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Toulouse en érasmienne

domenica 30 dicembre 2012

Donne, anzi Intelligenze




In un post mai pubblicato descrivevo le donne che più ammiravo, cui guardavo come modelli. Quasi tutte erano scomparse da tempo, oppure caratteri immaginari. Tra quelle del nostro tempo e del  nostro mondo,  c'era lei. Ovviamente, verrebbe da dire. Quindi che rabbia, all'inizio, e che tristezza poi, nell'apprendere da questo post la sua morte, serena, però, oggi 30 dicembre. Ma fino a ieri sera, sabato 29, ha sempre continuato a studiare.
Era nata lo stesso anno del mio nonno, il 1909. Così immediatamente copio qui sotto le poche righe che avevo scritto allora, quindi parlandone al presente. Invidiando moltissimo la splendida immagine che non riesco purtroppo a inserire qui (e di mie non ne ho). Aggiornamento: Firefox non voleva saperne, ma sempre grazie al soccorso gentilissimo de Ilmondoatestaingiù  ho provato con Chrome e per questo ora il suo saluto campeggia lassù...

Rita Levi Montalcini: ha compiuto recentemente 103 splendidi anni. Auguri! Lei non sopporta che si parli dei suoi abiti. Ha ragione. Anche lei è un Nobel. In Italia tra le prime donne laureate iniziò a fare esperimenti scientifici cercando il materiale (uova) in giro in bicicletta per le colline piemontesi durante l’occupazione nazista e la Repubblica di Salò, scantonando, lei ebrea, tra una retata e una bomba. Scoprì il fattore di crescita delle cellule nervose. Subito dopo la guerra andò a fare ricerca negli USA, passando le vacanze con altri simpatici matti a campeggiare nei canyon del Colorado. Ho avuto la fortuna di parlarle circa quindici anni fa. Dire della sua intelligenza lucidissima, rapida, pieghevole, sarebbe superfluo. Capii che non mi vedeva (anche se come Marie Curie aveva una tecnica raffinatissima per evitare di scoprirsi), ma sentii in lei un interesse bruciante per la persona che aveva davanti. In teoria avrei dovuto essere io a porle delle domande, ma lei voleva capire tutto di me, chi fossi, cosa facessi, che prospettive avessi per il mio futuro, cosa mi piacesse, cosa leggessi, cosa sapevo e cosa non sapevo. Parlammo di letteratura francese (ovviamente la leggeva in originale), di romanzi d’avventura, dell’Italia e dei problemi del lavoro, oltre che dei suoi libri. La rividi da lontano, una volta, entrare nella Biblioteca Nazionale di Roma come una diva sul tappeto rosso, con i fotografi che le si inginocchiavano davanti per rubarle un primo piano tra i lampi dei flash. Bellissimo. Un’ultima volta sullo sfondo del Colosseo, stavolta insieme a Oscar Luigi Scalfaro, il quale con la consueta efficace retorica parlava di certi assenti che son nati per leccare le scarpe.
"La scoperta di NGF - spiegò oltre trent'anni più tardi il comitato Nobel a Stoccolma assegnandole il premio assieme al collega Stanley Cohen - è l'esempio di come un osservatore acuto riesca a elaborare un concetto a partire da un apparente caos". Ecco il più bel complimento che si possa fare a un'intelligenza.


martedì 25 dicembre 2012

Beatrice

Dal 2004 il Natale non è più stato lo stesso. L'anno prima, in quella baraonda che era sempre stato nella nostra grande casa all'ottavo piano, con l'albero che odorava di resina e di bosco nordico, mi ero ritrovata seduta vicino accanto a lei. I suoi bei novantadue anni non le toglievano l'appetito, anzi le avevano stuzzicato una voglia di brindisi che non aveva mai manifestato nell'età della ragione. Il (futuro) marito di mia mamma, il quale da bruon toscano arrivava sempre con qualcosa da mescere, era puntualmente apostrofato in merito alla presenza della indispensabile bottiglia. Gli anni, la mancanza di bambini e la sempre minore disponibilità economica in una famiglia di tutti salariati (non dimentichiamo che in Italia siamo ancora fermi ai valori del 1993, data l'assenza di qualsiasi meccanismo di indicizzazione reale contemporanea ai tagli dei servizi pubblici che comporta maggiori uscite per chi non ne può più usufruire), avevano reso i nostri doni più un dovere in equilibrio insostenibile con il  necessario risparmio che una sorridente manifestazione di piacere nel dare e nel ricevere quello che esattamente era nei pensieri dell'altro. L'oggetto per l'hobby, l'opera preferita, il libro non ancora letto, il tassello mancante nel guardaroba o nella casa, la sorpresa, il piacere. Non ci siamo mai regalati cose di grande valore, ma soddisfare i piccoli desideri dei nostri cari ci stava a cuore e ci dava soddisfazione. Ma stava diventando impossibile.
Lei ormai ai doni non era più interessata granché. Ma vederci tutti insieme  le piaceva, sia pure per non troppo tempo. Così quella sera eravamo sedute vicine e chiacchieravamo e io l'aiutavo a prendere o tagliare là dove non arrivava più. Per anni avevamo passato Natale in quella stanza. Il grande buffet che ora ho raccolto nella mia piccola casa veniva trasformato in presepio pieno di muschio. Le statuine erano della fine degli anni Trenta, e solo a mezzanotte si metteva l'ultimo personaggio. L'albero con ancora qualche palla dell'epoca, verde oro o rossa. I fili d'argento. Una grande sensazione di attesa felice, voci, suoni, cose buone, sorrisi, eccitazione, pacchetti. E grazie a mia madre, che non apprezzerò mai abbastanza per questo, niente bugie di Babbi Natale inesistenti a cui promettere di comportarsi bene per avere in cambio regali (bel mercato educativo!). Che poi a ben guardare, a Milano, da dove veniamo, i regali, come saggiamente dice la canzone, li porta il bambino, ma i soldi li spende la mamma. Un bel modo, secondo me, per godere il rito, ma restando consapevoli che è un rito, senza raccontare falsità. Ancora più a nord arriva la slitta di Lucia che porta la luce. A Roma c'è la Befana con dolci di vari colori. Babbo Natale (sarà toscano?) sembra quasi un intruso, come i mostricini di Halloween.
  Questi i Natali della mia infanzia, zie zii, cugini, nonni, tutti insieme a cucinare, apparecchiare, impacchettare, spacchettare, ridere, mangiare, chiacchierare, rigovernare, fare tardi nella notte fredda, partire carichi di buste magiche, come raramente può accadere in una grande città.
Il Natale successivo lei non ci sarebbe stata più. La sua casa nemmeno, la casa dove avevo passato i primi otto anni della mia vita, l'unica casa che abbia davvero sentito mia (a parte una in cui sono stata solo pochi mesi, ma è un'altra storia). Senza più avere accanto i miei amatissimi nonni, Natale non sarebbe più stato lo stesso. Piuttosto che viverlo senza di loro, lo abolii.  Cioè preferii passare il Natale in una famiglia diversa e lontana, dove cominciare a costruire nuovi riti per una nuova storia. Portando un solo dono per il banchetto collettivo che aveva luogo accanto al fuoco, magari realizzato da me (e giuro, risparmiando in stress diversi anni di vita!).
Così come ogni anno a Natale lei non c'è. L'affetto più puro e generoso che abbia mai conosciuto. Oh, non era tenera la mia nonna! Non si sbrodolava certo in smancerie. Ma aveva una tensione di affetto e di vita in ogni suo gesto come forse mai ho ritrovato. Era riservata, quasi timida, ma spalancava sorrisi a chi, magari incontrato casualmente, la attirava in una conversazione, per quanto strana. La ricordo, mentre ero piccolissima, lei che non accendeva mai una radio, sulla piazza di Vigevano, guardare sorridendo un ragazzino che le spiegava di aver messo su una radio libera con un gruppo di amici e le faceva ascoltare in cuffia la loro prima pubblicità promozionale. O attaccare bottone sulla strada per il supermercato, uno dei pochi posti in cui andasse e dove ricevevo da lei le prime lezioni di economia domestica e educazione civica (l'altro grande maestro era mio nonno, per strada e in automobile). Ricordo i pacchetti pesanti di pasticcini comprati sottocasa infilatimi nella cartella quando partivo per la scuola, da lei che un dolce per tutta la sua infanzia poverissima quasi non aveva saputo cosa fosse. Ricordo gli abbracci forti e le ore passate a farmi ripetere le tabelline. Aveva una testa matematica la mia nonna. Non da ragioniera, da logica che averbbe voluto coltivare. Dopo il diploma magistrale, preso con i geloni sulle mani e i piedi, perché a Milano faceva freddo, ma soldi per il carbone non c'erano in quella famiglia dove il padre era partito carico di debiti di gioco, portando con sé perfino il denaro per pagare la levatrice quando lei nacque. E la madre era partita di testa per il dolore, alla morte della primogenita, una morte mai capita, un'infezione trascurata perché mancavano i soldi, e forse le medicine giuste, e in ospedale ci era arrivata viva, la piccola, con un foruncolo sul labbro, ma poi non gliel'avevano più mostrata, e quando le sorelline la rividero dopo pochi giorni aveva intorno alla testa una fasciatura che gliela copriva tutta. Loro non avevano mai saputo perché.
E il primo che s'azzarda a dire che dobbiamo ridurre l'assistenza sanitaria perchénoncelapossiamopermettere lo mangio crudo come un finocchio in pinzimonio, tacessero almeno, farisei di morte.
Dopo il diploma magistrale, dicevo, lei avrebbe voluto iscriversi a matematica. Ma la bisnonna si era opposta: una donna a matematica, non stava bene. Lettere, poi fare la maestra. E alla Cattolica, non altrove. Lettere aveva cominciato, ma soprattutto doveva anche lavorare, e ben presto  lasciò. Poi un marito molto amato, amico d'infanzia, sei gravidanze e quattro parti e due pasti al giorno e sei bucati a settimana con il solo aiuto delle figlie, e una scuola tutti i giorni sei ore al giorno, e il marito, peraltro squisito e ben poco esigente, "che non è mai uscito di casa senza una camicia pulita e stirata ogni mattina."
Un matrimonio mandato in rovina perché dopo quattro parti, con dolore, e gli ultimi con nati di quattro chili, lei aveva cacciato il marito dal suo letto, ché la contraccezione, ovviamente, era peccato. O meglio aveva smesso di andare a letto la sera, addormentandosi su una sedia e mettendo avanti le faccende da sbrigare, con l'aiuto di endovenose di caffè. (Macinato a mano, il caffè. Da me, spesso. Nel macinino di legno con l'in granaggio metallico che profumava. Il caffè, che non mi è mai piacuto, è stato la prima cosa che ho imparato a preparare in cucina.) E lui mortificato, disperato: "Beatrice, non ti tocco, non ti tocco, vieni a letto". Ah, santi uomini di dio.
Già anziana aveva trovato un parroco che aveva cominciato a leggere la Bibbia con i fedeli. Lei non se ne perdeva una. L'ha letta tre o quattro volte, tutta intera. I nomi dei libri biblici li sapeva a memoria tutti. A casa ogni tanto la rileggeva.  Ha comprato, o s'è fatta regalare, quella della TOB che adesso ho io. Chissà se ha mai conosciuto anche queste  storie, a  cui quel parroco dopo cinque secoli tentava di porre rimedio. Perché cinque secoli fa, la Bibbia in Italia la leggevano in tanti, ciabattini e converse, tra vicini di casa e parrocchiane ferventi.
Poi è passata ai classici: francesi, russi, inglesi, tedeschi, i Grandi libri Garzanti li ha consumati, o più tardi ci ha ascoltato leggerglieli. La religione, una cosa lecita e reverenda, è stato il passaggio che ha permesso alla sua scrupolosità di ricominciare a coltivarsi, a prendersi cura di sé.
La telvisione invece non faceva per lei. A parte naturalmente l'ispettore Derrick, lo vedevamo tutti noi, peraltro.
Con me, con tanti, esigente, rigorosa, certo, ma generosa, attenta ai miei desideri, ai miei interessi. A dare senza mai apparire e senza mai credere. In affetto incondizionato e in effetti materiali. Come la cristiana profondamente credente che era, una delle poche che abbia incontrato. Per fortuna avevo una madre presente, che smussava certi effetti collaterali. Malgrado lei non lo ritenesse adatto, ho sempre potuto leggere di tutto, frequentare chi volevo. Ha conosciuto i miei amori più grandi. Ha letto la mia tesi di laurea. Era felice di ogni mia visita.
Un giorno di pioggia senza fine, d'inverno, l'ischemia. L'ospedale, dove la ricordo seduta sul letto, lo sguardo un po'appannato, cosciente, parlava sensatamente. I giorni, poi i mesi, passati sdraiata, con una flebo apparentemente di sola idratazione. Niente altro, mai altro. Poi il resto, la schiuma alle labbra, le vene che cedono, niente più vista, niente più parola. Le mani strette alla ricerca di un segno, le carezze per tentare stabilire un contatto. Una stanza piena di sole, per lei che diceva sempre "bello come il sole", ma lei non lo vede. La primavera che esplode e le rose che arrivano, ma lei che amava anche i fiori, non le vede. L'attesa nel silenzio, senza sapere cosa c'è di là, senza sapere se c'è paura, dolore, bisogno, senso di abbandono, desiderio. Senza sapere se e cosa si può fare, se semplicemente a quell'età il protocollo dice di non intervenire (ma altre patologie non ne aveva, "stava bene", se così si può dire) o cosa sia.  L'ultimo segno, involontario, volontario, chissà. Andavo da lei tutti i giorni, e una volta, in quel gran sole, le tenevo la mano e le parlavo. Arriva la visita per la vicina di letto, mi mandano fuori, ma lei non lascia la mano. Tento di sfilarla, ma lei la trattiene. Forte, come una volta quando nel salutarla l'abbracciavo. E io sono obbligata a dirle, perché mi mandano fuori, con impazienza: "Nonna, devo proprio andare è venuto il dottore per la signora. Lasciami, adesso. Devo andare, poi torno, però." E la mano pare allentarsi, ma quando ritorno non la ritroverò. Non c'è più nulla, solo quel cuore che "è forte" e lo sarà ancora, a lungo, finché cederà tutto il resto e ci sarà solo una bara, poi un'urna, con dentro le rose.
 
Adesso non posso più andare a trovarla, nella sua poltrona davanti alla finestra del balcone fiorito, dai gerani rossi o viola piantati dal nonno. E insomma, nonna, come te lo devo dire. Che scherzo mi hai fatto. Non sta bene. A una certa età, mica ci si comporta così. Nemmeno i gerani ci sono più.





giovedì 20 dicembre 2012

Mea culpa

No, non quella allegra e scanzonata di una canzonaccia da discoteca di qualche anno. fa. Quella proprio grave e seria di chi non ha più molte chances nella vita e ne butta via una, perché.
Per paura, innanzitutto. Paura che mi ha portato, inescusabilmente, a rimandare e non affrontare una certa pratica più complicata e impegnativa di quanto credessi eppure incredibilmente importante. Alla fine era troppo tardi e l'ho espletata, ma così male che non posso assolutamente sperare che vada a buon fine. Oddio, no, non era un posto di lavoro né una borsa di studio, solo un'abilitazione senza seguito con nessuna chance di sbocchi concreti e che posso ritentare il prossimo anno, come fanno in tanti. Ma sì, abbiamo il coraggio di dirlo, fa star meglio. Solo, sarebbe stato abbastanza  importante lo stesso. E invece. Invece ho fatto di tutto per perdere tempo, rimandare, perché mi agitava, mi sentivo inadeguata  e non sapevo come fronteggiare l'angoscia. Perché, stavolta sì per motivi indipendenti dalla mia volontà, e dalla situazione attuale, ciò che avrei dovuto usare per passarla, non era assolutamente adeguato.  Ma quello e solo quello avevo tra le mani.
Invece avrei dovuto smontarla pezzo per pezzo, l'angoscia, guardarla in faccia e arrampicarmici sopra. Proprio quello che rimprovero tante volte agli altri è quello che ho fatto io, fuggire l'angoscia invece di decifrarla e risolverla.

Da imparare. E fronteggiare. Anche questo fa star meglio. Oh, sì.
Speriamo di avere la capacità di tenere duro sul lungo periodo, serbando chiara questa coscienza acquisita.


Dopodiché in collaterale non sarebbe neanche male imparare che:
  1. inutile preculdersi ogni svago se poi si finisce a perder tempo su internet cercando... di svagarsi "per un attimo"
  2. inutile pensare di poter fare dieci giorni di vacanza dopo sostenuto una tesi di dottorato, mentre:
  •  ho scritto due articoli in una lingua che non è la mia, preparato quattro schede biografiche, ricominciato a lavorare-per-mangiare per sei mesi otto/nove ore al giorno e studiato il resto del tempo, dalle 7 del mattino alle ore piccole la sera, tenuto due conferenze e partecipato a tre incontri di progetti di ricerca
  •  vissuto in una casa che era un campo di battaglia, quando non era una cantina
  •  mangiato quello che riuscivo ad agguantare dove e come capitava
  • dormire quel che si poteva
  •  zero esercizio fisico
  •  zero svaghi o quasi - ma lì c'è anche una questione economica forte purtroppo -
e pensare di poter continuare con un altro articolo e l'abilitazione con tutte le scartoffie da preparare e redigere senza sbroccare da qualche parte. Quando non si hanno più vent'anni, decisamente.
E poi ho imparato che anche i pensieri gradevoli e "innocui" stroncano. Anche le fantasticherie su un incontro appena accennato e probabilmente senza concretezza (ma toccante tutte le mie corde più riposte e esigenti), di cui invece avrei davvero bisogno, indeboliscono. E per chi vive nella mia situazione questo non ce lo si può permettere.

Insomma pare proprio che io non riesca a non trovare un soggetto di studio in ogni dove, neanche mentre sono nello smarrimento della vergogna e della disperazione nera ;-)
purché riesca in fretta a trarne le conclusioni!

Spero solo di aver la possibilità di poter rimediare. (Perché a lei, per esempio, non sarebbe MAI capitato. Quindi si può!)
Lo vorrei davvero tanto.
E lotterò, forse più forte, per questo.

P.S.: che sia semplicemente il mio incontro faccia a faccia con l'alienazione??? ma quello che temo davvero è solo con i mulini a vento!

sabato 8 dicembre 2012

Arabia felix...

avevo proprio diteggiato su Google ormai due anni fa, in un momento in cui felix ma soprattutto felice non mi ritenevo proprio e attraverso lo schermo del mio piccolo portatile cercavo di agganciare legami con il mondo da una piccola stanza della città universitaria nella amatissima città di Tolosa. Come tutte le cose di cui si sa poco e che si intuiscono insolite, l'Arabia è un paese che mi ha sempre incuriosito e affascinato, di cui avrei da tempo voluto sapere di più. Spiattellati in quei pochi nanosecondi che impiega lui per rispondere, i primi risultati davano: "Arabafelice in cucina!" con tanto di punto esclamativo. Dev'essere stata la verve di quel punto esclamativo a convincermi: qualcosa di insolito e strano si annunciava di certo, ben più stuzzicante del risultato successivo che recitava qualcosa come le donne e Arabia come la segregazione non è segno di oppressione, ma permette di vivere la solidarietà tra donne... NO! Stop, riprogrammiamo, il relativismo culturale a questo soggetto, per carità. Meglio mangiucchiare una castagna lessa. Se l'avessi.
Ma dev'essere stato anche il connubio araboculinario a convincermi a cliccare su quel risultato per primo, perché sono sempre stata golosa e giotoncella e perché adoro la cucina arabeggiante (contrariamente alla cinese, per esempio). Così ho scoperto il blog dell'amica lontana e così sono qui adesso a raccontare cosa allora a prima impressione mi piacque di lei tanto da non farmene più staccare. E' stato in effetti il primo blog che io abbia seguito in maniera costante, senza mai pentirmene, e segua tutt'ora.
Troppe sono le cose che mi piacquero e mi piacciono di colei che è senza discussione la vera signora della blogsfera (anche non culinaria). La pulizia del blog, ad esempio, di primo acchito. L'equilibrio nei colori, la dominante bianca, la sobrietà nei font, la luce che esce dai colori delle sue foto, sempre solari, mai troppo laccate (ultimamente avrebbe dato il meglio di sé, ha decretato Il temutissimo adoratore), le categorie ben organizzate e il sorriso che si percepisce ovunque, anche nelle immagini provate mille e mille volte, ne sono certa. La discrezione infinita che le impedisce di fare una domanda persino se muore dalla curiosità (mai stata capace io di trattenerne una per un microsecondo). Quel misto di signorilità e misura oraziana che la governa, facendole trovare le parole per qualsiasi interlocutore e situazione mettendo in primo piano le parole, i ritmi, il tono, il discorso dell'altro, mai i propri (qualità che io non possiedo per niente e sanamente le invidio). La grata gentilezza affinata dall'educazione che le fa rispondere a una media di centosessanta commenti a settimana, e a visitare non voglio sapere quanti blog al giorno, al punto che alle volte si vorrebbe suggerirle di postare un salato solo per avere il diritto di respirare un po'.    
La sua onestà infinita. La sua incapacità di barare o anche solo di forzare una situazione per fini meno che limpidi, anche i più banali, innanzitutto per rispetto verso se stessa.
La determinazione a non subire prepotenze.
La precisione, l'ordine e il rigore che le fanno seguire al millimetro le ricette che saprebbe fare anche meglio a suo modo.  (Quanto vorrei averne un pochino anche io!) La capacità di riuscire a trovare il tempo per fare tutto in modo impeccabile. La costanza di non saltare mai un post, da due anni.
La vita felice e attiva, organizzata attorno alle piccole cose piacevoli e all'armonia affiatata che traspare dai suoi racconti più quotidiani, perché mai come nel suo caso, nomen omen. 
La sua Arabia. E qui, non posso dire altro.
Ma secondo me laggiù è diventata un mito. Anche se non sanno del blog, loro. I suoi colpi di sole entreranno nelle poesie e nelle canzoni e resterà nelle leggende arabe.

E tutto questo, Pellegrina, da un blog di cucina? Sì, da un blog di cucina. Nell'Arabafelice c'è tutto questo, basta leggerlo. Del resto infatti, dell'aspetto più personale della nostra amicizia, qui non parlerò. Sarebbe troppo facile :-) e non starei alle regole.
Buon compiblog, Arabafelice.

Per il buon compleanno, visto che anche il mio si avvicina ;-)

domenica 2 dicembre 2012

L'arte della fila



Sole. I Parigini escono tutti fuori a goderselo, con delizia. Siccome è domenica, qualcuno si dedica al bricolage (i Francesi sono formidabili bricoleur al punto che ci si chiede se da loro essere idraulico, falegname, elettricista garantisca guadagni). Mi fanno ricordare del mio nonno che però era lombardo, milanese per l’esattezza, e dei suoi cassetti nell’armadio dello sgabuzzino, l’uno dedicato ai chiodi, l’altro al materiale elettrico, un terzo ancora alle lamine: dalla carta vetrata al nastro isolante. Cose da noi ormai dimenticate: un romano che sappia aggiustare una sciocchezza in casa appartiene ormai a un paio di generazioni fa, oppure io non ho mai frequentato le persone “giuste”.

Qui nel frattempo si formano le ubique code. Code al mercato, aperto la domenica, unico e solo tipo di negozi autorizzati a farlo (e sono d’accordo). I marché fermier, cioè quelli dei piccoli produttori, in particolare sono una cosa splendida, anche se a Parigi sono meno diffusi e ghiotti che altrove. Ci trovi le pastinache, la rutabaga e i topinambur, le scorzonere e il sedano rapa, i croni e tante altre radici interessanti in questo periodo senza foglie. Radici che mantengono l’essenza del vegetale sulla terra e sulle nostre tavole, senza dover per forza acquistare  prodotti di serra al supermercato, come i pomodori rosé. E vorrei vedere, poveri pomodori, di che colore dovrebbero essere a dicembre? E perché dovremmo volerne mangiare per forza? Cavoli di tutti i tipi, colori e dimensioni, da farne un’antologia colorata. Choucroute profumata e adatta alle giornate gelide. L’artigiano (contadino o pizzicagnolo) qui ti spiega sempre come e quando mangiare quello che acquisti. Questo è per oggi, entro stasera. Questo domani. Questo tra due o tre giorni… e per scaldare la choucroute, magari quella profumata allo spumante e grasso d’oca (che sembra una roba da fighetti ma non lo è, anzi!), soprattutto non metta i wurstel nel microonde (raccomandazione superflua dato che non lo uso mai) e guardi bene che non diventi troppo secca, prima scaldi i cavoli in padella coperta, poi a parte le carni, poi li unisca mettendole sopra per non più di cinque minuti... 

Code davanti alle panetterie dove si vende la baguette calda lievitata naturalmente da mangiare tornando a casa, per cui sempre meglio comprarne almeno una in più. Code davanti ai ristoranti e ai baretti dei mercati, dove puoi mangiare uno splendido pasto dopo aver fatto la spesa o ad esempio a Tolosa profittare delle ostriche della non troppo lontana Charente con un bel bicchiere di vino bianco. Code per entrare nella metropolitana e per uscirne all’aria aperta. Code ovviamente intorno alla piramide di Pei nel cortile del Louvre (la realizzazione architettonica più bella della Parigi mitterrandiana che - ahimé – fu, les Trente glorieuses del servizio pubblico, della cultura, dello spettacolo resi più vicini e accessibili a tutti, la pensione a sessant’anni perché la vita non sia solo produzione e lavoro). E code per entrare alla Bibliothèque nationale che sì, è aperta in parte la domenica e dove tutti i ragazzini si danno appuntamento per studiare in un luogo bello e caldo, anche se troppo buio, ahimé. Per code intendo che all’una meno un quarto, intorno al grande rettangolo che costituisce il soffitto del chiostro della biblioteca ci sono due code, per due entrate, che ne fanno il giro. Le numerose coppie ne approfittano per annegarsi nelle braccia l’uno dell’altra. La sera ripartiranno a braccetto e sorridendosi nella notte.  Ore 13.00: le porte in basso si aprono. Quella lunghissima fila di ragazzini comincia a ondeggiare per scendere verso le porte lungo una passerella inclinata che permette il passaggio di una persona alla volta. Un guardiano distanzia i gruppi di persone che possono scendere di volta in volta. In fondo, una porta girevole, oltre la porta due persone al controllo delle borse e del metal detector. In venti minuti scarsi la fila è smaltita. A me ne toccano cinque supplementari perché vado in una sala molto richiesta dove trovo un supplemento di fila davanti agli ascensori (ancora una persona a gestirla) e ai tornelli di entrata (ultima persona). In meno di mezz’ora sono installata al mio tavolo, il pc è acceso, i libri presi dagli scaffali… e sarebbe anche il momento di smetter di perdere tempo prezioso e cominciare a lavorare, accidenti a me che poi piango che sono in ritardo. Qualche clochard o semplicemente qualche povero approfitta del luogo pubblico aperto per installarsi, con uno sguardo timoroso, timido e vergognoso negli occhi, sulle poltrone dei corridoi. Molti, non tutti, sono di origine magrebina o dell’Africa nera. Anche a loro fa bene stare in un luogo bello, relativamente caldo, foderato di legni e di moquette rossa e spessa, godere la vista del giardino anziché dei corridoi della metropolitana o dei marciapiedi.
Mi dispiace non avere un telefonino acconcio per rubare qualche immagine delle mille mie corse quotidiane.

Un’ultima cosa però mi prendo ancora il tempo di dire, che poi è la ragione per cui ho scritto questo post. Le file bisogna saperle fare (non ho sentito un sospiro, una parola, un’insofferenza che sia una, non ho visto nessun furbo che tentasse scorciatoie, tra centinaia di ragazzi neanche tutti ventenni), ma bisogna anche saperle organizzare. Cosa che qui sanno fare egregiamente. Ecco, per creare occupazione io investirei in organizzazione e formazione all’educazione civica. Guadagni? Prodotti da quantificare e smerciare, contando alla fine il proprio oro a mucchietti, forse pochi, ma civiltà e benessere sociale tanto, proprio tanto. A noi la scelta e ci toccherà presto.