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per gli scribi

Toulouse en érasmienne

lunedì 30 dicembre 2019

Une pure merveille







Sogno


Esco prima dal lavoro che non somiglia al mio lavoro, se non in un’ossessiva attenzione da portare ai minuti lavorati: devo sedere dietro a un bancone in pubblico, davanti un vetro, oltre cui passano delle persone, ma nessuno si avvicina mai. Accanto a me un’altra donna, non si capisce se è un superiore oppure no, lei controlla un registro su cui vanno segnate le ore di entrata e di uscita. So che posso a breve scappare per alcuni giorni, quindi segno sul registro che usciro’ prima e quando lei lo guarda non riesco a non farle notare che si’ è proprio cosi’, posso andarmene.

Arrivo alla stazione che non somiglia a una stazione nota, con la mia valigia con le rotelle che ho da sempre, e che mi piace tanto. Appesa al braccio sinistro c’è la mia mamma, che non deve partire ma che mi accompagna. Sono contenta ma un po’ affannata, come se non fossi sicura che tutto fili lis cio e che io possa davvero andare. Di colpo, mi rendo conto che non ho potuto stampare il biglietto. C’è un ufficio della stazione ma non va bene, ci sono troppe persone e pochi sportelli. Giriamo l’angolo e troviamo una tabaccheria, dove forse c’è meno fila. Mia madre mi sponge dentro e mi ritrovo in fila. La fila si fa improvvisamente in salita, come se fosse su un poggio all’aperto. Scorre lentamente e si fa sempre più tardi. Alla fine una donna piovuta dal nulla mi passa davanti; protesto, la tabaccaia mi dice che se ho aspettato tanto posso farlo ancora, spiego che perdo il treno; mi ascolta per concludere che lei il biglietto non lo puo’ stampare.
Disperata esco e torno verso i binari; la mamma cerca di consolarmi ma io sono impaziente e triste; so che non c’è più tempo. Frugo tutte le tasche della valigia e in quella posteriore trovato infine un biglietto di quelli a stampa, non online. Ma non riesco a leggere l’ora, né li’ né sui tabelloni. Eppure ero convinta di saperla perfettamente. A questo punto arriva un treno sul primo binario (è una stazione di transito) e tutto si ferma per il suo passaggio. Somiglia a un vecchio intercity, prima di quegli orridi carri bestiame senza scompartimenti, ed è pieno di gente che non so perché sembra molto indaffarata. Ha l’aria simpatica. Penso che possa essere il mio, indovino a stento sul biglietto un orario, mi dico che è quello, mi precipito, vogliochiedere conferma a un controllore, ma sono tutti lontani, decido di salire lo stesso ma ormai le porte sono chiuse e il controllore più vicino mi fa segno di allontanarmi. Tento di aprire la porta, voglio salire lo stesso, assolutamente, ma la porta non si apre più, il fischio, il treno se ne va e io mi sento disperata.
Mi sveglio in un sussulto, triste come poche volte e nel dormiveglia associo il treno, dio sa perché, alla morte.
Ma allora, perché volevo a ogni costo prenderlo?     

domenica 29 dicembre 2019

Questo Natale

Che come sempre qui sono felice, malgrado tutto e in qualsiasi situazione.
Felice del freddo appena fuori dalle coperte, delle lunghe camminate per raggiungere i pochi mezzi pubblici che ancora funzionino in questo sacrosanto e costoso sciopero per salvare un minimo di dignità che alcuni Francesi stanno avendo il coraggio di fare, di imporre ai vertici dei loro sindacati recalcitranti e incalzati da dossier vagamente pretestuosi, perché per una buona causa qualche disagio è anche troppo poco. Felice della grande biblioteca vouta, che apre poche ore al giorno perché anche li’ i dipendenti precari scioperano e tengono duro. Felice che tutto cio’ vada furiosamente anche se non sempre conscientemente, contro le politiche di impoverimento selvaggio volute e imposte dalla UE. Felice dei pasti in comune sempre troppo pieni di carni e di grassi, ma fanno felice il padrone di casa, che pero’ poi divoragoloso grandi tocchi di pecorino con grani di pepe.
Non avevo la forza di sopportare a Natale la famiglia del marito di mia madre, che meno male che esiste un marito per lei, ma quel gruppo di piddini per bene, con il nipote che fa carriera nel partito, i disastri e i tagli dell’orrido governo, MES in testa, la loro condiscendenza compiaciuta di gente similcolta, tutta Jobs Act e volontariato (due cose più complementari di quanto non sembri) e la loro totale sufficienza davanti a qualsiasi tentativo di rappresentazione diversa. Non mi andavanoi giù le Lodi del suddetto marito al nipote tanto bravo, che mentre studia “ha trovato un lavoretto”, siccome lui è bravo, guarda caso in un’azienda succhiasangue del Comune, di quelle che servono a piazzare figli e amici nei posti direttivi e a utilizzare come manovalanza la massa di laureati in materie umanistiche a cui il  blocco delle assunzioni e la devastazione del settore culturale hanno impedito di trovare altri lavori che quello di custodi precari a intermittenza e tutto profitto delle aziende medesime. Non riuscivo a non pensare al lato materno della nostra famiglia, che della media borghesia non ha mai potuto arrivare a far parte,benché si sia tutti studiato, tra un blocco delle assunzioni e l’altro, e dove l’ultima generazione è tornata indietro di mezzo secolo. Una cugina è emigrata a fare la cameriera in Spagna. Un  cugino con un diploma di montatore, fa il traslocatore sotto padrone, ovviamente in nero e quando capita. Un altro cugino con una sua piccola attività si scontra con una serie di difficoltà e non riesce a vivere in maniera autonoma, né ad andare dal dentista. Abita, da sempre in coabitazione, in una graziosa casetta, oggi devastata dall’umidità, che non puo’ né bonificare né vendere, ed è sommerso dallo scoramento. Io, lasciamo perdere. I nostri nonni diplomati entrambi, e all’epoca non era cosi’ scontato, erano riusciti a uscire dalla miseria che aveva attanagliato la vita di mia nonna e delle sue sorelle; erano sopravvissuti a due guerre, un’occupazione feroce, una sanguinaria dittatura, potevano guardare al futuro senza lussi come senza angosce economiche, avendo provveduto a sé stessi e a quattro figli. Tutto questo è stato spazzato via dalle bellezze imposteci via UEuromercato.
Penso a quel tedesco, uno dei tanti che Renzi ha voluto a dirigenti del nostro patrimonio culturale, in un estremo atto di soggezione quasi coloniale, il quale con condiscendenza pontificava che il problema dell’Italia è che una volta sistemato l’allestimento del museo, magari con il cattivo gusto che gronda dalla sala delle statue del villanamente rifatto museo egizio di Torino, il direttore non puo’ licenziare lo specialista di antichità siriane, che vada a vada a farsi mantenere dove capita, come se un museo fosse un magazzino da allestire per aumentare le vendite e morta li’, ogni attività di studio e di sviluppo a che serve? A aumentare i costi del personale? A programmare sul lungo periodo anziché sull’aziendale progetto? Anatema!
Della mia generazione, figli nessuno ne ha. Personalmente ho dovuto stare ben attenta a non chiedermi troppo se ne avessi voglia. Probabilmente non troppa ma poco importa: se avessi voluto, non avrei potuto. O il mio vicino di casa, cinquantenne, ex professionista, disoccupato di lunga durata: lo scorso anno toccava il cielo con un dito perché per tre mesi ha avuto un contratto per la pulizia del verde pubblico, poi non rinnovato: il verde puo’ restare sporco; l’importante è il “vincolo di bilancio”. O la mia amica di sempre, che lavora gratuitamente per conservare  l’illusione di restare nel campo che ha studiato e per cui è qualificata, senza morire di malinconia su cio’ che non le appartiene, mantenenuta grazie a una zia generosa e senza figli, ma senza un soldo di contributi, pur se con tanti complimenti di chi senza assumerla mai, perché cosa sono codeste richieste sconvenienti, gratuitamente la impiega.

Eh, ma il problema è che noi non siamo bravi come un giovinetto piddino che somiglia sputato a un sardino.
Gente cosi’, oggi, non sopporto più di averla vicino. Ogni dialogo è diventato impossibile.
Ogni patto sociale è stato denunciato.
Di

W la France, almeno. Almeno hanno coraggio.

mercoledì 25 dicembre 2019

En grève

Molti hanno visto le immagini delle danzatrici dell’Opéra di Parigi in sciopero nel Lago dei Cigni rappresentato davanti a Palais Garnier prima di Natale. Forse non tutti hanno letto il volantino che accompagnava lo spettacolo. Lo traduco qui sotto: è particolarmente eloquente.



I video linkati sono quelli degli account Twitter di:
Emmanuel Tixier, Teleia, Cyril Mitilian, Fabrice Arfi.

In Francia l’opera nasce nel XVI secolo sotto la dinastia dei Valois poi dei Borboni, sviluppando le rappresentazioni danzate, recitate e cantate a corte, introdotte e sviluppate dalle sovrane della famiglia fiorentina dei Medici, Caterina e Maria. Qualche idea avrebbe potuto darla anche Leonardo da Vinci che aveva creato per gli Sforza, a Milano, la festa del paradiso.
Il teatro dell’opera di Parigi è un regalo di Luigi XIV al suo musicista di corte Giovan Battista Lulli, che ottiene l’esclusiva delle rappresentazioni per tutto il regno e gestisce il teatro e i suoi guadagni. I Ballard, famiglia di stampatori, ottengono dal canto loro il privilegio per le edizioni dei libretti e delle musiche che conserveranno sino alla fine dell’Ancien Régime.

Macchina di consenso, di meraviglia e propaganda, il valore del teatro e del teatro in musica, mezzi di comunicazione per eccellenza dell’epoca, non sfugge al potere reale di Francia che, come per altri settori artistici e industriali si preoccupa, Colbert in testa, di salvaguardare un ceto di alto artigianato garantendogli condizioni di vita dignitose, un mercato che possa mantenerli e istituzioni culturali che possano a un tempo tutelarli e entro certi limiti controllarli.

Fanno già parte allora di questo sistema di salari e garanzie le pensioni, cioè quello che oggi si chiamerebbe “salario differito” (mentre i servizi pubblici sono i “salari indiretti”, ecco perché color che belano stolidi invocandone il taglio stanno in realtà invocando che si taglino i loro stessi redditi), faceva già parte allora dei salari, dicevamo, un regime speciale di pensioni, istituito nel 1698. Decennio in cui, secondo un vecchio libro sempre affascinante da leggere come lo sono tutti i testi scorrevolmente ben scritti, comincia a cedere il sistema ideologico che aveva alleato nei paesi cattolici assolutismo e controriforma.

sabato 30 novembre 2019

Perché non esiste opposizione fra pensionati e studenti

È tutto chiarissimo agli occhi dei Francesi che studiano a Tolbiac e si oppongono alla riforma delle pensioni di Macron. Protegge le generazioni future dalle spese dissennate di “vecchi” che aspirano a una pensione dignitosa e a una decente qualità di vita? No, serve a modificare le leggi, cioè la composizione degli interessi in gioco nella società in un determinato momento storico, per far diventare la creazione di fondi pensione un investimento conveniente per gli speculatori privati, in ottemperanza alla privatizzazione dei servizi pubblici imposta dalla santa madre UE.
Serve anche a indebolire la possibilità di lottare e di controllare attraverso l’indipendenza economica, il proprio destino, a contrattarne meglio le condizioni.

A Tolbiac lo hanno capito, e gli studenti vanno a manifestare insieme ai lavoratori che sono poi la generazione dei loro genitori. Qui vaneggiamo di egoismo e di vita troppo lunga.

mercoledì 23 ottobre 2019

Il fondo del cassonetto

Se questa vicenda è vera è un coacervo di assurdità e di idiozia disumana come non se ne vedono facilmente.
A Genova l’amministrazione comunale avrebbe deciso di multare chi rovista nei cassonetti, per poi scoprire con rara lungimiranza che nessuno paga quelle multe.
La cosa atroce è che opporsi a una simile sanzione significa dar prova di carità pelosa: poveretti, lasciamogli il diritto alla spazzatura.
Non chiediamoci perché non abbiano una casa, un lavoro, un reddito, un’assistenza che permettano un’esistenza libera e dignitosa (art. 36).
No, diamogli la libertà di rovistare nei cassonetti.

martedì 1 ottobre 2019

“Sei troppo indipendente”

Ecco la frase con cui mi accoglie il paese in cui sono nata. Mi fa rovesciare le budella. Se non fossi “indipendente” non potrei e non saprei fare quello che faccio, che poi vi piace tanto eh. Ma a che vi servono i pecoroni sempre in attesa di fiutare il vento; a che vi serve a voi intelligenti il controllo fine a sé stesso, quale bisogno avete della considerazione basata sulla sottomissione priva di rispetto, cosa volete fare del nostro cervello se non mostrare che non vi serve e poi stupirvi se non esultiamo.
Come detesto vivere in una condizione di minorità perpetua e considerare che sia normale. La Francia mi ha permesso di misurare la distanza fra minorità feudale e responsabilità matura; qualcosa che percepivo da sempre senza saperle dare un nome; di capire come far emergere il meglio da ognuno proteggendo e liberando dalle preoccupazioni inutili verso l’imprevisto che ci sovrasta invece di difendercene per permetterci di dare il meglio nelle migliori condizioni. E quando faccio così chi lavora con me è contento, mi rispetta e mi si affeziona persino, in un modo che ogni volta mi sorprende perché non mi pare di aver fatto granché. Perché rendere la vita più complicata  quando lo è già abbastanza? E ogni volta quella luce di sollievo negli occhi che si accende quando spiego loro che no, non importa l’irregimentarsi ma l’attenzione l’affidabilità, la voglia di fare. E i risultati generalmente ci sono, a volte oltre il previsto.

mercoledì 25 settembre 2019

Impotenza

Partire bisogna, ma fa male. Ritornare sempre più in là.
Partire in Italia significa l’atrofizzazione della testa, il dolore continuo, la tristezza, il malessere, la gabbia a ogni momento, il corpo che si contrae in modo insopportabile, l’umiliazione di un lavoro dove non ho i minimi mezzi per potere agire, in un contesto in cui è ormai più che evidente la decisione di negarci la carriera e ogni migliore remunerazione. Significa uccidersi lentamente in una situazione in cui niente mi corrisponde, in una città che detesto da sempre, invivibile ogni giorno che passa, invasa dalle zanzare e dall’immondizia, disorganizzata, cialtrona e presuntuosa.
Tornare qui significa uccidersi in un altro modo, perdendo ogni forma di garanzia economica sul futuro lontano.
Non c’è via di uscita in un senso né nell’altro.
Oggi la tristezza mi mozzava il respiro mentre andavo lungo la Senna a un incontro che non ha avuto luogo. Parigi è fatta per l’autunno: in questi giorni la sua bellezza lascia senza parole, storditi.
Per questo non sopporto il self spicciolo all’ammeregana che vede nell’individuo sufficientemente motivato la soluzione a ogni problema nei paesi occidentali. Ci sono difficoltà esterne insormontabili nel mondo di oggi, che non ci sarebbero state quarant’anni fa. La libera estrinsecazione di sé è ormai quasi sempre impedita dalle imposte difficoltà materiali.

giovedì 19 settembre 2019

Un pomeriggio

Chiamatemi beata...


...se solo durasse per sempre.
Fra pochi giorni riparto per il lungo esilio. Forse ritornerò ma per sempre meno tempo. E le parole sfuggono al calamo, le idee si fanno confuse, si sperde l’entusiasmo degli incontri.
Ancora stamattina grandi feste all’avvio di un curioso progetto.
Ma non si avanza più senza riscontri.

martedì 17 settembre 2019

Blu cobalto

Avrei voluto scrivere tutt’altro ma la violenza ributtante di questa sordida vicenda mi impedisce di pensare.
La peggiore, disgustosa, sadica ottusità dell’adulto ebbro di un miserabile potere sui più deboli; l’arbitrio di chi, approfittando di un contesto difficile, sfoga sentendosi protetto i propri peggiori istinti su minorenni indifesi perché in situazione a rischio; la frustrazione livida e meschina di chi si sente perso appena fuori dalla corazza o dal corsetto dei propri miopi pregiudizi; la funzione istituzionale piegata alla più ossessiva smania di controllo; il paternalismo grondante ipocrisia di una violenza invasiva fino nei corpi altrui.

Solo la nausea, incoercibile, infinita, riesce a tradurre il disprezzo illimitato che si prova per questi mediocri, che non si vorrebbe mai vedere in posti di funzionari.
Non ho mai più voluto rimettere piede in una scuola passati i diciotto anni e sono ben lungi dal pentirmene: vicende del genere confermano quanto abbia fatto bene a sfuggire un simile luogo di dignità fatta schiava, di prevaricazione gratuita, di umiliazione senza limiti, di vergogna e di abiezione, per il bestiale capriccio del primo che passa. Abiezione e umiliazione che si portano dentro, perché usciti di li’ si modellino su di esse i nostri rapporti umani tutti; perché la violenza instillata dall’istituzione si perpetui in noi, attraverso di noi, impedendoci di concepire un mondo diverso, relazioni diverse, un riconoscimento tra esseri umani e viventi diverso dalla sopraffazione e dal dominio.
Perversi.
Vi odio e vi maledico, senza rimorsi, per l’eternità.

domenica 15 settembre 2019

Memento

Il n’a que le pouvoir que tu lui donne.

giovedì 29 agosto 2019

No comment

La ricompensa si dà per un servigio, Commissario.
Non sapevo fosse prevista per un membro dell’istituzione che lei contribuisce indegnamente a governare. In quale norma essa è definita? In cambio di cosa?
L’Italia ha forse reso un servigio a lei? All’istituzione di cui lei è organo?
Ha ricevuto una delazione? Un servizio innominabile? Un favore?
É lei forse arbitro di una gara?
Ah, dice di no? Va bene.
I paesi membri sono dunque dei servi?
Buono a sapersi, commissario.
Ma vede, io ho fatto pessime letture.
Tra servi e padroni puo’ esistere un solo rapporto: l’inimicizia.


lunedì 19 agosto 2019

Le tocsin

Nous ne les reverrons plus c’est fini ils sont foutus. Cosìne La force des choses si ricorda la liberazione.
Agosto, primo mese d’autunno per il calendario celtico e mese di rivoluzione e di rivolte per Parigi. 4, 10, 17, senza dimenticare la terribile notte di Saint-Barthélemy.
Oggi è la data dell’insurrezione contro l’occupazione tedesca e nazista organizzata dalla Resistenza parigina a partire dall’edificio della Préfecture sull’Ile de la Cité. I suoi vicini più smaglianti lo fanno un po’ dimenticare, ma lui è lì, davanti la Sainte-Chapelle e la Conciergerie dove le italiane vanno a piagnucolare su una regina che non conoscono se non dai dimettono ammeregani di lustrini e cartapesta, e Notre-Dame ferita alle spalle, sotto i grandi alberi le nuvole e il vento di questa prima giornata d’autunno, la più bella stagione di Parigi.








sabato 17 agosto 2019

Ipse dixit

Un giorno qualcuno disse che i buoni libri hanno margini ampi. Come dargli torto?

venerdì 19 luglio 2019

Biblioteche, Francia


Avvertenza: blogger e google hanno deciso di non farmi più commentare sui blog, perché non riconoscono più il mio account né su questo né su altri, sia blogger sia WordPress, e quindi non posso nemmeno più rispondere a chi ha commentato il mio post precedente, né come Pellegrina né come anonimo. Rimangono attivi dio, cioè google sa perché, soltanto i commenti su un paio di blog che leggo da tempo, scelti in modo del tutto incomprensibile perché su altri, che leggo da più tempo ancora, è impossibile collegarsi. Misteri. Ovviamente l’assistenza non dà nessuna informazione utile, come nella migliore delle tradizioni, limitandosi a farti ripetere una sequenza di operazioni scontata e assolutamente inefficace, per poi chiederti se è servito.

Ciò detto, stamattina sprofondo come al solito in una delle infinite e meravigliose biblioteche di qui. Meravigliose perché ricche in collezioni eccellenti, perché ben tenute e perché funzionano molte ore al giorno, non limitandosi a darti un tavolo e una sedia scomode e mal illuminate, ma fornendo un servizio coi fiocchi di distribuzione dei libri. Di cui approfitto con un senso di sollievo, quando penso che in Italia, a Roma poi non ne parliamo, chiedere più di due libri per volta rappresenta un affronto da lavare con la cafonaggine alla sacra missione del Primo non leggere ricordata da Armando Petrucci e da Umberto Eco ormai diversi decenni fa.  
Stamattina avevo prenotato la mia solita pila, e adocchiato un posto che mi conviene, quello preferito è già preso, quindi bisognerà adattarsi, ma non c’è ressa (1), vado al bancone, chiedo il mio posto, prendo la prima metà della pila, la porto al posto e ritornando a prendere la seconda metà vedo l’addetto alla distribuzione che mi viene incontro a metà strada con il resto dei volumi. Cosa che non è assolutamente suo compito fare. 
Ecco, se mi chiedete perché amo questo paese con tutta l’anima mia, iniziare una giornata di studio cosi’ è una e forse la principale risposta.

(1) Su questo e altri divertimenti della vita quotidiana di studio, Arlette Farge, Le goût de l’archive, Paris, Seuil, 1997. Una traduzione italiana si trova qui.


sabato 29 giugno 2019

Les nuits de la saint Jean

Sono le notti mezza estate tenendo conto del calendario celtico per cui l’estate comincia il primo maggio e finisce il primo agosto. A quest’ora in Normandia il cielo ancora non è del tutto scuro. Si avvicina piuttosto al blu della scrittura delle Très riches, un tono da lapislazzuli ma più translucido e trasparente. Anche qui fioriscono cespugli di violetta lavanda e i prati prendono come sfondo la pietra sottile e chiara delle chiese. Il castello gode i venti del colle e la sua antica sala si indovina ancora dall’alto delle mura.
Sempre per via dei biglietti ormai costosissimi del treno mi sono alzata alle cinque per prendere l’unico a un prezzo meno caro, sono stata imbrogliata sui biglietti dell’autobus da un asiatico che ha rilevato una tabaccheria prima tenuta da un venditore gentilissimo, poi ho incontrato un autista squisito dell’autobus che mi ha  indicato la sede dell’azienda dei trasporti dove farmi rimborsare dei vecchi biglietti non utilizzati. Adesso potrei attraversare la città in lungo e in largo senza problemi. Appena trovata alla stazione scoppio a ridere: « Spiagge chiuse a causa del caldo » proclama un giornale locale. In questi giorni sono tutti stremati e balbettanti, ma non si sta poi così male. Chiudono le biblioteche, chiudono alcune sale delle biblioteche, gli archivi, i direttori dei grandi enti mandano lettere in cui si raccomanda di non sovraccaricare il personale e lasciarlo lavorare a suo ritmo! In metropolitana di raccomandano di bere e mangiare, rinfrescandosi. Tutto molto encomiabile, se non fosse che ad esempio, le fontanelle sono state estirpate da tutta Parigi, i vestiti di cotone e lino di un tempo sostituiti da poliestere e viscosa, le scarpe di cuoio aperte da scarpe da ginnasti a chiuse e soffocanti. Il mercato fa di tutto per spingere a una vita quanto mai malsana ma favorevole a propri profitti, il pubblico si appella a un senso malinteso di responsabilità individuale scaricandosi dal compitosi rendere  possibile una vita sana e responsabile regolamentando l’organizzazione del contesto in cui vivono gli individui. In tutto questo resistono ancora antiche sacche di consapevole servizio pubblico, come l’autista, l’azienda dei trasporti o gli addetti dell’archivio che mi vanno a cercare le buste in cinque minuti perché devo partire. Meglio ancora, stasera ho incontrato due neolaureati che hanno appena vinto il concorso per maestri elementari. Volevano questo, hanno forse ventiquattro anni, l’anno scorso non ce l’avevano fatta, quest’anno sì. Hanno una lavoro dignitoso, una prospettiva davanti e guardano con un po’ di ansia e molta voglia all’indipendenza adulta che si prepara. Nessuna posticcia « responsabilità individuale » in Italia gli avrebbe mai permesso di avere questo. Per non parlare di chi appena finita la tesi di dottorato ha la pubblicazione e un contratto di un anno per aiutarlo a prepararla e poi verosimilmente un posto a meno di trent’anni.
Quanto durerà tutto questo? Non si sa, hanno votato un presidente venuto apposta per eradicare questa civiltà e che no ha nascosto mai di volerlo fare. Stanno privatizzando l’energia, gli aeroporti e la lotteria pubblica, stanno lanciando dei programmi folli di speculazione edilizia in città già soffocate dal cemento come Parigi e Lione, abbassando i soffitti delle case, rimpicciolendo le finestre creando celle di alveari al posto delle case luminose e ariose della fine del XIX secolo. Vedere il paese che amo distruggere la propria civiltà e quanto aveva di migliore senza che nessuno lo obblighi a farlo se non la propria inconsapevolezza è straziante. Questa gente si merita di meglio della paccottiglia liberista ed europeista.

mercoledì 5 giugno 2019

Un brutto giorno

Inizia proprio male malissimo. Stanotte alle 2 arriva un messaggio mentre sto dormendo, speravo di essere riuscita a affittare la mia casa per un mese, perché ne avevo davvero bisogno, invece niente ed è un bel problema, economicamente una mezza catastrofe, per di più detto all’ultimo momento e per di più con il rischio di avere provocato un equivoco senza volerlo, il che non è mai un bene rispetto ai propri contatti.
Stamattina arriva invece una malefica zanzara che mi pizzica due volte svegliandomi prima dell’alba, perché il padrone di casa ha un sifone tappato in cortile che non si decide a aggiustare e le larve prosperano, poi vengono da me che ho la pelle più tenera, si vede.
In più rogne di salute mi impediscono di fare attività fisica e rimanere in forma.
E oggi giornata pienissima con tanto di incontro alla fine. Ieri mi sembrava di avere lavorato bene in tutti i sensi, oggi avrei dovuto concludere una tappa importante, e invece colpo di sfortuna depressiva.
Le preoccupazioni economiche ammazzano in tutti i sensi, non c’è nulla che sia peggio né più difficile da superare.
Il resto sono chiacchiere.

Aggiornamento: e quando ho scritto questo non avevo letto i giornali da due giorni. Siamo in mano a degli Tsipras di second’ordine. Dalla Ue, com’è ovvio per tutto cio’ che è merda e nient’altro che merda, regaleranno tutto il peggio del sottogoverno purché vengano distrutte pensioni e sanità. 
Non è rimasto neanche il sole, qui diluvia e fa sedici gradi.
Il giorno non è brutto, è orrendo.

Aggiornamento dell’aggiornamento: dal lavoro in Italia notizie di grandi sommovimenti, in atto da tempo ma annunciati con tre giorni di anticipo ai soli che non lo sapevano, vale a dire ai principali interessati dal sommovimento medesimo.
Prima conseguenza diretta: posso scordarmi che la mia graduatoria scorra.
Seconda: posso scordarmi dei contributi decenti, li abbiamo regalati a chi per quindici anni ci ha fatto i contratti para subordinati forzati, la partita IVA forzata, è diventato competitivo grazie all’evasione legalizzata degli oneri contributivi, permessa dalla legge Prodi-Treu e incoraggiata dalla svalutazione interna imposta dalla UE. E ora riformano le pensioni perché il loro ammontare ci faccia morire di stenti o ci facciano venire voglia di ucciderci con la morte di stato prima di diventare troppo costosi per il sistema privato. Come aveva già spiegato candidamente la presidente del FMI Lagarde.
Terza: posso scordarmi qualsiasi soddisfazione e autonomia professionale per tutti i lustri che ancora  mi attendono.
No, non vi daro’ la soddisfazione di abbreviare la mia vita di un solo minuto secondo, farabutti. Che siate maledetti per l’eternità.

Il giorno non migliora e oscilla tra farsa e tragedia.

Aggiornamento dell'aggiornamento dell'aggiornamento: con le premesse di cui sopra dopo un pranzo con Nicolas che ritorna negli USA a tagliare uniformi carico di torte e pacchetti firmati Dior, il quale mi consola come può delle mie vicissitudini lavorative - come prendono un'aria compunta gli USA quando gli spieghi i tuoi guai non c'è paragone - scappo una misera ora in biblioteca prima della chiusura. Buttata fuori dalla biblioteca arranco verso la prima delle due conferenze in programma. Attraversando le gallerie verso l'auditorium faccio appena in tempo a bearmi del fascino che esercita sempre su di me un gruppo composito per età, ruoli e sesso intento a discutere dei più inverosimili argomenti che gli passino per il capo con intensità e passione che scopro di avere clamorosamente sbagliato settimana.
Due ore di attesa componendo un commento su internet che non riesco a postare, perdendolo, e corro al métro che mi porta alla presentazione di un libro. Devo cambiare a una stazione che detesto perché è grandissima e si perde un'infinità di tempo, mi forzo, scendo e scopro che la fermata della linea che mi interessa è chiusa per lavori. Aspetto la nuova corsa del métro, lo riprendo, scendo a una fermata più avanti dove c'è una seconda coincidenza, attraverso tutti i sotterranei di Parigi e acchiappo l'altra linea.
Non dite: "potrebbe piovere", diluvia da stamattina.


P.S.: Da questo momento in poi tutto andrà bene: mi inerpico felice sulla collina, entro in libreria, tutti sono già seduti e ascoltano un grande avventurarsi fuori dal suo terreno per applicare l'approccio e i metodi del suo ramo all'analisi del presente di questo paese. Mi nota entrare e quasi mi sorride, cominciando a citare Sciascia. Alla fine mi si avvicina, mi porge la mano e si dichiara felice di avermi visto. Mi fa una dedica per me commovente e spera di rivedermi a un paio di convegni. 
La notte sognerò di cadere dal tetto della mia casa italiana, restando sospesa tra il parapetto e il cornicione. Il sogno si interromperà e riprenderà avvolto da un paesaggio di ghiaccio, mentre mi dico che devo assolutamente trovare una picozza per rimanere aggrappata alla neve. Alla fine con uno sforzo inconcepibile riesco a sollevare un ginocchio fino al bordo del cornicione, mi appoggio, mi tiro fin sul tetto, in salvo.
Ma al sicuro?

lunedì 13 maggio 2019

Parigi val bene una palestra

Questa città ha la perfezione, tranne per due cose: il gelato e le pendenze. Si’, lo so, qualche butte sparpagliata qua e là c’è, ma insomma, anche uscendo fuori porta non è che si possa improvvisare un’escursione decente con andata e ritorno in giornata. Le campagne francesi e in particolare quelle dell’Ile de France sono bellissime, quando non le deturpano con un accanimento degno di miglior causa e la Francia è un paese rurale anche se non sembra. Non per nulla uno dei momenti cruciali dell’anno è la fiera dell’agricoltura che consiglio a chiunque passi di qui di visitare se viene nell’ultimo fine settimana di febbraio. A livello nazionale i contadini hanno visibilità in Francia, se ne parla, sono un attore sociale come altri, diversamente che in Italia, dove non esistono a livello pubblico. Si parla se mai di prodotti « i pomodorini », « l’olio d’oliva » « le mozzarelle », « il vino », come se si facessero da sé, senza intervento umano. Per trovare qualcosa che ne parlasse devo risalire a quando vivevo a Vercelli, dove c’è una fiera importante di prodotti per l’agricoltura. Sgranai gli occhi quando lessi sul giornale locale in prima pagina di famiglie che andavano in gruppo a provare i trattori. Ovvio, mi dissi poi, è lo strumento di lavoro di tutti. Un pezzo di realtà che non mi era mai stato presentato, benché in campagna ci andassi anche in altre regioni. Qui gli agricoltori sono riconosciuti come parte del corpo sociale, articolata al suo interno ma sempre circondata da considerazione e apprezzamento per i risultati del loro lavoro, che spesso alimentano il commercio di lusso. Il cinema e la televisione ambientano le loro storie nelle campagne, ovviamente più mitizzate che realistiche, ma comunque esistenti. Non vado molto al cinema in Italia, ma da noi non riesco a ricordare più di un: « resti di un’Italia contadina che non serviva più a nessuno » a proposito dei morti innumerevoli raccontati in Vajont da Marco Paolini.

Con tutto cio’ un minimo di dislivello decente con cinque ore di cammino qui non si trova.
Morale sono stata obbligata, pena paralisi, a iscrivermi a quel luogo alienante che è per me la palestra. Alienante per le condizioni in cui oggi vengono concepite: rigorosamente sottoterra, rigorosamente con la luce al neon, più o meno variopinta non importa sempre uno strumento di tortura è, e soprattutto tonitruanti di musica criminosa. Poco da fare, per chi scrive qui l’elettrificazione e l’amplificazione sono delitti aggravati dall’efferatezza. Inquinamento acustico al plutonio. Soprattutto per chi vorrebbe soffiare in santa pace accompagnata al più dal discreto sospiro del clavicordo, se proprio non si possono avere le brezze delle cime. Virginale quando vogliamo esagerare.
Il culmine della frustrazione e dello stress, tanto più che le attività concessemi sono molto poche.
La cosa che meno mi convince è il ritmo tutto scatti e strappi e sforzi, invece dei tempi lunghi e degli sforzi prolungati e regolari che lasciano il tempo di interagire con l’esterno anziché rinchiudersi nell’ossessiva ricerca della prestazione cronometrata. 
Adesso capisco perché i miei venti chilometri a piedi colpissero i frequentatori di palestre come fossero un’impresa straordinaria invece che la routine, quando non c’è pendenza.  

sabato 4 maggio 2019

Un ministro della repubblica...

... non apostrofa i cittadini dandogli il nome di un parassita di cui ci si libera solo uccidendolo, signor Salvini. Neanche quando sono molesti, cioè protestano. Soprattutto quando sono molesti. Soprattutto quando protestano. Anche se non si è d'accordo. Soprattutto quando non si è d'accordo. Anche se usano metodi discutibili. Soprattutto quando usano metodi discutibili. E nemmeno, capisco che sia ancora più difficile da capire, li tratta con condiscendente paternalismo, raccomandandogli l'una o l'altra dieta, paragonandoli a esseri bisognosi di tutela familiare perché protestano.

Men che meno li si apostrofa servendosi del gergo che loro riserva già una parte politica molto precisa, quella più vicina, probabilmente, a un partito di cui la Costituzione, su cui lei non ha certo dimenticato di avere giurato, proibisce la ricostituzione nel nostro paese, in ragione dei disastri, dei massacri e della lacerazione civile che ha provocato in Italia e esportato in mezzo mondo.
Perché, non è difficile da capire, oltre al peso generale che questa scelta lessicale comporta, significa spalancare le porte a chi quel gergo usa, giacché sottintende di sposare appieno la definizione e la valutazione della realtà e degli attori sociali date da quella precisa parte politica, con tutto ciò che ne consegue.

Perché, al di là di questo, denota, nella sua figura politica, una singolare debolezza argomentativa e retorica che non giova alla sua immagine né al prestigio del suo ruolo istituzionale. Non è un segreto che lei abbia puntato molto nella sua carriera politica sulla reputazione di grande comunicatore. Purtroppo non è quello che si è visto all'opera in questa occasione, anzi. 

I cittadini non sono sudditi, non sono servi della gleba e non sono esseri di limitata autonomia. Hanno la sua stessa dignità e lei è lì per garantirla, non per sminuirla. A quello ci pensa già la UE, nel caso non se ne fosse accorto, ultimamente.   

Non importa quale contesto temporale o congiuntura più o meno opportunista possano averle dettato quelle parole. Sono sbagliate e inquietanti, quindi doppiamente sbagliate. E basta.

martedì 30 aprile 2019

Les tours de Notre-Dame

Ci sarebbe, sorpresa sorpresa, la lesina alla spesa pubblica dietro al mancato reperimento del focolaio d’incendio sotto il tetto di Notre-Dame. Le cronache avevano subito detto che il primo allarme era stato dato dai segnalatori antifumo alle 18 h16. Il servizio di sorveglianza pero’ non aveva trovato il focolaio, rimettendosi tranquillo dopo un giro di perlustrazione. Solo mezz’ora dopo un secondo allarme aveva condotto la sorveglianza nel posto giusto.
Secondo Le Canard Enchaîné la Direzione degli affari culturali del ministero della cultura avrebbe soppresso a partire dal gennaio 2016 la sorveglianza notturna, malgrado fosse prevista dal piano di sicurezza del 2013, e avrebbe poi soppresso il secondo sorvegliante al pc di sicurezza installato nella sacristia. La sorveglianza è stata inoltre affidata a una società privata - IL PRIVATO! QUELLO BRAVO!!! QUELLO EFFICIENTEEEEE!!! QUELLO CHE FA RISPARMIAREEEEEE!!!, la quale, appunto, ha risparmiato sui costi per aumentare i profitti.
La persona sul posto la sera del 15 aprile non conosce l’edificio, perché ci lavora da pochi giorni. Chissà poi con che criterio è stata scelta e come è stata formata. La cattedrale come ognun sa è immensa,e bisogna anche avere una minima familiarità con questo tipo di edifici e le loro parti per orientarcisi.
Ad ogni modo costei visto il segnale luminoso dell’anticendio telefona al sorvegliante della chiesa spiegandogli che il segnale d’allarme riguarda il sottotetto della sacristia, anziché quello della navata. Il sorvegliante della chiesa che è addetto proprio all’anticendio va nel sottotetto sbagliato dove non puo’ trovare un incendio che non c’è. Solo al secondo allarme il sorvegliante della chiesa, accompagnato dall’amministratore della cattedrale riesce a localizzare l’incendio e ad avvertire il dipendente della società privata che infine chiama i pompieri alle 18 h 51, un tetto, quarantacinque minuti, sette secoli e svariati miliardi più tardi.
I dipendenti avevano peraltro tentato di avvisare la società dei rischi: se sono in bagno o in pausa come faccio a sapere che suona l’allarme, si preoccupa uno di loro scrivendo ai suoi resposabili. Inoltre, quando i sorveglianti erano due, a turno facevano il giro dell’edificio per familiarizzarcisi, precauzione divenuta impossibile da quando ce n’è uno solo.
Infine diversamente da Versailles e Orsay Notre-Dame non ha un plotone di pompieri all’interno.
Un altro grande successo degli invasati della spesapubblicabrutta e isoldinonsitrovanosuglialberi, UE, liberismo e porcherie connesse.

Fonte: Christophe Labbé, Hervé Liffran, A Notre-Dame la surveillance incendie ne pétait pas le feu, in Le Canard enchaîné, 30 avril 2019, p. 3

mercoledì 24 aprile 2019

Le peuple de Paris

Convinta che non sia mai il caso di andare a insegnare agli altri cosa debbano fare del proprio destino, comportamento purtroppo quanto mai diffuso di questi tempi, non ho mai voluto dire nulla sulle manifestazioni che da novembre attraversano la Francia ogni sabato e che hanno a lungo presidiato in autunno le strade e i caselli autostradali.
Sono pero’ altrettanto convinta che ci siano dei punti oltre i quali scatti ove che sia un segnale di allarme, e sono quando si toccano in modo massiccio, generalizzato e non casuale le figure di garanzia: medici, giornalisti, fotografi, avvocati. In questo millennio l’Italia ha oltrepassato ferocemente un punto simile durante le disastrose giornate di Genova 2002. Diciassette anni dopo, in Francia, @davduff raccoglie e segnala i casi di maltrattamenti e ferite durante le manifestazioni dei Jaunes. 690 è il bilancio provvisorio che ha dato luogo a 290 denunce verso le forze dell’ordine da parte dei manifestanti. L’ONU ha domandato spiegazioni alla Francia macronista sull’uso eccessivo della forza dispiegato durante le manifestazioni.
Sanguina il cuore per il paese del mio cuore.

Tra i 690 vi sono già 79 casi di giornalisti e trenta di medici volontari che assistono i feriti e i gasati (eggià, con lacrimogeni, urticanti e probabilmente anche gas che tolgono le forze) durante le manifestazioni.

Sabato scorso un fotografo indipendente (cioè precario e non garantito, nel magnifico mondo dell’UE liberista e progressiva votata alla difesa delle rendite tramite la stabilità dei prezzi, di quelli che fanno ormai il lavoro sul terreno dove le testate sempre più raramente mandano gli ormai scarsi propri dipendenti) che lavora da anni per le principali testate francesi, riceve un tiro di granata su un piede, mentre ha appena finito di parlare con il comandante di una squadra di poliziotti. Cerca di protestare, verbalmente, ma non riesce più a parlare con un graduato della squadra. Come si vede sul video dell’agenzia di stampa Hors-Zone, un poliziotto lo spinge via, lui fa un gestaccio e urla qualcosa. Viene fermato per 48 ore « per partecipazione a assembramento con lo scopo di commettere violenze o vandalismo » e « oltraggio a pubblico ufficiale », poi passa davanti al giudice che gli proibisce di partecipare alle manifestazioni del sabato e a quella del Primo maggio fino al processo, fissato per il 18 ottobre. Nel frattempo la prima accusa è caduta, il processo sarà per l’oltraggio. Si tratta, secondo i giornali francesi, di una restrizione alla libertà di stampa e a quella di manifestare. Libertà quest’ultima che molti vedono ormai compromessa, come mostra questo messaggio degli avvocati parigini. Per Glanz è anche un forte danno economico che rischia di fermare per sempre il suo lavoro. associazioni dei giornalisti e redattori di diverse testate hanno firmato una dichiarazione a suo favore.

Il fotografo, Gaspard Glanz, non ha mai negato di essere un professionista con un passato di militante. Segue soprattutto le manifestazioni di strada. Niente di troppo scandaloso in un paese dove esistono cattedre e specialisti di storia delle rivoluzioni senza che cio’ causi soverchio clamore. Ha lavorato in passato durante le manifestazioni contro la « loi travail », l’equivalente del Jobs Act di Renzi, sull’emigrazione dalla Siria, sulla bidonville di Calais, dove migliaia di immigrati, non desiderati in Francia più che in Italia, si erano accampati  per tentare di passare in Inghilterra, e su Notre-Dame des Landes dove la popolazione insieme a altri sostenitori si è a lungo opposta alla costruzione di un aeroporto. In seguito alla denuncia sulla stampa degli incidenti di Place de la Contrescarpe a Parigi durante le manifestazioni del Primo maggio scorso Glanz ha ritrovato diverse immagini di Alexandre Benalla, consigliere personale per la sicurezza di Macron, che partecipava al corteo munito di equipaggiamenti della polizia. Oggi Benalla è accusato di comportamento violento nei confronti dei manifestanti, di non aver restituito passaporti diplomatici cui non avrebbe avuto più diritto e di contatti con uomini d’affari russi sospettati di avere legami con il crimine organizzato.

Ma il problema forse sta altrove. Durante le manifestazioni contro la loi travail, Glanz scorge ripetutamente due sedicenti giornalisti in testa alle manifestazioni. I due sono poliziotti in borghese. Glantz li filma e posta il video, denunciando una violazione della Convenzione di Ginevra del 1987 che protegge la professione di giornalista proibendo di farsi passare per tale. Da allora viene minacciato di morte sulle reti sociali le quali, a loro avviso, non trovano stavolta niente di contrario alle loro regole.
Qualsiasi ipotesi si puo’ avanzare sulla dinamica di quel tiro di granata - quale il rapporto con il graduato con cui aveva finito di parlare? La truppa stava da sola proteggendo « il collega »? Si trattava di un ringraziamento « personale » di qualche amico dei poliziotti in borghese? Si tratta di due storie diverse? Il passato di Glantz non ha niente a che vedere con l’essere stato preso di mira in quel preciso momento?

Oggi sembrano i giornalisti qualsiasi, quelli che trovano difficoltà sul terreno, a essersi mobilitati per lui. Non le grandi firme che paiono piuttosto preoccupate di escludere per un collega qualsiasi possibilità di militanza, pena la perdita dello status di giornalista.


martedì 23 aprile 2019

La catastrofe (psico drammatica) pasquale

Più ci sto in mezzo più mi convinco quanto sia ridicolo, per non dire altro, che ci voglia un’autorizzazione per abortire. Se mai, l’autorizzazione ci vorrebbe per farli i figli, non il contrario.
Non è morto nessuno,  non ci sono feriti fisici, le armi non sono state sfoderate.
Ma la giovane donna perdutamente presa di un uomo che mai fu realmente suo, pur amandola senza dubbio, mai rinuncerà a costruire nella sua mente quella famiglia ortodossa e piena di affetto che non è mai esistita e ad applicare quell’ideale a una  vita reale posteriore di decenni e decenni che non gli corrisponde. Una vita reale in cui fa danno perché crea legami e sentimenti inesistenti alterando la percezione di chi è coinvolto e finendo col pretendere azioni incongrue a partire da presupposti sbagliati:
Madre, lasciami respirare. Tuo marito non mi ama di amore paterno: ama te. A me sta benissimo e a lui pure. Io son felice che lui ti protegga e ti accompagni nella vita dopo una solitudine che non meritavi. Ma basta così. Non si realizzano i sentimenti forzando le situazioni. Io ho dovuto imparalo a spese degli affetti più cari. Tu non ancora?
Sì ho passato Pasque migliori che a far psicodrammi in internazionale.
Sono stremata.
 Voglio la mia vita. Voi due vi siete fatti la vostra, tu e mio padre. Malgrado sua moglie e suo figlio vi siete vissuti il vostro amore che vi appassionava. Fatti vostri, non voglio saperlo.
Adesso tornate nel vostro passato incompiuto, mi avete oppresso abbastanza con la vostra incapacità a risolvere i nodi della vostra vita. Lasciatemi vivere, lasciatemi vivere in pace!

lunedì 22 aprile 2019

La prima

Eccola, sbocciata il giorno di Pasqua:



Se sono già sbocciate deve avere una cour, mi diceva lo scorso anno un appassionato molto intelligente. In effetti è così lei è nata al riparo dei minuscoli giardini che fioriscono qui dietro ai palazzi, in alto sul muro di cinta godendosi i raggi di sole. Quello del vicino trabocca di glicini e rose rosa rampicanti.
La speranza è di vederle fiorire anche la prossima primavera.

lunedì 15 aprile 2019

La più amata

Lei, la bella tra le belle. I pompieri hanno annunciato che la struttura sarebbe salva (22 h 50).
Era la cosa che mi piaceva di più di Parigi, da quando l’ho vista per la prima volta, a tredici anni. Non riuscivo a decidere quale parte preferissi, il fianco, le torri, l’abside, i rosoni. La guglia che non esiste più.
Nel dubbio, facevo collezione di tutte le cartoline esistenti.
Chissà quale Jack si era nascosto sotto al tetto.
Chissà se il coro si salverà.
I magnifici rosoni.
Per fortuna oggi non tira vento come i giorni scorsi. Chissà per quale fortunato gioco di circostanze ha aspettato lunedi’ per bruciare, invece del fine settimana ventoso e gelido come pochi.
Non ero ancora andata a fotografarli con il telefono nuovo, ché la mia macchina non c’era mai riuscita, troppo poca luce. La fila per entrare mi aveva finora scoraggiata.
Ma l’avevo salutata l’altro giorno, tornando a piedi da una biblioteca, svettava nell’aria gelida piena di sole. Avevo un libro recuperato fortunosamente sui quai, di quelli introvabili, il peso mi aveva dissuasa dall’entrare. Tutt’intorno alla guglia una rete di impalcature. Solidissime perché hanno retto più di lei.
La vedevo sempre scendendo dalla montagne. Le passavo sotto tornando dal porto lungo le banchise. Ricordavo serate estive sul barcone che le carezzava il fianco. Attraversavo il suo giardino sotto l’esplosione di fiori della primavera nordica. L’avevo negli occhi quando mi sdraiavo al sole.

Stavolta mi hanno tolto un pezzo di me.

Il tetto non era un semplice “tetto”. La “charpente”, cioè tutta l’armatura in legno che sostiene il tetto, in Francia è una religione. Nei castelli, nei palazzi, nelle chiese è vezzeggiata, restaurata, conservata e mostrata con orgoglio ai visitatori. Indicata nelle guide turistiche. Quella di Notre-Dame risaliva in parte al XIII secolo, in parte ai rifacimenti ottocenteschi di Viollet-le-Duc. Qualcuno ci aveva trovato dei graffiti dei carpentieri o dei visitatori. La sua perdita è sentita e sicuramente molto grave.
Le torri paiono essere per ora fuori dall’incendio. Non si capisce se il soffitto sotto la charpente abbia bene o male retto, proteggendo in parte l’architettura e le sculture sottostanti, oppure no.
Da una foto aerea sembrava un braciere ardente.
Dalle finestre dell’abside non si vedono fiamme, neppure dalle torri. Questo potrebbe voler dire che il soffitto ha bene o male retto. Finora.

22 h 54 I pompieri hanno appena annunciato che la struttura complessiva sarebbe salva, comprese le torri.
Speriamo.

B... uon uomo, quella non è dei cattolici. È dell’umanità.


Diversità culturali

Istruzioni per l’uso: questo post non contiene richieste né inviti di alcun tipo, né espliciti né impliciti. A buon navigante poche parole, ma molta moderazione.

A Parigi c’è qualsiasi creazione umana possa valere la pena di sperimentare, credo, purché si abbiano i soldi necessari. Tuttavia e per fortuna, non sono Abu Dhabi e NON hanno, grazie al cielo, le ‘mmereganate che ricostruiscono finti ambienti naturali al chiuso. O meglio, forse una finta spiaggia con finto mare discreti da qualche parte ci sono, ma non sono pervadenti.
Con la geologia insomma qui non si scende a compromessi e quindi c’è una lamentevole carenza di percorsi con dislivelli accettabili. Il che mi ha obbligato, con zero entusiasmo, a iscrivermi in palestra, ambiente artificiale e odioso quant’altri mai, perché altrimenti la schiena protesta. Poi sono riuscita a farla protestare il doppio, ma questa è un’altra storia. E adesso che sono a riposo forzato, forse per ravvivarmi la memoria, sono decisi a non far soffrire di solitudine la mia casella postale.
Per cui stamani trovo una lista di regole ippocratiche di vita sana, tra il rotocalco e la moda new age, che si conclude con un invito a praticare nella propria vita privata una “sessualità e una sessualità di qualità, con ascolto di sé e dell’altro” perché indispensabile al benessere e appunto alla qualità della vita.
E magari mi sbaglio, ma credo che nella cattobigottafrustrataitalia mai e poi mai capiterebbe di trovare questo tipo di consiglio, tra le cinque porzioni, l’esclusione delle bevande gassate e l’attività fisica regolare, come quella nozione banale e scontata, tutto sommato innocua nel suo banale buonsenso, che in effetti è. Pensate all’orrore dei genitori che dovessero vedere sui cellulari dei figli una notazione simile, e che farebbero immediatamente causa alla palestra. Troppo pessimista? Mah, dato che c’è in giro gente che riesce a credere che nelle pubbliche scuole le maestre non abbiano di meglio da fare che impartire lezioni tecniche di masturbazione ai propri allievi, forse perché hanno avuto la lungimiranza di parlare dell’esistenza della sessualità e delle sue tante innocenti manifestazioni naturali, nulla è impossibile e nulla è più certo.

giovedì 11 aprile 2019

Esperimenti 1

Benché la mia vita e i miei pensieri in questo momento non passino in cucina, non so perché riesco a fermarli nella scrittura soprattutto attorno a questo argomento.
Dopo la lettura di un post di Experimental cook che descrive le sue pasticcerie parigine preferite mi è venuta voglia di verificare sui suoi passi gli esperimenti presentati.
Alcune le conoscevo senza grande entusiasmo (Angelina, dove ti vendono soprattutto il décor ma francamente i dolci lasciano un’impressione di vuoto e per di più tocca pure fare la fila per un’ora nello smog di Rue de Rivoli in mezzo a ‘mmeregani barbàri urlanti che in questo non la cedono ai peninsulari, come dice il mio antico maestro di teatro barocco) altre non avevo mai avuto voglia di provarle perché troppo francamente posticce e insensatamente costose a detta degli stessi Francesi, per cui la gastronomia di lusso è pure tutt’altro che una follia smodata (Ladurée) altre infine erano soprattutto un nome.
Stamattina avevo da fare da quelle parti ecco perché ho deciso di andare a pranzo da Jacques Genin che si trova a poche strade di distanza, con cioccolata e un dolce.

EC lo presenta come il suo favorito, precisando che la cioccolata calda pur molto impegnativa è un’esperienza da non mancare per gli amanti della pasticceria. Il dolce più interessante, una vera passione, è per lei la torta al limone e basilico. Genin nasce in effetti come cioccolatiere e nei suoi negozi vende soprattutto realizzazioni in cioccolato. In Francia l’arte del cioccolatiere è appunto un’arte che non ha paragoni in Italia, come del resto quella assolutamente sbalorditiva della scultura di zucchero - che non c’entra nulla con le decorazioni in pasta da zucchero appunto ‘mmeregana che furoreggiava qualche anno fa. Basti pensare al premio che la Bibliothèque nationale de France ha istituito per gli allievi della scuola alberghiera che si fossero ispirati ai libri di Brillât Savarin in linea sul sito Gallica per realizzare delle torte e sculture in zucchero. La gastronomia e la pasticceria e, i loro autori e la loro produzione editoriale sono parte del patrimonio e della cultura nazionale e vanno jassunti come tali, sì, anche se sono solo ingredienti e calorie o spregevole edonismo elitario - m      dopo una colazione mattutina leggera mi avrebbe permesso di sperimentare anche portate mmmpiuttosto robuste senza soverchia difficoltà.
 direbbe da noi qualcuno ancora convinto della necessità di porre fratture tra la cultura “alta” e tutto il resto. Vanno quindi mantenuti vivi e valorizzati - dal pubblico, non affidandoli al privato, come da noi qualche politico ahimè va spacciando di voler  fare con gli immobili di proprietà appunto pubblica.m

Pranzarci dopo una colazione mattutina leggera mi avrebbe permesso di sperimentare anche portate piuttosto robuste senza soverchia difficoltà.

Tra Marais e République il negozio e sala da thé occupa il piano terra di un immobile antico di forma trapezioidale che si affaccia su un crocicchio alberato. Sul lato corto del trapezio era installata almeno dal 1699 la fontana  detta del ... ora rimossa.
All’interno la sala è arredata sul shabby chic ben fatto e ci credo. Grattare le pareti di un capannone mm industriale permette risultati un po’ diversi da quelli dell’arenaria parigina. Fiori arancioni e mm bianchi tra cui le calle che amo molto ma non eccessivamente lussuosi sui tavoli e alle pareti. Tavolini bassi rétro o finto antico e una scalone elicoidale che porta alle cucine continuano il rimando tra passato e presente vagamente fusion.
Le realizzazioni in cioccolato sono moderne e insolite. Le uova di Pasqua riprendono i colori e le fantasie africane. Si trovano anche scène di fondali marini con conchiglie e coralli, balene e pesci forse rimasti dal 1 aprile.

Per personale cocciutaggine di osservatrice voglio provare la famosa cioccolata. Si tratta di indovinare l’abbinamento con un dolce appropriato. La carta propone oltre alla millefoglie pralinata una torta al caramello e burro salato con miele e noci, la famosa limone e basilico con gelato alla liquirizia e poi una al cioccolato capperi e gelato al cioccolato. Sceglierei quella ma ho paura che sia veramente troppo cioccolato, per cui non amando la praline e trovando stucchevole il caramello al burro salato rimane la limone basilico che ha pure il vantaggio di essere la preferita della EC sui cui passi mi muovo.


Il personale non potrebbe essere più partecipe nello stile dei ristoranti di lusso. Prima di tutto offrono una gelatina al mango e frutto della passione. Sul tavolino bassi arrivano porcellane bianche e bicchieri di bella forma. Offrono anche due cioccolatini perché dopotutto questa è una vetrina per vendere il prodotto principale.

Assaggio. La cioccolata, non nerissima,  è effettivamente molto spessa. Niente di irreparabile per cl’osservatore ancora traumatizzata da qualche  esperienza con Eraclee e dintorni. Finisco il bricco. Con l’aiuto, bisogna dirlo, di un bicchiere di panna montata alla vaniglia. La torta ha un guscio friabile, sottile, non stucchevole. La crema non è la classica crema da torte, piuttosto una variazione fra una chiboust e un budino - almeno a mio parere. La pallina di gelato al vago sapore di liquirizia ha anch’essa la consistenza con un che di gelatinoso più che del nostro gelato che sta su con il freddo e l’aria  e senza molti grassi. Non

I due cioccolatini sono una ganache alla noce che mi fa ricredere sulla mia opinione relativa al pralinato e una misteriosa ganache con una sfumatura tra l’affumicato e il carbone che non riesco assolutamente a definire.

Commento tecnicamente da inesperta direi di livello abuono, medio alto. Dividerei però il giudizio in due. La fantasia sperimentale è riuscita e non eccessiva nel suo lato épater. Diciamo che oltre alla discrezione delal buon gsto gusto, ha sempre presente che chi ha i soldi per permettersi questi consumi èpur sempre anzitutto il bourgeois. I tre gusti stanno bene insieme e si esaltano l’un l’altro. La realizzazione mi convince solo in parte. Malgrado un’indubbia attenzione a far risaltare i sapori di base degli ingredienti. La crema, indipendentemente dalla consistenza è molto zuccherina: ricorda uno sciroppo di limone più che il limone puro: eternaa paura dell’aroma Non addomesticato di un frutto non « sintetico ». Ance la pur ottima panna alla vaniglia li è zuccherata e il sospetto che si tratti di zucchero vanigliato c’è.

Il gelato e la crema sono sodi e sostenuti in maniera piuttosto bizzarra.

Una spiegazione potrebbe stare nella clientela: in due ore che passo li’ dentro, inclusa la scrittura di questo post, sono l’unica francofona, vale a dire l’unica che possa ragionevolmente esprimersi nella lingua locale con l’eccezione di due signore che comprano qualche cioccolatino al banco. La clientela è anglosassone o comunque turistico internazionale. Ora va fatta la tara dell’ora, del quartiere e del giorno feriale, pero’ il mio sospetto è che questo tipo di gusto ricerchi l’approvazione di una clientela abituata appunto a una cucina USA style, carica di grassi e consistenze pappo- remote, per cui un gelato è una via di mezzo tra un buddino e un semifreddo e un gusto pungente diventa accettabile solo se ridotto a uno sciroppo.
Quindi la fantasia nell’ideazione Della preparazione sconta una realizzazione commerciale molto « world » che si appiattisce su una sorta di gusto internazionale a scapito di una originalità locale che viene confinata nella sola ideazione degli abbinamenti avventurosi - ma anch’essi in un certo senso ammessi da questo tipo di gusto.
Alla fine la cosa che mi pare più equilibrata è la gelatina al mango iniziale, non troppo dolce malgrado il tipo di preparazione, e la panna montata alla vaniglia, se non ci fosse quel sospetto sullo zucchero.

Diverso il discorso sui cioccolatini. Quelli francesi sono tutti farciti e piuttosto pesanti. Questi non fanno eccezione, ma sono certamente curiosi (l’affumicato)e intensi (il pralinato alla noce mi fa cambiare idea sulla mia scarsa simpatia per la praline).

Rimane la cuirisità per la torta ai capperi che forse merita una sperimentazione a sé e per dei cioccolatini alla ganache di pompelmo che se non troppo dolce, potrebbe essere riuscita.
Secondo: per chi come mle non puo’ permettersi consumi del genere che molto occasionalmente, il gioco è un elemento essenziale del piacere. Ad esempio non saprei rinunciare al gusto di mangiare la Tortona con le mani dopo averla tagliata in pezzettini. L’apparecchiatura Permette questo ed altro assolvendo al suo ruolo di vetrina. La cosa assolutamente insopportabile è la temperatura glaciale in cui è tenuto il negozio. Ho passato i tre quarti del tempo avvolta nella giacca a vento per ripararli dal freddo che spirava dalle belle pareti di pietra e dalle bocche di areazione. Non oso immaginare come si debbano sentire i commessi in giacca leggera e camicia. E si’ che avevo addosso un maglione di lana non dei più sottili. Questa disattenzione, forse dovuta a un guasto momentaneo, è per me una mancanza grave.

Ora me ne torno a piedi sulla Rive gauche in un bel pomeriggio di sole.

mercoledì 3 aprile 2019

Nei dintorni del cefalo

Post suscitato dalla corrispondenza con Cristina di Poverimabelliebuoni

Il cefalo è stato il primo pesce che ho cominciato ad apprezzare tanti anni fa, quando ho iniziato a mangiarne sistematicamente per motivi dietetici. A casa mia non si usava per la difficoltà di pulirlo e prepararlo. La mamma alla sola idea di pulire un pesce rifuggiva con una smorfia. Una volta in vacanza a Ventotene con mia zia decisero che era giusto comprare del pesce e presero dei pesciolini piccoli, a caso, seguendo il prezzo, perché non abbiamo mai avuto tanti soldi e all’epoca ancora meno, e quindi si cercava di risparmiare in tutto. Penso fossero dei sugherelli, perché mi sembra di ricordare una specie di lisca sul fianco, poi una seconda volta anche dei piccoli scorfani, avevano delle pinne terribili, dure e acuminate ed erano rossi. Insomma, arrivarono con questi pesci, ovviamente non puliti, e siccome non avevano il coraggio di toccarli, obbligarono me a pulirli, perché a loro disgustava e i bambini non si potevano rifiutare di « fare ogni tanto qualcosa ». Ma con cosa? Non sapevano farlo e mi diedero per tutto strumento delle forbicine da unghie mezze sgangherate. Anche a me disgustava, ma non potevo ribellarmi « visto che non fai niente tutto il giorno, per una volta che ti chiediamo qualcosa ». La terza volta che arrivarono con l’involto del mercato pero’ dissi che basta, adesso toccava a loro. Venne messo sotto mio zio, marito di mia zia.
Ora il pesce lo pulisco e con risultati alterni lo sfiletto pure. Più ostico spellarli, ma con le sogliole e i rombi, di sotto e di sopra me la cavo. Tutto sta avere i coltelli giusti: è un utensile che mi piace moltissimo, ho una vera passione per le lame, ma come sempre le cose eccellenti sono troppo costose. Disosso e farcisco polli interi con una certa soddisfazione... mai provato con i conigli, pero’. All’estremo opposto immaginami in barca con il marito di una compagna di scuola e suoi colleghi: fighetti, revisori dei conti, figurati. Insomma, ‘sti qui partono a mo’ di brianzolo con la canna da pesca perché devono fare chissà quali safari e per tutta preda un giorno tirano su un tonno, bellissimo. La povera bestia rimane sdraiata agonizzante sul ponte (ché io non sono vegetariana, ma pietosa si’) e nessuno osa maneggiarne il cadavere. A quel punto, in nome del « se si pesca si mangia » mi faccio avanti io, considerata l’handicap della barca perché non so manovrare le vele (pero’ mi diverto alquanto al timone, specie con un po’ di ondine, ma questa è un’altra storia), viaggio con la valigia di cartone cioé una vecchia valigia della nonna, molto ma molto fuori moda, pero’ a me piace (: e non ho i vestiti firmati fintomarinier, mi dico che è un pesce comodo perché non ha le scaglie e cerco un coltello, senza trovarne di accettabili. Mi porgono un pugnale da sub con tanto di denti su metà della lama con cui sventro, pulisco, faccio trance, davanti a cinque facce impallidite e basite.
Eh, la giungla, datemi la giungla!
P.S.: oggi come oggi, anche qualche capo marinier come il maglione blu abbottonato sulla spalla, purché rigorosamente francese, non lo disprezzerei affatto.

sabato 2 marzo 2019

Si’, pero’...

Lo diceva spesso una mia collega che ritenevo affine, quando asciugava le lacrime di una persona in difficoltà. E lo faceva spesso in quei primi anni dopo l’assunzione, anche lei con lustri di precariato parasubordinato True-Biagi non alle ma sulle spalle, pur se con un marito libero professionista a temperarne le conseguenze drammatiche. Quel che accadde dopo inutile narrarlo ora, ma non fu bello né incoraggiante. Il titolo mi è venuto in mente per un post di un giorno di malumore anziché di festa carnevalesca, una luna che mi ha tenuta in casa tutto il soleggiato giorno lasciandomi ancora più di cattivo umore.
Si’ pero’... alla fin fine ieri ci sono state due scene non da poco: una persona cara che si è distaccata del tutto da una situazione che lei stessa aveva creato, un sorriso negli occhi sparito à jamais; un’altra persona cui mi ero affidata per una questione seria di lavoro che dopo diversi mesi ha ugualmente scaricato in malo modo chi avrebbe dovuto tutelare; una terza persona, di coloro che ti giurano assistenza in eterno, evitare con supposta eleganza il rischio di una richiesta che l’avrebbe impegnata per mezza mattinata a piacere; la consapevolezza che la mia carriera è bloccata pur avendo l’idoneità a un concorso che calcoli biechi hanno deciso di far decadere malgrado la congiuntura favorevole allo scorrimento delle graduatorie!; una situazione lavorativa in cui sono ridotta a esultare perché dopo tre anni e due mesi di suppliche sono riuscita a far rottamare una serie di oggetti che ingombravano un locale per colpa di qualcun altro cui nessuno in futuro impedirà di replicare la prodezza; l’idea di dovermi accontentare che la situazione non peggiori per i prossimi venti anni ciechi senza prospettive di sviluppo; neppure più arrivare a percepire le reali proporzioni delle riuscite e delle paralisi, per cui ottenere una minima dotazione di cancelleria o la sostituzione di un oggetto rotto del valore di pochi euro (che secondo alcuni colleghi dovremmo ricomprarci di tasca nostra) finiscono col passare per una grande riuscita professionale: ma a quale perversione del giudizio sto e stiamo soggiacendo, senza che nessuno attorno a me paia rendersene conto? Rendersi conto che il lavoro nel settore pubblico debba essere qualcosa di diverso, che i rapporti umani non debbano essere trincee e ritirate, paure e lotte, dominio e sopraffazione... che è molto più divertente scovare e costruire il meccanismo in cui ognuno trovi un ragionevole ruolo che partire dal presupposto che distruggere l’altro sia il solo mezzo di raggiungere il proprio benessere, di fare il proprio vantaggio.
Insomma dopotutto se oggi non sono riuscita a mettere a profitto una bella giornata sprecandola non è dovuto a una mia particolare indegnità, forse dipende da circostanze esterne cui mi è mancata l’energia di controbattere, anche se lasciarsi abbattere cosi’ non è la scelta più intelligente e più sana.

È tornata lei, con i suoi riccioli e la sua grinta, per riprendere il lavoro. Ce l’ha fatta lei e ce l’ho fatta io che ho cercato di arrivare a questo risultato. È arrivata sorridente e felice: “Ce l’abbiamo fatta!” Se avesse osato mi avrebbe abbracciata. Ha ritrovato la pila che aveva messo da parte a dicembre. Ieri abbiamo lavorato insieme cinque ore tirate di formazione su casi difficili. Alla fine era stremata e felice di quello che aveva fatto, un po’ seccata di darsi per vinta ma bisognosa di concludere la giornata.
Bellissima persona, presenza utilissima per la struttura, ma a volte le gratificazioni devono venire anzitutto da chi riconosci tuo pari, o rimangono come sospese. La mattina era passata lavorando con una persona delle categorie protette. Me l’avevano mandata per non sapere dove metterla, tra il compatimento generale, mentre nel contesto a me era subito parsa assai utile per ricoprire un ruolo specifico, pur non potendo lavorare del tutto in autonomia. Il mio scopo era che lavorasse con dignità, come tutti dovremmo, facendo qualcosa di utile e non per carità. Dopo un incontro diffidente e spazientito adesso sorride, comincia a capire i suoi compiti e quasi non sbuffa più. Forse si è sentita accolta e non sopportata, fatto sta che ha preso la decisione di rimandare un compito in un altro ufficio per finire quello che deve fare con me.

Ma quel tarlo della solitudine, dell’isolamento, dello iato con tutto cio’ che ti circonda, non smette di rodere, a volte, certi giorni, quando vorresti ritrovare e cerchi...

Dopotutto la prossima settimana sarà la partenza (illusoria e temporanea ormai lo so). E all’idea risento malgrado tutto un fremito di eccitazione attraversarmi come l’acqua che scorre al disgelo.

lunedì 25 febbraio 2019

Iniziare la giornata

« Negli anni Settanta e Ottanta sono stati rimessi in discussione teorie e comportamenti in apparenza largamente consolidati. Ancora fino alla metà degli anni Settanta le teorie keynesiane si presentavano come l’ortodossia nel campo della scienza - non gliela fo a scriverla maiuscola - economica e ispiravano un pervasivo intervento dello Stato nella realtà economica.
Si è trattato di reazioni, per certi versi salutari -eh, noblesse oblige Nico’? -, a manchevolezze affioranti sia nella costruzione teorica sia nella gestione concreta della politica economica. Le reazioni sono state, pero’ - mi raccomando il pero’! - eccessive, corrispondendo alla riaffermazione del concetto smithiano della ‘mano invisibile’, sotto varie forme e, comunque, di norma nelle versione più estreme, non suffragate da sufficienti basi logiche ed empiriche. La recente crisi economica ha dimostrato, tuttavia, che le politiche liberistiche portano a conseguenze molto negative del genere di quelle già emerse dopo la Grande Crisi del 1929.
Sembra imporsi, dunque, una disamina critica unitaria di argomentazioni vecchie e nuove delle ragioni favorevoli e contrarie all’intervento pubblico nell’economia che non puo’ non ispirarsi a quella branca della Politica economica denominata ‘Economia del benessere’.
Questo libro intende sottoporre all’attenzione sia del pubblico in generale sia, soprattutto, dei giovani (spesso bersagliati da segnali effimeri e illusori) la discussione delle basi e delle articolazioni dell’intervento pubblico nell’economia, alla luce delle conoscenze sedimentate nel tempo e degli arricchimenti di questi ultimi anni ».

Il tempo di leggere la prefazione di un nuovo libro, che è costato quasi un ventesimo del mio benessere mensile, che gocciolante dal naso e dagli occhi mi rotolo verso la via dell’ufficio, dove mi attende un posto di lavoro bloccato da trent’anni di libero mercato a un livello inferiore a quello che un concorso ha dimostrato che potrei fare, come compiti, come stipendio e come contributi. Mentre l’aistituzione dove lavoro sopprime i posti di livello alto per « migliorare i servizi », ovviamente, e chiude sedi a man bassa.
Mi ci avvio perché, come il libero mercato inneggia, bisogna far dimagrire lo stato e quindi, per una funzione essenziale della struttura ove lavoro, oggi non c’è più il personale adatto e ci si rivolge ormai nemmeno più a un disgraziato che sfruttato da una ditta esterna lo possa svolgere di suo, bensi’  a una persona delle categorie protette, ugualmente sfruttata dalla solita cooperativa, ovviamente, che non è in grado di farlo autonomamente e va costantemente seguita e indirizzata. Il che significa che una parte del mio relativamente più costoso tempo va impiegata nel far fare a qualcun altro un compito che sarebbe possibile svolgere in autonomia. Ecco l’efficienza del mercato. E grazie ancora che c’è. Mentre la nuova etica che il mercato ha sostituito a quella del benessere prescrive che si debbano accogliere le categorie protette quali che siano come primo imperativo. Lo sapevamo già, grazie, ma non a colmare male le lacune di cio’ che si approfitta per tagliare.
Mi ci avvio dopo avere speso un paio di centinaia di euro che sono ben più di un ventesimo del mio benessere mensile, per farmaci che lo stato non passa più, dato che certe patologie influenzali oculistiche e ginecologiche sono ritenute fisime da curare con medicine di fascia C, totalmente a carico del malato, il quale, si è ammalato per sua responsabilità, ovviamente e quindi cosa c’è di più etico del dire « è colpa mia » e pagarne le conseguenze?
Mi ci avvio memore di quell’aspirante tirocinante che si è presentato dopo avere lavoricchiato precario in ASL e chissà dove altro, senza sapere nulla di quel che dovrebbe sapere venendo da dove viene perché studente lavoratore, ma avendo orecchiato soltanto quei « segnali effimeri e illusori » che lo portano a scimmiottare il gergo pubblicitario dei propagandisti del mercato sulla necessità di sapersi proporre sul « mercato del lavoro ».
Mi ci avvio per tentare ancora un giorno e ancora un’ora di smontare ostinatamente, pervicacemente, costantemente, donchisciottescamente la trappola mentale e mortale che si siamo lasciati costruire intorno, colpevolizzandoci per avere voluto quella vita dignitosa che andava sotto il nome di « economia del benessere ».
Mi avvio sperando di tornare presto a leggere questo tomo impossibile, pieno di formule di cui non capiro’ un accidenti, ma tentando, tentando, tentando di capire le vere correnti che reggono la nostra realtà, altro che i fatti di cronaca politica cui secondo i racconti dei media dovremmo anzitutto volgere la nostra preoccupata attenzione.
Scriveva Marguerite Yourcenar che si parla troppo poco dell’assoluta ignoranza economica in cui veniamo lasciati dall’istruzione comunemente impartita, benché si tratti di qualcosa che è assolutamente necessaria per la nostra  esistenza.


Ho fatto tardi, e corro via.

domenica 24 febbraio 2019

Letto

Mi telefona spesso ultimamente: “Ma per caso sei per strada? No, perché volevo chiederti per la versione di mio figlio... c’è un participio che ci sta dando filo da torcere e all’ultimo compito ha preso quattro e mezzo. Non è che tu...”. Per fortuna ci arrivo ancora anche per strada, anzi mi diverto.
In questi giorni però è un crescendo.
“P., mio figlio... è uscito e ha voluto prendere la metropolitana. Perché deve andare fin là invece di prendere l’autobus?”.
“Mmm... gn.. Magari per sperimentare l’ebbrezza di fare una cosa diversa?”
“P., mio figlio vuole sempre uscire e non so dove va. Dice che vanno sempre a piazza C. Ma che non ci stanno abbastanza piazze da queste parti?” “Gnam, mmgn, gn... Ci saranno gli amici, no?”

“P! Mio figlio ha fatto i compiti, è uscito e da un’ora non risponde al cellulare!!!”. Di sabato pomeriggio. “Gnam... Ma starà con una ragazza, no? Ma tu che avresti detto ai genitori se t’avessero assillata così alla sua età??? Che anzi li lodavi - sempre siano - perché non s’erano mai immischiati in faccende che non li riguardavano.”

“P.!!! M’ha detto mio cugino che mio figlio ha postato su Facebook un volantino di un gruppo neofascista! E mettendo il bucato nei i cassetti ho trovato una felpa, rovesciata, con il simbolo di un altro gruppo dello stesso tipo!”.
“Oh, finalmente! Adesso sì che hai davvero qualcosa di cui preoccuparti.”
P.S.: la questione è seria, ma fosse la volta che i ragazzi imparassero che mettere a posto le proprie cose da soli non porta solo seccature?



I mugolii accompagnavano le mie colazioni con questa torta sempre di Cristina, perché, sempre a letto, attingo a quel che ho in dispensa e in frigo e ho tempo di cucinare, persino di impastare, cioè di giocare un po’. Del resto non riesco troppo a connettere, forse ho bisogno di riposare e svagarmi.

Per la prima volta ho sperimentato la frolla all’olio, dopo lunga diffidenza, trovandola incredibilmente friabile. La farina era un misto di frumento e castagna. La ricetta originale (a mio parere ottima, eh), in uno slancio di sperimentazione di ogni ossessione salutista alla moda, prevede quella di riso (vade retro glutine!), ma non l’avevo e non l’avrei comprata apposta. Le dosi di olio sono quelle canoniche del rapporto grasso e farina in una frolla. Tuttavia per me che ho usato un olio umbro artigianale, nel senso fatto da un conoscente con le sue olive che lo distribuisce fuori commercio, ed è l’unico che adoperiamo in famiglia, è sembrato un po’invadente. Si tratta di un olio non acre ma sapido e denso probabilmente ce ne sarebbe voluto uno lieve con quelle dosi per cui la prossima volta diminuiro’ la quantità. Essenziale invece che sia ottima la farina di castagne, la mia bio, per evitarli di ritrovare a masticare cartoncino amaro anziché una cosa dolce e saporosa. Farcia: sempre per la mania del vade retro satana la ricetta originale prevedeva ricotta senza lattosio; nella mia cucina non se ne parla, la mia mescolava il suo filtro diabolico con diverse opzioni perché non avevo néalbicocche secche che avrei usato volentieri, né malto - sostituibilissimo con un perverso filo di miele (giacché i seguaci del “senza tutto” sono poi in genere dei criptomacrobiotici). Nell’ordine le farce erano: uvetta e zucchero di canna, semi di papavero, timo e miele, mostarda di marrons glacés con il loro succo, di certo la più indovinata.
Zucchero: io l’ho diminuito ancora e ho usato il muscobado bio. Nell’impasto 70 g sono sufficienti, nella farcia veramente dosi simboliche.
La frolla è divina è ho fatto fatica a non finirla cruda, l’insieme è ottimo con, l’idea come sempre leggera e fantasiosa, l’ortografia del post creativa perché scrivere su blogger con un IPad è semplicemente impossibile. Non fosse per la sua legggerezza che sposa la mia disgraziata schiena, mai avrei comprato un aggeggio del genere.