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per gli scribi

Toulouse en érasmienne

mercoledì 25 marzo 2015

Variazioni

Tre domande fatte. Rigorosamente l'ultimo giorno, ché se no manca di pathos.
Probabilmente inutili, ma è già tanto essere riuscita a spedirle.
Ora, di due m'importa relativamente, ma una. Una sarebbe il sogno dopo cui morire felice. O vivere nell'empireo, ecco.





Una relazione spedita, con soli 25 giorni di ritardo. Spero gli vada bene ché non ne voglio più sentir parlare.
Mi sono anche divertita alla fine, ma è stato un impazzimento.




Un'altra relazione da spedire con non so quanti giorni di ritardo, perché non l'ho nemmeno cominciata, ma almeno venticinque + 1 :-/.



Un lavoro rognosissimo e che non mi piace che mi hanno appioppato e a cui non ho potuto dire di no.
Il panico se penso che tutto questo avrei dovuto farlo, nella mia testa utopica, prima di Natale. Prima di essere sommersa da un diluvio, poi di trovare una barchetta.
La voglia irefrenabile di scapparmene a seguire per un po' le mie faccende che giacciono dimenticate.

Che fra poco più di un mese mi tocca il purgatorio italiano e che ogni volta è più difficile tornare.

Ma stasera almeno il fardello è più lieve.
Alleluja! Come canta(va) Diana Damrau, ecco, mi sento così.






lunedì 16 marzo 2015

Fonte di stress risparmiabilissima

Se c'è una cosa che mi scombussola più di ogni altra è preparare le domande di qualsiasi genere.
Insomma, vendersi. Cosa dire e cosa non dire, cosa vorranno e cosa pensano che dovresti volere.
Giocare agli indovinelli, ché tanto poi si sa che è un susseguirsi di balle cosmiche e meglio sarebbe giocare alle spacconate come i paladini (che ci si inguaiano, ma poi se ne tirano fuori con eleganza).
Ma l'ultima efferratezza in merito à la lettera di motivazione.
Per qualsiasi cosa.
Ma quale motivazione volete che abbia.
Se non quella spasmodicamente perseguita, alla mia veneranda età, di continuare a studiare, pagandomici un tetto sulla testa, la bolletta del riscaldamento e un cibo non avvelenato da supermarket.
Cosa vi devo supplicare a fare, quando lo dicono il mio cv, le cose che ho fatto e scritto, la mia faticosissima scelta di vita.
Cosa devo inventare per affermare, falsamente, che nella vita non ho mai fatto e sognato che partecipare al tal progetto di cui ho saputo l'esistenza al momento del bando. Ma che pure rientra nella disciplina e nella specialità che tratto. Ché se aveste avuto e identificato chi faceva esattamente per voi, non avreste armato tutto questo ambaradam.
Come se non saltasse agli occhi da tutto il resto.
La mia motivazione, come quella di tutti, è la estrema necessità di lavorare. Pagati.
Quindi si accettano tutte le opportunità, coerenti o un po' meno coerenti, piacevoli o un po' meno piacevoli, che restino nell'ambito della serietà: dei committenti, dei metodi, dei progetti.
Non sono moltissime. Per forza possono essere eterogenee, ché anzi dovrebbero dimostrare curiosità e fantasia, purché rigorose.
Questo è il punto.
Il resto è fuffa.
Aziendalista made in USA.
E al diavolo, ecco.

giovedì 12 marzo 2015

Prosit

Quando al termine della seconda notte di lavoro; dopo una settimana avviticchiata alla scrivania senza neanche guardare il viso di tua mamma venuta a trovarti in giorni tragici per via dei convenientisssssimi biglietti low cost a data fissa, ché gli altri non potremmo permetterceli, e ormai ripartita, con la soddisfazione di avere acchiappato uno dei due conigli a zonzo che gli manca solo un po di toilettage, ti ritrovi a volerti versare un bicchiere di vino nella borsa dell'acqua calda prima di abbatterti sul letto, forse è il caso di dire che qualcosa, decisamente, non va :-)
Ma benedetta la sorte di poter lavorare su tutto questo.
A presto, spero.... buonanotte....

mercoledì 4 marzo 2015

La grande infamia

Una cara amica mi ha scritto stupendosi di come nella mia situazione di incertezza sul futuro che vorrei io riesca sembrare soltanto entusiasta di ciò che riesco a fare senza cedere alla rabbia e alla rassegnazione.
Le sono grata davvero per queste parole molto preziose per me, e per tante altre cui risponderò spero presto in modo più personale, ma la rabbia c'è, eccome. Ancora più c'è l'inquietudine per l'incertezza, che mi paralizza spesso mentre dovrei concentrarmi solo sui compiti da svolgere, che sono anche difficili, certo, ma sono comunque fattibili ed amati.
Invece no. Non sempre. Non sempre riesco a essere serena e pronta, perché rosa dal tarlo della preoccupazione di chi si trova crudamente al centro di un processo storico condotto da forze che nessuno sembra voler contrastare. Come adesso che giro in tondo da settimane su una cosa ormai perfettamente risolvibile in un paio di giorni. E mi dispero, e mi riangoscio peggio.
Perché le difficoltà in cui mi dibatto io (almeno in gran parte), in cui si dibattono l'Italia e l'Europa tutta, hanno un nome (non personale, anche se molte persone gli hanno volentieri prestato il loro) e un'origine. Questo ne è il Manifesto spietato (firmato da un volenteroso carnefice tra i tanti e non peggio di tanti), e noi oggi ne subiamo le conseguenze.  Altro che crisi! La crisi è il risultato di queste azioni e dei mezzi con cui sono state messe in pratica, non un fenomeno incomprensibile dovuto alla volontà divina. 
Ma non sappiamo vederlo.
E ora spero di recuperare sufficiente serenità per finire questo benedetto lavoro che avrebbe dovuto esserlo già sabato.
Ma non dimentico. E non posso dimenticare chi come e perché ha scientemente gettato nella miseria un continente intero, che aveva prodotto il più civile modello di convivenza che l'umanità abbia conosciuto. Per compiacere la propria infinita avidità.
Né posso dimenticare la cecità e la superficialità voluta con cui si rimuove il problema, si alzano le spalle, ci si gratifica con consumi scadenti "perché bisogna pur pensare ad altro" o "bisogna vedere il bicchiere mezzo pieno", "perché tanto è cosiììììì" e altre idiozie narcotiche, non ci si informa, non si sceglie, non si pensa a demolire questi vagoni piombati.

Questi i principi che hanno distrutto e stanno distruggendo il presente e il futuro di troppi (il grassetto all'interno del testo è mio):

" Interventi strutturali difficili ma obbligati

BERLINO E PARIGI RITORNO ALLA REALTA'

I governi di Francia e Germania sembrano aver scelto, ormai senza riserve, la strada di quelle che il gergo economico chiama riforme strutturali. Non sappiamo se andranno fino in fondo; ma se poniamo questa scelta in prospettiva possiamo comprenderne il significato storico e anche azzardare una previsione. Solo sei anni fa Francia e Germania si autoiscrivevano con sussiego nel nucleo dei Paesi in regola su tutto: inflazione e bilancio, direttive europee e stabilità politica. In realtà i semi delle difficoltà già maturavano. La Germania aveva vinto per anni, decenni, combinando la superiore qualità dei suoi prodotti industriali (chi compra una Mercedes non bada al prezzo) con la superiore stabilità dei prezzi: le periodiche rivalutazioni del marco premiavano la combinazione ma vi contribuivano anche, perché proprio esse calmieravano i prezzi. La Francia, dopo la svalutazione del 1983, aveva preso la ferrea determinazione di fare «come e meglio della Germania»; un severissimo controllo dei salari accrebbe anno dopo anno la competitività favorendo la crescita. Proprio il successo della rincorsa francese contribuì a indebolire l' arma vincente della Germania. Nel 1992-' 93, rifiutando la svalutazione sul marco, la Francia si difese da un ritorno al vecchio male. Nell' ultimo decennio entrambi i percorsi si sono fatti impervi. Anzitutto per la Germania, aggravata dai costi della riunificazione e dalla perdita del vantaggio di prima della classe. Poi anche per la Francia, dove si esaurivano i margini della disinflazione competitiva. Quando la corsa dell' economia americana cessò di far crescere tutti, le magagne di ciascuno divennero evidenti e il bisogno di curarle urgente. Francia e Germania si ritrovarono con disoccupazione e disavanzo pubblico pesanti; da severi maestri della stabilità divennero scolari senza il compito fatto. Non restavano che le riforme strutturali, eterno ritornello di quelle che Luigi Einaudi chiamava le sue prediche inutili: lasciar funzionare le leggi del mercato, limitando l' intervento pubblico a quanto strettamente richiesto dal loro funzionamento e dalla pubblica compassione.  

Nell' Europa continentale, un programma completo di riforme strutturali deve oggi spaziare nei campi delle pensioni, della sanità, del mercato del lavoro, della scuola e in altri ancora. Ma dev' essere guidato da un unico principio: attenuare quel diaframma di protezioni che nel corso del Ventesimo secolo hanno progressivamente allontanato l' individuo dal contatto diretto con la durezza del vivere, con i rovesci della fortuna, con la sanzione o il premio ai suoi difetti o qualità. Cento, cinquanta anni fa il lavoro era necessità; la buona salute, dono del Signore [! Qui credo si violino proprio i diritti umani] ; la cura del vecchio, atto di pietà familiare; la promozione in ufficio, riconoscimento di un merito; il titolo di studio o l' apprendistato di mestiere, costoso investimento [e anche qui non stiamo messi bene, come diritti umani].


Il confronto dell' uomo con le difficoltà della vita era sentito, come da antichissimo tempo, quale prova di abilità e di fortuna. È sempre più divenuto il campo della solidarietà dei concittadini verso l' individuo bisognoso, e qui sta la grandezza del modello europeo. Ma è anche degenerato a campo dei diritti che un accidioso individuo, senza più meriti né doveri, rivendica dallo Stato. Germania e Francia sono Paesi con forte struttura dello Stato, consapevoli di sé, determinati a contare nel mondo, sorretti da classi dirigenti attente all' interesse generale. In entrambe, il modello di società (lo stesso dell' Italia) ha bisogno di coraggiose correzioni, diverse e in qualche caso maggiori di quelle necessarie all' Italia. Le difficoltà sono notevolissime. Ma riesce difficile pensare che, imboccata la strada, i due Paesi non sappiano percorrerla con determinazione.

(26 agosto 2003) - Corriere della Sera"

A marzo 2015 in Italia entra in vigore la più precarizzante delle riforme del diritto del lavoro.
Ancora una volta ci si sta lanciando a demolire le pensioni (dei poveri).
Gli ospedali funzionano sempre meno.
La disoccupazione e la perdita del tessuto industriale sono fiorenti.
Esempi fra tanti. 

Spero di riuscire a andare avanti sul mio articolo, adesso. Ma non è facile, con un peso simile addosso. E niente schermi, o quasi.

L'articolo è consultabile sul sito degli archivi storici del Corriere della Sera.


mercoledì 25 febbraio 2015

I droni ci ascoltano

Sempre sognato di vivere una volta, per un paio d'ore, in una di quelle commedie realmente brillanti di un tempo, in cui si scatenano tutti i contrattempi e le battute irresistibili in una notte.
Mai chiedere troppo al destino.
Data di consegna di un testo fin troppo vicina.
In ritardo che si vede solo la punta delle orecchie, anzi il pelo della punta medesima.
Tutto ancora in mente dei.
Un file .xls concepito da un folle e realizzato da un fantasista.
 Dei .txt che cercano faticosamente di metterci rimedio. Inutilmente. Per ora si riproducono a ritmo appunto conigliesco.
Una settimana di notti insonni e giorni a the e cioccolata. Livello intellettuale ovviamente al massimo, che mica stiamo facendo qualcosa di esecutivo, per soprammercato.
Un sms di mia mamma: "Ma cos'è questa storia dei droni che sorvolano Parigi?" Ah, roba vecchia, ci siamo abituati, mica è la prima volta. Sarà qualcuno che vuole far sapere che lo sta facendo, immagino.
Una notte che dovrebbe essere quella buona per chiudere la parte spalaguano del lavoro.
La connessione salta. Un .txt ricorretto tra le 02.00 e le 07.00 svanisce letteralmente nel non si sa dove, ché il nulla sarebbe già un'indicazione precisa.
Un secondo .txt corretto sul primo recuperato nei bassofondi del pc. Ma il primo è indispensabile.
Tutti partiti per una settimana di vacanza - beati loro!
Ricarica improvvisa del cellulare. Boh? L'avrò fatto in sogno.
Due ore di sonno per sfinimento. La connessione sempre uccel di bosco. I materiali tutti in dropbox. Con le buona maniere, si sa, si ottiene tutto: stacchiamo la spina. Riattacchiamo la spina. La connessione chiede una password. La solita non le piace più. Riavviamo la scatola. Piano piano si decide: mi sento una miracolata.
Riapro la mail. Dropbox solo in interfaccia testuale. Bottoni inattivi. File inaccessibili. Testa pericolosamente sempre più pericolosamente vicina al muro, anzi allo spigolo.
Se cambiassi browser? Deo gratias.
Insomma dopo circa 46 ore di lavoro e due di sonno mi ritrovo "solo" con un lavoro di 5 ore da rifare e sono pure sollevata.
Riparto? Macché.
"P, non mi dici nulla di questa storia dei droni, sono preoccupata. Ti ho anche ricaricato il telefonino!"
Rispondere che dormivo, onestamente non potrei.
Ecco, diciamo che in questo momento, fossero anche B52 in forma smagliante, non ho tempo di preoccuparmene. Facessero loro.

Devono avere capito qual è il bersaglio ideale.
Non è questo, stavolta (e per carità!).

domenica 15 febbraio 2015

Je suis Charlie - E no!

Che si parli di gesti isolati per tre persone che vanno alla morte sparando come furie su chi disegna o fa la spesa, passi. Ma davvero erano disposti al suicidio? O pensavano che qualcuno li avrebbe aiutati in questa cavale? E se invece sapevano di andare incontro alla morte, cosa li ha convinti a ritenere un'impresa suicida preferibile alla vita in un paese ben diverso dal Medio Oriente, di cui erano cittadini certo non favoriti, ma comunque di pieno diritto?
Questo avrei amato capire dagli attentatori di gennaio a Parigi, per questo rimpiango che non ci sia stato modo di farlo. Per un motivo molto semplice: se vuoi lottare contro qualcosa, la devi conoscere. Devi capire perché nasce. Vale per Ebola come per chi spara. Più ti chiudi gli occhi e rispari alla cieca, più sarà facile che altri rinascano a sparare contro di te.

Quando poi in Belgio una settimana dopo altre due persone vengono uccise dalla polizia perché avrebbero preparato un attentato, senza contare la mia inesistente approvazione per l'esecuzione preventiva, c'è da cominciare a dubitare del preteso gesto isolato. Si può pensare all'emulazione, d'accordo.

Quando per la terza volta - o seconda, perché nell'affaire belga l'attentato non c'è stato - si decide e soprattutto si riesce a sparare su un centro culturale che aveva osato parlare di libertà di espressione, di una redazione massacrata e di vignettisti costretti a vivere sotto scorta sul lavoro come a casa, e ci si aggiunge in un secondo tempo l'attacco a un luogo di culto divenuto bersaglio a causa di ciò che fanno da mezzo secolo i governanti di uno stato con cui quel culto viene identificato, questo diventa uno schema troppo sovrapponibile agli attentati di Parigi. Il tutto comincia a apparire meno isolato e meno spontaneo. Davvero i disperati non hanno altro di meglio che sdegnarsi fino a mettere su questo ambardam per un disegno di una rivista che verosimilmente non hanno letto? Davvero credono che il problema delle loro vite venga da lì? Così come diviene meno spontaneo l'esito di questa vicenda: l'esecuzione sommaria del presunto attentatore.
 
Aldilà di ogni considerazione sul giusto processo, non riesco a non chiedermi, sul piano brutalmente pratico: perché queste persone non vengono catturate e fatte parlare? Possibile che si ritenga ininfluente farlo?
Mi dò due spiegazioni, ma le trovo entrambe legate a una visione di corto respiro. Una tattica perdente.
1) La prima ipotesi è che si tratti di impartire una lezione: se ci provate, sappiate che ci lasciate la pelle. Senza tante storie.
2) La seconda che si cerchi di circoscrivere la reazione collettiva e sociale. Un processo comporterebbe una esposizione pubblica molto lunga di una vicenda che in Francia si è voluto purificare attraverso i riti collettivi dell'espiazione in mezza settimana. Il mercoledì il trauma, il venerdì l'esecuzione e la sfilata dell'emozione nazionale la domenica (il tutto ancestralmente cattolico, se ci si pensa). Da un processo potrebbero nascere proteste, disordini, eventualmente altri attentati, fuoriuscendo da quelle polveriere consapevolmente create che sono le cité dell'esclusione, della povertà, della disoccupazione, del traffico di stupefacenti. In un mondo i cui governanti hanno scelto, da 40 anni, la via della redistribuzione ai ricchi delle poche briciole finora sottratte ai profitti per essere redistribuite ai poveri, cioè a chi non possiede mezzi per speculare e investire. In un mondo in cui l'immigrazione che preme e crea innegabili squilibri sociali (ad esempio manodopera in nero disponibile a basso prezzo calmiera tragicamente il mercato dei lavori dequalificati o pericolosi), viene affrontata non affermando un terreno comune di valori, laici,  ma giustapponendo comunità che restano ciascuna per sé senza realmente unirsi. Soprattutto nel modello anglosassone, che infatti censura le copertine di Charlie Hebdo perché rappresentano un Maometto...
Questa è un'enorme polveriera, oggi non più canalizzata da movimenti e partiti di lotta di classe (perché questo è, anche se la parola oggi fa storcere il naso) organizzati in senso laico e rifuggenti dall'attentato come strumento politico. Al loro posto si è preferito lasciar crescere una rete organizzativa e un collettore del disagio di pretto stampo religioso, altamente pericolosi quando compattano povertà ed esclusione verso l'identificazione del male nella società e cultura occidentale, oggetto del desiderio e della delusione insieme, come se essa fosse compatta e non percorsa da opposte teorie, ceti e culture. Dall'Asia all'Africa all'Europa, nel laboratorio degli apprendisti stregoni...
Un processo potrebbe attizzare delle fiamme "costose" da governare, in una società, come la Francia,  dove popolazioni di origine extraeuropea e non, vivono più fianco a fianco che altrove.
 3)La terza ipotesi è che vi siano questioni internazionali in gioco. Come il mondo occidentale si è divertito a mettere fuoco alle polveri dall'Himalaya all'Atlante, adesso qualcuno ha deciso di farsi ascoltare in questo modo. Ma proprio non si può ammetterlo.

Disinnescare invece le cause degli attentati, come sarebbe logico pianificare, - disoccupazione, ignoranza, miseria, esclusione - potrebbe costare più servizi pubblici, ad esempio una scuola migliore e non semplificata nelle zone a rischio, una redistribuzione delle risorse e diverse condizioni di produzione, cioè del lavoro, in termini di salari migliori, di minore precarietà, di industria pubblica, i cui costi le classi dominanti non vogliono pagare. Né mai l'han voluto, tranne quando vi sono state obbligate. Come nel dopoguerra. Con regolamenti, leggi, lacci e lacciuoli. Oh, sì. Benedetti siano.
W il bondage in aeternum.

In mezzo a tutto questo, quelle che vengono chiamate le libertà borghesi. Quelle nate dalla rivoluzione francese e germinate dalle guerre di religione, quelle ribadite dalle socialdemocrazie. Quelle che, finché non costano troppo denaro, possono ancora essere mantenute nei nostri stati in piena deriva liberista.
Quelle la cui fragilità si mostra oggi ogni giorno.
Quelle su cui si riversa l'ostilità di ogni oscurantismo religioso, da sempre.

Quelle di cui a nessun potente importa realmente. Perché i potenti hanno da sempre e per sempre fatto tutto ciò che hanno voluto. Basta leggersi qualcosa sulle antiche aristocrazie per saperlo. La loro morale, la loro vita, le loro regole erano totalmente diverse da quelle da loro imposte a chi non era nobile.
Letture, vita privata, relazioni con gli altri, uso del denaro, della violenza, delle persone. Ogni cosa era misurata sul metro che loro stessi si costruivano. Altro che merletti e ricevimenti col baciamano! La sola cosa ferrea era la solidarietà con il proprio ceto.

In mezzo a tutto questo, persone costrette a essere identificate in una religione. Sempre e comunque. Perché i cittadini francesi o gli immigrati di origine araba dovrebbero essere considerati musulmani tout court? Perché dovrebbero essere definiti in base alla religione più di quanto non si faccia con cittadini di origine europea? Se penso a un francese non mi viene da definirlo "cristiano". Non mi pongo proprio la questione. Perché bisogna invece respingere le persone di origine araba in questa sola definizione? A Charlie Hebdo lavorava un correttore di bozze kabilo. Persona coltissima, emigrato clandestinamente in un paese che adorava, di cui aveva imparato la lingua al punto da poter correggere ai francesi dell'esagono ortografia e sintassi. In base a cosa dichiararlo "musulmano"? Facendo diventare segno pubblico un fatto privato? E' abbastanza certo che i suoi compagni di lavoro non lo avrebbero definito così.
Una persona che conosco e stimo particolarmente ha un lavoro non irrilevante nel settore pubblico ed è estremamente credente. Si definisce "europea". Si defnisce in base al proprio lavoro. Si definisce in base alla sua religione soltanto in ultimo, facendolo precedere dalla parola "laica". Si tratta ripeto, di una persona realmente credente e praticante. Non di quelli all'italiana che si svegliano solo quando c'è da sposarsi (dopo decenni di convivenza e dozzine di relazioni, per tacere del resto) perché "in fondo in fondo sono credente, sai? però a modo mio, eh" e "in Chiesa è più bello" ma bravi! salvo poi sbuffare perché c'è da seguire il corso prematrimoniale, o quando c'è da far fare la prima comunione ai figli "perché non devono sentirsi diversi": ma bravi due volte!!
 
Il ceto intellettuale oggi si trova intrappolato in questo spazio di manovra sempre più esiguo. Da un lato con problemi forti di sopravvivenza materiale, dall'altro con libertà di manovra e di espressione sempre più compresse. Anche a suon di pallottole. Perché appunto, l'irrompere della brutalità e della violenza economica liberista si sposa con il via libera allo sfogo delle tensioni sociali nell'oscurantismo. Con il rifugio in valori anzitutto irrazionali e non governabili dall'essere umano, come la fede, la grazia, la predilezione divina che darebbe una superiore autorità  a chi se ne ritiene portatore. Gott mit uns stava scritto sui cinturoni delle SS...
Entrambi vedono nelle libertà il nemico. Entrambi sono favorevoli e funzionali alla medesima struttura economica, al dominio dei pochi sugli esseri umani.
Tutto sommato, l'identificazione del nemico con chi pensa e chi disegna, fa comodo ad entrambi.

In mezzo a tutto questo, la coscienza comune, che spesso dice: "D'accordo, tu disegni, a me non piace. Fine della storia." Oppure "Faccio un altro disegno in risposta." Cosa che farebbe la delizia di Charlie Hebdo, sono sicura. Sarebbero capaci di pubblicargli le vignette loro, se fossero ben fatte, per quanto sanguinose fossero. Fin quando reggerà questa coscienza? Per ora è stata quella che in Francia ha prevalso (ma non in Inghilterra, dove appunto la copertina di Charlie è stata censurata). Aggiungiamoci le intimidazioni in Danimarca. Lo spazio pubblico e laico sta cendendo all'imposizione del discorso lecito o illecito da parte dell'oscurantismo religioso armato più in fretta di quanto non si pensi. Quanto ci metteremo a pensarla tutti come i giornali inglesi?

Ecco perché non sopporto i maisti della solidarietà quando si tratta di libertà di opinione, di espressione, di laicità. Perché in quello che pare loro un acuto e superiore sottilizzare, spalancano le porte alle peggiori alleanze dell'oppressione. 

Qui c'è un interessantissimo articolo di uno scrittore danese sulla riflessione in atto rispetto agli attentati.

sabato 14 febbraio 2015

Lettera a una persona a cui nessuno parla



Inutile negarlo. Inutile esorcizzarlo. Ci si passa sempre, prima o poi. A tutti potrebbe accadere di ritrovarsi da soli, privati delle proprie coordinate emotive e materiali, e di essere costretti a passare le giornate di festa o di riposo senza voci intorno, senza presenze. Con l’impressione che nessuna premura si manifesti mai. Una cosa, ammettiamolo, abbastanza infernale, che ne siano causa l’indifferenza, l’imbarazzo, gli impegni, l’inevitabile vita di ognuno, o veramente la cattiveria delle persone. Una volta un blogger commentò un post dicendo che lui tentava sempre di rivolgere la parola alle persone, solo per scambiare due parole senza altri fini, lasciare il piccolo segno di una presenza. Così oggi scrivo una lettera a una persona cui sta capitando di passare i giorni di festa senza parlare con nessuno, pur non conoscendola, per indirizzarle una parola io, solo per raccontarle qualche cosa da una città lontana. Una passeggiata. Di quelle piccole cose insignificanti ma piacevoli che ci fanno rimanere nel mondo quando le si accoglie con quella buona creanza verso sé stessi e verso gli altri, quella cura di sé, che spesso ci salva dalla deriva personale, anche nei momenti duri. Oggi  ho scoperto un piccolo angolo tutt’altro che nascosto della città dove al momento (purtroppo solo al momento) abito, cioè Parigi. La quale era un tempo, in alcuni suoi quartieri, un villaggetto di piccole case in mattoni, coi rampicanti e talvolta i pergolati, lastricata da pietre irregolari, poi soffocata dai palazzoni residenziali fine ’800 e dalle ancora più deprimenti torri di cemento del devastatore XX secolo. Per ritrovarne i brandelli sopravvissuti bisogna lasciare i viali ampi, aperti come ferite mai chiuse nel tessuto urbano allo scorrimento dei motori e del traffico, e cogliere con l’occhio l’inizio di piccole strade dalle basse case, con l’aria artigianale di ciò che non è fatto in serie. Aggirando qualche brutta costruzione moderna può capitare di finire in una antica strada di artigiani e ristoranti, dove l’aria è subito del passato, un misto di vivacità e di modestia di condizioni, oggi negate dai grandi palazzoni. A me luoghi del genere fanno subito sentire meglio: comincio a respirare più distesa, mentre il cemento mi dà immediatamente un senso di oppressione. Invece camminare per questa stradina fa pensare che arrivino delle belle sorprese. Come una bottega tutta foderata in legno, con le pareti bianche. E in vetrina un favo. Sì, proprio un favo vero, tutto grondante di miele dalle sue cellette. Vicino un raschietto. Per tagliarne una fetta e portarsela via. In cui affondare le dita mentre le cellette cedono sotto la pressione, e rimane sul dito l’oro trasparente, fluido e profumato da assaporare immediatamente, con la sua aria di fresco e quell’aroma che perde il miele in  vaso. Se poi si entra in questo piccolo scrigno si scoprono cose mitologiche, come l’idromele delle saghe nordiche, quel misterioso liquore che fa sognare tutti i bambini nell’immaginarne il sapore. A lungo ci ho sognato sopra, ora so almeno che è trasparente come acqua. Che sia la bevanda degli Ent? Bisogna che lo assaggi, la prossima volta. Alle mie spalle tutti i mieli del mondo. Non esagero: ci sono mieli di essenze che vengono da tutta la terra o quasi, di agrumi, di fiori selvatici, di piante da frutto, di erbe profumate. Ci sono tanti bastoncini per assaggiarli finché se ne ha voglia. Io ho provato un miele di una qualità di felci che era amarognolo in fondo, ma meno duro del miele di castagno. Una vera sfida per un cuoco. Poi splendidi cilindri di vetro pieni di luce per tirare l’oro su dai barattoli, libretti di bellissima carta che insegnano tutto sul miele, una botticella di aceto al miele da cui servirsi alla spina, macchinari per separare il miele dalla cera, per centrifugarlo, per mettersi su un alveare. Candele dolcissime di cera naturale, profumate. Pare che a Parigi ci siano non si sa quanti alveari e tantissime api. Un fantastico gnomo con la barba bianca, discretissimo in fondo al negozio e presente insieme come sanno essere qui, faceva da guida alle sue piccole meraviglie. Come stupirsi che questa piccola bottega fosse finita nella guida « Les introuvables » di Parigi?  Poco più in là e molti ristoranti in mezzo, una seconda bottega curiosa:  l'Oisivethé, Thé-ricoter. Sala da the e insieme negozio di lana per lavorar a maglia (tricoter). Ora io che sono freddolosissima ero estasiata all’idea di poter mangiare qualcosa in mezzo ai gomitoli! La saletta è piccola e fatta apposta per piacere alle donne che amano starsene un po’tranquille : matasse piene di colori appese alla pareti, unite, mélange, fini, spesse, in merino, lana inglese, lana e seta; thé profumati alle erbe, ai fiori, ai frutti, affumicati. Voglia di aprire subito il coperchio della teiera calda per annusare il fumo che ne esce come una sorpresa. Assaporare un boccone e chiedersi se ci piacerebbe di più sentire il nostro viso sprofondare in una lana rossa oppure di un gioioso color corallo. Vedere signore che scelgono una matassa, sfogliano libri di lavori a mano, la soppesano, la riposano, ne prendono un’altra, e così via. Senza mettersi fretta. Augurarsi di saper fare un maglione e sapere che non ci riusciremmo proprio. Eppure quel mélange sui toni del blu notte, tra il violetto, il nero e il blu che stranamente dà luce al viso e che non avremmo mai saputo immaginare, non è invitante?
Si riparte, per arrivare a un curioso basso edificio in mattoni con le finestre contornate di pietra bianca, al di là della piazzetta con i suoi arbusti e vialetti curati. E’ una piscina pubblica, come a Parigi ce ne sono in tanti quartieri. Questa però è alimentata da un pozzo artesiano. Pura acqua dei bassofondi parigini. Alla fine dell’800 la città aveva cominciato a espandersi sin qui, e rifornirsi tutti di acqua potabile era un problema. Qualcuno aveva lanciato l’idea che scavare un pozzo sarebbe stato facilissimo. L’acqua però giocava a rimpiattino e si lasciò trovare solo a 286 m sottoterra, dopo decenni di scavi interrotti e ripresi. A quel punto il problema era stato risolto altrimenti, e il pozzo sgorgava inutilmente. Finché fu deciso di costruire una piscina cittadina e di usarla anche per scopi medici. Fu qui che venne messo a punto il nuoto come disciplina correttiva.
Acqua e acqua unite: quella pioggerellina incostante del nord decide di mettersi a cadere proprio adesso, pervicacemente, per circa cinque minuti. Giusto il tempo di schizzarsi. Gelo, umido, freddo, nuvole. Il tempo di arrivare alla prossima piazza, di scansare l’orripilante, gigantesco centro commerciale su un lato, di guardare più in là. Un quarto di arcobaleno variopinto scavalca il viale, felice dei suoi colori. E pure gli spettatori a naso in su, mentre tra le nuvole che non mancano mai si apre la sua strada l’azzurro.     

Cara Vivian, o meglio, cara tu che sei dietro a Vivian, lo so che ti scrivo da così lontano da non riuscire nemmeno a farmi sentire. Non importa: ricordiamoci che il mondo è sempre pieno di sorprese, e noi, malgrado tutto, di desideri.