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Toulouse en érasmienne

giovedì 31 dicembre 2020

Ti rendi conto che era una situazione inedita? Si sono trovati sommersi... E poi tu che cosa avresti fatto?

 Questo, proseguendo fino in fondo.

E questo.

E ancora questo (la seconda parte, audizione trasmessa dalla web tv pubblica della Camera dei deputati.)

Invece di frignare sul Natale, sulle chiusure, sui vaccini che manco ci sono, sul mondo che non sarà mai come prima, sui fremiti mortificatori e autopunitivi del niente spiaggia (!!!) e niente sport all’aperto, sul fate shopping ma se lo fate siete dei disgraziati (e via con l’autodenigrazione mortificatoria ché quella ci riesce sempre benissimo), e lascio volutamente da parte le paranoie di taluni sciroccati. Ma pure le siringhe e le rotelle di quei figuri che da maggio in poi non sono riusciti a partorire nulla di meglio.

Invece non s’è fatto, e si continua a morire tanto quanto nella cattiva Inghilterra del cattivo BoJo, mentre noi siamo guidati dai responsabili figli attaccati alle gonne di mamma UE.

Continueremo a morire finché non si raggiungerà una copertura vaccinale sufficiente a arrestare la trasmissione, sempre ammesso che funzioni. Perché si è rinunciato scientemente alla politica di controllo sul territorio e alla costruzione di una rete di sorveglianza dei focolai funzionante e pubblica su tutto il territorio nazionale allo scopo di circoscriverli con le buone o con le cattive, invece di intrappolare un intero paese in una lotteria di distinguo e proibizioni sovente senza capo né coda. Diminuire l’orario dei negozi è il primo esempio di misura insensata che viene in mente. Era successo già a marzo, quando alcune regioni avevano ridotto l’orario dei mercati all’aperto, imponendo l’apertura alle 8 e la chiusura alle 14, risultato: code code e code. Si è rinunciato a agire come stato e come politica di igiene pubblica per concentrarsi sul moralismo spicciolo di colpevolizzazione del singolo. Con il bel risultato, forse manco troppo imprevisto, di scatenare un’ondata di esasperazione che rischia di assuefare alla paura e di conseguenza al rischio pur di non dover continuare a sottoporsi a una serie di impedimenti irrazionali.

Qui in Francia le cose sono meno isteriche, ma la mascherina obbligatoria anche all’aperto tutto il tempo porta a un effetto collaterale ben più rischioso: siccome qui sono in genere disciplinati, per strada ce l’hanno praticamente tutti. All’interno dei negozi invece moltissimi esercenti o commessi la portano abbassata o non la portano proprio, specialmente quando non ci sono clienti. Mentre è proprio nei luoghi chiusi aperti al pubblico che bisognerebbe fare più attenzione. Quanto meno manca formazione in proposito. 

Io ammetto di togliermela quando cammino sui quai del lungo Senna da sola senza nessuno intorno, per poter godere un po’ dell’aria aperta (del resto è ammesso non portarla durante la pratica sportiva anche se passeggiare non è considerato proprio uno sport) ma nei negozi dove noto un comportamento simile da parte degli esercenti non entro più, specialmente quelli alimentari. Così ho dovuto rinunciare a malincuore all’ottima boulangerie-pâtisserie sotto casa dove compravo la colazione tutti i giorni, e in genere a tutti i negozi di immigrati, che sono sempre stati poco ligi anche durante il confinamento duro, sia quelli di origine araba che dell’Africa sub sahariana, mentre gli asiatici sono quasi sempre mascheratissimi. Quindi: stop a tantissimi negozi di ottimo cibo, inclusi molti banchi dei mercati (questi ultimi per la verità non un granché come qualità), forni e ristoranti che lavorano da asporto con cuochi non euroasiatici - lì è veramente irresponsabile non portarla - e praticamente tutti quelli di telefonia, cybercaffè, casalinghi, edicole. Anche molti parrucchieri tenuti da africani. Una geografia dei mestieri. L’atteggiamento è di pura e semplice sfida e strafottenza, dato che la maschera c’è, ma non viene usata in modo appropriato. Man mano che passa il tempo e il confinamento si allenta, però, il comportamento si diffonde. I commessi delle grandi catene sono molto attenti come pure quasi sempre quelli dei negozi di cibo se sono europei. In altri posti non è così e la mascherina si mette quando arriva il cliente. Ovviamente ci sono anche gli europei senza mascherina, come pure l’opposto, che è la stragrande maggioranza: però si registra che la proporzione dei primi è circa il 5-10% tra tutti coloro che non la usano o la usano male. Quello di cui s’è veramente sofferto è la mancanza di musei e mostre: e date le dimensioni di castelli e palazzi si spiega solo con un calcolo al risparmio. Finché la capienza sarà troppo ridotta perché l’apertura sia conveniente, si chiude, si mettono in cassa integrazione i numerosi precari del privato che anche qui hanno cominciato a crescere per il solito motivo e pazienza per chi vorrebbe usufruire dei servizi culturali, peraltro a pagamento. Eh, ma bisogna che siano redditizi, altro che spesapubblicaimproduttiva! Per un caso simile in Italia, vedi qui a Venezia, dove già che c’erano i musei sono diventati una fondazione privata, di quelle tanto efficienti perché prive di pastoie e burocrazia (e dovremmo fare lo stesso anche con le università e la sanità, vero, signora mia? Del resto, dati i precedenti...). Infatti: i dipendenti sono stati messi tutti in cassa integrazione, anche quelli che avrebbero comunque potuto lavorare in servizi non di custodia e guardiania, anzi farlo in migliori condizioni a musei chiusi. Perché il pubblico che si cerca è ormai solo quello del turismo di massa da Italia in mezza giornata USA style che rende uno strazio qualsiasi visita individuale e approfondita in una città mediamente turistica, intruppato in grupponi, preferibilmente stranieri, con guida e microfono e prepotenza, che rendono impossibile godere qualsiasi opera esposta e pure molte strade a causa del loro flusso ininterrotto. Per non parlare degli insopportabili autobus turistici, pachidermi peggio dei tir, che invadono a ogni costo strade e centri storici non concepiti per loro - ché bisogna stare nei tempi, camminare guai. Questo significa avere un’economia che deve puntare solo sul turismo per lasciare ad altri lo sviluppo industriale: rendere le città invivibili, i musei ridotti a baracconi alla Cleopatra (vedi l’Egizio, gli Uffizi, a quanto mi dicono o Venaria) e le loro zone più belle degradate in uno scorrimento infinito di gente forzatamente spaesata dai tempi minimi che cerca solo autoscatto e pacottiglia. Qui a Parigi il turismo di massa c’è, intendiamoci, ma è ben lungi dall’essere l’unico e dall’essere tutta l’economia. Inoltre le dimensioni e la stessa architettura di luoghi come il Louvre (già meno Orsay e del tutto inadatta l’Orangerie, ma insomma ci sono alternative) aiutano a stemperarli. Ma l’Italia è un’altra cosa, l’Italia è un paese dove l’arte nasce e esplode per la maggior parte nella piccola dimensione del Comune medievale o della signoria rinascimentale, non nei palazzi dell’assolutismo o dell’industria culturale di stato colbertiana, e non può né deve piegarsi agli standard di una crociera sul San Lorenzo. Gli USA si scantassero un po’, grazie e  i tour operator stessero al rispetto della civiltà che li fa campare, oltretutto.

Le scelte tecniche e politiche del patrio governo non meritano nessun rispetto: governo, ministri, cts, protezione civile, stampa. Perché non hanno non dico protetto, ma nemmeno rispettato noi. 

venerdì 25 dicembre 2020

La buona scuola

 Ora, si può pensare tutto quel che si vuole di quest’uomo, ma non che non abbia il senso del teatro. Physique du rôle e accento incluso. Del resto, con tutta la mia francofila innamorata del Misanthrope, del Dom Juan, dell’Illusion, della Surprise, Shakespeare è Shakespeare e rimane indiscusso: spazza via chiunque come una foglia.

Ancora una settimana: la Brexit rimane infine la cosa migliore di quest’ultimo anno. Due punti specialmente fanno piacere nel trattato oggi firmato con gran sfoggio di drammatizzazione: la limitazione alla libera circolazione dei capitali in caso di crisi, ad esempio di bilancia dei pagamenti (che si verifica ad esempio quando un paese importa molto più di quanto esporta, cosa che al Regno Unito potrebbe accadere dato il maggior valore della sterlina ancora rivalutatasi rispetto all’euro all’annuncio del prossimo accordo, oppure a causa del maggior rendimento del capitale investito offerto da un paese piuttosto che un altro, vedi punto 66 p. 15) e il punto 91 p. 19 sui reciproci impegni a non ridurre il livello di protezione dei lavoratori o a evitare di sostenere i diritti del lavoro in maniera da provocare effetti sul commercio (cioè appunto squilibri della bilancia dei pagamenti a vantaggio del paese che riduce di più i costi dei propri prodotti grazie alla riduzione dei salari, provocando così un’infinita gara a forzare verso il basso i salari stessi tra tutti i paesi che abbiano abbracciato il principio dell’ economia “fortemente competitiva” prevista fin dal 1957 nei trattati UE).

Potremmo vedere in questi principi più che positivi all’interno di un trattato che rimane peraltro basato sulla libera circolazione (free trade) una prova di smantellamento in miniatura della ben più vasta eurozona?   

L’ottimismo della volontà :/

Vigilia di Natale passata molto piacevolmente in un invito da amici. Mascherina all’onore ma atmosfera calda e piena di luce. Niente presepio ma un bell’alberello paffuto di rami fitti e corti. Film prettamente natalizio giacché fortemente antimilitarista. Del resto eravamo una compagnia di assoluti e dichiarati miscredenti, cosa ben più semplice in Francia che da noi, dove tutti si fanno la religione homemade per mancanza di coraggio, più un musulmano subsahariano che studia per fare l’imam o giù di lì. Il film invecchia molto bene, con tematiche ancora attuali. La scena migliore rimane quella della macchinetta della Coca Cola che non può essere manomessa neanche nell’emergenza di una guerra nucleare perché “è proprietà privata!”. 

 

giovedì 17 dicembre 2020

Solo i matti

 Possono esultare davanti a uno schermo perché dopo anni passati a dare la testa nel muro silenzioso delle fonti hanno “trovato il notaio”. E pensare che è una giornata felice.

Aggiornamento: Oggi invece son decisamente indispettita perché non si riesce a trovare posto per la consultazione in archivio!!!! Uffff. Il notaio è là, il documento è là, io devo scrivere e gli archivi sono inaccessibili. Quelli della Côte d’Or hanno rinunciato alla chiusura natalizia per aiutare i lettori. Ma gli AN di Parigi hanno la strana caratteristica di concentrare da che li conosco tutti i cafoni e i lavativi di Francia. I livelli bassi sono di stampo prettamente italico, becero genere Comune di Roma, con in più una buona aggiunta di maschilismo. Qualche funzionario più giovane è delizioso, ma sono troppo pochi e soprattutto non hanno quasi mai contatti diretti con i lettori, lasciati in balia di una manica di maleducati, arroganti e sfacciati addetti alla distribuzione. Felici quando possono farti scadere l’ora o negarti qualcosa. Un sadismo appunto prettamente italico, direi democristiano.

Questi giorni li passerò nelle biblioteche, saltando tra l’una e l’altra a seconda degli orari di apertura. Si avvicina un tristissimo ritorno a Roma e non so come farò a reggere.

Devo arrivare a totalmente astrarmi dal luogo di lavoro. Rinunciare a pensare di poter minimamente incidere o fare alcunché e dedicarmi ad altro.

Ma non è vita, per me. Non posso pensare di reggerla a lungo. 

sabato 12 dicembre 2020

Il difensore dei diritti

 


Pont Neuf, 11 h 30.





domenica 6 dicembre 2020

Galiani

 E insomma bisogna venire a patti con il fatto che non tornerò a Parigi. La situazione non si presta e io non ho più i mezzi per sostenerla senza appoggi. Speravo di farcela un altro anno e di riuscire in seguito a impostare una routine di meno tempo, due mesi al massimo, ma senza un alloggio è impossibile e i prezzi di mercato non posso permettermeli.

L’idea di rinchiudermi a Roma nel posto da cui manco fisicamente da quasi un anno (grazie all’epidemia ho potuto almeno lavorare da casa) a fare nulla di realmente incisivo mi è altrettanto insopportabile. Mi sembra di scoppiare, sia per l’inutilità condita di umiliazioni cui sono condannata, sia per il blocco della carriera, sia per una serie di decisioni eleganti che penalizzano fortemente il mio settore intero dentro l’istituzione, sia perché mi sento profondamente lontana dagli indirizzi presi dalla gerarchia, che puntano a l minimo livello di servizio, specialmente per i compiti affidati a una ciurma che deve soprattutto rimanere tale e non turbare niente e nessuno di color che possono per investitura divina.

Ho ancora molto tempo da passare lavorando e nessun particolare anelito per andare in pensione, anche se possedessi requisiti che non ho. Non li ho per motivi anagrafici, anzitutto, anche senza la porcheria ignobile della Fornero che accettò di battere cassa a conto Monti-Sarkozy-Merkel per tirar fuori i miliardi da mettere nel primo MES, con cui pagare le banche tedesche e francesi per i crediti incautamente da esse concessi alla Grecia.

Ma per quanto riguarda più modestamente la mia pensione, vi si aggiunge il fatto che il così amato e meritevole Prodi, con le sue magnifiche leggi sulla precarizzazione parasubordinata senza contributi datate 1997 (proprio il ritorno dell’Italia nello SME « credibile »: senza dubbio un caso), ha fatto sì che i miei sia pur minimi contributi di svariati lustri di lavoro parasubordinato non siano cumulabili con quelli da lavoro dipendente che per mia fortuna (e forse anche tigna, dopo tre anni passati facendo un concorso al mese da Roma in su) ho infine raggiunto. Di fatto un furto dei contributi versati al fondo dei parasubordinati, perché coprono troppi pochi anni per dare diritto a un assegno purchessia e appunto, non sono cumulabili con quelli da lavoro dipendente che ho per fortuna ottenuto dopo, ma sempre troppo tardi per avere mai i 43 anni di contributi versati oggi necessari per maturare la pensione come lavoratore dipendente. Contributi da lavoro parasubordinato peraltro ridicoli come entità, dato che i contratti di collaborazione furono inventati per legalizzare l’evasione contributiva delle aziende nel settore privato e permettere allo stato di continuare a avere personale al posto di quello andato in pensione senza violare i fangosi parametri di Maastricht né tutte le altre infami raccomandazioni sulla spesa pubblica supposta chissà perché « improduttiva ». Come se i servizi che diamo fossero fatti di aria e non servissero appunto a rendere le persone anche più produttive, oltre che in grado di condurre un’esistenza più dignitosa. Come se non fossero i tagli continui al personale pubblico a rendere difficile erogare servizi realmente inclusivi e a alimentare la guerra fra poveri. No, ma siccome quello ce lo chiede la Ue e mamma Ue è buona saggia e previdente come tutte le mamme, e scevra da qualunque calcolo ideologico come quello della redistribuzione dei redditi dal lavoro al profitto, ciò che le Costituzioni postbelliche avevano in Europa sancito come inaccettabile, allora va bene così, il problema non è lo smantellamento del welfare ma l’antieuropesimo. 

La sottoccupazione di massa introdotta da quelle leggi, poi peggiorate da destra come da « sinistra » fino all’infamia del JA renziano, anch’esso richiesto dalla Ue, sono un tradimento dei ceti medio-bassi e un’infamia politica e personale per cui Prodi, il PD e qualunque loro alleato non saranno mai, non dico perdonati, ma perdonabili.

Ma quello stesso taglio che ha colpito i miei contributi costringendomi per anni allo spreco mortale del precariato ha anche devastato l’ampiezza e la qualità - là dove esisteva - dei servizi pubblici, rendendo il lavoro in essi una sequela di tamponamenti non risolutivi a situazioni compromesse, impedendo di progettare e costruire il futuro, provocando di conseguenza una infinita agonia del cervello in chi vi lavora perché crede nel servizio e ne fa fonte di soddisfazione professionale. Bloccando infine qualsiasi sviluppo e mobilità professionale, come hanno bloccato la mobilità sociale.

Situazione che non sopporto più. Ma sono troppo giovane per tapparmi tutta la faccia e aspettare la pensione in silenzio guardando il soffitto, pensando agli uccellini che cantano o alle foglie che cadono, come una volta le mogli sopportavano un matrimonio finito.

Il lavoro è per me troppo importante per pensare che trentasei o quaranta ore a settimana di reclusione del mio corpo più le svariate ore in cui i pensieri professionali si insinuano nel cervello anche fuori dall’ufficio senza essere chiamati non abbiano altra funzione che quella di « passare ». 

Oltretutto mi sembra uno spreco per tutti: per me, la mia formazione, per il da ciascuno secondo le sue possibilità a ciascuno secondo i suoi bisogni. Per tutto.

In Francia non era così, o almeno non lo era ovunque, e lo era in misura minore. Oggi è diverso, Sarkozy avendo agito in seguito da par suo e Hollande non avendolo mai smentito fino in fondo. Adesso sta mordendo, con le leggi di quell’altro ceffo europeista di Macron che hanno distrutto i diritti del lavoro nell’ultimo paese in cui resistevano all’interno della magnifica istituzione volta al progresso che è la Ue, e scatenato le proteste di un popolo da tempo più laico, quindi meno domo e più cosciente, cui M ha risposto con leggi che vietano di fatto la libertà di manifestare e limitano il diritto di cronaca. Ma siccome va bene a mamma Ue allora anche Macron... (vedi sopra).

Se avessi potuto arrivare in Francia con qualche anno di anticipo avrei probabilmente trovato un posto qui, intendo un posto stabile, non potendo di certo permettermi di partire alla ventura. Adesso non ci sono più le condizioni da nessuna parte. 

Ma almeno trovare una situazione diversa nel quotidiano.

martedì 1 dicembre 2020

M Le Maire

 Pensi alle leggi di casa sua e ai metodi con cui vengono imposte a chi dissente. Piacerebbero immensamente a Salvini. Ne ha fatte di quasi uguali. Il manganello facile è sempre piaciuto. ANCHE a lui. 

Ricordi da dove vennero i soldi per salvare le banche Franco-tedesche.

Del Parlamento italiano pare ignorare tutto.

Si tolga di mezzo. 

Stia a casa sua. 

martedì 10 novembre 2020

Contro un cielo livido di struggente bellezza

 Come al solito, peraltro, sullo sfondo di alberi abitati ancora da foglie rugginose che la pioggia sta strappando via coprendone i marciapiedi, qualcosa attira lo sguardo appena uscito dalla gamella dove riposava ancora semitiepida questa minestra (peperoncino rigorosamente escluso, cannella e anice stellato al suo posto, paimpol, fagioli bretoni piccoli, dolci e fondenti, una frullata finale rapidissima le mie varianti).

Arrivava dritta nella posizione del volo, affusolata, veloce, collo dritto, corpo dritto, le ali battevano l’aria tranquille, ritmate, sicure. Arrivava come chi sa di poter tutto, l’eccellenza non ha bisogno di preoccuparsi del resto. Scorgeva la punta dell’Île de la Cité, ideale per una rinfrescata e uno spuntino. Rallentava, esplorativa. Scendeva, ma come? Due, tre giri per ridurre la velocità in eleganza, una vite appena accennata, raggiungeva l’acqua con naturalezza, ritmo giusto, spazio necessario, minimo. 

Rimaneva a galleggiare quel tanto per abituarsi, farsi appena scorgere da chi sostava nei dintorni, fossero acque o tavole. Nera, forse sfumata di grigio, becco aguzzo color acciaio.

Prese le misure, si tuffava, le onde della Senna si allargavano in cerchi intorno a lei. Non riappariva, ma in sua vece giungevano gabbiani a investigare in quelle stesse onde. Lei riemergeva più in là, neanche scuotendosi l’acqua. Si rituffava, per cercare evidentemente qualcosa, come una straniera che ha fatto tappa nel pieno centro di una città sconosciuta quanto attraente. La corrente la faceva riemergere sotto il ponte, era già dall’altra parte, se ne vedeva solo il corpo robusto e appena arrotondato, un’ultimo tuffo e non si riesce a scorgerla più.

Non so che cosa fosse, ma nella mia fantasia era un’anatra selvaggia pronta a partire per svernare nel Nordafrica. Più probabile che fosse questa, ma le mie conoscenze in ornitologia sono davvero scarse.

So invece che invidio molto lui (quello qui sotto, il rouge-gorge) perché ha il diritto involable di becchettare in questo cortile. Peraltro, se lo avessi avuto anche io, non avrei mai condiviso la pausa pranzo con la sua meravigliosa sorella. 


Adesso dovrei decidermi a lavorare. Oggi è una giornata in cui non sono riuscita a combinare nulla. :-(



domenica 8 novembre 2020

Da un commento a un post sulla storia di un bimbo africano

Ouvrez des écoles, vous fermerez des prisons. Malgrado ogni contestazione continuo a trovare questa frase convincente. Con l’aggiunta di politiche di piena occupazione e di stato sociale, perché abbiamo visto a sufficienza laureati sottoccupati o disoccupati. Ma basterà aprirle queste scuole? E poi cosa vuol dire aprirle?

 Quanti problemi insieme nella storia di Birimbo. Chissà quanto il padre tiene a che suo figlio studi. Di certo ci tiene il bambino e questo è il più straziante. Insensato salire sulle barricate per farli arrivare se poi si abbandonano alla fortuna di beccare la buona volontà di qualche insegnante dotato di quella coscienza che latita altrove. Una morte in differita. Nella mia nuova sistemazione mi trovo confrontata in Francia a diversi individui incapaci di comprendere, non dico di parlare il francese in modo intelligibile. Non in un quartiere del nord parigino o in una banlieue come Saint-Denis o Villetaneuse, ma ai limiti esterni di un rispettabile arrondissement parigino, non lontano da una très grande istituzione culturale, che per forza di cose a costoro non riesce comunque a parlare - e forse non sarebbe nemmeno suo compito doverlo fare.

Un tempo l’immigrazione a malapena o poco alfabetizzata c’era, ma la mia impressione da esterna è che fosse in una proporzione gestibile sia per garantire un minimo di integrazione, i figli andavano tutti a scuola (non c’erano ancora i malfamati vincoli di bilancio di Maastricht) sia per garantire una certa interazione, una condivisione sociale, anche una ascensione entro certi limiti. I poveri portoghesi senza nulla arrivati negli anni’80 hanno fatto una vita d’inferno, nell’edilizia e nelle case delle famiglie dove le donne avevano cominciato a lavorare sempre più numerose, ritrovandosi a sessant’anni con una casa decente, qualcosa al paese, i figli piccoli artigiani, le figlie parrucchiere o domestiche. Ma francesi. Una forza era senz’altro non partire soli, ma per esempio già in coppia. 

Oggi l’impressione è che si stiano creando dei circuiti completamente paralleli di vita e di lavoro, in cui il francese neanche ti serve perché l’unico momento in cui devi realmente interagire con i nativi è quello del rendiconto all’amministrazione, le scartoffie avvilenti dell’’adempimento burocratico. Ho i miei dubbi che i negozianti dei cybercafé che vendono prodotti di telefonia per poveri e offrono quei servizi ormai introvabili come fotocopie, fax, stampe a chi è troppo povero o straniero per averli a disposizione in ufficio o in casa abbiano veramente frequentato una scuola francese. Spesso hanno dieci anni più degli alunni come Birimbo, ma cosa abbiano mai potuto capire della società in cui in teoria vivono non so. Probabilmente nulla, per loro la Francia è solo una zattera casuale su cui si trovano a essere sballottati trascinando un’esistenza faticosa in un ambiente squallido. Formano un circuito parallelo di vita e di consumo, che arriva a interagire  malamente o per nulla con ciò che lo circonda. Che stupore se preferiscono vivere con gli occhi incastrati sullo schermo di un telefonino. Si sente ormai in certi quartieri questa frontiera, dove si mescolano a distanza di pochi metri la più grande bellezza e il peggiore squallore di una società che ricorda non più l’Europa, ma la tristezza infinita della miseria anglosassone. Che non è legata solo alla origine geografica, perché questi posti sono frequentati anche da euroasiatici. Poveri, ebbene sì, poveri. Anche loro.

Come fai a parlare a questa gente di liberté égalité fraternité? 

Nella fascia appena più interna di questo arrondissement appaiono i luoghi di svago dalla gradevole punta esotica, frequentati stavolta da quel ceto appena più borghese che in parte per tradizione, in parte per mostrare la propria correttezza politica si compiace di mangiare la cucina del mondo che sotto sotto costa meno, o di indulgere alla banalità del work al salmone con verdure al latte di cocco. Cosa resterà quando sarà finito il confinamento di queste strade ancora colorate e animate non so. Per ora i grandi affari li fanno un fast food molto frequentato da studenti e qualche negozio di kebab che stanno insinuandosi sempre più nel tessuto urbano. Ancora più verso il centro resistono il minuscolo mercato e i negozi bio, quelli per il ceto medio basso animato di buone intenzioni, ma, come da noi, sempre più sfracellato dalle misure economiche di precarizzazione del lavoro e distruzione dei servizi pubblici suggeriti dai Country report della « buona e saggia » Unione Europea. Che hanno messo in difficoltà tante attività meno essenziali che vivevano della moda dell’autoproduzione o dell’educazione artistica, o del volontariato. Cosa che oggi si è imparato bene quanto siano illusorie e fallaci, se non puoi permettertele. I ceti bassi dalla buone intenzioni alternative stanno capendo che non possono più. Poi scendi la grande avenue ti ritrovi nella Parigi vera, quella dov’è non c’è nulla fuori posto, dove i polmoni si possono allargare, dove l’industria della ricerca sostiene esportazioni e consumi, dove non vorresti mai allontanarti perché solo lì ti senti vivere e respirare. Quella che fa la tua anima, ti sia riconosciuto o no.

Una Parigi cieca al resto che si ha l’impressione conosca solo dalle immagini televisive che la presentano come l’altrove non come quello che hai sotto casa, in quelle strade poco pittoresche dove non vai mai, perché insomma c’è di meglio, e non vuoi vedere come sono mutate, con la distruzione dei modesti ma decorosi e storici caseggiati dell’inizio del secolo scorso, grandi finestre e soffitti alti, scomparsi sotto quegli orrori di grattacieli che la mairesse perbene ha permesso di far costruire, lei che si pittava di verde, però poi ha fatto le ciclabili, vuoi mettere che qualità urbana. Una Parigi per antica tradizione ribelle che grazie a questo ha ancora avuto la forza di aprire parzialmente gli occhi su chi aveva aiutato ad andare al potere, dopo il massacro perpetrato per mesi, sabato dopo sabato, su chi chiedeva la dignità di vita.

Tutto questo avviene, ripetiamolo, in una zona fortunata ancora. Ma dove c’è solo il dormitorio e la disoccupazione, unito a un minimo di sussidio sociale, per cui le madri nubili prendono un sussidio a figlio e hanno come unica prospettiva per quadrare i conti quella di fare sempre più figli con il primo padre che capiti a tiro, cosa vuoi trasmettere della Francia e della sua storia, del suo modello sociale distrutto sotto la virtù di Maastricht? Per un modello in parte elaborato proprio dai francesi, a partire da Jacques Delors presidente della Commissione UE?

Le condizioni legali per costruire la disperazione sociale esistono già in Italia. Mancano le dimensioni di una comunità non integrata perché lasciata ignara di ciò che il paese dove vive rappresenta, del significato storico e culturale di qualcosa che non conosce perché o non le vien presentato o quando avviene, può intuirne l’interesse o l’imprtanza, come Birimbo, ma di fatto non le viene permesso di capirlo né di approfondirlo a sufficienza perché non le si danno gli strumenti per farlo. Qui la poetica dell’accoglienza unita alla virtù della disoccupazione non inflattiva (se non si sa cosa sia non preoccupatevi: la UE lo sa) sta finendo così .

Qualcun altro potrebbe finire come in questo post.

Si dirà che in Italia son abbastanza codini da non rischiare. 

Il timore è che non finirà bene comunque. 

Indipendentemente se dall’altro capo dell’oceano si scelgono (e sarà pure un loro sacrosanto diritto di votare come gli pare, vivaddio, senza che l’universo intero si ritenga autorizzato a metterci bocca) la zuppa invece del pan bagnat.

domenica 1 novembre 2020

Bancs sans amoureux

 La stagione non si presta troppo, ma, malgrado l’eleganza del lampione, è comunque sempre triste pensare che le foglie d’autunno le vedrò sostanzialmente da qui


anziché dai parchi del centro di Parigi, dorati di palazzi regali, pietra morbida alla vista come un buon cuscino al tatto. Oh no, non è la stessa cosa essere confinati nei primi sei arrondissement o fuori, e sì che questo è un quartiere tutt’altro che disprezzabile, ma mancano spazi pubblici all’aperto preferibilmente in luoghi storici, vale a dire, per me, ciò che rende vivibile qualunque agglomerato urbano.

Dall’inizio del coprifuoco alle nove di sera avevo guardato con straniato stupore una città così viva svuotarmi tanto rapidamente. Già alle sette di sera la gente per strada si rarefaceva, e io, che ho la fortuna di poter rientrare quasi sempre a piedi, ero tra i pochissimi passanti. Quando prendevo il métro, il meno possibile per la verità e sempre in extremis, erano scene da film di Truffaut. I francesi hanno una composta grazia nell’affrettarsi, agli occhi di una straniera quel che a loro deve sembrare concitazione non pare più di questo.
L’altra cosa che sanno superbamente fare è agire rapidamente in modo collettivo senza bisogno di troppo incitamento. C’è da fare questa cosa? C’est parti, si fa. Si sente che riguarda tutti. Si tratti di obbedire, di inventare o di protestare. La costanza con cui per sostenere le loro idee i Gilet jaune sono andati per un anno e mezzo a farsi massacrare, storpiare e incarcerare (pare che le procure avessero istruzione di erogare comunque una condanna a chi era stato fermato mentre partecipava alle manifestazioni, pur senza aver commesso alcun tipo di reato ulteriore) dal buonMacron, quello che essendo filoUE non può che essere buono e soprattutto democraticamente rispettoso dei diritti dell’uomo e del cittadino, ricorda il furor franciscus quanto mostra la capacità di autodisciplina. 

Alle finestre sopra le mie qualcuno coltiva gerani. Belli, rossi ancora fioriti. Talvolta un petalo cade sul davanzale, insieme a una brunita foglia. Bellissimi.

venerdì 30 ottobre 2020

Perché questa primavera ero contenta e ora a esser chiusa dentro schiumo di irritata esasperazione

 Dopo le corse di ieri, scattato il corpifuoco, mi chiudo dentro e mi sento così fuoriosa che mi accorgo solo in ritardo di avere divorato mezzo salamino e un quarto di barattolo di cioccolata.

Certo in primavera il confinamento mi ha sorpreso mentre ero malata, la malattia era ancora sconosciuta, la mia situazione al lavoro insopportabile. Oggi sono in Francia, i miei pochi mesi di studiosa libertà li ho pagati a caro prezzo, ne ho già perso uno a causa della macchina e di un’estate così pesante e afosa da lasciarmi senza fiato finché non sono sbarcata qui.

In poche peraltro faticose settimane, il lavoro intellettuale qui ha preso per minuscole mosse a rimettersi a girare, nella mia testa almeno, e i suoi elementi a raggiungere un ordine quasi apprezzabile e quasi sensato, malgrado qualche inquietudine logistica.

Ora il confinamento mi strappa tutto questo, che è qualcosa a cui tengo in modo attivo, mentre a primavera, sapendo che avrei comunque conservato l’impiego anche lavorando da casa (finché le belve alla Ichino o alla Giannino non l’avranno vinta, ovviamente), l’unica cosa di cui ero privata, non potendo comunque concedermi nessun consumo di nessun genere, erano le ripicche meschine della collega invidiosa di ciò che non la riguarda, perché si occupa di altro e non saprebbe né vorrebbe del resto fare il mio lavoro, e le angherie insensate di una gerarchia tanto incapace e disinteressata a sostenere e comprendere la funzione del mio lavoro quanto smaniosa di controllarlo attraverso una miriade di adempimenti inutili quanto sadici che sono i soli che per propria insipienza padroneggi. Per tacere delle umiliazioni della seconda gerarchia, fautrice in ultima analisi della mia impotenza. Insomma un ambiente malsano, mentre qui è del tutto diverso. 

Parigi e la Francia sono un luogo dove l’ampiezza del servizio pubblico e l’alto numero di dipendenti pubblici (uno dei più alti d’Europa per abitante, mentre quello italiano è, contrariamente alla propaganda interessata uno dei più BASSI, con buona pace di quel farabutto di Cottarelli) rendono ancora possibile vivere intellettualmente anche con un reddito che non permette lussi. L’offerta culturale anche gratuita o quasi è talmente straordinaria che ogni giorno ti struggi per aver perso qualcosa di essenziale. Biblioteche, archivi, conferenze, seminari, mostre sono accessibili in tale quantità e qualità di proposte, da tenerti fuori casa quattordici ore senza aver esaurito  un’infinitesima parte di quello che vorresti fare. Le persone sono generalmente di grande accoglienza e cortesia.

Di corteggio l’offerta di luoghi di ritrovo di ogni tipo è talmente ampia, per non parlare delle attività da fare a pagamento, che tutta la vita si svolge all’esterno, fuori casa.

Che è il vero punto dolente per il parigino, anche temporaneo. Alloggi sfitti ce ne sono troppi anche qui, ma quello che impedisce di avere un’ « home » decente è l’assoluta non corrispondenza tra entrate e affitti. Ormai tutti vivono in coabitazione, in case troppo piccole e inadatte, e le famiglie, non potendo reggere la concorrenza, lasciano la città per le zone périurbaine della campagna o quasi. 

Ma psicologicamente reggi questa scomodità - e questa ingiustizia - perché sei ricompensato da una vita ancora appagante sul piano intellettuale e dello svago; e puoi permetterti di non starne troppo lontano e di uscire tutti i giorni dalla porta di casa trovandoti proiettata in un luogo pieno di animazione, bellezza e di stimoli. Quello che hai sempre sognato, quello di cui non puoi fare a meno.

Quando ti chiudono dentro, però, tutto questo crolla e svanisce. E siccome il dentro è deprivato e a volte orribile e freddo, la tua capacità di trovare comunque una soluzione per lavorare, senza luce, senza tavolo, in mezzo agli oggetti altrui, accartocciato sul piano di una cassettiera, con uno schermo così piccolo per scrittoio da contorcerti il corpo, la douce vie que je m’étais faite svanisce anche lei.

Qui io mi sento dentro alla vita collettiva, al senso di una città e di un paese, sia pure in maniera anonima e atomizzata, come e più tanti altri, ma dentro. In Italia no. Mai.

E che mi venga chiuso fuori da me mi sbriciola di desolazione e di impazienza.

Anche perché, francamente, mezzi per evitarlo (ad esempio con il Piano di sorveglianza nazionale che il link pubblica in dettaglio, opportunamente adattato) ce ne sarebbero stati (p. 37-38). Non tentati di fatto né in Italia né in Francia perché ristabilire un forte servizio pubblico territoriale di igiene vorrebbe dire sovvertire permanentemente la tagliola di Maastricht. E questo a lungo termine è il tabù che nessuno vuole affrontare, perché lederebbe troppo gli interessi dell’attività economica privata. Cui la politica ha servito da maggiordomo particolarmente zelante appunto dall’Atto unico della libera circolazione dei capitali predisposto da Jacques Delors durante la sua presidenza della Commissione europea adottato nel 1986 in poi. In Italia più che in Francia, e infatti salta agli occhi nelle disastrose differenze delle condizioni di vita.

Ad oggi, l’abilità di un governo e soprattutto di un partito guida (il PD, numeri o no) e dei suoi satelliti che ci si ostina ancora a difendere per partito preso, è quella di prorogare indefinitivamente uno stato di emergenza che permette di esautorare quei parlamenti, cioè quel potere legislativo, che secondo Monti andavano « istruiti » a dovere e che secondo le grandi banche d’affari vanno ridimensionati perché tolgono troppo potere all’esecutivo, molto più facile da controllare. (Vedi il famoso The euro area adjustement only an halfway there, praticamente il manifesto di distruzione del welfare e della rappresentanza popolare pubblicato da JP Morgan nel 2012 che ho linkato tante volte.) La halfway ha conosciuto in seguito le chiusure ospedaliere renziane, il JA renziano ed è ora arrivata trionfalmente anche in Francia, con Hollande e con Macron, ex ministro del primo. Distruttore del diritto del lavoro, delle pensioni, del servizio pubblico e della stessa capacità produttiva, con la privatizzazione delle ferrovie e la svendita delle grandi aziende di stato e no al capitale estero e l’acquiscenza alla delocalizzazione.

In Italia come in Francia, dove infatti i parlamentari si lamentano di essere esautorati.

Ma la Francia ha resistito meglio e più a lungo e quindi ha meglio serbato, malgrado una pressione molto più forte di povertà alimentata dalla disoccupazione, un senso civile e di dimensione di vita collettiva che in Italia non è nemmeno mai esistito.

Quindi esserne tagliati fuori è orrendo. Vederlo smantellare ad opera del salvatore di non si sa cosa, perché è tanto europeista quindi bravo e buono per definizione anche quando massacra chi chiede dignità come ha fatto per due stagioni, è straziante per un paese che dignità me l’ha data, a me pure straniera, finché possibile. Il refuge.

Perdere i pochi giorni e settimane da passare qui chiusa in un appartamento inadatto è uno spreco di tempo e di energia di vita cui si sa di non avere le risorse economiche per poter rimediare in futuro.

:-/

giovedì 29 ottobre 2020

Sto bene, non sto a Nizza né a Tolone e nemmeno in un lazzaretto

 ... sono solo molto arrabbiata perché mi chiuderanno FUORI da qualsiasi biblioteca.

Mentre è ovvio che, in caso, avrebbero dovuto chiuderci rigorosamente DENTRO.

mercoledì 28 ottobre 2020

Per tutti gli insegnanti e per chi ha lo spirito libero


Una storia di ignoranza, di miseria, di tristezza, sfruttamento e morte.

P.s. Posso tradurre se serve.

venerdì 23 ottobre 2020

Concedersi la vista e un thé

 Seduti in uno dei posti che mi rasserenano di più quando esco dalle biblioteche.

Questa stagione è la più bella a Parigi. Se proprio si dovesse fare una scelta. Gli alberi sono già dorati e con il grigio nuvoloso del mattino sono cromaticamente perfetti.


Domenica andrò a caccia di foto, che vorrei tanto postare ma non posso perché il telefono che ho infine comprato non funziona in Francia. Praticamente ho comprato una macchina fotografica pesante e ingombrante che non serve ad altro, se si vuole fare un ingrandimento sgrana e non è nemmeno facile trovare una chiave usb per trasferire le foto e postarle qui come avrei voluto. Ah, ma basta non volere le grandi marche per ostentazione consumistica e le cose funzionano lo stesso e costano meno. Oppure comprare usato... bisogna accontentarsi...

Eccome!

Con gli smartphone che per principio amo poco, non ho mai avuto la mano felice. Mi hanno regalato un iPhone giustamente piccolo e ricondizionato. Andava bene, ma dopo sei mesi è esplosa la batteria, portando con sé un paio di centinaia di foto. Allora, dopo avere giurato mai più, in attesa che cali di prezzo il telefono che finalmente si piega, ne ho comprato un altro per « soli » 185 euro. Era il primo telefono che compravo di persona, me li hanno regalati tutti, nuovi o riciclati. La speranza era un forfait a ricarica con tariffa uguale per Francia e Italia, una macchina fotografica e uno scanner tutto in uno, che mi permettesse di sospendere per un po’ l’uso e il forfait del telefonino vecchio ma indistruttibile che in rete non ci andrà mai. Ma quello nuovo ama la Francia quanto io l’Italia e lui con i gestori francesi non ci parla. Tiè.

A nulla è valso andare in uno di quei negozi che promettono di smontare e rimontare un telefono da cima a fondo. Tenuti generalmente da oriundi arabi (non sono capace di distinguerli meglio) trovano qualsiasi cosa o quasi e sormontano qualsiasi inghippo. O quasi. Il tipo, molto gentile, è riuscito a scovare un nuovo caricatore per il mio prezioso nokietto che andava in deliquio ogni due ore, mi ha suggerito indirizzi dove spacciano ancora le batterie dei vecchi Nokia per poveri e per amatori.

Ha armeggiato per dieci minuti sullo schermo, dopo averlo regolarmente disinfettato. Poi ha dovuto concludere: « Madame, delle volte i telefoni stranieri funzionano e delle volte no ». Eh.

Pazienza, la passeggiata sarà bella lo stesso. Ma ci voleva Parigi perché lo fosse.



La sera si avvicina. Meglio tornare a casa, dove pare riuscirò a restare ancora un po’, evitando di prendere freddo che domani ancora si torna qui dietro e si lavora.

martedì 20 ottobre 2020

Dalla mamma

 Il caminetto è acceso. La pappa è sul fuoco. M manda baci.

Felice percorso. M pensa sempre.

Le stelle ci sono tutte nel cielo. Il caminetto è acceso. Ascoltiamo concerto alla radio. Mozart, musica massonica.

P.s. Non si possono conservare tutti gli sms.

domenica 18 ottobre 2020

L’arrivo a casa, senza casa

 Quest’anno doveva essere quello della solitudine qui a Parigi. Finita la casa nel villaggio, chiuse le porte, e peer fortuna che almeno Bianchina, che ogni anno mi trasporta fin qui, avrebbe potuto continuare a proteggersi nella corte vicina.

Ma io avrei trovato una stanza di rimedio, per pochi



mesi e e ormai quasi per l’ultima volta, dentro alle amate mura - di macchine, più che altro - del 75.

Sembrava incredibile arrivare a piedi quasi ovunque e sentirsi più fresca di forze con un considerevole numero di km in meno sulle spalle ogni sera.

Erravo felice per questi luoghi che sempre e comunque hanno il potere come nessun altro di farmi sentire a casa.

Ma la soluzione non era bella come sembrava. Lo fosse stata, non sarebbe costata così poco. Diciamo che spero di non ritrovarmi all’addiaccio prima dei tre mesi e mezzo che ancora mi restano di vita qui.

Ché poi a Roma non è nemmeno più vita...



sabato 3 ottobre 2020

Il momento

 Del giorno in cui spieghi agli altri come funziona la loro biblioteca...

:-)

lunedì 28 settembre 2020

Ai bravi automobilisti italiani

 Supponiamo che voi vediate una macchina ferma in corsia di sorpasso sulla tangenziale di Torino che lampeggia tutto quel che può lampeggiare. Secondo voi la cosa che meglio paleserebbe la vostra intelligenza è suonare il clacson perché vi sta impedendo di continuare alla velocità che vi garba, o riuscire a ragionare col cervello anziché con i piedi e connettere neuroni sufficienti per pensare che magari ha uno sciagurato problema? 

Ecco questa è al momento la mia situazione. La cosa che mi fa più paura non sono i cretini di passaggio, è il pensiero di quanto costerà l’intervento di un carro attrezzi e il cambio della gomma a brandelli. 

Mentre ero infine riuscita a partire con conti soldo su soldo.

venerdì 25 settembre 2020

Oh, non!

 <blockquote class="twitter-tweet"><p lang="fr" dir="ltr">Adieu Jolie Môme 😢 <a href="https://t.co/RVzdypsgLs">pic.twitter.com/RVzdypsgLs</a></p>&mdash; Didier Maïsto (@DidierMaisto) <a href="https://twitter.com/DidierMaisto/status/1308827112317558791?ref_src=twsrc%5Etfw">September 23, 2020</a></blockquote> <script async src="https://platform.twitter.com/widgets.js" charset="utf-8"></script>

mercoledì 23 settembre 2020

Ma possibile mai

 ...che se vedo in giro qualche cosa che potrebbe risolvermi davvero un problema essa sia sempre, sistematicamente, pervicacemente la più cara che ci sia?

Il telefonino per esempio. A me piacciono piccoli, anzi microscopici, tant’è vero che ne ho uno di quelli stupidi di due generazioni fa. Vantaggio: discrezione e ancora discrezione. Soprattutto nessuno si farà venire delle voglie per un oggetto simile il che mi conviene a meraviglia: sono distratta e sempre in giro.

Quest’anno è opportuno che vada in Francia con un telefono che si connette e una batteria che non si scarichi dopo dieci minuti di conversazione. Senza alcuna voglia mi decido a cercarlo dove mi hanno venduto la scheda telefonica rumena (!) che uso per parlare sia con la Francia sia con l’Italia senza sovrapprezzo. Quando chiedo in giro di ricaricarla mi guardano un po‘ strani ma fa niente. 

Sospirando gli spiego che voglio un telefono che 1) non si rompa dopo sei mesi 2) si possa tirare fuori tranquillamente per strada senza che fugga con un amatore di passaggio.

Il proprietario mi vanta le bellezze di un brutto coso luccicante che tanto economico non è. Soprattutto è sessista! Dico io se noi donne ci dobbiamo portare addosso quel mezzo metro rigido largo e miserabilmente piatto che non sta dentro nulla di ciò che abbiamo addosso. Solo i cartellini identificativi sono altrettanto inadatti alla morfologia femminile. Ecco. Vado a casa, ci penso su e dall’IPad mi salta fuori una cosa meravigliosa che SI PIEGA! E si chiude!! E ha lo schermo che può occupare mezzo o tutto il telefono!!!

Lo vado a cercare, con difficoltà arrivo al prezzo: mille euro. Non mi avrà :/.

Decidere

 Avrò deciso tre o quattro volte negli ultimi anni.

Il meccanismo è sempre quello.

Iniziativa lavorativa, risultati, schiaffo.

Richiesta di materiale per poter raggiungere risultati sul lavoro, schiaffo.

Organizzazione di meccanismi e processi di lavoro, coordinamento di persone che portano risultati, schiaffo.

Progetto portato avanti e conquistato, schiaffo.

Apprezzamento ricevuto da qualcuno e proposta di collaborazione, schiaffo.

Prima non vedevo le concatenazioni.

Ora è proprio palese che qualsiasi cosa io faccia per far funzionare ciò che è mio dovere istituzionale far funzionare, il risultato è sempre e solo uno: lo schiaffo.

Il senso non è difficile, ed è: vattene o immobilizzati.

Malgrado tutto qualcosa mi manteneva attaccata a quel luogo. Non solo fantasie masochistiche. Mi dà profonda soddisfazione, financo gioia, il rapporto con chi fruisce il mio lavoro, soprattutto per certi aspetti. So che andarmene significa perderlo proprio nelle sue articolazioni più approfondite e gratificanti. Inoltre era la sola chance di poter tornare ogni anno in Francia.

Ma ormai le cose stanno precipitando nell’umiliazione continua e reiterata. E la Francia non posso più permettermela.

Da prima delle vacanze avevo deciso che il mio futuro era altrove. Durante la quarantena avevo capito a livello persino fisico di non poter più tornare in un luogo dove persino la richiesta dei più banali attrezzi di lavoro era un problema.

A livello centrale poi il mio settore sta venendo smantellato, il che comporta una pietra tombale su qualsiasi già difficile prospettiva (grazie UE e le tue BALLE di debito insostenibile, grazie utili o troppo furbi idioti di quaggiù, di quelli chelosannoperchél’hanlettosurepubblica) di una carriera ferma da undici anni. La mia posizione già non riconosceva né i miei titoli né l’esperienza né le capacità. 

Oggi è evidente, per l’ennesima volta, che non potrei fare più nulla a nessun livello.

Per motivi che ignoro quel luogo dev’essere distrutto.

Passandomi sopra se del caso.

L’ultimo legame affettivo si è non spezzato, ma ha perso di valore davanti alla necessità di sopravvivenza. 

L’incapacità delle organizzazioni di vedere e far vivere le qualità e le passioni di chi vi lavora per salvaguardare equilibri nel più dei casi malsani e soprattutto inutili sarà sempre la perdita e il costo più insensato che esse pagheranno.

Cerchiamo di non pagarlo noi.

Risposte

 Inizio con due risposte ai commenti del post precedente:

No, non posso commentare sul mio blog né spesso su quelli altrui, sia Blogger che WordPress. Non so perché, ma dall’IPad i commenti, una volta che mi sono collegata, li ho scritti nei campi appositi e li ho inviati, non vengono salvati né visualizzati. Non c’è verso, provato più volte. È un po’ un peccato, ma non avendo un pc funzionante così è.

All’estero c’è spesso molta più considerazione che qui, almeno nel mio campo e per la mia esperienza. Ma per trovare una soluzione stabile devi essere più giovane di quel che sono io, o avere già una posizione che io non ho mai raggiunto, dati i tagli continui che sono stati fatti qui, o essere sostenuto da qui all’interno di una rete di relazioni. La situazione è inoltre peggiorata nell’ultimo lustro, quando i tagli UE si sono diffusi anche in paesi che erano riusciti a scansarli come la Francia.

“Lottare qui” per me è un’espressione senza molto senso. Lottare per cosa? Da un punto di vista sociale, collettivo, le scelte di politica economica hanno bloccato da decenni qualsiasi mobilità sociale e sviluppo di lavoro qualificato, gratificante e dignitosamente remunerato (intendendo con ciò che garantisce i diritti costituzionali), unitamente alla perdita del salario indiretto dovuta al taglio dei servizi pubblici, sanità in primis (e ne so qualcosa direttamente). Qualsiasi rappresentanza collettiva degli interessi legittimi dei ceti medio-bassi è stata distrutta. Perdiamo giorno dopo giorno le nostre forze intellettuali e le nostre energie in una situazione di sostanziale boccheggiamento sopra il pelo dell’acqua, un depauperamento che danneggia la società tutta. 

A livello individuale, dopo decenni di sforzi e applicazione, al massimo ottieni una sopravvivenza che la minima spesa imprevista manda all’aria per mesi e mesi. Ripetersi “lottare qui” serve solo a massacrarsi nella convinzione che porti a qualcosa uno sforzo individuale (tipica ottica liberista, tra l’altro), per chi è nella sostanziale impotenza come me. Bisogna saper prendere coscienza dei limiti propri e della situazione. 

Possono lottare i membri della piccola borghesia, del ceto medio: non chi riesce a stento a sopravvivere tra spese incomprimibili (cure mediche, bollette varie) e non ha nessun mezzo, né economico, né intellettuale, né di influenza in generale per lottare in alcun modo in maniera minimamente incisiva. Inoltre la mentalità feudale e paternalistica italiana mi è profondamente estranea: e rimanervi dentro, anche in una situazione economica migliore, sarebbe sempre opprimente e forzato. Cioè mi impedirebbe, in ultima analisi, di essere nelle condizioni giuste per dare quel che il mio cervello, la mia personalità, le mie capacità, permetterebbero, nella loro estrinsecazione, di offrire in contributo, com’è giusto, allo sviluppo sociale. Art. 3, comma 3 della Costituzione della Repubblica italiana...

lunedì 21 settembre 2020

La caricatura, mica facile!

 Nota: per il nuovo commentatore. Grazie per l’apprezzamento e per esserti fermato qui, purtroppo non riesco a commentare sul mio stesso blog, perché apparentemente non va d’accordo con l’iPad.

<a href="https://twitter.com/Charlie_Hebdo_/status/1307923513336975361?ref_src=twsrc%5Etfw">September 21, 2020</a></blockquote> <script async src="https://platform.twitter.com/widgets.js" charset="utf-8"></script>

<blockquote class="twitter-tweet">

<p lang="fr" dir="ltr">&quot;L’islam, comme toute idéologie, est critiquable. Pas d’exception.&quot; 

<a href="https://twitter.com/femeninna?ref_src=twsrc%5Etfw">@femeninna</a> 

donne la parole aux apostats musulmans et musulmans &quot;non offensés&quot; que les médias n&#39;ont pas relayées suite à la republication des caricatures de Mahomet par Charlie. 

<a href="https://t.co/NCR0gA0muv">https://t.co/NCR0gA0muv</a></p>&mdash; Charlie Hebdo (@Charlie_Hebdo_) 

<a href="https://twitter.com/Charlie_Hebdo_/status/1307923513336975361?ref_src=twsrc%5Etfw">September 21, 2020</a>

</blockquote> <script async src="https://platform.twitter.com/widgets.js" charset="utf-8"></script>

Trovo questa vignetta assolutamente irresistibile. Cominciato il processo alle figure di secondo piano, basisti, logisti, pesci piccoli, accusati di essere coinvolti nell’attentato alla redazione del settimanale satirico Charlie Hebdo. Morti gli esecutori sotto le pallottole dei corpi speciali, dove e chi siano i mandanti rimane apparentemente ignoto. 

Il migliore processo, la più dura sconfitta - la sola possibile - glielo infligge proprio questa ennesima caricatura, e il coraggio di ripubblicare ancora e ancora le vignette che si volevano censurare con la paura.

Che la satira del settimanale sia di buono o di pessimo gusto non ha importanza. La libertà di critica ne ha parecchia. Come è interessante conoscere l’opinione di musulmani non credenti o anche credenti che non tirano giù il fucile per una presa in giro che non minaccia nessuno.

Postilla: per tutti color che hanno votato “sì” il solo augurio possibile è di trovarsi sempre d’accordo con il governo presente e futuro. Perché il taglio dei parlamentari a questo serve: ad alterare l’equilibrio tra i poteri legislativo e esecutivo a favore di quest’ultimo (e a mantenere in carica l’attuale governo per aggiustare i numerosi problemi tecnici che il taglio ha provocato ridisegnando i collegi e le rappresentanze). Che questo governo sia disposto a svendersi qualsiasi cosa pur di durare e portare a compimento ciò che Renzi cominciò su mandato UE è assodato.

Val la pena ricordare perché e da chi questo nuovo equilibrio tra i poteri è stato auspicato. È stato già riportato qui, ma quest’analisi di una grande banca d’affari statunitense intitolata The Euro area adjustment, about halfway there del 28 maggio 2013, spiega molto chiaramente alle pagine 12-13 che il bersaglio all’interno dell’area euro devono essere “le Costituzioni socialiste” che garantiscono, o meglio garantivano in Italia prima che la lettera della BCE e della BDI ne chiedesse la distruzione, i diritti del lavoro. Essi non favorirebbero infatti “la costruzione EUropea” la quale si basa, fin dalla sua nascita nel 1957, su “un’economia fortemente competitiva”. Di conseguenza si auspicano cambiamenti nella struttura politica che regge i paesi membri dell’euro zona. Uno dei più importanti riguarda proprio gli “esecutivi deboli nei confronti dei Parlamenti”.

Si badi: finché questo e gli altri punti non saranno compiuti, l’aggiustamento dell’eurozona è da considerarsi incompleto. Ed è quella lettera che guida ancora oggi le politiche del governo italiano.

Ecco per cosa abbiamo votato, ecco cosa ha voluto dire votare un moralistico sì, o ancora peggio ammantarsi di una sdegnosa astensione, convinti di dare un virtuoso esempio di sobrio, funzionale risparmio, di indignata stizza o di superiorità intellettuale nei confronti di un’inutile rappresentanza (atteggiamento assai diffuso a sinistra, dove si preferisce evitare di sapere che il fiscal compact l’ha votato il Parlamento, la Fornero l’ha votata il Parlamento, il Jobs Act l’ha votato il Parlamento, la riforma Madia l’ha votata il Parlamento... i memorandum del MES in Grecia qui prossimi venturi li ha votati il loro Parlamento: ma tutto ciò è stato deciso altrove).   

Se non fossi impossibilitata ad andarmene altrove direi godetevela. Godetevela la distruzione della sanità e delle pensioni, la precarietà selvaggia, l’abbandono della manutenzione del territorio, la distruzione del risparmio, l’abbattimento dei salari, e della speranza di vita, lo smantellamento del servizio pubblico, le esternalizzazioni raccomandate.

Godetevela: l’avete votata, l’avete voluta, non avete voluto capire né sapere, avete preferito pensare che ormai i veri problemi fossero altri e la questione economica non esistesse, o fosse solo causa delle intemperanze individuali di un pugno di personaggi pittoreschi: sono otto anni che questi meccanismi vengono indagati, spiegati, analizzati, sviscerati da tutte le parti.

Purtroppo non lo posso dire. Perché non ho altro posto dove andare.

sabato 12 settembre 2020

Con tutti gli insegnanti fannulloni che ci sono, tagliamoli! Ah sì? Inutile dire che voterò NO al referendum sui parlamentari

 Qui le ragioni tecniche di 183 costituzionalisti.

Qui documenti parlamentari di approfondimento.

Rimanderò la partenza per votare: il viaggio dalla Francia sarebbe troppo caro.

In generale, ogni volta che viene oggi proposta una modifica costituzionale, essa ha segno reazionario quindi economicamente svantaggioso per i ceti bassi cui appartengo. I rapporti di forza erano molto più favorevoli per noi nel momento in cui la Costituzione è stata redatta. Più cosciente della realtà del conflitto di classe e meglio rappresentata la classe lavoratrice ha potuto farsi riconoscere diritti (al lavoro, un lavoro che consenta l’estrinsecazione della propria personalità come suprema affermazione della partecipazione alla vita civile e democratica, alla salute, all’istruzione, alla pensione, alle ferie, all’equa retribuzione, alla tutela del paesaggio e a molto altro) che oggi vengono via via frantumati. Per questo una sana diffidenza ai cambiamenti proposti nella presente situazione sarebbe di per sé d’obbligo.

E pazienza se quest’altalena ha principalmente lo scopo di indebolire i 5* che, casi ridicoli a parte, già hanno fatto del loro meglio per darsi la zappa sui piedi da soli, facendoli cannibalizzare dal ben più letale PD, che ha tutto da guadagnare in entrambi i casi. Se vince il Sì ha fatto un gran favore a Bruxelles (e infatti ti pareva che costei non interveniva a favore del sì), consegnandole, come già avrebbe voluto fare Renzi, un Parlamento depotenziato e indebolito. Se vince il No, ridimensiona comunque un avversario sfiatato, nel momento in cui le elezioni locali vedono il Partito Dell’ospedale chiuso dibattersi nelle difficoltà che la sua semina di miseria ha meritato.

Ci si sente dopo.


sabato 1 agosto 2020

Bel colpo per passare il primo week end d’agosto

Come passare la notte più canicolare dell’anno, allietata da condizionatori incombenti ovunque tutt’intorno con il loro rumore che è tra i più molesti dell’universo?
Cercando la tessera sanitaria e la patente.
Che non usavo da mesi e mesi.
Sono riuscita a perdermele entrambe all’inizio di agosto. In epoca di focolai epidemici.
Alla vigilia di una partenza, della revisione dell’impianto gpl della macchina (per cui serve il tesserino con il codice fiscale) e soprattutto sperando di poter presto partire all’estero.
In tempi normali la consegna del duplicato avviene in 45 giorni.
45 giorni!!!
Figuriamoci.

Dalle tre del mattino sto:
Tirando giù valigie dal soppalco,
Svuotando borse e borsellini,
Rovesciando cassetti,
Rovistando in cappotti,
Smontando pile e pile di fogli accumulati.
Ho ritrovato tutto quello che avevo perduto negli ultimi dieci anni.
Tranne loro.
Ora è sorto il sole, ma le due tessere rimangono uccel di bosco.

Ho ormai un solo desiderio: incontrare l’anima gemella alla motorizzazione civile.
Farò quello che vuole.
Pure il voto di scambio per Gualtieri.
Vado in piazza coi complottisti.
In pellegrinaggio da chi gli pare.
Soldi non gliene potrei dare perché mi manca la materia prima.
Tutto il resto per una tessera (magari due...).

venerdì 31 luglio 2020

Per quelle due che mi hanno scritto

e a cui sono riuscita a rispondere solo ora. Perché sì, il mio ipad mi impedisce di commentare sul mio blog e sulla maggior parte degli altri blog, quasi tutti quelli di wordpress e la maggior parte di quelli di blogger.
E quindi per poterlo fare devo aspettare di avere a disposizione la linea del pc che siccome serve anche per lavoro e pago io (manco a dirlo) non posso usare per andare a zonzo, pena il rischio che mi finisca, perché ha i giga contati e quando son finiti, fine fino alla scadenza dell'abbonamento mensile.
E no, non passo a... spendo fin troppo così.

E comunque la famosa indennità di accompagno quant'è per il 2020? 520 euro.
Sì.
Dopo avere compilato moduli umilianti e ridondanti, dopo avere portato una persona malata a visita medica ovviamente nelle ore di lavoro, dopo tutte le più raffinate trafile.
Boeri che tu sia maledetto, per l'eternità.
Maledetta sia l'istituzione che ha imposto la redditività dei servizi pubblici e che non cessa di chiedere, famelica, i tagli alle pensioni, in nome di una insostenibilità che non esiste e che infatti non è mai stata dimostrata. Maledetta, non ci sono vie di mezzo, non ci sono mediazioni, non ci sono compromessi. Punto.

Questa estate partirò con la mamma per quella che sarà forse la sua ultima vacanza come persona ancora senziente e relativamente autonoma. Anche se ormai dimentica tutto, non solo i discorsi, ma anche le informazioni pratiche, l'organizzazione del tempo, confondendo ciò che è accaduto a lei con ciò che è accaduto ad altri.

La ritrovo piena di angosce che limitano anche quelle poche cose che potremmo concerderci. Era nostra abitudine passare in luoghi diversi le vacanze sulle Alpi; lei ama particolarmente una remota vallata dove andava con suo marito. Quest'anno ha avuto paura di spostarsi, sostenendo che "la sua salute" (fisicamente è più o meno una roccia) le impedisce di allontanarsi da Roma. Perché? Non si sa.

Dopo due settimane di tregenda è riuscita a scovare un posto in una regione che non piace né a lei né a me ma che è abbastanza vicina a Roma, dove si bolle sui 40° da giorni, per rassicurarla.
E sia.
Poi cominciano le quote: "Non posso salire oltre i 600 m". La cardiologa le ha raccomandato i 1200, ma niente da fare, di lì non la smuovi. Era l'altitudine a cui doveva rimanere mio nonno, dopo avere avuto il primo ictus, 600 metri.
Mi immagino escursioni attaccate all'altimetro, ansie, ossessioni varie.

Dovrebbe essere abbastanza gestire tutto questo e quel che di peggio verrà, senza avere il minimo, ma il minimo affanno di tipo logistico-economico legato a una simile patologia, che ti strappa ai tuoi cari mentre vi vedete e vi toccate ancora.
In una società civile.
Ma rendere difficile la vita delle persone anziane e far loro consacrare le energie dei familiari in una schiavitù senza senso non si accorda forse perfettamente con questo lucido piano di riforma economica: (sì, proprio quello del caro Prodi, portatore di miseria e di precarietà con il pacchetto Treu del 1997, che introdusse il parasubordinato quasi senza contributi pensionistici. Questo fu il governo Prodi. Non lo dimentichiamo.  Come potremmo? ha incancrenito i contributi tre generazioni della mia famiglia, ormai - mia mamma, io e due dei miei cugini che potrebbero essere i miei figli. Una è emigrata, uno fa un lavoro dequalificato, precario.)
"Cento, cinquanta anni fa il lavoro era necessità; la buona salute, dono del Signore; la cura del vecchio, atto di pietà familiare; la promozione in ufficio, riconoscimento di un merito; il titolo di studio o l’ apprendistato di mestiere, costoso investimento. Il confronto dell’ uomo con le difficoltà della vita era sentito, come da antichissimo tempo, quale prova di abilità e di fortuna." Da legge della giungla, appunto.

Eh ma le pensioni sono diventate insostenibili. Ancora una volta sono le carte stesse del moloch a smentire la propaganda:
qui nel 2011 
e qui nel 2012
cioè in documenti tecnici, come le norme esaminate nel post sul MES, le pensioni italiane vengono giudicate perfettamente sostenibili.

E completato da questa riflessione: la longevità rischia di far aumentare il debito pubblico. Ora, qual è il valore dei parametri impostici sul debito pubblico? Nessuno. Il famoso divieto del deficit oltre il 3% nasce a caso e a naso, come parametro che gli industriali francesi - NON le esigenze della macroeconomia - avrebbero accettato da parte del governo francese come sostegno pubblico ai salari diretti. Oggi questo limite è strettamente legato all'esistenza della sola zona euro ed è totalmente ignoto al resto del mondo.  Il parametro dell'80% di debito rispetto al PIL non ha maggior valore. Pare sia rispettatissimo in Senegal o giù di lì.
Peccato che poi i sengalesi siano così felici e prosperi con il loro debito in regola da rischiare di annegarsi nel Mediterraneo per arrivare nel paese del 160%, dove il Parlamento ha appena mandato a processo qualcuno che avrebbe voluto impedire l'entrata dei migranti dall'Africa in Italia.
E che nella mia casa in Francia sia appena arrivato un senegalese ospitato gratuitamente dal padrone di casa per completare studi che in patria non avrebbe potuto permettersi, perché non c'erano e in UE nemmeno, perché non avrebbe potuto pagarsi il soggiorno.
Bizzarre scelte 'sti senegalesi DAL BILANCIO SANO.

E no, la scelta non è nemmeno quella di ridurre alla disperazione economica le persone finché la morte paia loro preferibile alla vita, perché l'assistenza è lasciata sulle loro sole spalle o quasi, e il costo e le ristrettezze diviengono così insopportabili da far invocare la morte o addirittura il suicidio.

Cos'altro si può fare se non combattere fino in fondo chi sostiene simili aberrazioni. Non sono necessità economiche, ma politiche: quelle legate alla distruzione dei servizi pubblici fino al punto in cui diventeranno redditizi per il privato che subentrerà.


Morale a parte: leggetevi le carte per conoscere la situazione economica. Non i giornali.

domenica 19 luglio 2020

Magniloquente, o sia Montessori e no

Alle elementari e per una parte dell’asilo ho frequentato una scuola Montessori. Pubblica, perché per portafogli e per valori mai la mia mamma mi avrebbe mandato in una scuola privata. Tra i motivi della scelta c’era anche la laicità della medesima, e quando le maestre provarono comunque a farci recitare la preghierina in prima elementare (il democristianisstimo tra i ministeri si montessorizzava a modo suo), piovvero le folgori. Le malcapitate provarono a dire che io ero esentata, ma si finì con una rivolta generale delle famiglie e le preghiere rimasero nella dimensione dove dovrebbero stare: quella privata. Benedetta sia la Francia da questo punto di vista.

Non fu la scuola ideale, ma non vorrei averne frequentata nessun’altra.
Di certo fu la scuola dove appresi di più, università esclusa: rigore ma mai colpevolizzazione; curiosità libera; attenzione a episodi di bullismo che mi presero di mira e finirono con l’espulsione mascherata del capobanda, “spontaneamente” trasferitosi in un’altra sede, rompendo così il legame perverso che aveva instaurato con i piccoli complici. Tra i quali si annoverava il mio amichetto del cuore: erano infatti i miei amici che mi aveva aizzato contro. Si seppe dopo che il bambino persecutore viveva, manco a dirlo, una situazione familiare lacerata, con i genitori in rotta tra loro. Questo non giustifica né lui né alcun altro adulto minimizzatore, se non per il fatto che la causa della persecuzione non era “il carattere del bambino” né tantomeno il mio o la “mia maniera di reagire”, le solite frasi fatte degli adulti scansafatiche e scansa problemi, bensì la famiglia cieca e negativa dell’individuo aggressore.

Ma non è di questo che intendevo parlare.
Arrivata in prima media avevo l’abitudine di fidarmi degli adulti e di parlare liberamente con loro, specialmente se insegnanti, in classe.
“La mole magniloquente del Vittoriano...” lessi quel giorno a voce alta durante la lezione di geografia. Alzai il nasetto dalla pagina: “Lola - così si chiamava la professoressa di lettere e così la chiamavamo se volevamo - ma cosa vuol dire ‘magniloquente’?”.
Ne seguirono spiegazioni che non mi chiarirono completamente il concetto, e il compito assegnatoci quel giorno fu un’indagine sul termine. Cosa si poteva definire “magniloquente”?
Peccato che la professoressa, peraltro da me abbastanza amata anche se non come l’adorata Maria Lazzari che la sostituì l’anno successivo per poi scomparire, atroce abbandono, nelle scuole toscane, venendo sostituita dalla più laida opra nomata Italia (sic), non ci abbia indirizzati dapprima a un vocabolario, spiegandoci di tal fonte il senso e l’uso: del resto in classe non ce n’erano. Simili lussi a scuola? Suvvia.

Qualche tempo dopo le nuove compagne di scuola, tutte gomitatine e risatine sforzate e nervose, mi esplosero contro: “Ma perché tu fai le domande? Così poi ‘Lei’ ci dà i compiti!”.
Ecco: la scuola, quella con la S maiuscola.
Che orrore.
Che ottundimento dei cervelli.
Che macchina da guerra per produrre soldati furbi, ignoranti e ottusi.
Che spreco.
 

lunedì 6 luglio 2020

Sgambettare felici

A loro non tocca, possono non preoccuparsi troppo. Se lo prendono guariscono, pare, senza problemi. E sono diventati un passaporto.
I bambini piccoli. Quelli proprio piccoli che vanno ancora in giro in braccio, in marsupio, in passeggino. “Ils poussent” diceva un signore anziano che a Parigi incontravo in ascensore commentando i nuovi nati della primavera.
Una cosa bella di questa epidemia, posto che ce la dovessimo proprio prendere, è stata la relativa sicurezza che ha circondato i popi.
Che a me piacciono moltissimo, finché gli adulti non li guastano con le loro ossessioni, paure e irregimentazioni. Si sono visti ovunque appena è stato possibile, branditi nelle braccia rilassate dei genitori, portati finalmente all’aria aperta senza timore.
Paffuti, mezzi svestiti, ridenti, scalcianti, sgambettanti. Curiosi, assorti, giocosi. Chiacchieroni, esploratori, ciangottanti.
Due mesi fa la riapertura a Roma: si poteva muoversi per fare attività motoria e visitare persone care e vicine.
Il primo giorno, lunedì 4 maggio, lunghissima passeggiata per la gioia di sentirsi camminare.
In giro tante coppie anche insieme, tutte dotate di fagotti morbidi e tondi. Piedini e cosciotte nude, braccine all’aria, occhioni spalancati.
E ancora oggi, nei giardini, sui prati, tra un fulgore di erba e di fiori, esaltati da una primavera infine priva di gas di scarico. Che non vedremo mai più, purtroppo. Oleandri, bougainvillee, tigli profumati, gelsomini da stordire, sia mediterranei, discreti e persistenti, sia indiani, grande éclat ma poca sostanza. Cieli smaltati e oro del sole.
E un altro tipo di coppie, quel giorno: mamme con le figlie già grandi, quasi adulte, o decisamente mature. Una visione abbastanza inedita, una scelta di vicinanza spontanea e poco prevista.  
Questo virus ha ribaltato il “prima le donne e i bambini” e ciò ha malgrado tutto messo un pizzico di noncuranza nell’ansia generale. Almeno qui, dove la tragedia non è stata grande come nelle zone industriali del nord.

P.S.:
Non posso ancora commentare sul mio blog, per cui risponderò fra un po’ ai commenti al post precedente.

domenica 21 giugno 2020

Post da nulla

Mi attendono, nel disordine: i pavimenti da lavare, che non sarebbero così terribili se la casa non fosse talmente piccola che due terzi del tempo se ne vanno nel molto peggiore lavoro di spostare oggetti e scatoloni per poterci pulire sotto; due stoviglie da pulire ché certo ho la lavastoviglie ma alcune cose serve tenerle sempre a portata di mano; i polpetti da cuocere con il basilico - ma loro sono gentili: si fanno da sé; due libri da recensire, un testo da finire da tempo vergognosamente immemorabile ché no, soccome non mi pagano per farlo, il tempo che mi resta da dedicarci è quello di un fine settimana che mi vede sempre più impegnata e stanca: ecco come si stroncano le velleità e la freschezza di idee di qualsiasi tipo; una mamma da visitare perché sta male e senza speranza di miglioramento (no COVID, malattia degenerativa), un di lei marito angosciato e angosciante nei miei confronti, che mi avvelena ogni raro: abitano lontano, momento che mi guadagno per passare con lei finché ha ancora una coscienza e vive; il pensiero di come trovare i soldi necessari ad assisterla. Avete mai letto i passi per una procedura di invalidità elaborati dall'INPS di questo laido figuro e dei suoi simili? Ecco, ve li consiglio se volete capire cosa sia l'umiliazione che devono passare un malato e un familiare già sconvolti da una situazione tra le più insostenibili fisicamente e moralmente.
Mentre dovrebbe essere automatico, una volta avuta una diagnosi: volete un aiuto? Invio io medico la diagnosi che ho comunque redatto al pc, e la procedura inizia immediatamente, senza scartoffie che accertino peraltro ciò che la PA possiede già.
Sappiate comunque che siccome privatizzare e liberalizzare è bello, - lo spiega la mamma e la mamma ha sempre ragione - meno spese si devono sostenere per la previdenza e l'assistenza, più alti saranno i profitti per i privati che subentreranno. E i dirigenti, ovviamente, obbediscono, lieti: sono pagati apposta. "La buona salute dono del Signore, la cura del vecchio, atto di pietà familiare" scrivevano gli ispiratori:  il ministro dell'"adorato Prodi", e prima di lui Luigi Einaudi e Friedryck von Hayek, sì, l'ispiratore di quel tipo che ebbe qualche problemino da risolvere negli stadi. Ma erano gli antipodi, che importa qui e oggi? E' un altro mondo. Sì, proprio.
E questo sarebbe il giorno del riposo.

Ma niente: oggi mi andava di celebrare l'estate. Mattina di limpido cielo, davvero azzurro - grazie confinamento! - fiori di cui risplendono le vie mal o niente pulite: bouganville e oleandri impazziscono a Roma.
L'idea che la notte variasse da più corta a più lunga, i solstizi tutti mi hanno sempre emozionato, soprattutto quello d'estate, forse anche grazie a Shakespeare, o a quella volta che al parco vidi bambina la luce non finire mai e ne chiesi alla mamma tra una corsa e l'altra. Lei, seduta sulla panchina, mi spiegò che in questi giorni il sole restava più a lungo. Quindi si poteva giocare più a lungo al parco.
Comunque la notte dell'estate mi conquistò anche da adulta, e diviene sempre più fremente con il passare degli anni quest'idea di festa. Anche se da noi pochi la condividono.

Di solito la celebravo in Normandia, quest'anno non ci sarà che un post qui sopra, e finirà presto, molto più presto che al nord. Ricordo una sera tornando a Parigi da una giornata di meraviglie a  Strasburgo i 38° alle 21 h 00 scendendo dal trenoin pieno sole alla Gare de l'Est; ricordo i pianoforti per le strade a Tolosa in una settimana sferzata da acquazzoni che li resero inservibili, ma qualcuno li suonava lo stesso, incurante della pioggia e delle stonature.

Ieri sera invece guardavo il tramonto e l'imbrunire leggendo davanti ai Fori. Alle mie spalle un militare, dio sa perché i Fori sono presidiati dall'esercito, raccontava le storie della sua famiglia al commilitone a volume da altoparlante rave. Solita pacchianeria in giro nelle strade adiacenti, solita soddisfazione solitamente a me incomprensibile nel rientrare in una routine kitch prima come dopo.
Solita bellezza indicibile, superstite per frammenti. Ripenso all'idea di Cederna e Niccolini: l'area dei Fori e dell'Appia antica interamente pedonalizzata, il più grande parco archeologico del mondo.
Adesso il centro deve diventare un enorme B&b sussidio per pochi a redditi insufficienti, speculazione per molti di più in proporzione, espellendo i residenti da centri e zone semicentrali, come già avviene a Firenze, per offrire alloggi scadenti e ricavati al risparmio estremo a turisti anch'essi impoveriti dal virtuoso liberismo dei santi UE.

Oggi vediamo, per ora devo raggiungere il secchio, anzi il mocio. Benedetto sia. Sapessi dove metterlo, ne comprerei un secondo per il risciacquo.

 Alla libreria anarchica difronte al portone ho comprato la riedizione di questo libro la prima in rete nell'usato costava di più.
Ho voglia di ritrovare le biblioteche parigine. Una piccola buona notizia mi arriva, perché avrò per altri trenta mesi un'etichetta. Ma mi lasceranno andare da qui? E come farò con il denaro, dato che la fisioterapia che sto facendo mi prende i due terzi del mio salario tutti i mesi?

L'aria entra ancora fresca, piacevole, dalla finestra. Il sole fa rilucere le piante del dirimpettaio. No, qui non arriva mai, anche se la luce è sufficiente, ma picchia sul tetto giusto sopra la mia testa e mal isolato: comprare anche il sole nelle stanze avrebbe richiesto ventimila euro in più e quei soldi, che mi ha dato quasi interamente la mamma, non c'erano tredici anni fa. E non ci sono adesso.
Mi manca.   

Festa: sì, ma anche preoccupazioni economiche.

Ed ecco che nella scrittura l'angoscia sotterranea è uscita, ha trovato le parole nelle lacrime dell'impotenza, mischiandole alla schiettezza della voglia d'estate.

Post altalenante, quindi.
Come sempre.

Alla faccia degli idioti per cui "Godete delle piccole cose! Non pensate al domani! Il futuro è adesso!" e altre propagande narcotiche, fuffe più irritanti della cosa stessa.
Il mocio attende.

giovedì 11 giugno 2020

OHMIODIO.

Cosa non si farebbe per distrarre l’attenzione dalla miseria:


E bisognava anche discettare su fino a che punto fosse lecito sfottere un profeta defunto senza farsi ammazzare o minacciare di.
È lecito dubitare di quanti vadano a aggredire afroamericani perché istigati da un simile film.

È lecito essere inquieti quando la decisione sull’ uso e il significato di  un colore diventa monopolio di una sola parte dell’umanità. A Parigi un regista è stato cacciato dalla Sorbona da un gruppo di studenti perché aveva messo in scena (molto bene a mio parere) Le Supplici di Eschilo utilizzando per i personaggi delle maschere nere. Un episodio che svelava una ignoranza del contesto abissale, applicando filtri interpretativi del tutto anacronistici, importati dalla mentalità e dalla situazione ‘meregana, a un’opera e a una messa in scena che avevano tutt’altre coordinate culturali.

Più oltre, è la mentalità, sempre ‘mmeregana, delle tutele sociali, economiche, culturali e fisiche concepite e fatte passare solo e soprattutto come tutela delle minoranze, scavando così una moltitudine di enclave isolate nel corpo sociale, che apre le porte a situazioni del genere.

La comprensione e la definizione dei popoli e delle società non come insiemi omogenei e pacificati dietro una sola bandiera ma frastagliati e percorsi da conflitti di ogni tipo ha contribuito a garantire migliori condizioni di vita a tante persone.

La domanda è oggi perché malgrado la tutela delle minoranze porti a rimuovere fin l’odiosa vista di pezzi di materiali disparati, le minoranze siano ancora in gran parte quelle a reddito inferiore rispetto al resto della popolazione. Perché abbiano una vita media più breve. Perché muoiano più spesso di morte violenta. Ecc.ecc.ecc.
Con gesti censori di questo tipo si propaganda e si impone invece nel discorso solo una grande arma di distrazione di massa.

sabato 30 maggio 2020

Cedono gli irriducibili (post ad alto contenuto narcisistico e modaiolo)

Il perdurare della lontananza dal luogo di lavoro non significa, come costui s’è permesso di affermare da bravo ignorante o da troppo furbo che “gli statali e i pensionati non sono andati a lavorare” e malgrado ciò non avrebbero visto una perdita del loro tenore di vita (dal minuto 6.30) contrariamente ai “ceti produttivi”, cioè i padroncini e professionisti del privato, mentre gli altri, ovviamente, non lavorando per definizione non possono che non produrre (ammesso che debba essere un criterio di valutazione) quindi non fornire soldi per pagare le tasse, come se non fossero invece tra i principali e più affidabili contribuenti. I pensionati hanno già lavorato. I dipendenti pubblici lavorano da casa, molto spesso con spese aggiuntive a loro carico in connessioni, usura delle apparecchiature informatiche personali, costi del riscaldamento, luce ecc. Pensiamo come sarebbe più semplice se, invece delle liberalizzazioni imposte da codesta manica di infami farabutti che qualcuno ancora oggi sostiene per scannarci meglio parandosi malamente dietro supposti valori etici, oggi le utenze fossero pubbliche, non votate al profitto e si potessero agevolare rimborsi o tariffe per le spese sostenute in tempo di pandemia per motivi di lavoro, o sospendere i pagamenti a chi il lavoro l’ha perso.

Ma nel m e r a v i g l i o s o mondo delle libertà civili, figuriamoci se questi criteri hanno la minima importanza. Che crepino di freddo, i disoccupati, i lavoratori in nero, i precari, gli improduttivi pensionati quando li risparmiano il COVID e le linee etiche dell’Associazione anestesisti (ma quanto quanto quanto sono compassionevoli costoro): quel che è importa è occultare lo sfruttamento economico e la ricerca del profitto dietro la vacua bandiera dei diritti delle minoranze malamente intesi, perché presupposti come onnicomprensivi di ogni problematica e disagio, mentre non ne sono oggi che l’utile velo.

Ma come scrivevo nei post precedenti, lavorando da casa riescono a volte a sfuggire a una serie di frustrazioni del tutto superflue, imposte dalla voluta fatiscenza e dalla organizzazione controllante e perversa dei luoghi di lavoro, dal costo degli affitti e delle case che costringe a allontanarsi dal luogo di lavoro e impone sempre più lunghi viaggi per raggiungerlo con perdita del tempo e della qualità della vita.

Ciò detto, facnedo parte di una di quelle così privilegiate categorie che non sanno come pagarsi una lunga fisioterapia resa necessaria in buona parte dalla cattiva postura conseguenza della voluta fatiscenza di cui sopra, c’è chi almeno riesce, lontana da quella trappola di tortura gratuita che sono spesso gli uffici, a abbassare il livello di stress fino al punto da non dover trovare rimedio alla frustrazione nel troppo cibo troppo spesso. E a scoprire che dopo poco meno di tre mesi anche i più irriducibili vestiti sono finalmente tornati indossabili, dopo aver messo, con l’avviso del nutrizionista, la parola fine alla fase di dimagrimento, arrivando a un peso che si spera il mondo renda possibile alla mente di sostenere a lungo.
La gonna di seta comprata usata dal mio fornitore preferito, le marché du dimanche de mon village, per 2,50 euro, prezzo standard dei miei acquisti, e mai indossata perché stretta all’attaccatura delle cosce.


Il vestito da gran caldo, di lino, acquistato in un negozio un po’ eccentrico quando ancora potevo farlo, ormai decenni fa. Il negozio non esiste più.


I pantaloni del completo della stessa marca, forse ancora più vecchi (parliamo degli anni ‘90). Tra i miei pochi acquisti in fibre non naturali, uno sfizio, modello primi anni’70.

E ora si tratta di mantenere i risultati raggiunti, dopo aver festeggiato, con il permesso del medico, con il più enorme gelato che si ricordi, uno dei miei cibi favoriti, comprato in vaschetta qui, tornando a casa a piedi.