota lei, la custodia nera di una chitarra sulla spalla lui.

Mi accompagnava al treno A. Al vederli  m’ironizzò con tenerezza all’orecchio: « Una fuga d’amore? ». Era improbabile perché apparivano davvero ancora bambini. Quattordici e tredici anni, avrei saputo dopo: non troppo presto per una fuga d’amore, ma raro. Saremmo infatti stati compagni di viaggio. Le nostre madri avevano combinato un appuntamento al buio per motivi di lavoro e si erano fatte accompagnare dai figli per una vacanza prenatalizia. 

Manco a dirlo in quel momento la mia situazione non mi invogliava per nulla a partire: capita, quando hai l’età dell’università. Il mio stato emotivo dominante in quei giorni era e sarebbe stata l’ansia per quanto lasciavo dietro di me. I due piccoli erano non innamorati ma fratello e sorella. Sul treno legai con la sorella maggiore. Malgrado la differenza d’età fu un’amicizia intensa - era ancora il periodo - e relativamente lunga.

Nel frattempo E. cresceva, diventando il classico sogno maschile del nostro tempo. Capelli biondi mossi naturalmente (un’INVIDIA nera! Ma avrei poi scoperto che lei, che aveva tutto, invidiava le mie forme. Sempre in senso buono naturalmente) visetto da cerbiatta, occhi allungati, bocca pronunciata, snella, alta, gambe chilometriche e grinta da vendere. Fisico da modella, in breve. Ma diventava soprattutto una donna determinata e sicura di sé, capace di cavarsela, brava a scuola e con un istinto ribelle che era fatto per rendermela affine. Dopo la maturità si innamorò perdutamente di un ragazzo e decise di seguirlo all’università fuori dalla sua città, interferendo con i piani di sua madre con gran rammarico di quest’ultima che più o meno le taglio’ i viveri. Per mantenersi fuori agli studi fece di tutto, incluso sfruttare la sua avvenenza sempre in verticale, ma ai limiti del compiacimento maschile altrui e del fastidio di sé, rubare di tanto in tanto qualche prelibatezza, come un pezzo di parmigiano che non avrebbe potuto permettersi di pagare, nei negozi dove facevano la spesa, apparentemente con il consapevole consenso dei proprietari.

Seguirono gli studi all’estero, altri amori e poi la compagna di classe. Una coetanea che lei aveva sempre adorato e descritto come Venere in persona, qualcuno strabordante di fascino che la teneva sous charme e aveva tutti gli uomini ai suoi piedi. L’amica era partita anche lei dalla città d’origine, senza proseguire gli studi, per ricercare una carriera nel campo di un mestiere che serbava un che di indeterminato. Dopo qualche anno l’aveva chiamata a sé in vacanza in barche di lusso sul Mediterraneo. E poi le aveva proposto di condividere una casa nel centro storico di una grande città dove nel frattempo E. avrebbe potuto iniziare a fare un tirocinio. Perché, riferiva la mia mamma dai discorsi della sua, le era stato detto che senza un minimo di esperienza non avrebbe potuto proporsi altrove. « Non posso lasciare l’amica mentre lei ha questa situazione » mi aveva soffiato E., sibillina. Avevo intravisto l’amica una volta e l’avevo trovata grottesca: un’isteria, voluta o spontanea che fosse, agli antipodi del fascino, e un fisico curato, si’, ma assolutamente non all’altezza della personalità di E. né della sua bellezza. Ma non doveva piacere a me: gli uomini ricchi, molto ricchi, davvero ricchi, non le mancavano. Buon per lei.

Qualche tempo dopo E. trova lavoro in una grande organizzazione sovranazionale, il che rientra nei suoi studi, anche se non nel settore in cui è specializzata « Non avrei pensato effettivamente di trovarmi a occuparmi di... » mi diceva i primi tempi. Hai visto com’è brava, entrarci è così difficile, è il che è settore difficile, lo vogliono tutti (all’epoca andava di moda), ma ha fatto un concorso? No, ha un contratto a tempo determinato, ma guadagna bene, sta comprando una bella casa, tanto glielo rinnovano... Evviva che bella cosa, allora studiare, impegnarsi, funziona, fatichi tanto ma tutto sommato ti piace e poi... e poi E. lo merita davvero, ne sono sempre stata sinceramente convinta, lo sono ancora.

La vita continua, E. incontra il compagno che vuole, fanno due figlie, è ormai stabile, non ci sentiamo più, la distanza, la differenza d’età, tutto normale, sono contenta.

Finché pochi giorni fa, cado in internet sul più improbabile dei siti, sulla più inverosimile delle notizie. Anche l’amica ha fatto carriera, più precisamente con un matrimonio da favola. Sì, proprio quel tipo di matrimonio lì, letteralmente. Ora, da dove proviene la favola di marito? Ma dal paese dove ha sede l’organizzazione in questione, naturalmente, che non è né il nostro né quello dove E. ha studiato né un posto con cui abbia avuto alcun legame in precedenza. 

Magari è un caso. O magari proprio no. 

E. ai tempi della loro coabitazione ha fatto da donna dello schermo tra l’amica, la favola e il ricco di turno. E quando la favola ha deciso di avere incontrato l’amica ideale, perché non ringraziare con eleganza una pronuba tanto essenziale alla sua felicità? «Fammi controllare il telefono che mi ha dato l’amica... questo telefono non deve esistere » mi diceva sempre più sibillina, ai tempi.   

Ora, io sono e resto convinta che E. il posto che ha avuto se lo è meritato e sudato. Sudato negli anni di studi e di lavori umilianti, sudato nell’impegno, nella determinazione e nel coraggio. Meritato per la sua bravura, la sua serietà e la sua grinta. Ma se non ci fosse stata quella conoscenza, sarebbe magari rimasta tra coloro che inanellano un precariato dopo l’altro, un giorno dopo l’altro, senza futuro e senza certezze, o con la certezza di non poter mai vivere liberi dall’angoscia dell’elettrodomestico che si rompe, della cura medica che la mutua non passa, del piccolo sfizio che è meglio rimandare finché non te ne verrà più voglia, della vacanza di cinque giorni che non puoi permetterti e magari ti sfogherai mangiando troppo pane e mortadella. Sono contenta che abbia trovato un buon lavoro e si sia costruita la vita che ha penato a raggiungere. Sono convinta che al posto suo avrei fatto probabilmente lo stesso, ammesso di esserne  capace, e che lei ha fatto bene a afferrare l’occasione che le si presentava. Sono anche assolutamente certa che ha agito per amore verso l’amica e non perché sperava di trovare una sistemazione grazie a lei. 

Ma. Sono anche certa, una volta di più, che le sviolinate sul merito, oggi, sono fuffa. Pura, pericolosa fuffa e pura esiziale retorica. Il merito oggi serve, a volte e raramente, per strappare una situazione mediocre rispetto al niente che hai. Il merito serve quando ci sono politiche di piena occupazione, per avere un lavoro che ti piaccia davvero e non solo uno stipendio. Ma per avere un lavoro che ti permetta di passare da un ceto all’altro, o di fare un minimo di carriera, nell’epoca della deflazione salariale, del pareggio di bilancio, dei tagli alla spesa pubblica e della disoccupazione non inflattiva che hanno bloccato da trent’anni la mobilità sociale, serve solo e sempre la stessa cosa: le conoscenze.