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Toulouse en érasmienne

domenica 28 maggio 2017

Quando l'informatica aiuta

Quando ti digitalizzano un inventario di archivio francese dal Canada - W la colonizzazione :-P - e siccome sta su Archive.org e non su quell'attrezzo infernale di google.books si riesce a leggere anziché impazzire perché tutto lo spazio che dovrebbe essere occupato dal testo lo è da un'assurda impaginazione farraginosa.
Soprattutto quando la santa informatica fa quel che dovrebbe fare, cioè i lavori stupidi e faticosi. Nella fattispecie quando ti ricerca nel testo le parole che ti servono. Su 700 pagine mezze in latino piene di formulari semplifica la vita.
Se c'è una cosa che rimprovero agli archivi francesi è di non avere pensato a digitalizzare, ognuno per sé, la grande serie degli inventari dipartimentali realizzata tra metà XIX e metà XX secolo, magari localmente, per poi creare un unico portale di accesso anche a livello nazionale. Sarebbe stata un'impresa assolutamente meritoria e se ognuno avesse realizzato il proprio anche non troppo impegnativa.

Perferiro' sempre la lettura su carta, infinitamente più ergonomica, favorevole alla concentrazione e facile da memorizzare, almeno per l'uso che ne faccio io. Addirittura mi capita di cercare i riferimenti sui libri digitalizzati per poi andare in biblioteca e domandare l'indispensabile edizione antica dato che il campo permette di giustificare questo genere di domanda, e leggermi il testo in santa pace con un bell'oggetto artigianale ed elegante, anche quando povero, clandestino e approssimativo, fra le mani, generalmente in una bella sala calma e tranquilla cio' che favorisce lo studio e la felicità.
Ché poi dài e dài le biblioteche stanno cominciando a capire che la digitalizzazione non aiuta a far aprire i libri... rispetto a solo pochi anni fa è sempre più raro che rifiutino di far consultare i volumi perché sono digitalizzati. Almeno in Francia ché in Italia siamo in altro mondo, come al solito: li' l'ideale è ancora che i lbri stiano ben sottochiave, almeno nelle biblioteche dei Beni culturali (un pozzo nero di arretratezza culturale, appunto).

Ma quando non ci sono indici o non sono affidabili, cioè quasi sempre, ed è domenica, le biblioteche son chiuse ma qualche matto si aggrappa ancora alla lettura, be' ti sembra di toccare il cielo con un dito, anzi di sfogliarlo. Specialmente poi quando si sta cercando da un numero inenarrabile di mesi di capire da che parte stanno in uno dei momenti più intricati della storia francese i vari membri delal famiglia e il bello è che dalle fonti finora reperite potrebbero stare dall'una come dall'altra parte!
D'accordo che si puo' sempre con eleganza aggirare la questione senza tuttavia nasconderla, ma a me sembra sempre di giocare un po'sporco, in questi casi. Quindi perdo un sacco di tempo e scrivo ben meno di quanto potrei, per districare i fili dell'arazzo. Ché poi ammettiamolo, dà un'immensa soddisfazione...
Adesso vado a fare colazione, poi al mercato, poi mi spulcio l'inventario... che festa! Una persona l'ha chiamata un giorno "alienazione volontaria". Devo riuscire a trovare due ore per andare in piscina: ci son 34 gradi oggi!

domenica 14 maggio 2017

Imago


Si insedia oggi il presidente francese, un banchiere d'affari eletto al secondo turno domenica 7 maggio 2017.
La foto è tratta da un numero del settimanale francese L'express pubblicato tra il primo e il secondo turno delle elezioni presidenziali.

martedì 9 maggio 2017

Perché costa troppo

La mia mamma che non è giovane, ma porta bene i suoi anni, ha un problema di salute abbastanza comune e non grave, che ad oggi si può prevenire con le cure adeguate. Ma quelle che ha fatto finora non funzionano più, malgrado lei sia molto ligia e molto costante nell'assumerle e nel seguire i comportamenti prescritti.
Solo che queste nuove cure costano.
E lei ha la pensione quasi minima.
Non è ancora una situazione disperata, questo no. Per ora. Ma per quelle cure o si paga o si deve andare in ospedale.
O paga una dose o vive: il costo è più o meno equivalente alla sua pensione mensile.
E l'unico ospedale che le fa è non all'altro capo della città, ma praticamente fuori. In una capitale EUropea, ovviamente.
Perché i piccoli ospedali sul territorio, ovviamente, "costano". Devi pagare chi li fa funzionare.
Quindi il "costo" di raggiungere il luogo di cura viene riversato sui pazienti e le loro famiglie.
Posto che gli ospedali sono pubblici: DOVE STA IL RISPARMIO?
Nella maggiore spesa di chi è più debole?
Torniamo alla logistica.
Quindi ci vogliono un autista e qualche ora tra andata e ritorno.
Per fortuna ha una persona accanto.
Ma se non l'avesse? Quanti anziani soli rinuncerebbero a curarsi in queste condizioni, o sarebbero costretti a pagare un taxi, supponendo di avere prima il denaro per farlo e poi la mobilità necessaria per servirsene?
Quanto questo diminuirebbe le loro aspettative di vita in buona salute?
O le loro aspettative di vita tout court?

"Nell’ Europa continentale, un programma completo di riforme strutturali deve oggi spaziare nei campi delle pensioni, della sanità, del mercato del lavoro, della scuola e in altri ancora. Ma dev’ essere guidato da un unico principio: attenuare quel diaframma di protezioni che nel corso del Ventesimo secolo hanno progressivamente allontanato l’ individuo dal contatto diretto con la durezza del vivere, con i rovesci della fortuna, con la sanzione o il premio ai suoi difetti o qualità. Cento, cinquanta anni fa il lavoro era necessità; la buona salute, dono del Signore; la cura del vecchio, atto di pietà familiare. Il confronto dell’ uomo con le difficoltà della vita era sentito, come da antichissimo tempo, quale prova di abilità e di fortuna. Ma è degenerato a campo dei diritti che un accidioso individuo, senza più meriti né doveri, rivendica dallo Stato."


Intanto in GreciaLa Grecia abbasserà la soglia di reddito annuale sotto la quale non si pagano tasse a 5.681 euro. Secondo l’Unione Europea la soglia di povertà è di 6.000 euro di reddito annuale. Ulteriore taglio delle pensioni, sia normali sia complementari, che interesserà anche le pensioni superiori a 700 euro. Questa misura interesserà 900.000 pensionati sul totale di 2,6 milioni. I pensionati che ricevono più di 470 euro al mese saranno tenuti a pagarci su le tasse. Un pensionato che percepisce 700 euro al mese, ora esentasse, pagherà una tassa annuale di 600 euro.
Le persone a basso reddito saranno tassate sempre al 22%. 
Spese mediche: gli sconti fiscali per le spese mediche saranno aboliti. Questo significa un aumento indiretto della tassazione, soprattutto per i malati cronici, dato che i tagli legati all’austerità nel settore sanitario hanno aumentato le spese private per il settore medico (detto in altri termini, l’UE ha prima smantellato la sanità pubblica spingendo i Greci verso quella privata, e poi eliminato anche le detrazioni fiscali sulla sanità privata, NdVdE).
Contributi per il riscaldamento: ci saranno tagli di 56 milioni di euro che andranno a colpire i gruppi sociali più vulnerabili.
Sempre nel 2017 verranno implementati i tagli di 570 milioni di euro ai contributi di povertà per i pensionati
Aperture domenicali: i negozi saranno aperti tutte le domeniche dell’anno nelle zone turistiche come il centro storico di Atene o il centro di Salonicco. Ci sono voci che questo riguarderà tutti i negozi lungo la Riviera di Atene, dal Pireo a Capo Sounion. 

Nel 2018 
  1. Abolizione di spese mediche per 121 milioni di euro.
  2. Abolizione della deduzione dell’1,5% nel calcolo della ritenuta mensile per 68 milioni di euro.
  3. Tagli ai contributi per il riscaldamento per 58 milioni di euro.
  4. Abolizione di benefici sociali incorporati nel Reddito di Solidarietà Sociale per 10 milioni di euro.
  5. Altri tagli al Servizio sanitario nazionale EOPYY per 188 milioni di euro

Una volta, tanti e tanti anni fa, andava di moda scandalizzarsi per una guerra che si svolgeva "nell'indifferenza di tutti a due passi da casa nostra". Si sarebbe dovuti intervenire, si diceva. Si sarebbero dovuti mandare i soldati, le bombe e i cannoni.
Si mandarono.

Cosa si aspetta a invocare almeno altrettanto rigore sulla testa di chi concepisce, impone e attua una simile guerra senza quartiere nei confronti della popolazione più povera di un paese stremato, che sta pure quello alle porte di casa nostra, solo appena un po' più a sud?

Forse si esita perché il mandante di questa guerra non dichiarata e non coperta dai telegiornali della sera si chiama ancora e sempre Unione europea (Commissione UE, Banca centrale UE, Fondo monetario internazionale)?

lunedì 8 maggio 2017

La meraviglia dalle corde

Come esprimere oggi la meraviglia dei grandi apparati di scena dell' opera barocca, in un contesto in cui i mezzi economici a disposizione, le condizioni di illuminazione e l'estetica, influenzata dal cinema, sono ormai troppo mutati? e su una scena relativamente piccola come questa?

La  scelta compiuta dalla regista
è un genere di spettacolo in cui la Francia, manco a dirlo, ha deciso di riappropriarsi coltivandola con numerose scuole di alto livello, vale a dire gli acrobati del circo. La storia di Alcione e del suo contrastato matrimonio con Ceix viene doppiata commentata e rappresentata nelle sue passioni e negli elementi scatenati grazie alle movenze danzanti degli acrobati sulle corde, in azione in un teatro privo di scenografia e aperto allo sguardo dello spettatore fino alla parete di fondo. Le corde sono evocatrici dei legami del matrimonio, Nettuno nell'ultima scena è vestito con una rete da pesca chiusa sul davanti da due lunghe corde, delle onde del mare, dei movimenti quotidiani dei pescatori. I danzatori, specialmente una solista, danzano legati alle corde o sulle corde per esprimere desiderio, disperazione, furia e voglia di distruzione e sopraffazione.
Riescono a trasmettere spaesamento, meraviglia, languore e fascino: ogni piacere dello spettacolo.
Funziona perfettamente tranne nella scena clou della tempesta, dove i mezzi troppo scarni non riescono a far figurare granché.

Nella parte musicale un direttore che fa scaturire la musica dall'orchestra con tutta la sicurezza e la naturalezza possibili, come acqua di fonte inesauribile e vivace. I risultati delle voci sono meno interessanti, curate come fossero strumenti, con un canto fluente e non interrotto, ma con poca attenzione al peso drammatico della parola. Il che personalmente non mi ha mai convinto troppo.

Il teatro appena restaurato brilla di tutti i suoi ori tardo-ottocenteschi. Più dei dipinti sono attraenti i fregi e le sculture decorative, i tendaggi, il sipario. Scoraggiata dal prezzo e da uno spiccato colore rosso non ho invece assaggiato il nuovo dolce di cui il teatro ha commissionato l'ideazione a Le Notre. Ma l'idea di far creare un dolce Le Favart, che faccia da corrispondente all' opéra fa parte di quella consapevolezza culturale immensa per cui amo la Francia. E no, non è denaro pubblico buttato! buttato è il denaro perduto a causa della loi travail...

Uno dei più begli spettacoli che abbia visto, comunque,. Mi era già capitato qualche anno fa nello stesso teatro.

martedì 2 maggio 2017

La femme et l'enfant

La femme et l’enfant

Récit
L’enfant se tenait debout devant sa mère qui était peut-être assise ou peut-être pas. De toute façon elle avait l’impression que sa mère la surplombait. Elle avait la sensation d’avoir été retenue au moment où elle s’était approchée de sa mère lors d’un jeu ou pour lui demander un baiser. De toute façon son intention n’était pas d’être là en ce moment. Peut-être elle devinait au regard de sa mère ou à son expression d’attente qu’on lui aurait proposé un discours sérieux qu’elle n’avait pas envie d’écouter. De toute façon elle n’était pas à l’aise. La mère étalait un grand sourire et une émotion tremblante se cachait en elle. Sa voix à peine hésitante affichait de l’assurance. Elle disait à la petite fille : « Bien, maintenant que tu as vu l’appartement hier, avec Giorgio, que m’en dis-tu? ne me dis-tu rien ? te plait-il ? ». En effet, après leur  visite à l’appartement, elle n’avait eu absolument rien à dire à sa mère. Elle n’avait pas du tout compris pourquoi elle avait été emmenée là toute seule par un inconnu qu’elle ne souhaitait pas du tout rencontrer et qui lui était indifférent. Sa mère lui avait dit plus ou moins qu’il fallait la ménager cette personne, car il était bien gentil à vouloir s’occuper d’elle, la petite, en cette occasion. Mais pour quoi faire, se posait-elle la question, puisque je n’ai rien demandé, et je n’ai besoin de rien de sa part ? Pourquoi la mettait-on dans l’obligation de satisfaire les attentes inconnues d’un inconnu ? Que c’est qu’elle avait à faire avec lui et lui avec elle ? Surtout aurais-je fait quelque chose de mal pour qu’on me dise d’être polie et obligée maintenant? Comme si la mère avait a priori quelque chose à lui reprocher à ce sujet.
Elle avait quand meme essayé être polie, de lui sourire et de lui manifester de l’intérêt. Elle avait essayé de prendre confiance avec l’appartement en parcourant ses espaces. Il était grand, lumineux et calme et en meme temps vide de vie et solitaire. Pas désagréable, il restait étrange et étranger. Mais, après cet interlude incompréhensible et parfois ennuyeux elle espérait bien avoir le droit de revenir à ses activités habituelles sans autre obligation.
Sauf qu’après quelque temps – jours? heures ? voilà la question refaire surface. Elle était debout devant sa mère et elle aurait voulu que sa mère l’embrasse. Mais sa mère n’en avait pas envie. Elle attendait donc ses mots. A sa demande sur son sentiment vers l’appartement l’enfant avait ressenti qu’on s’approchait une fois de plus à un sujet chaud. Elle savait déjà très bien que sa réponse ne pouvait pas être libre. En cette occasion il lui fallait être polie, et elle donc répondit d’un air un peu embarrassé et forcé que oui, il était bien, alors que elle n’en avait vraiment rien à dire, car cette chose là à ses yeux ne la concernait guère. Elle souhaitait plus que toute autre chose terminer cette conversation non voulue.
Mais le pire devait arriver.
« Bien, tu l’as vu, il t’a plu. Donc on ira bientôt s’installer là-bas. » « Mais j’aime bien être ici… et les grands parents ? ». La mère fit une grimace. Sa mère continua : « Tu auras ta chambre à toi… on emmènera tous tes jouets… il y aura plus de place.  Et puis, tu viendras chez les grands parents tous les jours après l’école. Contente ? Alors tu dis oui ? Es-tu bien d’accord? ». Son ton, bien que calme et presque tendre à l’apparence n’admettait pas de réplique. Il contenait à peine son excitation et ses émotions. L’enfant ne sût quoi faire. Quitter ses grands parents, leur bel appartement si plein de vie, de gens, de soleil, des plantes sur les terrasses, si familier ?   Que pouvait-elle faire, devant la demande pressante de sa mère ?  et encore plus devant son [de sa mère] émotion ? Il fallait la contenir car elle était gigantesque. Une attente énorme, une demande tacite « Dis moi que cela te plait, dis-le sans que je te le demande » qui menaçaient bien de l’écraser, de la submerger comme une vague au bord de la mer justement. Elle aimait bien les vagues. En été sa joie était les jours de tempête, une tempête méditerranéenne bien sur. Elle s’amusait à prendre la vague au moment où cette-ci se brisait sur le littoral. Après avoir connu la peur d’être écrasée elle avait compris que la vague n’allait que la faire rouler pour ensuite la regorger sur le sable de la ligne de flottaison, et ensuite recommencer. Elle y passait maintenant des heures. Sa mère insistait. Elle accepta, car elle se sentit obligée de le faire. Mais elle paniquait et elle se sentait brisée par la douleur et par l’angoisse. Une sorte de vide sans borne qui s’ouvrait en elle. Un vide noir et rouge mais sans image claire. En même temps cela lui faisait de la rage. Il fallait aussi contenir sa propre rage, ne pas la laisser pousser.
Sans la force de tenir, la seule échappatoire possible lui parut négocier un sursis, un délai. « Mais pas tout de suite, maman, pas tout de suite ! » Le visage de sa mère se brouilla de plus en plus. Je ne sais plus combien je lui en demandais, mais enfin ce fut : « Jusqu’à Noël, maman, jusqu’à Noël ! » Il manquait quelque mois, mais Noël était si loin pour la fille. C’était la fête mythique quand tout devenait possible. Entre temps, peut-être, elle va oublier cette absurdité, espérait la petite fille. Elle pourrait changer d’avis si elle y réfléchit, puisque moi je n’arrive pas lui faire comprendre que… je ne peux pas m’opposer : maintenant elle ne dira pas oui.
Quelques jours après, c’était un jour de fête, je me suis levée et je me suis précipitée à la foulée en cuisine. Les matins des jours de fêtes on se retrouvait tous là, en robe de nuit. Mon grand papa buvait son petit café noir bien sucré du matin assis sur un tabouret. Les autres se préparaient leur petit-déjeuner, jamais fort copieux d’ailleurs, dans tous les coins. La table et presque tout l’espace étaient occupés par ma grand-maman qui repassait le linge de la semaine. Moi, j’aimais bien l’aider à plier le linge et à repasser des petits pièces, les mouchoirs, les serviettes de table, les serviettes, les caleçons... Le soleil envahissait la pièce par tous ses rayons chauds. Tout n’était que lumière et bavardage, parmi la blancheur éblouissante du linge propre en coton épais, si réjouissant sous les doigts et les mains.  
Pas ce jour-là. Personne autour de la table, rien dessus. Seule, ma grand-maman était appuyée à la table en lui donnant son dos. Quelque part il y avait peut-être le rouleau à pâtisserie, chose insolite et incompréhensible, car on ne faisait jamais la cuisine à cette heure-là. Elle avait une moue que je ne lui connaissais pas mais qui m’inquiétait. Je m’approche d’elle, je ne savais pas si elle était peut-être en colère ? Elle me serre entre ses bras et elle pleure. Je me souviens encore de ses larmes qui coulent de ses yeux tandis qu’elle me serre si fort que j’en ai peur. Du jamais vu, mamie qui pleure, c’est impossible, inconcevable, incompréhensible. Je ne peux pas gérer pareille émotion toute seule. Je me débats et je me précipite appeler ma maman au secours. Est-ce que c’est vrai que vous partez ? me souffle ma grand-mère. Es-tu bien d’accord ? Pas devant elle ! qu’as-tu fait ! lui rétorque ma mère, alors que ma grand-maman, humble et effrayée de son audace s’excuse avec peine. Je ne peux pas tenir, je ne peux pas résister, je ne peux pas je ne peux pas ! Je m’enfuis quelque part me cacher, ses histoires de départ je n’en veux pas savoir, du reste, encore Noël, il y a encore Noël, après, qui sait ? Si ma grand-maman pleure ainsi elle va peut-être changer d’avis.
Je ne sais même plus si j’ai été obligée par la suite de la rassurer en lui disant que oui, on me l’avait bien demandé et que oui, je donnais mon libre consentement
Et enfin il arrive ce jour de Noël, ou mieux des rois, juste avant la rentrée scolaire, car après Noël nous étions partis, mon grand-papa et moi, chez mon arrière-grand-mère qui habitait à Milan avec sa fille puinée. Encore gâtée dans leur petit appartement, puis les longues heures de retour dans le train avec les lasagne toutes chaudes dans leur boîte en métal achetées par mon grand-papa à la gare de Bologne comme goûter… Le soir, il est tard, on arrive, l’odeur du train, de la machine, une odeur graisse et âpre en même temps. Pendent tout mon séjour je le savais, je le savais très bien que quelque chose d’horrible était lourde sur moi. Elle allait s’approcher, car la mère n’avait pas changé d’avis et moi je n’avais pas la force de changer ces choses horribles. J’étais impuissante, tout était fini, la joie, les rires, les matins gorgés de soleil, les embrassements de ma grand-mère, son regard sur moi lors de mes jeux d’enfant : tout serait devenu étranger, éloigné, il n’aurait plus fait partie de ma vie. J’étais destinée à devenir nomade et sans âme, tiraillée entre un lieu où j’étais obligée de résider et un lieu qui n’était plus chez moi et où je n’aurais pu que passer sans réellement m’y arrêter, sans lui appartenir à jamais. Sans jamais appartenir à un lieu qui ce soit, excepté celui de la mémoire de ma propre histoire sanglante de douleur et secouée par de sanglots qu’il fallait bien réfréner, car, on ne fait pas des histoires comme ça tout le temps.  A la mort des grands parents j’aurais aimé récupérer leur appartement. Mais les autres voulaient le vendre et moi je ne pouvais pas l’acheter toute seule. Il est parti, encore une fois. Je n’ai même pas pu sauver les pots de fleurs des terrasses plantés par mon grand-papa avec tellement d’amour, des géraniums anciens tous rouges d’un rouge vif avec les feuilles un peu velues, d’un vert brillant, car les autres les ont jetés à la poubelle sans que je le sache. Son héritage uniquement immatériel est devenu pour moi le petit village aux Alpes qu’il aimait plus que Rome ou sa ville d’origine, Milan. J’y reviens tous les ans comme lui il le faisait depuis son plus tendre enfance.
On me dit que je me suis révoltée. Je n’arrive plus à reconstituer une scène qui a du me coûter trop cher. Je me souviens d’une nébuleuse où je disais « Non non non » et elle me disait « Tu l’as dit, tu l’as promis, c’était pour Noël, maintenant ce sont les rois ! ». Elle était furieuse, moi, je l’étais aussi. Mon dernier souvenir est celui d’une fillette de huit ans renversée sur les bras de sa mère, sa tête à droite et ses pieds à gauche, qui donne des coups de pied en l’air et qui crie à l’univers en sachant que personne ne l’entendra. Elle me dit de ne pas le faire car c’est indigne. Ai-je eu peur ? Ai-je arrêté par honte? La gare autour de nous. Je ne sais pas comment nous sommes arrivées chez « nous » je ne sais pas comment ai-je monté les escaliers, au moins trois étages sans ascenseur, ni comment me suis-je couchée cette nuit, je ne sais pas quels ont été nos mots depuis.
Je ne sais pas, je ne sais plus. Après, tout est devenu noir. Noir de désespoir, rouge de colère.
Le rouge et le noir de mes fantaisies.
Mais j’aime encore tellement l’or. L’or pur du soleil qui frappe sur la blancheur des draps épais, la Flandre des nappes, la souplesse des serviettes...

Je suis restée avec le sentiment d’avoir eu l’occasion de parler lors de ce colloque mais de ne l’avoir pas fait jusqu’au bout, d’avoir dit oui pourvu que ce soit après Noël. Donc je n’avais pas été capable d’exprimer mon refus au bon moment. J’avais négocié sans réellement vouloir ce que je demandais et sans avoir la force de tenir ma promesse depuis. En fait, ce que je n’avais pas la force de tenir, c’était ma volonté de vouloir la meme chose que maman. Ce qui était interdit. Sans vraiment le dire, mais interdit. On l’a dit par la crainte et la contrainte, sans explication. La promesse et la volonté se sont fondues ensemble dans quelque chose d’inextricable, de lié à jamais. Depuis lors, tout devenait ma faute. Après ne pas avoir su profiter de la chance de refuser qu’on m’avait offerte, je gardais le sentiment de n’avoir plus le droit de me plaindre.

mercoledì 26 aprile 2017

La panne? - Versione eretica dell'eretico

Non c'è più religione. Nel mini supermercato di Montparnasse dove mi intrufolo a un passo dal métro
nella speranza di abbreviare i tempi della lunghissima spesa necessaria il ragazzino, probabilmente uno studente assunto per le vacanze, mi fa: "Saindoux? e cosa sarebbe?". Tento di spiegare cosa sia e a cosa serva mentre mi sorge il timore di avere sbagliato parola. Allora si dirige verso lo scaffale di quelle orripilanti robe che vanno sotto il nome barbàro di "salad dressing". "Non penso che lo troverà lì..." azzardo un po' perplessa. "Aspetti, mi fa imbarazzato, vado a chiedere al capo". Il capo si rivela avere due o tre anni di più con l'aria totalmente persa dietro le treccine rasta quando gli rivolgo la stessa richiesta. Fila allo scaffale dei pelati e delle conserve al pomodoro: "Guardi che si tiene in frigorifero" tento di precisare. "Allora non lo abbiamo", decreta con aria sicura.
Ma ma ma: possibile che un'oltremontana debba spiegare agli autoctoni che non saranno belgi come quelli delle patatine di Asterix ma insomma celti sì cosa sia il saindoux?  


Quando si è grafomani logorroici come chi scrive scopiazzare la ricetta di un blog indiano risulta molto comodo, perché grazie ai fusi diversi lui ti risponde mentre dormi e viceversa. In realtà apprezzo le chiacchiere appassionate e senza barriere su qualsiasi argomento coinvolga realmente gli interlocutori e da questo punto di vista lui è ideale, perché ha tempo, curiosità, competenza, disponibilità e interesse per intavolare una vera conversazione.

Caduto l'occhio su questo monumentale sformato con altrettanto monumentale carica emotiva ho capito che contrariamente al solito ci avrei perso un po' di tempo volentieri.
M'incuriosiva l'aspetto di preparazione storica e tradizionale da un lato e dall'altro una serie di dettagli (eretici) cui non avevo mai riflettuto e che ora mi balzavano agli occhi.

Abbiamo sempre realizzato dei piatti del sud con un ingrediente che è prettamente del nord: il burro e un altro del centro nord: il parmigiano.
A lume di naso questi prodotti potrebbero essere stati usati largamente al sud a partire dagli anni '60 del '900, quando le tradizioni si andavano stemperando,  sparendo in una sorta di colonizzazione economica e culturale di tutta la penisola che faceva imporre prodotti dell'industria alimentare del nord impiantandoli nella tradizione alimentare del sud. Destinata a imbastardirsi e a scomparire quasi del tutto.

Così dopo un po' di botta e risposta con l'autore mi è venuta voglia di provare a decostruire la vulgata odierna e ricostruire da inesperta e a tentoni come potesse essere realizzata la preparazione prima dell'innesto di un riso lombardo su un piatto franco-napoletano.

  Ma quando mi sono ritrovata al mercato - s'intende, dove altro? - davanti all'equivalente francese del norcino a chiedere "Svp, avez vous de la panne" - già che non avevo trovato il saindoux tanto valeva andare sul difficile - ahimé la risposta è stata: "Possiamo chiedere al fornitore ma calcoli che la deve prender intera e non sarà meno di un chilo e mezzo". Il mio rigore filologico si è liquefatto davanti alla prospettiva di dover smaltire quel saturissimo chilo e mezzo praticamente da sola e ho ripiegato sul più canonico saindoux che almeno nei casi migliori dalla panne deriva.


La lunghissima ricetta è spiegata nei paricolari qui.
Io mi limito a precisare le mie varianti.

Il piatto è ricchissimo e deve esserlo, sia che lo si voglia interpretare come robusto cibo su tavole padronali che come celebrazione dell'abbondanza del giorno di festa su quelle più modeste.
Io però non ce l'ho fatta a farlo altrettanto ricco. Filologico magari sì, ma un po meno clinquant, absit iniuria verbis ché già la salsa francese ci aggiunge del suo.
Roba da poco, sia chiaro: ho solo eliminato la pancetta sia dal ripieno che dal sugo.
Ho ridotto di un terzo la dose di burro che va nel riso, anche perché non di burro si trattava ma di saindoux che diventa facilmente stucchevole.
Ho ridotto di un terzo la dose di burro della salsa, e ho eliminato il pezzetto di burro aggiunto alla fine ché a me la pellicina in un piatto così non dà problemi.
Nello stesso spirito ho utilizzato del caciocavallo al posto del parmigiano. Purtroppo non l'ho trovato stagionato quanto avrei voluto, ma quando ti intestardisci a fare un piatto con prodotti di un altro paese va messo nel conto.
Nel riso ho messo tre uova più il mezzo avanzato dalle polpette anziché quattro e con mia grande gioia si è incollato allo stampo nel modo giusto ugualmente. 
Nel brodo ho aggiunto chiodi di garofano e cannella che hanno profumato meravigliosamente anche la casa.
Nelle polpette cannella e piment de la Jamaique. Nel risultato finale si sentono nettamente e si amalgamano bene.
Ho persino trovato delle melanzane sottili e lunghe come serpenti della taranta che vanno sotto il nome di "napoletane" e sotto il prezzo di collier di Chaumet. Ora, solo l'India poteva convincermi ad acquistare una cosa così platealmente fuori stagione, ma in Italia ci sono state due settimane di caldo estivo e magari qualche cosa è spuntato anzitempo... raccontiamocela così, ma che non si ripeta!

Dopodiché ho iniziato a disobbedire, anzi a contestare, no a ribellarmi sul serio. Niente e nessuno mi farà acquistare dei pomodori [sic!] tra novembre e luglio, tanto più se bretoni o nordafricani. Eh, poco da fare: la mia religione me lo proibisce. Si sappia che la mia salsa è fatta con dei nobilissimi pelati, oltre al concentrato, ma i pomodori freschi ad aprile in India forse ma qui proprio no. 

Però restava un punctum dolens.
La frittura di polpette e melanzana, separatamente.
Ora, il saindoux è nato per quello.
Ma anche le eresie devono aver un limite. Perché sarà pure eretico e anarchico ma per l'olio d'oliva salirebbe sulle barricate, scatenerebbe i cieli e non so come la metterebbe con gli oceani.
E tutto sommato meglio così, perché effettivamente il saindoux con la melanzana sarebbe uno choc culturale quanto l'olio di oliva nel knaidelach!!!
Ultima tappa l'ansia da stampo. Non avendo quello filologico troncoconico anzi avendone uno solo, di vetro e cilindrico quello s'è usato. Salvo poi farsi venire i patemi: si sformerà? Rovinerà? L'ho fatto aspettare un bel po' prima di provarci, passando un coltello lungo il bordo esterno per liberarlo di qualche crosticina. La tecnica pangrattato burro (questa volta sì) l'ha avuta vinta e complice forse un po' di umidità formatasi tra vetro e riso, è uscito perfettamente.

Che dire: il padrone di casa si è precipitato a metterne due fette in un luogo sicuro, precisando che finalmente non è quella cucina sana tutta verdure che di solito gli passa sotto al naso (cosa ahimé falsa, ma lasciam andare). Io direi che finisce con il sembrare, non si sa come, equilibrato (!!!) e che la pancetta sarebbe stata di troppo, ma forse nemmeno così stucchevole come avrei temuto.

Una parola sulla salsa francese al pomodoro (con un po' di Germania...): data l'origine del piatto è meno eretica di quel che sembra. A me ha ricordato due salse lombarde, cioè imbastardite francesi, di questo libro che mischia la cucina francese tradizionale come utilizzata nelle case alto borghesi del '900 a quella tradizionale lombarda. In particolare il sugo fatto con l'estratto di carne e la salsa Gioconda cotta a lungo e lentamente ben chiusa con tante verdure poi passate. Probabilmente lo stemma riporta a questa famiglia di salse.
Va ricordata una cosa, preziosa: il bouquet garni doveva essere a dominante timo. E la salsa sa di timo!!! Davvero.







lunedì 24 aprile 2017

Tout est bon dans le macron


Una delle ragioni del mio amore per la Francia è la loro capacità di rappresentare qualsiasi cosa. Per esempio una canzone sul candidato che ha ottenuto più voti al primo turno come questa, apparsa ieri.

giovedì 20 aprile 2017

Chanter, danser, être nous-mêmes. - Opéra

Aggiornamento: oggi più che mai le parole del direttore dell'Opéra di Parigi sono appropriate.

Se foste un toro francese bianco e muscoloso potrebbe capitarvi di passare tutte le sere a teatro per farvi la doccia. Prima però avreste trascorso diverse ore nella vostra stalla o recinto all'aperto con un altoparlante al fianco, ascoltando Moses und Aaron di Arnold Schoenberg. Il siparietto fa parte del documentario dietro le quinte L'Opéra, girato dal regista svizzero Jean-Stéphane Bron nei teatri parigini di Bastille e Palais Garnier. Al settimo piano del (brutto) edificio contemporaneo dell'Opéra Bastille (a suo tempo criticato per le sale prova sotterranee ecc.), nel sud est della città, il direttore del teatro, Stéphane Lissner, ha Parigi in mano e sotto di sé. Tutti i monumenti celebri fanno da scenografia alla parete vetrata circolare della sua sala riunioni. Sui divani si prepara la conferenza stampa della stagione: "Un nuovo modello economico... dobbiamo cercare più mecenati" è la conclusione. "Sì, ma questo non lo diciamo", ribatte il direttore, "parliamo solo di nuovo modello". Si parte bene, pensa la spettatrice, finalmente qualcuno osa dire che la cultura e lo spettacolo vanno  dove ci sono i soldi prima e poi tutto il resto. Purtroppo alle premesse non seguirà che qualche sporadico accenno in tutto il film, del resto alquanto epidermico. Bello nel ritmo e nello stile, spoglio e attento a evitare la retorica fino al punto di non rendere quasi omaggio alle opulente strutture architettoniche tanto a portata di mano, il film paga probabilmente lo scotto di essere stato girato troppo dall'interno (un Lissner nel Lissner?). Diventa un diario d'alta classe (noblesse oblige) e grande pubblico che potrebbe proseguire infinitamente uguale a sé stesso, ma difficilmente, forse per mancanza di competenza del regista stesso, riesce a esprimere un'analisi critica, artistica (totalmente assente) o d'altro genere. Al confronto, sul tema economico e persino sociale e di costume era più brutale il Jean Renoir dell'inverosimile French can can...

Luogo composito di incontro e rappresentazione, l'Opéra nel film è anzitutto un luogo di lavoro quotidiano di oltre cinquecento persone, artigianale e complesso. I protagonisti entrano e escono dalle parti inversamente rispetto allo spettatore, con effetti talvolta splendidi, come in una prova con i danzatori. Questo interessa il regista, senza dubbio.
Gli elementi fondamentali e la routine della costruzione di spettacoli complessi (opera e balletto) di alto livello ci sono tutti. Il concorso di canto, le prove, le inevitabili tensioni con il regista cui il direttore dà un risposta di grande classe, senza interferire dal punto di vista artistico, ma programmando una gratifica al coro e all'orchestra impegnati in un lavoro più duro e lungo del solito, i dissensi con il responsabile del corpo di ballo, frammenti di prove, affascinanti ma troppo brevi per capire alcunché, i cantanti danno interviste, il maestro scende, le costumiste si affannano, le cantanti si fanno riprendere con il telefonino... il  polverio del lavoro teatrale si ricompone nelle numerose sere di spettacolo di un grande teatro internazionale, dei quali non si vede quasi nulla perché non sono l'oggetto del film. Ma tutto resta appena sfiorato all'interno di qualche vicenda individuale per fortuna solo accennata: il giovane slavo che ha fatto i suoi studi in Germania, ambizioso, narciso e adeguatamente svagato, preso sotto tutela dai colleghi più esperti, il coreografo in crisi per avere dovuto lasciare la danza attiva, la sostituzione dell'ultimo minuto sotto Pasqua e naturalmente le particine che allargano il cuore, come i due fattori giunti alla prima per accompagnare il loro formidabile toro. "Fategli la doccia, dopo, perché gli piace, lo rassicura, così lui è contento", raccomandano, prima di aprirsi in un sorriso radioso all'entrata della loro bestia fino al proscenio. E così sarà, nei sotterranei, con un bel tubo di gomma. La Francia è ancora un paese rurale, dove l'agricoltura è un'attività importante, celebrata ogni anno da un salone nazionale a Parigi nelle due ultime settimane di febbraio, un avvenimento interclassista, interetnico e intergenerazionale. Raccomanderei di visitarlo a chiunque si interessi non solo di vacche ma di cosa siano i Francesi che (sia pure con diversi snobismi da parte di un certo ceto) ci tengono moltissimo. Raccomanderei anche i fichi secchi farciti al foie gras, detto tra noi ;-), i caldi maglioni di lana pura e molto altro, prodotti di attività familiari o comunque molto piccole. Andarci è sacro dovere di ogni presidente in carica a costo di essere accolti da carrettate di letame e quest'anno anche di tutti i candidati presidenziali. In diversi programmi elettorali una sezione o almeno alcuni punti sono rivolti proprio ai piccoli e medi agricoltori. Sarkozy perse non poca popolarità quando saltando quell'impegno manifestò tutto il suo snobismo nei loro confronti, vale a dire il suo interesse per altre frequentazioni economiche.  Il toro in scena nel film porta dentro il teatro anche questo pezzetto di Francia. A teatro confluiscono mestieri e classi sociali, quindi i loro rapporti. Arriva il presidente della Repubblica, ma si riesce appena a raccomandargli la propria politica di formazione di nuovi artisti e nuovo personale. "Siamo bloccati tra le richieste dei sindacati di sostituire i lavoratori andati in pensione e aumentare i salari e le richieste del ministero di fare più rappresentazioni con meno mezzi e di vendere sempre più biglietti" riassumono Lissner (peraltro di nomina politica com'è quasi inevitabile per cariche del genere) e il suo vice dopo una telefonata con il ministero costituita di rifiuti a qualsiasi richiesta di impegno economico e di assunzioni (c'è il fiscal compact della UE, bellezza, pure sul palcoscenico). I salari sono aumentati del 20% negli ultimi decenni, ma i biglietti dell'80% con il calo dei contributi pubblici, si fa notare in una riunione di direzione quando Lissner spiega che il costo elevato dei biglietti influisce sull'immagine del servizio pubblico che il teatro è, e nella considerazione che i cittadini ne hanno, quindi lui vorrebbe ridurre i prezzi. "Sciopero nazionale" dice il direttore al telefono con la stampa, mentre giù, nella Place de Bastille i manifestanti scandiscono "grève [sciopero] générale": è solo lo scorso anno, scioperi, manifestazioni e anche pestaggi sono all'ordine del giorno per mesi proprio sotto quelle finestre, luogo storico delle proteste francesi, ma l'espressione loi travail (l'equivalente del criminale Jobs Act italiano) non viene né intesa al di là dei vetri, né pronunciata al di qua. Manca il coraggio? manca il permesso? manca la voglia?

Nel frattempo il mecenatismo trova la sua espressione più colorita e commovente nel progetto di una canuta filantropa internazionale che accoglie per tre anni i bambini dei quartieri sfavoriti per insegnare loro uno strumento, formando una piccola orchestra. Troppe questioni pesano sugli archetti sfoderati dietro quegli occhioni, troppo facile raccomandare alla fine del percorso, al bimbo che ti si aggrappa alla vita: "Continua a studiare a scuola: sei dotato" e poi volare a New York per rivedere gli amici. Le gocce nel mare della casuale buona volontà non possono e non potranno sostituire la politica di programmazione a lungo termine basata su adeguate risorse pubbliche: l'unica inclusione che realmente funzioni. Ovviamente anche a teatro.

Chanter, danser, être nous-mêmes
Il faut montrer qu’on est debout, que le public aussi est debout, car c’est lui qui a été touché vendredi. (...) Il faut continuer à aller au spectacle, revendiquer notre culture."
A novembre 2015 l'Opéra decide di andare in scena, primo spettacolo dopo gli attentati del Bataclan, dei caffè e ristoranti di République e dello Stade de France ricordando all'apertura del sipario come siano stati colpiti i loro colleghi e i luoghi di spettacolo: ancora una volta la cultura, come con Charlie Hebdo.
Ma l'altra coesione, quella sociale di ogni giorno, lasciata fuori dal teatro, dove la stiamo abbandonando?

Ad ogni modo, splendida serata per il sabato di Pasqua in una Parigi spazzata dal vento e dalle nuvole grigie (perdoni Picasso) e rosa.



sabato 15 aprile 2017

A Parigi



Non vi sono soli infuocati in questa città (magari i suoi abitanti la penserebbero altrimenti, ma oggi non saranno 12 gradi umidi e piovosi e io sono imbozzolata in tre maglioni), ma se dovessi descrivere cosa sia, cosa mi abbia dato e quanto io l'ami, vorrei saperlo esprimere altrettanto bene:

59. Air

Queen of Sheba
Will the sun forget to streak
Eastern skies with amber ray,
When the dusky shades to break
He unbars the gates of day?
Then demand if Sheba's queen
E'er can banish from her thought
All the splendour she has seen,
All the knowledge thou hast taught.

Newburgh Hamilton?, 1749

ma non lasciarla per sempre.




martedì 4 aprile 2017

Une force tranquille

La mattinata finisce con un pensiero suicida quanto razionalmente immotivato che mi esplode nel cervello: "E' tutto perduto". Sto cercando di capire se stesse parlando della torta in forno o della zuppa in frigorifero, del tempus fugit o del trauma infantile.
Poi:
"Scusi è del quartiere?" mi piacerebbe, ci passo molto spesso, ma non ci vivo. L'anziano signore ha l'aria un po' sperduta ma gentile e quasi cerimoniosa. "Sa mica dove passa l'autobus qui?" "Qui" è una piazza trafficatissima dove sboccano almeno cinque viali, il métro e innumerevoli autobus, costellata di caffè e colorata di aiuole fiorite. "Mi hanno detto che è di là", prosegue indicando vagamente alle mie spalle. Lo sento proprio perso. Sto brandendo il cellulare per segnarci un appuntamento importante e ricordo di avere giusto quel mattino recuperato la mia mappa di Parigi che temevo persa durante il trasloco. Aspetti che lo cerco, rispondo, dato che la mia aria sperduta non l'ha affatto scoraggiato. "Oh no, ma no, questo è troppo, vedo che lei è davvero attrezzata" replica lui, sempre più gentile e stupito. "Allora dove deve andare? E quale sarebbe il numero dell'autobus?" Il numero è sbagliato ma con una coincidenza si riesce a raggiungere la buona fermata. "Vede, deve andare su quel viale, lì prende il primo autobus, poi all'incrocio cambia, oppure prende quest'altro che dovrebbe avere una fermata in comune con quello che lei sta cercando." Non è facile fargli vedere la pur evidentissima pensilina.
Alla fine si illumina: "Vede, le persone... grazie... dio [e a questo punto credo di percepire nella sua lingua un lievissimo accento nordafricano, i Francesi di origine europea essendo molto pudichi nel fare riferimento al soprannaturale] ci ha fatti per aiutarci gli uni con gli altri, per vivere bene insieme... eppure... questo... lei... una forza tranquilla... ma basta capire che possiamo... che non dobbiamo avere paura, le persone spesso sono chiuse per la paura, per la fretta... perché non sanno... invece... si può essere così gentili, tanto tanto gentili... e risolvere tutti i problemi." Sono così confusa che la mia repluca non è di sicuro all'altezza della sua benedizione. Ma spero che l'anziano signore serberà un ricordo altrettanto buono di questa giornata.
La mia continua in libreria, dove cado inaspettatamente su un libro che desideravo da tempo, usato, a 13 euro anziché 35 - il che è un balsamo per le mie tasche vuote.
Due buoni presagi.
E se adesso trovassi l'animo per finire sul serio quel benedetto lavoro che mi aspetta e mi soffoca da troppo tempo, il bambino capriccioso che è in me potrebbe ritirarsi soddisfatto e farmi godere delle meritate vacanze.

Aggiornamento: avevo tralasciato l'espressione più importante del discorso del signore: "une force tranquille", l'ho aggiunto oggi.

sabato 1 aprile 2017

2 marzo 1584 - Sentinelle des mers

Viene firmato il contratto per i lavori:
 

non lontano da Bordeaux nel mezzo dell'estuario della Gironda, nella Francia sudoccidentale,
 
  su un'isola di sabbia. 
 Si dice che almeno a partire dall'alto medioevo quei banchi di sabbia fossero segnalati alle navi in transito. Operavano presenze strane: nell'alto medioevo misteriosi mercanti saraceni, poi eremiti cluniacensi si fanno custodi dei fuochi. Nel tardo XVI secolo lo stato assume l'iniziativa, consolidando la sua presenza e i suoi campi di azione. Henri III poi Henri IV si sarebbero interessati al progetto. Il faro sarà inaugurato nel 1611, un anno dopo l'assassinio di quest'ultimo.
Luigi XIV farà decorare una sala interna, la sala dei re.

La parte più delicata del lavoro di un faro è l'accensione della lanterna. Oggi si fa automaticamente. Un tempo era un lavoro di destrezza e anche pericoloso. Bisognava riuscire ad accendere tutti i fuochi senza bruciarsi e senza dare fuoco all'apparecchio:

Tutti i fari di Francia sono stati poco a poco automatizzati e nessun guardiano dello stato vi abita più dal 2012. A Cordouan, monumento storico, e in altri fari dell'Aquitania sono gli enti locali a assicurare la conservazione e la pulizia delle lenti, tramite un consorzio. Ma altrove?
A Cordouan volendo ci si può sposare, ma solo in chiesa. C'è infatti una cappella. Per celebrare i quattrocento anni del faro il Ministero dell'ambiente ha commissionato un pezzo di musica corale sul testo di un sonetto scolpito nella cappella, scritto probabilmente dall'architetto di Cordouan. "Quand j'admire ravi ceste oeuvre de mon courage".

Nei fari mancavano i gabinetti, installati solo negli anni '80, in seguito a una campagna stampa. Mi ricordò la mia prima casa vicino a Vercelli.  Era nella soffitta di in una villa nobile vicino alla quale sorgeva una casa contadina. Viveva lì una coppia arrivata negli anni Settanta dal sud, con i genitori di lei. Presi in consegna già in stazione dai proprietari terrieri della zona ormai traferiti a Milano. Avevano bisogno di qualcuno che gli curasse le proprietà, e i contadini immigrati avevano trascorso la loro vita in quello sperduto angolo di paradiso a mezza costa su un incantevole lago, in faccia alle Alpi. Il gabinetto era una tavola posata su un buco, esterno. I padroni installarono i servizi igienici solo a metà degli anni'80, dopo ripetute richieste.
All'epoca i guardiani dei fari dissero che avrebbero preferito che gli cambiassero i materassi e gli altri arredi. L'umidità li faceva marcire in breve tempo. Malgrado interni dall'apparenza spesso lussosa, i quindici giorni al mese che passavano in mare erano piuttosto scomodi. Salsedine dappertutto, buona parte del loro lavoro consisteva nel pulire i meccanismi e i fuochi della lanterna, e il faro nel suo complesso.
Eppure a chi non piacerebbe lavorare a una scrivania così?

o scorgere questo al mattino:
giocare con le luci?

L'importante è che non manchi una biblioteca.
La storia del faro  accompagnata da molti documenti che ne parlano.
Immagini prese da Wikimedia commons (grazie) e da qui.
Mi piacerebbe un giorno arrivare laggiù.
 
(L'ultima foto è di Michel Le Collen.)

"C'est la sentinelle des mers."








giovedì 16 marzo 2017

Ma come era cominciato tutto? A tempo di ragtime...

L'Olanda sceglie come secondo partito il Partito della libertà, critico verso la UE e fortemente anti-immigrazione. Di fatto la zona euro non s' è mai ripresa dalla crisi del 2007 che ha infierito su paesi in cui il livello di benessere che rendeva l'Europa (che non è la UE!) unica al mondo era già stato messo alla prova da tagli trentennali allo stato sociale, secondo le raccomadazioni dei trattati UE. Ma come era cominciato tutto?

La signora che interviene nel video è la senatrice Elizabeth Warren. Tra i possibili candidati alle scorse elezioni USA è stata la più seria sostenitrice di un ristabilimento delle regole che hanno impedito la speculazione finanziaria con i soldi dei risparmiatori. Regole che hanno permesso cinquanta anni di relativo equilibrio. Ma certo erano contrarie al libero mercato. Abbiamo fatto bene a buttarci senza rete, colpa nostra se adesso non ci abituiamo.

Ma perché dovremmo? In nome di cosa? A vantaggio di chi? In cambio di che?

Noi non "dobbiamo" abituarci al libero mercato, creazione umana non fenomeno geologico, bensì conquistare quello che ci fa vivere meglio.
A dieci anni - sì, già dieci anni - dal 2007 è più che possibile affermare che non si tratta del libero mercato.


mercoledì 15 marzo 2017

Il modello tedesco





Imperdibilmente geniale.
Brutalmente scopiazzato da twitter @vittoriobanti (che non lo sa né io so chi sia).

sabato 25 febbraio 2017

Quella abituale sensazione

di essere troppo per alcuni, troppo poco per altri, confusa nelle definizioni e in defnitiva da più semplice da scansare in nome dell'insignificanza del quieto vivere.

Vedi di finire quel lavoro che sarebbe più utile, va'.

mercoledì 15 febbraio 2017

Te lo do io il cavolo D A[H]IA na! the recipetionist gennaio febbraio 2017

Aggiornamento: e 'l giudice fu clemente (vedi sotto). 

Signor giudice, io sono negata, si sa. Del resto mai fatto una gara in vita mia. Quel benedetto simbolo che voi chiamate "banner" da dove lo dovrei pescare? Perché io ci ho provato, neh. O deh!. Ma non gliela fo.
Signor giudice se voi voleste 'rudirmi io ce lo metterei subito subito.
Grazie.

La gara organizzata -  e appunto giudicata - dal blog cuocicucidici è un simpatico gioco sociale in cui si palesano le affinità, forse le invidie, le aspirazioni, le simpatie le ammirazioni verso i blog culinari che si seguono. Consiste nel pubblicare un post sul proprio blog raccontando le proprie avventure con una ricetta tratta dal blog del mese. Questo mese ci si misura con Andante con gusto, un titolo che mi è particolarmente caro per il genere musicale che evoca, oltre che per il divertimento culinario che promette.

Passiamo poi alla protagonista della gara. Lei, divertita, mi dice che sarei "perfida" ;-). Sempre per via di quel tal cavolo...
Ebbene, vediamo.
 


La cucina di Patty rispecchia due tratti del suo carattere. Il primo è l’amore per il cibo, declinato presso di lei in un solo appassionato senso: sontuoso, alla vista, nel linguaggio, nelle trame dei racconti autobiografici, negli ingredienti sempre molteplici, nella preparazione goduriosa e larga finale. Ne sono prova le ricette sempre ricchissime: volete una verdurina?  D’accordo ci siamo noi, ma non vi aspettate meno di mezzo chilo di ottimi formaggi per creare un contrasto avvolgente con la freschezza vagamente zuccherina delle foglie, né meno di una pioggia di semini cromaticamente intonati per convincervi che è sana, nel senso in cui oggi va di moda pensare che un cibo lo  diventi grazie a un pizzico di panacea.
Ma sarà di certo buono, quindi ben venga. 

Sontuosi i dolci e sontuosi i tempi di lavorazione. Se per fare un panino mette a tavola tutta lafamiglia all’ora del the, per fare i biscottini di mandorla alla moda realizza una matrioska con doppia farcia concentrica (e mi onora, ma solo per via dell'ansia incombente, di un'anteprima telefonica delle sue intenzioni - non diciamo altro...). Obblighi a parte i tempi non sono dovuti alle preparazioni, o alla scelta esplicita di una realizzazione di cui interessa anzitutto l’alta tecnica, ma soprattutto alla ricerca di un mitologico corno di Flora da cui spandere trionfi rinascimentali sulla propria tavola, che si muta in tavolozza condivisa sul set fotografico giocato di predilezione nei colori dell’autunno, vale a dire del ricco raccolto. Piene di natura e materie prime sono infatti le sue immagini e le sue scelte di ricette, toscane ma non soltanto. Quelle con i prelavorati le mettiamo sul conto delle eccezioni che confermano la regola e le lasciamo da parte, per quanto mi riguarda, inclusa la non amata nutella, ultimamente sostituita mi pare anche da lei e non potremmo che rallegrarcene.

Il secondo  tratto è la sublime capacità commerciale, declinata non nei volgari tratti delle marchette promozionali con gergo anglofilo, orrrrrorre, bensì nella ferma applicazione dell’eterna regola per cui  il cliente, o il lettore, anzi la lettrice rompiscatole, ha sempre ragione e intanto compra, o meglio mangia e guata, restando incatenata dal frastornante lusso teatrale delle proposte e dalla ricchezza degli stimoli profusi come nei palazzi di Alcina. Tutto questo non sarebbe possibile se dietro lo schermo non vi fosse una persona zampillante di vita, gioiosa e golosa, scoperta e riservata insieme, come lo mostra il favoloso sorriso delle sue foto. A dimostrazione ulteriore che non sono gli uffici stampa creatori di eventi, stupro semantico da abolire dal lessico decente, a fare un blog serio e di riferimento per quello che è il suo stile, indubbiamente personale, ma la passione di condividere i ricchi contenuti che si devono dire.

Le si farebbe torto se non si parlasse della convinzione con cui sostiene i prodotti legati alle sue radici: olio d’oliva innanzitutto, per i due rami della sua famiglia e per quello acquisito, formaggi pecorini, fagioli, carni , c a s t a g n e, e ricette tradizionali di cui tanti hanno in questi giorni parlato.


E come quintessenza di tutto ciò quale esempio migliore si può portare del recente episodio del cavolo? Cavolo nero, evidentemente, che altro? Per di più con le pappardelle? Cotto scottato come fosse una rucoletta di nessuna importanza? Un radicchietto qualsiasi che si sa gli anglosassoni sono convinti che basti quello a far italico, della Bassa? A noi? Infilato con appena un po’ di peperoncino a far bella mostra di sé su della pasta all’uovo bell’asciuttina che meglio non si può, tanto poi basta un giro d’olio, quando nemmeno una latta? Signori, un po’ di serietà, è in gioco l’onore delle sacre mura. Ma che non si dica che qui si scateni una guerra, per carità.

Com’è come non è, dopo una misurata risposta che puntualizzava come il cavolo nero sia bestia da trattare con riguardo, siamo o non siamo di dove siamo, due giorni dopo compariva sull’Andante la ricetta che ho replicato e che si trova illustrata e commentata qui di seguito.

La ricetta è equilibrata e gustosa, generosa senza eccedere né in tempi né in condimenti. Confesso però che il rigatino consigliato nei commenti non l’ho usato. Insolita quanto basta e a predominanza vegetale, è sorprendentemente leggera, ma sazia per via delle patate. Ho il sospetto che si possa alleggerire ancora di formaggi, dando più peso agli elementi vegetali. Io stavolta non l’ho fatto, sia per lo spirito del gioco, sia per vedere il risultato finale. Ho apprezzato particolarmente il modo in cui le consistenze si fondono l’una con l’altra. La morbidezza delle patate, rilevata dal cavolo e racchiusa in un guscio tenace di pasta all’uovo, viene richiamata dalla crema profumatissima di ceci su cui i ravioli si adagiano. Il pecorino è la nota sontuosa e golosa che si spande ovunque.

Ho utlizzato metà dose rispetto alla ricetta originaria e ho lavorato esclusivamente a mano, non avendo macchine.
Le mie varianti sono state queste:

  1. Preparazione del cavolo: ho trovato delle foglie piccoline e tenere e non ho eliminato le coste. Le ho però sfilate - te ce vojo vedè Daiana a far sfilare le coste alle massaie USA tutte lievito, colla di frostinghe, micro e sfoglia industriale - e ho usato tutto quanto, cfr. foto n. 1.

    Sfilacciamento delle foglie



    Patata lessa schiacciata allo schiacciapatate. Non mi parlate di fiocchi - orrore! Meglio saltare una cena.
  2. Aggiunta di un ingrediente. Senza volerlo, mi è stato suggerito proprio da Patty, quando ha scritto a commento della ricetta precedente come la buccia d’arancio desse una spinta aromatica fantastica al cavolo. Io amo moltissimo i profumi e gli aromi e le spezie. Così ne ho approfittato per grattuggiare la buccia di mezza arancia nel ripieno. Per questa dose è perfetta.
  3. Metodi di cottura:  come si sa non sono una che ammette basi o prodotti da supermercato in cucina, faccio però eccezione per i ceci in scatola, che amo morbidi. Quindi ho usato una scatola di ceci, sbucciandoli per poi farli ripassare una mezz’oretta nelle stesse erbe con cui la ricetta prescrive di cuocere i ceci secchi (vedi pentola nella foto sopra), poi procedere come indicato.
  4. Preparazione dei ravioli: a me la pasta, confesso, piace spessa, duretta e consistente. L’ideale per questa ricetta, anche se lo spessore era probabilmente maggiore del mm e mezzo indicato, già ben diverso, di suo, dalla sfoglia a velo dei tortellini tradizionali.


     Il mio micropiano di lavorazione :-/ 

  5.  Per motivi di salute ho dovuto eliminare il pepe (non posso mangiare nulla che sia piccante). Ne userei comunque con estrema parsimonia. 
  6. il mio olio è del Garda, non toscano. Il pecorino però è quello giusto!
Ovviamente l’ultima fase (stendi sfoglia alla bell'e meglio, fai i tortelli, cuoci, fotografa e mangia) è avvenuta nel momento peggiore, mentre preparavo i bagagli per il (periodico ahimé) trasloco in Francia, con la mia mamma affamata che alle 15 ha reclamato il pranzo senza por tempo in mezzo. Quando si dice i bambini... :-P.


Le foto ne hanno risentito anch’esse: impossibile realizzarle sul momento, l’unica foto del piatto ultimato ritrae un raviolo  avanzato, quindi molto gonfio, rimasto in frigo fino al giorno dopo e immortalato qual rosa alla fine del giorno.