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per gli scribi

Toulouse en érasmienne

martedì 4 dicembre 2018

Pax?


Quello che segnerà la vita dei nostri genitori e la nostra. Il presidente dell’ordine dei medici Filippo Anelli parla giustamente di aberrazione. Un medico o un dirigente medico non possono ricevere compensi quanto più revocano malattie e invalidità. Eppure le scelte politiche di tagli, tagli e sempre più tagli non vengono rimesse in discussione da questo governo nella sua legge di bilancio, al contrario. Quel modello non va toccato e ancora una volta ci dovremmo piegare ai suoi ideatori e mandanti.
Perché una multa dovrebbe spaventarci più della mancanza di cure? Dell’impotenza davanti alle malattie dei nostri cari? Dell’impossibilità di avere la « pensione dignitosa » prevista dalla nostra Costituzione?
Cosa temiamo ancora?
Uscire al più presto da questa trappola di morte fisica e di soggezione mentale è la cosa migliore che potrebbe capitarci.



domenica 25 novembre 2018

Taci rinnegato

Affamatore della tua gente, tu che hai svenduto chi ti ha eletto, hai distrutto il tuo paese, hai smantellato le sue risorse, hai tradito un mandato referendario, ma taci, almeno, dopo avere massacrato la amata terra di Achille e Odisseo, non osare darci consigli di morte come se non bastasse la devastazione che hai provocato là dove avevi il potere di resistere e di appellarti ai tuoi, anziché torturarli come invece hai fatto, non preparandoti e infine cedendo in maniera ignominiosa.

giovedì 22 novembre 2018

Proprio quello proprio qui

Un corpo minuto sormontato da un cespuglio di ricci nerissimi, una bellezza non eclatante ma curatissima nell ‘abbigliamento che gioca la carta della ingenuità infantile appena zuccherosa. Poche parole e una determinazione di ferro, precisione, cura del dettaglio, capacità di valutazione, di iniziativa, di prudenza quando occorre. Impegno serio e senza cedimenti di chi conosce la necessità di far fronte a difficoltà economiche sapendo sempre conservare la dignità.
Arriva sul lavoro dove deve svolgere un compito alieno dal suo campo e dal suo percorso, per bruta necessità immediata di denaro. Non si scolla da cio’ che deve fare, sospetto che si attardi oltre l’orario, a volte.
L’altro ieri anticipa di due giorni, ha bisogno di finire prima, mi spiega. Ho sempre cercato di dare la massima libertà organizzativa dato che devono tenere insieme quattro tipi di impegno differenti, ovviamente malpagati. Quindi non c’è problema anche se sotto sotto mi dispiace che sia arrivato l’ultimo turno. Ma non sono la sola. Il portone sta per essere chiuso quando mi saluta e accenna alla pila non smaltita che aveva messo da parte. « Perché io rifaro’ sicuramente la domanda e chiedero’ senz’altro di venire qui: voglio continuare questo lavoro », molto meno prestigioso e redditizio, ma pure meno interessante, di quello che sarebbe il suo mestiere. « Adesso che l’ho capito ho visto che qui mi piace », conclude con un po’di ansia, guardando la pila messa da parte con l’aria di chi vorrebbe che restasse li’ ad aspettare il suo ritorno.
E poiché tutto quel che sa di questo lavoro gliel’ha insegnato chi scrive qui, registriamo l’episodio in questi giorni freddi e solitari, un po’ tanto disperati, tra le pietre lucenti della vanità.

domenica 18 novembre 2018

Sentirsi sola

Stasera è cosi’, malgrado una bella gita nel freddo reatino un dolcetto al ritorno e tanto negli occhi.
Ma non c’è futuro, pessime notizie dal lavoro - a parte il posto, che rimane, tutto il resto che avevo tentato di costruire da anni è fermato da scelte altrui cinicamente consapevoli. Non ho più voglia di lavorare per chi approfitta di quel che so e di quel che so fare facendo in modo di bloccarmi la carriera per pagarmi di meno e favorire altri equilibri di potere, oltrettutto a scapito del campo in cui lavoro.
Non voglio trasformarmi in uno di quei mostri che vanno a lavorare ogni giorno per contare i minuti che li separano dalla pensione: non voglio ridurmi cosi’, morire in questo modo.

Vorrei andarmene, davvero: ma a chi posso servire e a cosa?
A niente e nessuno apparentemente.

giovedì 8 novembre 2018

Quindi stanotte

o forse da molto tempo, anzi troppo, la repubblica parlamentare italiana è divenuta una repubblica presidenziale che risponde anzitutto all'esterno. Giacché il presidente della medesima avrebbe deciso che sarebbe sua prerogativa giudicare la politica economica del governo e del parlamento.
Educare i parlamenti, raccomandava qualcuno.
Ora l'orizzonte esterno cui dovrebbe guardare la politica economica può significare due cose.
1) che sia una (supposta o autoarrogatasi) autorità esterna a indirizzare le scelte economiche a suo giudizio insindacabile;
2) che si debbano condurre politiche economiche mercantiliste, basate sulla crescita delle esportazioni, per realizzare le quali è necessario contenere i costi di produzione e la capacità di spesa per importazioni attraverso:
a)bassi salari,
b)disoccupazione,
c)precarietà,
d)sottoccupazione,
e) pochi e scadenti servizi pubblici.
Peccato che di questa roba nella Costituzione del '48 proprio non ce ne sia traccia. Anzi.

domenica 28 ottobre 2018

Anzi, mi correggo: TOGLIAMOLI di mezzo

Ad esempio proviamo a mettere una regola che prescriva di fare così:
La telefonata Conte - Juncker sui conti tedeschi.

martedì 23 ottobre 2018

TOGLIETEVI DI MEZZO

"“Impegni violati deliberatamente. Rivedremo decisione su procedura per deficit eccessivo”– “Il governo italiano sta apertamente e deliberatamente andando contro gli impegni che aveva preso”, ha detto in conferenza stampa il vicepresidente della Commissione Ue, Valdis Dombrovskis."

TOGLIETEVI DI MEZZO.

"“i piani attuali sono un cambiamento materiale che potrebbe richiedere una rivalutazione” di tutto, ha spiegato. “La palla è ora nel campo del governo italiano, abbiamo tre settimane per un dialogo intenso”, ha aggiunto. “Le risposte ricevute ieri non sono state soddisfacenti. L’Europa si basa sulla cooperazione e sulla fiducia. Se viene erosa ne sono danneggiati tutti gli Stati membri e la valuta unica”. Poi ha ricordato che nel 2017 il debito italiano “ha rappresentato un peso medio di 37mila euro per abitante“, pari “al secondo debito più alto nell’Ue, uno dei più alti al mondo” nonché quello “con il più alto costo totale di rifinanziamento in Europa” che “deve essere pagato ogni anno dai contribuenti“. 

TOGLIETEVI DI MEZZO.

"Al punto che “l’anno scorso l’Italia ha speso lo stesso ammontare per rifinanziare il debito di quanto ha dedicato all’educazione.""

TOGLIETEVI DI MEZZO.

“Passi indietro sulle pensioni. E il condono potrebbe ridurre adempimento degli obblighi fiscali” – “L’economia italiana è caratterizzata da una bassa crescita economica e da una dinamica della produttività debole rispetto alla media dell’Unione, con conseguenze negative a livello sociale e occupazionale” si legge nell’opinione della Commissione sul Documento programmatico. “Per promuovere la crescita potenziale e affrontare la persistente stagnazione della produttività occorre una strategia organica di riforma. Le misure contenute nel documento programmatico di bilancio 2019 indicano invece un chiaro rischio di retromarcia su riforme che l’Italia aveva adottato in linea con precedenti raccomandazioni specifiche e con riferimento agli aspetti strutturali di politica fiscale oggetto delle raccomandazioni indirizzate all’Italia dal Consiglio il 13 luglio 2018″. Infatti “sebbene il Consiglio abbia raccomandato all’Italia di ridurre la quota della spesa pubblica destinata alle pensioni di vecchiaia al fine di dare spazio ad altre voci di spesa sociale, l’introduzione della possibilità di pensionamento anticipato è un passo indietro rispetto a precedenti riforme pensionistiche a supporto della sostenibilità a lungo termine del consistente debito pubblico italiano”. 

TOGLIETEVI DI MEZZO.

Vi diamo così fastidio? Ce ne andiamo subito.
Inutile insistere quando un matrimonio non funziona. Toglietevi di mezzo. Ah, no? Non vi sta bene? Quindi serviamo a qualcosa, magari a salvarvi le banche e finanziare i trasferimenti ai paesi baltici?

TOGLIETEVI DI MEZZO.

Ci avete imposto di distruggere un welfare mai nato. Ci avete fatto calare la speranza di vita. Avete imposto leggi scellerate che hanno causato disoccupazione e emigrazione, violentando la nostra Costituzione.

TOGLIETEVI DI MEZZO. Per sempre.  

sabato 6 ottobre 2018

ColleghI XY

come avrebbe detto lei che purtroppo non scrive più, si è data alla riviera ligure, beata.

Mettiamo un collega per caso strano non canuto, convinto, ma proprio convinto, di essere un uomo di buone fortune per superiori sue doti, quindi, nella sua mentalità, di dover valutare la dignità di essere umano di sesso femminile di chi lavora con lui a seconda dell'ottemperanza concessa da madre natura a quell'individuo rispetto al canone di centimetri di moda in quel momento.
Mettiamo che costui non mi abbia mai degnata di una parola né di saluto meno che gelido per tre anni buoni.
Poi mettiamo che io dimagrisca di quasi undici chili e mezzo, per motivi miei, cambi pettinatura, e inizi a risanare alcune piaghe che mi incatenavano da oltre un decennio.

Ohibò, divento improvvisamente degna di considerazione.
Saluti accompagnati da smaglianti sorrisi.
Tentativi di conversazione.
Cura nell'informarmi che lui sì, sta proprio andando via.
Apperò.

Sapesse che se poteva fare una cosa perché io lo considerassi ancor meno di quanto considero il maleducato gratuito standard di cui è pieno il mondo è proprio questa.

Ma quando riprenderò qualche chilo, continuerà a salutarmi, o ricadrà nel gelo?
Di certo non vale la pena di tentare l'esperimento.


mercoledì 3 ottobre 2018

La scoperta dell'acqua calda

Tornata un mese fa scopro che nel luogo dove lavoro hanno intenzione di gettare a mare una ventina di persone che avrebbero potuto promuovere con tutti i crismi e sforzo minimo. Piombo in una delle situazioni meno felici che si possano immaginare. Mi passa totalmente la voglia di scrivere. Cerco di organizzare la nostra banda dispersa e senza nome insieme ad altri compagni di sventura. Dapprima appare come un gioco: fare anticamera, raccogliere informazioni, capire le poste e le fazioni in gioco; trattare, o meglio tentare di trattare ad armi impari, tentare in ogni direzione, farsi conoscere e riconoscere.
Poi inizia la fase dei rifiuti, dei muri, delle serrate; delle incomprensioni e della lentezza altrui. Nel frattempo la persona che sentivo più vicina e consideravo amica mi si rivolta contro rinfacciandomi di stare usando gli altri per interessi personali. Piango per una settimana ma non posso fermarmi. Ho bisogno delle mie montagne, un venerdì di questa estate infinita mi getto letteralmente fuori dall'ufficio, afferro gli scarponi, salto in macchina e corro per sei ore. Corro a rifugiarmi un week-end nel mio paese e nella mia valle: mi getto sulle tonaliti verso le porte imponenti; parlo intensamente con un caro amico; rivedo un fortilizio che ci è caro; ritrovo dei piatti amati da tempo. Dormo nel mezzo di una valle piena di abeti e di stelle, di acque correnti e di prati in una casa Bianca dalla magnifica charpente in legno chiaro scolpito dove sognavo da anni di andare senza mai riuscirvi.
Qui è l'unico pezzo d'Italia che mi parli.

La lotta mi prende al punto che tutto il resto sfuma: i bagagli da disfare, i lavori da concludere, le letture da fare. Mi dico che tutto sommato mi sto quasi divertendo. Se solo la posta in gioco, tutto sommato misera, non fosse per noi così alta...

Durante uno dei tanti tentativi di interessare qualcuno alla nostra sorte vengo invitata a una conferenza italo-francese. Il curatore del libro dopo i saluti passa alla sua lingua materna. Sento ruscellarmi addosso suoni che il cervelletto riconosce e decifra ormai automaticamente. Percepisco quanto ne avesse bisogno, quanto questo linguaggio dell'anima gli fosse mancato e fosse mancato a tutta me stessa. Riprendo fiato e naturalezza come una pianta innaffiata dopo una lunga siccità che l'aveva rattrappita. Capisco come nessuna cosa possa realmente sostituire quel paese essenziale alla mia felicità.
Mi sento sotto una doccia calda che riapre il mio corpo e la mia anima facendoli sbocciare.

Il giorno dopo qualcuno fa una proposta assurda per permettermi di tornare in quel paese. Non ci devo credere: è il più gran gesto di generosità disperata che potesse fare per me, ma è assolutamente impossibile che possa avere effetto alcuno. Infatti rispondo con una risata. Tuttavia, il pensiero di potere davvero con un colpo di bacchetta magica, ché altro non sarebbe, lasciare questa verminaia per una vita dignitosa e gratificante nel paese del mio cuore, spazza via ogni falsa illusione che mi ero costruita per non morire sulla possibilità di trovare soddisfazioni dopotutto anche nel lottare per guadagnare qualcosa qui.

Di questo impossibile mulino a vento devo ritenere una sola cosa. Mi rassicura l'idea di avere sempre visto giusto, nella mia voglia di emigrare per sempre; di avere capito cosa mi renderebbe il respiro, il pensiero e la vita.

Ma non accadrà né l'una né l'altra cosa. Rimarremo dove siamo, ad aspettare come tanti altri che ho visto, l'ora della pensione distante decenni e decenni, unica via di sopravvivenza al disgusto che hanno instillato in noi, perdendo le idee perdendo la voglia di vivere, di fare; una pensione che non sarà, grazie al nuovo sistema contributivo, neppure dignitosa.

lunedì 3 settembre 2018

Questo inverno

era stato marcato dalla musica entusiasmante di una cantata e da tanto sole, energia, corse e sorrisi.
Questo ritorno particolarmente duro lo fa apparire storia.
Chissà perché un gruppo così abile in questa esecuzione diventa poi grigio in tutte le altre.
Insomma questi giorni non sono il massimo. Di certo mi sento molto confusa.

lunedì 16 luglio 2018

Il calcio è un petit four (per gli altri)?

La mia totale indifferenza al calcio chiunque e ovunque giochi non è condivisa da chi conosco. Dall’Italia mi arriva ieri un messaggio : « Ovviamente tifo Francia » io che sto  boccheggiando tra il divano e le foglie da ramazzare in giardino nella sera più afosa della stagione, non posso che rallegrarmi per l’altrui felicità. Malgrado qualche intemperanza qui hanno il buon gusto di lasciarti dormire anziché strombazzarti per tutta la notte sotto le finestre, ma i ragazzini tornano cantando esausti e felici. La sera più entusiasmante per gli abitanti degli HLM qui dietro è stata però la semifinale, forse perché non se lo aspettavano. Strilli di gioia e poi non dimenticherò le canzoni in una lingua africana non araba, intonate con gioia commossa e appagata.
Stamattina dall’Italia mi scrive addirittura il mio medico chiedendomi se sono sempre a Parigi. Sì, per poco tempo ancora e crucciata perché vari guai di salute mi lasciano con la consapevolezza di avere sprecato quasi tutto il tempo e siamo veramente all’ultimo di questi miei anni folli e felici.
Poi sarà l’ Italia e il baratro di un lavoro fatto in condizioni frustranti e umilianti in un ambiente cui non importa nulla di ciò che faccio purché non dia noia. La morte psicologica altro che mondiali. Devo rallegrarmi solo perché ho un contratto finora decente? No, se lavoro in queste condizioni ci perdiamo tutti, non soltanto io.
Ma come mi dicevano i colleghi anni fa e io non ci credevo, è voluto...

lunedì 9 luglio 2018

Ascolti

Stasera incollata alla radio per La flûte da Aix. Tamino in scena suona il flauto e qui dal giardino un passerotto gli risponde.
Non credo sia possibile un complimento migliore per qualsiasi compositore.

giovedì 7 giugno 2018

Make me sway, sway with ease


When marimba rhythms start to play
Dance with me, make me sway
Like a lazy ocean hugs the shore
Hold me close, sway me more
Like a flower bending in the breeze
Bend with me, sway with ease
When we dance you have a way with me
Stay with me, sway with me
Other dancers may be on the floor
Dear, but my eyes will see only you
Only you have that magic technique
When we sway I go weak
I can hear the sounds of violins
Long before it begins
Make me thrill as only you know how
Sway me smooth, sway me now.
1954

A margine: Ma perché oggi per sedurre va di moda piantare un broncio forsennato?
 

lunedì 28 maggio 2018

Mementi

Lo avrai
camerata K€ss€lring
il monumento che pretendi da noi italiani
ma con che pietra si costruirà
a deciderlo tocca a noi.

Non coi sassi affumicati
dei borghi inermi straziati dal tuo sterminio
non colla terra dei cimiteri
dove i nostri compagni giovinetti
riposano in serenità
non colla neve inviolata delle montagne
che per due inverni ti sfidarono
non colla primavera di queste valli
che ti videro fuggire.

Ma soltanto col silenzio dei torturati
più duro d'ogni macigno
soltanto con la roccia di questo patto
giurato fra uomini liberi
che volontari si adunarono
per dignità e non per odio
decisi a riscattare
la vergogna e il terrore del mondo.

Su queste strade se vorrai tornare
ai nostri posti ci ritroverai
morti e vivi collo stesso impegno
popolo serrato intorno al monumento
che si chiama
ora e sempre
resistenza.

Piero Calamandrei, Costituente della Repubblica


Certa gente non bisognerebbe lasciarla andare...

domenica 20 maggio 2018

"Non è sempre la disoccupazione che fa il danno"

Questo post me lo ha strappato una ricetta. L'insalata con le arance.

«– Chissà! – dissi io. – C’è anche lì disoccupazione.
E che importa la disoccupazione? – disse lui. – Non è sempre la disoccupazione che fa il danno… Non è questo… Non sono disoccupato, io.
Indicò gli altri piccoli siciliani intorno.
– Nessuno di noi lo è. Lavoriamo… Nei giardini… Lavoriamo.

[Basta non fare troppo gli schizzinosi... il lavoro c'è]
E lui, piccolo siciliano, restò muto un pezzo nella speranza, poi guardò ai suoi piedi la moglie bambina che sedeva immobile, scura, tutta chiusa, sul sacco, e diventò disperato, e disperatamente, come dianzi a bordo, si chinò e sfilò un po’ di spago dal paniere, tirò fuori un’arancia, e disperatamente l’offrì, ancora chino sulle gambe piegate, alla moglie e, dopo il rifiuto senza parole di lei, disperatamente fu avvilito con l’arancia in mano, e cominciò a pelarla per sé, a mangiarla lui, ingoiando come se ingoiasse maledizioni.

– Si mangiano a insalata, – io dissi, – qui da noi.
– In America? – chiese il siciliano.
– No, – io dissi, – qui da noi.
– Qui da noi? – il siciliano chiese. – A insalata con l’olio?
– Sì, con l’olio, – dissi io. – E uno spicchio d’aglio, e il sale…
E col pane? – disse il siciliano.
– Sicuro, – io risposi. – Col pane. Ne mangiavo sempre quindici anni fa, ragazzo…
– Ah, ne mangiavate? – disse il siciliano. – Stavate bene anche allora, voi?
– Così, così, – io risposi.
E soggiunsi: – Mai mangiato arance a insalata, voi?
– Sì, qualche volta, – disse il siciliano. – Ma non sempre c’è l’olio.
– Già, – io dissi. – Non sempre è buona annata… L’olio può costar caro.

[C'è il lavoro, ma non c'è il pane]

– E non sempre c’è il pane, – disse il siciliano. – Se uno non vende le arance non c’è il pane. E bisogna mangiare le arance… Così, vedete?
E disperatamente mangiava la sua arancia, bagnate le dita, nel freddo, di succo d’arancia, guardando ai suoi piedi la moglie bambina che non voleva arance.
– Ma nutriscono molto, – dissi io. – Potete vendermene qualcuna?
Il piccolo siciliano finì d’inghiottire, si pulì le mani nella giacca.
– Davvero? – esclamò. E si chinò sul suo paniere, vi scavò dentro, sotto la tela, mi porse quattro, cinque, sei arance.
– Ma perché? – io chiesi. – E’ così difficile vendere le arance?
– Non si vendono, – egli disse. – Nessuno ne vuole.
Il treno intanto era pronto, allungato dei vagoni che avevano passato il mare.


[Il pane non c'è perché non si può comprarlo. Non si può comprarlo perché non c'è il salario. Nel 1941, con la guerra e Mussolini.]

All’estero non ne vogliono, – continuò il piccolo siciliano. – Come se avessero il tossico. Le nostre arance. E il padrone ci paga così. Ci dà le arance… E noi non sappiamo che fare. Nessuno ne vuole. Veniamo a Messina, a piedi, e nessuno ne vuole… Andiamo a vedere se ne vogliono a Reggio, a Villa San Giovanni, e non ne vogliono… Nessuno ne vuole.
Squillò la trombetta del capotreno, la locomotiva fischiò.
– Nessuno ne vuole… Andiamo avanti, indietro, paghiamo il viaggio per noi e per loro, non mangiamo pane, nessuno ne vuole… Nessuno ne vuole.»

Elio Vittorini, Conversazione in Sicilia.

Ma oggi? Oggi, che la guerra non c'è - dicono - oggi che a Palazzo Venezia è un bel po' che non si è visto il cranio pelato, oggi che la dittatura non c'è, oggi: che ne è dei nostri salari

Aggiornamento: La sparizione dei salari va di pari passo con quella dei contratti di lavoro. Quando ci sono, i contratti coprono diverse cose, compreso il riconoscimento degli infortuni e degli incidenti sul lavoro. Oggi, uno di quei lavori cui sono costretti non più solo gli studenti ma chiunque, la consegna dei pasti a casa, così economici e così comodi per chi al ristorante non può più andare perchè appunto, i salari non lo permettono, ma tanto basta adattarsi un po', sacrifcarsi un po' e via moraleggiando, può costringerti a ritmi disumani o a perdere il tuo lavoro, cioè a non venire più chiamato, se non soddisfi il cottimo imposto. E se corri per cercare di soddisfarlo, e finisci sotto a un tram, e ti amputano una gamba, non hai diritto a nulla, perché il tuo non è un rapporto di lavoro subordinato, non hai un contratto,  quindi non puoi avere un incidente sul lavoro anche se per lavoro guidi nelle strade cittadine tutto il giorno.
Ricordiamoci quello che ci hanno detto: non bisogna essere schizzinosi. Consumiamo di meno, è così moderno e responsabile: da oggi basterà una scarpa sola.

giovedì 3 maggio 2018

Ragazze del maggio

Va molto di moda oggi descrivere, da parte di chi non ne ha peraltro conoscenza diretta, gli avvenimenti del maggio '68 francese, o comunque di quegli anni, come una serie di atti più o meno teppistici dovuti a una ristretta banda di ragazzi ricchi e viziati che sarebbero divenuti tutti, negli anni successivi, cantori e profittatori del liberismo economico. Senza dimenticare, ovviamente, una pretesa libertà sfrenatamente godereccia che le donne (e povere matte facilmente traviate, si sa) avrebbero potuto ottenere grazie alla legge sul divorzio e al controllo della fecondità permesso dagli - evidentemente - angosciosamente diabolici anticoncezionali che per fortuna qualcuna (ma sempre troppo poche) ancora si ricorda di poter, responsabilmente, utilizzare, per poter, responsabilmente, procreare non a casaccio, bensì nelle condizioni migliori per poi crescere, godendosela (la prole), una prole serena.
Al di là di qualche scontato percorso individuale, nulla di più falso e soprattutto di meno provato. Le ricerche sui partecipanti a quel periodo incontrano numerose difficoltà nel ricostruirne la condizione socio-economica, e purtroppo simili indagini sono ancora scarse e assolutamente insufficienti. Le poche che sono state tentate con approccio scientifico anziché letterario fideistico a fini etici non permettono di trarre simili conclusioni(1). Ragazzi viziati e anche peggio erano invece questi, che però non appartenevano propriamente al movimento studentesco.

Con questi pensieri in testa  si ascoltano in questi giorni alla radio francese una serie di documentari sul maggio'68. In Francia si ha molta meno paura della propria storia, e i discorsi attorno ad essa sono più disinibiti e con un approccio più scientifico e meno perbenista rispetto a quello tenuto dai patri media. Les pieds sur terre propone una serie di reportage sulle ragazze del maggio, in cui condizione socioeconomica, istituzioni, costume, rivolta e lotta di classe si intrecciano, come si intrecciavano allora, venendo messe in discussione da un rifiuto generazionale e di classe insieme, e come si intrecciano oggi, senza che nessuno più ci faccia caso o si ribelli davanti alle barriere economiche che separano in maniera sempre più netta i membri di una società che ha rinunciato alla mobilità sociale.

Quella mobilità che ha visto il suo culmine, anziché la sua negazione, negli anni del maggio, nel senso che allora arrivarono all'università i figli delle socialdemocrazie instauratesi nel dopoguerra e poterono, per pochi brevi anni nella storia del continente, garantirsi non solo un futuro migliore, ma un passaggio in massa di ceto sociale, ben presto riassorbito nei decenni che seguirono, sino all'attuale restaurazione dei modelli di vita del capitalismo liberista ottocentesco.
Altro che ragazzi viziati.

"A maggio '68 vado a scuola, ho quindici anni. L'agitazione non la conosco ancora ma da quindicenne comincio a svegliarmi al mondo e le mie compagne con me. Nel mio liceo di duemila ragazze nella banlieu parigina a Sceaux l'istruzione non è mista. Il regolamento è molto severo, soprattutto per le ragazze. Proibito truccarsi, portare i pantaloni tranne in inverno quando la temperatura scende sotto una certa soglia. Obbligatorio portare un grembiule che deve essere sempre blu con il nome e la classe dell'allieva ricamati sopra, per cui ogni membro dell'amministrazione può sapere di chi si tratti. Questo facilita il lavoro di sorveglianza. Da quando andavo a scuola era così, per cui era normale. Ma c'erano alcune grandi a cui tutto ciò sembrava insopportabile, alcune venivano per esempio truccate e le professoresse le mandavano all'amministrazione e rischiavano di venire espulse. Un giorno, ed era una cosa eccezionale, vedo un gruppo riunito in cortile, almeno duecento ragazze e scorgo il profilo della vicepreside, vestita ancora come Marie Curie, con le gonne lunghe, si distingueva da lontano. Era insolito vederla in cortile e la sua presenza richiama ancora più ragazze perché la vicepreside è sempre nel suo ufficio. Ella viene sul nostro territorio e questo provoca sorpresa. Viene nel nostro territorio e questo vuole dire che sta succedendo qualcosa, bisogna esserci. Sta cercando una ragazza che è protetta da un gruppo che sta andando verso il bagno. L'alunna che sfuggiva alla vicepreside portava i jeans. Era una provocazione perché i jeans sono proibiti, i  jeans erano il male perché erano poco corretti. Per delle ragazze del'68 portare i jeans è il male. La ragazza sapeva che rischiava di farsi espellere, ma era protetta da molte persone, molte più delle sue amiche. Era una vera manifestazione che si stava verificando al liceo. C'erano troppe ragazze perché lei potesse prenderla. Le ragazze corrono, sono più giovani, la vicepreside non riesce a entrare nel gruppo, ha una sua dignità, cammina lentamente, e si aspetta una reverenza che oggi nessuno le dà. Segue il gruppo ma non entra in mezzo a loro, perché il gruppo non la lascia entrare. Tutto il gruppo arriva ai bagni e ci si chiude dentro, per cui la vicepreside non sa chi c'è. La ragazza sapeva che era proibito mettersi i jeans, aveva in borsa la gonna, se la rimette, esce e la viceopreside non ha mai saputo chi avesse fatto questa provocazione.
Per me è l'inizio di un movimento, un movimento in cui voglio esserci. Dei ragazzi che si mettono insieme per fare qualcosa, non penso ancora allora per cambiare il mondo, ma lo penserò presto, dall'inizio di maggio: perché quando ci si mette insieme si possono fare grandi cose."

Solo questione di moda e di nuovi consumi alla USA style? O voglia di affermare il proprio corpo e la propria femminilità invece di nasconderla sotto il chador alle ossessioni del censore di turno?
No, tutt'altro.

Ci dicono che il progresso è la felicità: fate un passo avanti. È un progresso ma non mai è la felicità. E se provassimo altro?
Cosa fate? la Rivoluzione!

"Nel 1967 ho appena passato un anno formidabile al liceo, in filosofia. Ancora più straordinario che fossi una delle rare allieve che veniva da un ambiente operaio, quasi tutte venivano dalla media o alta borghesia. Mio padre era un tagliapietre, veniva dall'Italia. Aveva trovato lavoro come muratore era venuto a prendere la famiglia e io sono arrivata in Francia allora, nel 1951. Eravamo in un liceo di sole ragazze, professori solo donne. Vietato truccarsi, portare i pantaloni tranne se faceva molto freddo e bisognava comunque metterci una gonna sopra [! ma quanto odio, quanta ossessione frustrata può suscitare un corpo di giovane donna?], tutto questo era l'atmosfera. In questo contesto arriva un professore di filosofia, un uomo che all'epoca non aveva trent'anni, 25-26 penso straordinario. Faceva teatro, arrivava stanco, si sedeva sulla cattedra anziché dietro. ci faceva urlare perché ci parlava dell'enfant polymorphe, du pervers polymorphe. E' stata una rivelazione per me, ma ero un po' timida, non mi mettevo in evidenza.
Ha cominciato a andare al caffè con alcune allieve, a Pasqua. Morivo dalla voglia di andarci, non ero mai andata al caffè. Mia mamma mi aveva dato un'educazione molto rigida, non potevo uscire... Allora ho cominciato anche io ad andarci di nascosto. Non parlavo, ascoltavo le altre che in più andavano a teatro, al cinema. Questo professore è stata una rivoluzione personale. Mi dicevo questo professore diversamente dagli altri, non ha paura di scendere dal suo piedistallo, mi apre tutto, io capisco che si può vivere in modo diverso da quello che mi si dice, vedo la vita davanti a me. Sono piena di entusiasmo. Decido che voglio andare all'università, di studiare. E allora coup de théâtre: la direttrice della scuola mi convoca, mi spiega che io sono straniera, che non ho diritto a una borsa di studio, che d'altra parte è vero che sono una buona allieva, ma non brillante, e che ella mi consiglia vivamente di andare all'università ma a imparare un mestiere e prendermi un diploma tecnico di segretaria. E' un colpo terribile, ma siccome sono una donna ragionevole, mi dico, be' è vero io non sono un genio, mi iscrivo e vado al tecnico ma col cuore spezzato. Mi ritrovo che al liceo ero con un certo tipo di persone, media e alta borghesia e lì mi ritrovo con dei figli di operai o piccoli artigiani e mi dico: guarda che strano.
Mi annoio terribilmente con la stenografia, la dattilografia, ci sono solo le lezioni di francese e storia che m'interessano un po', poi tutto il resto, il diritto commerciale, boh. I miei già volevano farmi smettere di studiare, adesso sperano che porti presto una paga a casa, quindi sono ben contenti, anche se trovano che sia un po' lungo, ma dopotutto imparo delle cose che potranno servire a qualcosa.

A maggio mio padre si ammala. È ricoverato alla Salpêtrière, in piena Parigi, noi abitavamo in banlieu. Io non andavo mai a Parigi, forse solo una o due volte l'anno a vedere i grandi magazzini di Boulevard Haussmann. Ma ora per tutto maggio, vado tutti i giorni a fianco del Quartier Latin mentre mio padre sta morendo, con i manifestanti ovunque. È un momento molto forte perché mi dico c'è una violenza terribile intorno a me e capisco corrisponde a ciò sento in me stessa, questa violenza. Quando torno a casa ascolto la radio e  comunque sento le deflagrazioni che scoppiano dall'altro lato della Senna. Per tutto il mese di maggio per me ci sono queste due cose: maggio '68 le rivolte e le barricate di fianco, mio padre sta morendo vicino al Quartier Latin. Quando mio padre muore ho l'impressione che me lo avessero fatto rinnegare, spesso mi vergognavo che venisse a prendermi al liceo, con il suo berretto e l'aria stanca. Anche mia madre si vergognava di avere un marito operaio. Voglio riscattarmi e compro La condizione operaia di Simone Weil e Elise ou la vraie vie e attraverso tutta la Francia con questi due libri sotto braccio nel carro funebre, insieme alla salma di mio padre, lo riportiamo per seppellirlo nella tomba che si è scolpito da solo, in Italia. Senza benzina [gli scioperi in corso allora hanno bloccato i rifornimenti e i trasporti in tutto il paese. Cosa che le raffinerie tenteranno invano di fare scioperando al momento dell'approvazione della loi travail due anni fa], con delle taniche, fino al villaggio dove sono nata. Verso la fine di maggio, perché le camere mortuarie erano debordanti, non si seppelliva più.
Non rientro subito in Francia, resto in Italia, in montagna, dove vive mia sorella. E una sera in un bar incontro un giovane, appoggiato al bancone. Un giovane operaio francese. Manovale, lavora in una fabbrica e mi avvicino, ascolto e ho con me i libri e mi chiede cosa siano. Deve trovarmi un po' troppo beneducata. Lui, scende dalle barricate, deve avere ventiquattro, venticinque anni, ha cominciato a lavorare a quattordici. È totalmente deluso, credeva che nulla sarebbe stato più come prima. Lui, i ragazzi che sono con lui anche credevano che fosse la volta buona, che non avrebbero più lavorato come prima, con i capetti ecc. È in piena ribellione. Mi affascina, quindi m'innamoro e poi anche lui. Penso che abbiamo entrambi molta paura. Lui ha paura di non essere alla mia altezza, io ho paura che mi trascini in qualche cosa di più grande di me e non so dove vado. Abbiamo molta paura. Sappiamo che viviamo entrambi nella banlieu parigina e decidiamo di rivederci a settembre. Torniamo a Parigi e una sera ben presto, viene... Mia madre è molto delusa, sperava che sposassi uomo perbene, che mi facesse fare una vita confortevole. Quando vede che sto con un proletario è la catastrofe totale, non è affatto contenta.
Continuiamo a vederci regolarmente e decido che è a quest'uomo che voglio offrire la mia verginità. È molto simbolico e trovo che sia un magnifico regalo che gli faccio. Sono molto felice, voglio fargli una sorpresa. Ma non voglio assolutamente restare incinta. Quindi mi dico che devo prendere la pillola che è appena arrivata sul mercato e prendo appuntamento da un ginecologo vicino a casa mia. È la prima volta in vita mia. Il medico mi spiega che io non sono maggiorenne e quindi non se ne parla se non ho l'autorizzazione dei genitori. Lo vivo come un'umiliazione perché sto parlando della mia sessualità a qualcuno e non l'ho mai fatto. Non ho mai visto nudi né mia madre, né mio padre, né mio fratello, nessuno. Lui mi spiega che non si fa così, una ragazza deve rimanere pura fino al matrimonio, mi fa la morale! Io sono cristiana, faccio la comunione tutte le domeniche, quindi lui fa leva su questo tasto. Dunque me ne vado così, senza niente, arrabbiata e umiliata. Ma sono testarda. E avevo sentito parlare di una ragazza che era stata da un medico che le ha dato la pillola.
Prendo appuntamento con questo medico, ancora un uomo, a Montparnasse, vicino al Jockey Club,
un quartiere dove le persone hanno costumi liberi. Quando arrivo da lui, mi chiede quanti partner ho. Resto a bocca aperta. Gli rispondo che ne ho uno solo, e che in realtà non ce l'ho, gli spiego la storia della verginità. Lui doveva essere meravigliato e divertito da tutto questo.
Bene, la visito, basta che tolga gli slip, tenga le calze, appoggi le scarpe... cado dalle nuvole, non pensavo che dicesse una cosa simile. Non ho mai mostrato il mio sesso a nessuno, soprattutto a un uomo. Sono là, senza muovermi... Mi ricordo solo che mi sentivo molto stressata, ma voglio la mia pillola! Lui mi dà la pillola, una ricetta, senza analisi, dosi Mauss. Per venti giorni dopo il quinto giorno dalle mestruazioni prendo la mia pillola, sto male tutto il tempo, sono dosi piuttosto forti, non lo dico a nessuno, faccio tutto di nascosto. Quando arriva il giorno penso ecco, ci siamo, sono protetta posso fare l'amore con quest'uomo e posso dirgli ti offro il mio corpo e sono completamente emozionata e felice, davvero. E' sabato un pomeriggio, arrivo e non so troppo bene come conduco la cosa e gli dico che ecco, io che sono vergine, italiana, cattolica, ecc., io gli offro, fuori dal matrimonio, gli sto regalando una notte d'amore. A questo punto lui è assolutamente stordito, rattristato, non capisce. Ha l'impressione che io sia una stratega del sesso, non so, qualcosa che non corrisponde all'idea che ha di me come di qualcuno puro e semplice, è completamente sconvolto... e allora gli dico ma, tu dici, la rivoluzione sessuale, e la libertà... è quello che tu dici, e la sola cosa che riesce a dirmi, sono abbastanza sicura che me l'ha detto: "Sì, ma tu, tu ti abbassi a comportarti come una donna qualsiasi che prende la pillola per scopare con qualcuno, eh". Lui... normalmente è la donna che propone e l'uomo dispone. Qui è il contrario. Per me è una ferita profonda, anche per me, una delusione enorme, così me ne ritorno a prendere il métro, piangendo. Ho l'impressione che lui non ha capito che era un regalo per lui. Dunque, mi allontano, sono infelice e piango. Ho l'impressione che non arrivi a uscire da tutto questo, a cambiare davvero.
C'è una teoria e poi c'è la pratica. E quando la pratica riguarda il tuo corpo, e soprattutto il corpo della tua compagna, là diventa un problema."
 
In questa testimonianza confluiscono i molteplici elementi che provocarono gli avvenimenti di quegli anni. La riflessione sulla propria condizione sociale, l'influenza e la confluenza tra spazi, tempi, costumi, aspirazioni. tutto esplose a livello collettivo, nell'incontro durato un breve tempo sospeso, prima che l'ordine riprendesse il suo corso, ma per un breve spazio di anni venendone rallentato e deviato. A livello individuale da parte di questa ragazza men che ventenne promana uno straordinario senso di responsabilità e di serietà. Una consapevolezza e capacità di gestione del proprio desiderio e del proprio corpo, da cui molte donne di oggi avrebbero da imparare.

(1) Si possono ricordare:
Luigi Bobbio, Lotta continua, storia di un'organizzazione rivoluzionaria, Roma, Savelli, 1979.
Mai-juin '68, dir. Dominque Dammamme, Paris, L'Atelier, 2008.
68 une histoire collective, dir. Philippe Artières, Paris, La Découverte, 2008.
Changer le monde, changer sa vie, dir. Olivier Fillieule, Arles, Actes sud, 2018.
Après '68. Les devenirs pluriels des militantes et militants rennais (di prossima pubblicazione).

venerdì 27 aprile 2018

Scrivere e no

E Primo non leggere.

Per me era innanzitutto l'autore di due stupendi libri, stupendi prima di ogni altra valutazione più razionale e compiuta. E della prefazione a un altro fondamentale libro, in cui giustamente inveiva contro un funzionario ministeriale che per commemorare l'invenzione della stampa aveva pensato bene di sbrigarsela con un opuscolo intitolato "Libro e uomo".
Tutto il peggio della incultura italico-democristiana, tutta la democrazia incompiuta del nostro soffocante paese si legge in controluce in questi suoi libri.
Oggi pirato questo testo troppo breve di Luciano Canfora dal Corriere della Sera.
Molto triste.

«Illustre signor presidente, con questa lettera le invio le mie formali dimissioni da membro della Medieval Academy of America (…). Le mie convinzioni politiche e la mia stessa coscienza mi impediscono di continuare ad avere una qualsiasi forma di rapporto con l’America ufficiale. Oggi, agli occhi dei miei compagni di lotta e della stessa opinione pubblica borghese di ogni Paese d’Europa e del mondo, gli Usa, il loro presidente, la loro classe dominante appaiono come la vivente reincarnazione della Germania fascista, del suo feroce capo, della crudele e assurda gerarchia nazista. (…) Oggi è giusto troncare ogni rapporto con gli Usa che, nell’uso spietato della forza, nel massacro generalizzato di un popolo, identificano i propri principi e regole di comportamento». In piena guerra degli Stati Uniti (presidenza Nixon) contro il Vietnam, Armando Petrucci scrisse e inviò questa nobile e lucida lettera, apparsa sul «manifesto» del 22 dicembre 1972 e su «Belfagor» nel fascicolo di gennaio del 1973.
Era Armando Petrucci, scomparso il 24 aprile a Pisa all’età di 86 anni, non soltanto uno dei maggiori storici della civiltà scrittoria, ma anche una coscienza civile di rara coerenza. Virtù in estinzione. Riconosciuto come uno dei maggiori medievalisti e paleografi nel panorama mondiale, prendeva in tal modo le distanze da un ambiente, quello statunitense, che suole considerarsi largitore insindacabile di riconoscimenti di per sé gratificanti e perciò compratore a buon mercato di coscienze ambiziose.
Petrucci, che è stato per eccellenza «uomo del libro», aveva incominciato ventitreenne, nel 1955, come archivista di Stato, poi bibliotecario-conservatore dei manoscritti alla Corsiniana, quindi docente a Roma con breve parentesi a Salerno e dal 1991 alla Scuola Normale pisana. Lo spazio non consente di ripercorrere la sua vastissima produzione (in cui hanno un posto di rilievo le splendide voci per il Biografico degli italiani) e perciò si impone che io dica qui il senso profondo e durevole del suo generoso insegnamento. Lo si potrebbe, a mio avviso, cogliere attraverso un raffronto dal quale egli esce vincente. Nel celebre saggio Paleografia quale scienza dello spirito Giorgio Pasquali impresse una svolta epocale ad una disciplina, la paleografia, soffocata dal tecnicismo. Fu una svolta che ricompose l’assurda frattura tra paleografia e critica testuale, giovando ad entrambe. Una svolta necessaria e, si potrebbe dire, aristocratica: feconda di effetti all’interno di una res publica di eccelsi artigiani della critica. Petrucci, uomo non incompiuto o a sviluppo parziale come tanti accademici pur capaci, uomo in cui studio (e di quale livello) e intelligenza storica (e perciò politica) si fondevano e alimentavano a vicenda, andò molto più avanti. Per lui, storia del libro, storia della scrittura e della diffusione contrastata e problematica di quello strumento che continua a rivoluzionare il mondo, divennero storia sociale in senso completo: storia dell’analfabetismo e lotta per le biblioteche da ultimo inselvatichite da nuove tecnologie escludenti e banalizzanti (fu strenuo difensore dei cataloghi a scheda, beni culturali essi stessi). Dei suoi libri vorrei ricordare: Scrivere e no (Editori Riuniti, 1987); Primo: non leggere (Mazzotta, 1976); Scrivere lettere, una storia plurimillenaria (Laterza, 2008), dei cui capitoli citerò solo «L’epistola come orazione», «Scriversi nel moderno», «Dall’epistola barocca alla sobrietà della lettera borghese (1583-1789)». A sintesi e coronamento di un cammino lungo e coerente Petrucci aveva fondato nel 1977 una rivista dal titolo emblematico: «Scrittura e civiltà».

sabato 14 aprile 2018

12 avril 1562

Et toy, Sens insensé, tu appris à la Seine
Premier à s'eingraisser de la substance humaine,
A faire sur les eaux un bastiment nouveau
Presser un pont de corps, les premieurs cheus dans l'eau,
Les autres sur ceux-là: la mort ingenieuse
Froissoit de tests les tests: sa maniere douteuse
Faisoit une dispute aux playes du Martyr
de l'eau qui veut entrer, du sang qui veut sortir.

Il ritmo spezzato dagli enjambement mozza il fiato, come l'orrore della scena i sensi. Il suono "fruessue" fa fremere e evoca il suono delle teste che strusciano le une sulle altre spinte dall'acqua.
Non mi conoscevo questa vena macabra, ma non riesco a staccarmi da un simile genio. Tutto ha un duplice se non triplice senso. In un contesto in cui ogni Sens è scomparso e l'essenza umana ridotta a concime.
Gioca con le parole, le piega, le modella, le scolpisce, docili come fossero argilla.
(Sìssì, Lucano, lo so. Ma quello che incanta è la sovrapposizione: la conoscenza perfetta del modello permette di vedere la realtà attraverso di esso, di trovare le parole per nominarla: vissute, palpitanti, amate, quindi divenute proprie.)



giovedì 12 aprile 2018

Lapsus

Domenica mi sono ritrovata senza volerlo a chiedere un presidente al banco del pescivendolo. Devo decisamente rafforzare i miei freni inibitori. Per fortuna la mia pronuncia delle nasali fa pena.




domenica 8 aprile 2018

Fers

Guerre sans ennemi, où l'on ne trouve à fendre
Cuirasse que la peau ou la chemise tendre:
L'un se defend de voix, l'autre assaut de la main:
L'un y porte le fer, l'autre y preste le sein:
Difficile à juger qui est le plus astorge:
L'un à bien esgorger, l'autre à tendre la gorge:
Tout pendart parle haut, tout equitable craint,
Exahlte ce qu'il hait, qui n'a crime le feint,
Il n'est garçon, enfant qui quelque sang n'espanche
Pour n'estre veux honteux s'en aller la main blanche.

Les prisons, les palais, les chasteaux, les logis
Les cabinets sacrés, les chambres & les licts
Des princes, leur pouvoir, leur secret, leur sein mesme
Furent marques des coups de la tuerie extreme:
Rien ne fit plus sacré quand on vit par le roy
Les autels violés, les pleiges de la foy
Les Princesses s'en vont de leurs licts, de leurs chambres
D'horreur non de pitié pour ne toucher aux membres
Sanglans & detranchés que le tragique jour
Mena chercher la vie au nid du faux amour.

Libitine marqua de ses couleurs son siege
Comme le sang des fans rouille les dens du piege
Ces licts pieges fumans, non pas licts mais tombeaux
Où l'Amour & la Mort troquerent de flambeaux.

Ce jour voulut monstrer au jour par telles choses
Quels sont les instrumens, artifices & causes
Des grands arrests du Ciel. Or des-ja vous voyez
L'eau couverte d'humains, de blessez mi-noyez
Bruyant contre ses bords la detestable Seine
Qui des poisons du siecle a ses deux chantiers pleine,
Tient plus de sang que d'eau, son flot se rend caillé,
A tous les coups rompu, de nouveau resouillé
Par les precipités: le premier monceau noye
L'autre est toué par ceux que derniers on envoye:
Aux accidens meslés de l'estrange forfait
Le tranchant et les eaux debattent qui l'a fait:
Le pont jadis construit pour le pain de sa ville
Devint triste eschafaut de la fureur civile.
On voit à l'un des boust l'huis funeste choisi
Pour passage de mort marqué de cramoisi:
La funeste vallée à tant d'agneux meurtriere
Pour jamais gardera le titre de Misere.
Et tes quatre bourreaux porteront sur leur front,
Leur part de l'infamie & de l'horreur du pont:
Pont qui eut pour ta part quatre cens precipices:
Seine veut engloutir, louve, tes edifices:
Une fatale nuict en demande huict cens,
Et veux aux criminels mesler les innocens.

Ce fut crime surtout de donner sepulture,
Aux repoussés des eaux somme que la nature,
Le sang, le sens l'honneur la loy d'humanité,
L'amitié, le devoir & la proximité,
Tous esprits & pitié, delaissés par la crainte
Virent l'ame immortelle à ceste fois esteincte.

 Non l'avevo mai letto. Deve molto a Lucano, vale a dire usa quel modello e quelle espressioni per raccontare il proprio presente, o meglio un'esperienza spaventosa che ha modellato tutta la sua esistenza. Ma ha una forza evocativa appassionata quanto razionalmente fredda, tecnicamente e retoricamente abilissima a scatenare emozioni intensissime. La musicalità dei versi è perfetta, il ritmo incalzante. Sono versi fatti per essere recitati, fors'anche cantati. Sono versi eccitati e eccitanti, in cui si esprime la memoria militante ribollente e appassionata di un combattente politico, si sollecita attraverso l'orrore del racconto la mobilitazione del proprio partito. 

Lyon, tous tes lions refuserent l'office,
Le vil executeur de la haute justice,
Le soldat, l'estranger, les braves garnisons
Dirent que leurs valeurs ne s'exerce aux prisons
Quand les bras & les mains, les ongles detesterent
D'estre les instrumens que la peau deschirerent
Ton ventre te donna dequoy percer ton flanc
L'ordure des boyeaux se creva dans ton sang.  

Sapevano già perfettamente quanto la questione religiosa sfogasse problemi economici, lotte sociali, insoddisfazioni dovute alla povertà.

sabato 17 marzo 2018

3 Paris neige

La neve a febbraio ha bloccato strade, automobili, pendolari e persino rifornimenti a Parigi.
Sono spuntati cartelli nel 5°: la vostra piscina chiuderà in anticipo a causa del maltempo.










Avrei voluto fare la mia amata tartiflette, patate e formaggio fuso, eccellente per scaldarsi con il tempo umido, ma al momento di comprare il reblochon:
"Cari clienti, il freddo ha danneggiato il veicolo del vostro formaggiaio che non potrà recuperarlo dal meccanico prima di mercoledì prossimo (14/2/2018). Non avendo più mercanzia e non potendo andare a prenderla, egli non potrà riaprire prima di quella data. Grazie per la vostra comprensione".

Adoro la discorsività e l'assoluto credo nell'informazione che hanno i Francesi. Alle persone va spiegato tutto per filo e per segno. Comprenderanno.
Una delle cose che mi fanno stare bene qui e desiderare di non lasciare mai questo paese.








Ma qui nevica ancora ed è pieno di luce. Sfido tutto, i miei polmoni terranno. Bien emmitoufflée, esco. Un poco.

Paris neige 2

Sotto una luce più fosca, altre zone della città:
 Saint Médard
 La Manifacture des Gobelins
 Bd de l'Hôpital



 Place d'Italie

 Place d'Italie, fontana e giochi





 Lei, la bella tra le belle:


 La tour Calvin


Paris neige 1

Qualche immagine dalle passeggiate dei giorni successivi.

Luxembourg (le Tuileries purtroppo dopo quella indimenticabile sera sono state chiuse).














E la Senna, dove il sole scioglie tutto prima che altrove:
il Louvre

 La punta della Cité
La neve superstite sulle chiatte ormeggiate al Pont des Arts.

Tiens, il neige

e non l'orage. Quest'anno Parigi mi ha accolta con la neve, per me una bellissima sorpresa, perché la amo ovunque e comunque. 

Rare le occasioni di vederla né le troppo costose settimane bianche sono mai state tradizione a casa nostra.
La sola cosa che so fare perciò è camminarci dentro con gran soddisfazione.
Oggi ha ricominciato a nevicare con convinzione ma ahimé l'unica cosa che posso fare è osservarla dietro alle finestre, abbracciata a ma bouillotte e molto dispiaciuta perché lei, la neve, volteggiante con allegria, ha l'aria di non volersi fermare a lungo. Grossi fiocchi, molto agitati.
Ma a febbraio, oh, a febbraio è stato ben diverso. Il cielo nero, grigio viola e tutta bianca la piana degli Invalides. La notte che cade e lei insieme. Il ponte Alexandre dove si cammina con precauzione, piumino viola fino ai piedi, cappuccio calzato e scarponi da escursione. La Senna corre fosca e
veloce, è in piena, l'aria è bianca, m'incateno a guardarla finché l'ombrello verde e il davanti del cappotto ne sono pieni. Tutti i fotografi sono in giro, e quando mi volto per riprendere il cammino, uno di loro mi immortala in pieno viso, di sorpresa. Poi sorride.
Cammino con la poudreuse sotto le suole, la consistenza ferma, lo scricchiolio, la luce incantatrice. Lei solletica tutti i sensi, insolita e piacevole.
C'è aria di festa alle Tuileries. Gruppi di folli si affrettano a entrare nel parco con aria da cospiratori, ormai fa buio. I guardiani, complici, ci lasciano passare oltre ogni ragionevole orario. Traversare le terrazze e il giardino con la luce bianca e sospesa che proviene da ogni dove: dalla Gare d'Orsay proprio di fronte, dal Carrousel, dalla grande ruota di Concorde. E sentirsi innamorata felice di questa città.
Una delle più belle mete delle passeggiate con la neve, sbirciare la Cour carrée del Louvre imbiancata, come avevo fatto nel 2013 di ritorno dall'opéra comique dopo una delle serate più emozionanti della mia vita, è ormai proibita.

 Ma i lungosenna sono liberi e così scorrono la Conciergerie imbiancata, le isole imbiancate, l'Hotel de Ville imbiancato, il quai des Augustins imbiancato, l'Arsenal imbiancato, fino a Bastille.
E' notte, il piumone fradicio, l'ombrello stropicciato, persino gli scarponi cominciano a cedere. Sale il freddo nelle ossa, il métro è accogliente e caldo, inghiotte tutti noi folli camminatori della neve, ci riporta alle nostre case, ai nostri letti, stanchi.


 La notte brilla della luce bianca, tranquilla, ovattata, i camini non cessano di fumare, i rami si vestono di bianco. Il bagliore mi sveglia più volte, vado alla finestra, rimango in piedi, incantata.

 

E la macchina fotografica scarica, inservibile.

La neve resterà per diversi giorni regalando passeggiate magnifiche. Mai quanto quelle notturne, mentre cadeva, instancabile, morbida, silenziosa e indifferente, sovranamente libera e impagabilmente bella.  

P.S.: Purtroppo per molti automobilisti pendolari dell'Ile de France la notte è passata bloccati sulla nazionale in viaggio verso casa. Non possiamo mica investire tutti i soldi necessari a prevenire tutto, ha dichiarato il ministro dell'interno Gérard Collomb, ex sindaco di Lione, in tv.

venerdì 16 marzo 2018

Se la medicina non è un'opinione

"Lei ha un problema di acidità di stomaco" scandisce il medico n. 1, sentendomi l'addome un po' contratto. Veramente io tossisco, sputo, e ho una debolezza che mi farebbe sdraiare sulle scale del métro come un vecchio clochard, ma senza vino alcuno. "Ma non ha la febbre!", ripete lui convintissimo prima di prescrivermi i sali, parola molto fin de siècle, ma di sodio. Più delle analisi del sangue, perché non si sa mai.
Medico n. 2, consigliato da un'amica: questo mi ausculta, ma: "Tenga pure la maglia, tanto sento lo stesso." Sì, inverosimile, ma mi ausculta i polmoni mentre ho la schiena coperta. Forse si allena per le olimpiadi del sibilo nascosto. "Un forte raffreddore, prenda gli antiinfiammatori." Che li stia prendendo da settimane, con il solo risultato di stare peggio appena smetto non pare preoccuparlo affatto.
Mi rivolgo in farmacia dove mi danno l'indirizzario di tutti i medici dell'arrondissement, raccomandandomi abbastanza esplicitamente il medico n. 3. Questo mi ausculta dappertutto, mi pizzica dal collo in su, mi fa parlare e prende appunti. "Si faccia una tac al torace, è più sicuro, visto che ha un problema da mesi. Poi vada dallo pneumologo. Polmonite non gliela sento, ma di certo ha un'otite dell'orecchio interno. E prenda gli antibiotici, oltre al cortisone e a qualcosa per liberare i seni paranasali."
Infine, un medico.
E 650 euro di analisi e specialisti. Ma almeno spero di riuscire a passare il resto di questo soggiorno facendo qualcosa di più proficuo che languire nella spossatezza e nella febbriciattola.

Non riesco a non pensare per l'ennesima volta quanto l'antibioticofobia dei medici odierni, di certo guidata dall'alto, possa essere in certi casi un disastro. So di essere molto sensibile alle malattie da raffreddamento, che non sempre si dichiarano con febbri a 40°, ma mi indeboliscono per mesi e lasciano strascichi non innocui.
Da lì la mia scarsa simpatia per tutti coloro che, convinti di essere indispensabili, passano i loro raffreddori in piedi, andando in giro a contagiare gli altri perché troppo egocentrici per pensare che il loro esibito eroismo narcisista non aiuta gli altri bensì li danneggia. So chi mi ha passato questa infezione prima di partire, mannaggia all'eroe di turno.
Stesso discorso per gli eroi del freddo. Quelli che ti prendono in giro: "Ma tanto fa caldo", "Ma non esagerare", "Ma sono 20°!", quelli dei jeans per 12 mesi 24 h 00, quelli delle maniche corte a gennaio e le gambe nude a dicembre e il riscaldamento a 19°. Quelli che son limitati, poverini, perché proprio non riescono, no, a concepire l'idea che la percezione del freddo e del caldo non sono debolezze morali, ma meccanismi del sistema parasimpatico fuori dal nostro controllo razionale. E che non si decidono a capire che quando si soffre di un certo tipo di disturbo l'unica prevenzione reale è calore, calore, calore. Ben superiore a 20°. E che se hanno proprio questo incoercibile caldo sotto la neve, magari perché possono passare la giornata in movimento anziché seduti a una scrivania, nessuno gli vieta di mettersi in costume da bagno anziché seccare chi caldo non ha.
Ma anche peggio l'idea che un antibiotico serva solo in punto di pericolo di vita, perché buttare via due mesi, appunto, di vita languendo senza che nessuno ti dia una cura, ma solo dei palliativi di antinfiammatori che fanno male allo stomaco e a molto altro, ma bene all'industria del farmaco, così salutare non è.
E uffa.

Manco a farlo apposta, leggo che finalmente l'INRS avrebbe raccomandato una temperatura tra i 23° e i 24° per il lavoro sedentario. Evviva.

lunedì 12 marzo 2018

L'EU(ropa) che porta la pace tra i popoli...

...quanto questo presepe accarezzato da troppi con illusione o ipocrisia sia falso l'ho vissuto con sbigottita consapevolezza su me stessa. Sentivo o temevo che dovesse arrivare davanti a qualche cretino che mi avesse cantato le lodi di questa macchina di morte e di oppressione. Fatto sta che oggi, dopo qualche domanda sulle elezioni italiane condita da banalità alle mie risposte, nonché di una poco simpatica disposizione all'ascolto su qualcosa che indubbiamente conosco meglio dei miei interlocutori, da parte di un francese peraltro estremamente filotedesco e di una tedesca, sono stata sommersa da una ostilità devastante. Ostilità che si allargava pericolosamente oltre ogni confine, rischiando di identificare in loro i rappresentanti di un paese intero, o meglio delle decisioni dei loro governanti e delle loro istanze imperialiste solidamente sostenute dalla peggiore delle propagande. Il francese è l'ultima persona con cui sarebbe conveniente discutere, ma ci occupiamo tutti e tre delle stesse cose, dovremmo essere in grado di analizzare non visceralmente gli avvenimenti, e con lui l'intesa e la complicità intellettuale sono sempre state forti, abbiamo riso e scherzato insieme in assoluta libertà. Inoltre, chiunque mi conosca sa quanto perdutamente io ami questo paese, la sua storia, i suoi abitanti, la sua lingua che indegnamente storpio, la sua cultura, la sua arte nel parlare e nel vivere, le sue stesse contraddizioni. Non ho mai amato il paese dove sono nata, dove non sono mai stata felice e spensierata, se non forse in qualche momento nel mio villaggio lassù sui monti del Trentino e per cui provo da sempre una profonda estraneità. Quando ho appreso della notte di novembre ho gridato come se avessero ucciso una parte di me, e ho pianto a gennaio, in una brasserie di Strasburgo. Non sapevo cosa fare per abbracciare tutti coloro che incontravo, ad uno ad uno. Darei senza rimpianti la cittadinanza italiana per quella francese, e non tornerei più in Italia a partire da stasera stessa senza alcuna nostalgia e senza pensarvi. Trovo del tutto scadenti inno, bandiera, simboli e cascame retorico che li accompagna. Sono totalmente allergica al concetto di "patria", specialmente con la maiuscola. E poi, nella mia condizione economico-sociale non posso averla :-).
Eppure amo la Costituzione italiana, uno dei migliori compromessi esistenti per garantire vita dignitosa e partecipazione politica a chi non ha capitali e non vive di rendita. Una Costituzione che ogni fondamento dell'Unione europea, di stampo economico liberista, viola, e che ogni sua disposizione, supinamente accettata da chi ci governa e governerà, ci impone di violare.

Sentire sorgere in me simili sentimenti ostili mi ha lasciato tanto più esterrefatta e smarrita. Quale trasformazione molecolare ha potuto portarmi a sragionare in maniera così grossolana? a quale profonda degradazione questa fabbrica di miseria ci sta portando?
Può accadere, mille episodi storici lo dimostrano. E mille GUERRE, non mille paci. Ma che potesse accadere a me così facilmente, sia pure dopo decenni di assalti ubiqui da parte di questa istituzione spietata a ciò che di più civile questo continente abbia mai espresso, lo stato sociale, ça je l'aurais jamais cru.
 
Si potrebbe dire che essendo la Ue progettata fin alla sua nascita come una macchina per implementare lo sfruttamento tra nazioni e tra individui della stessa nazione, essa non può che generare antagonismi sempre più forti, invece che ridurli.
Ma provarne la forza su sé stessi è tutt'altra cosa.
Solo, è la trappola che chi ha voluto questa restaurazione peggiore di quella borbonica ci tende per far parere nemico chi è ignorante e inconsapevole, ma povero più o meno quanto te.
Restiamo svegli e teniamo saldamente le briglie.
Oggi ho un motivo in più per avversare questa santa Unione, non più salutare della precedente per chi sotto di essa deve vivere e per volerla demolita pietra su pietra, arsa per sempre dal giudizio della storia.

venerdì 9 marzo 2018

Desideri capricci smanie





Detesto fare pubblicità, ma questo lovoglio lovogliosubito, lovoglio per sempre - sempre che funzioni davvero!

1) non portarsi più il pc dietro
2) non dover usare mouse e tastiera (la schiena ringrazia)
3) non ammazzarsi gli occhi sullo schermo
4) avere il contatto con la carta, molto bella, del quaderno
5) avere un sistema di archiviazione delle note.

Ah, già ,a dovrei avere la tablette. Che non ho :-/

martedì 20 febbraio 2018

Aiuto, in stazione aumenta il debito pubblico! Che OTTIMA notizia.

Tra i vari al lupo che la campagna elettorale ci riserva uno dei più pittoreschi è l'avviso pubblicitario comprato dall'Istituto Bruno Leoni nelle grandi stazioni italiane. . Invece di spaventarci, che è quello che vogliono, pensiamo che trattandosi di pubblicità, vogliono spingerci a fare qualcosa senza riflettere. Proviamo quindi a fare il contrario. Invece di scattare in un riflesso pavloviano, fermiamoci, scuotiamo la testa e poniamoci qualche domanda. Perché aumenta il debito? Perché ciò ci fa paura? Premessa: lungi dal fare paura, non potrebbe esserci migliore notizia, dato che a ogni taglio del debito pubblico corrisponde un taglio alla nostra sanità, ai nostri treni, alla nostra scuola, ai nostri servizi locali, a tutto il settore pubblico e a tutti coloro a cui il settore pubblico permette di fatto di vivere o di avere un'attività.

Per il resto, ammetto, copio e incollo un post da un blog con cui non sempre sono d'accordo, ma su questo post c'è solo da annuire. Compreso il controcontatore...

 In questi giorni i viaggiatori di alcune grandi stazioni ferroviarie italiane [...] sono accolti da un contatore su maxi-schermo che li aggiorna «in tempo reale» sull'incremento del debito pubblico italiano. L'idea è dell'Istituto Bruno Leoni, già autore di un widget sul tema.

 Il senso di angoscia che questa inesorabile caduta nel gorgo dell'indebitamento genera in coloro che, tra l'obliterazione di un biglietto e un caffè, si scoprono vieppiù schiacciati dal «macigno» dei soldi dovuti, si spiega solo omettendo ciò che nei maxi-schermi non è spiegato. 

Cioè, che ad esempio: 
l'Italia si indebita perché è obbligata a farlo. 
Diversamente da quanto accade nei Paesi che hanno una banca centrale di Stato (quasi tutti), il Trattato di Maastricht (artt. 7 e 21.1) non prevede altri strumenti per immettere liquidità nell'economia pubblica; spende regolarmente meno di ciò che incassa (saldo primario positivo), sicché si indebita solo per pagare i debiti non potendoli onorare in altro modo (vedi punto precedente); 
ha il debito pubblico più sostenibile d'Europa

I numerini che dovrebbero ossessionare pendolari e capitreno non sono quindi altro che la conferma sintetica e pacchiana di un sistema di finanza pubblica disfunzionale. E del fatto che, nonostante quel sistema e nonostante gli appelli di chi indica la «virtù» nella serenità degli speculatori di borsa, il nostro Paese si sforza ancora di mantenere livelli di spesa compatibili con la propria civiltà. 

A ciascuno scatto del contatore dell'Istituo Bruno Leoni corrisponde infatti un mancato «taglio» a cure mediche, scuole, forze dell'ordine, strade, ricerca e altri servizi pubblici già drammaticamente sottofinanziati. Ogni aumento del contatore leonino, ferme restando le attuali norme di finanza pubblica, è quindi un'ottima notizia.