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venerdì 1 luglio 2016

leave? "Razzisti!" ???

Aggiornamento: i collegi elettorali laburisti hanno votato Leave . Chi fosse ancora convinto che il Brexit è stato votato solo dagli elettori dell'UKIP, potrebbe trovare utile l'analisi di un ricercatore dell'università dell'East Anglia, condotta su alcune circoscrizioni elettorali dell'Inghilterra, Galles e Scozia. Sette su dieci tra quelle tenute dai laburisti hanno votato per il Brexit, rispetto ai tre quarti dei collegi conservatori, confermando la distanza di vedute tra le gerarchia del partito schierata per la UE e la sua economia di miseria, e gli elettori a cui quella miseria è stata scientemente imposta dai loro stessi referenti politici. 
En passant sarebbe forse bene ribadire come commenti del voto minimamente affidabili si facciano su dati comparati come questi, forniti dalle circoscrizioni elettorali, non  su sondaggi opinabili pre voto condotti magari su campioni squilibrati. Ad esempio, la famosa contrapposizione generazionale del voto viene da un campione in cui i giovani rappresentano forse un quarto degli intervistati, rivelandosi l'ennesima mistificazione propagandistica. 
Ciò conferma, se ne fosse bisogno, quanto  gli scomposti strilli politico mediatici seguiti dai patemi personali di questi giorni non avessero affatto lo scopo di informare o riflettere sul voto, magari esprimendo legittime preoccupazioni per le sue conseguenze, bensì spargere confusione, incertezza e paura, zittendo qualsiasi tipo di domanda e riflessione sulle possibilità e le opportunità di smantellare anche per altri paesi i legami con l'inferno dei popoli chiamato UE.  Purtroppo, ciò che esce da tutta questa vicenda è che la UE teme più di ogni altra cosa che i suoi cittadini si interroghino sulle scelte politiche che determinano il loro destino; non solo, ma vuole con ogni mezzo rendere loro impossibile farlo.
Ancora più è necessario dubitare, quindi interrogarsi e documentarsi su questi temi.

Desta sempre perplessità come tutti si prenda per oro colato la propaganda dei peggiori arnesi sul Brexit, solo perché strillano più forte, senza mai chiedersi su cosa basino le loro convinzioni. Basta usare la parola "razzisti" e eccoci sull'attenti, ripetendo come 16 milioni di persone siano vecchie, ignoranti e, naturalmente, razziste, perché hanno votato diversamente da come la stampa era pagata per far votare.
Quindi costoro dovrebbero essere privati del diritto di voto. Chi era che diceva che certe decisioni vanno prese "al riparo dal processo elettorale"? e quali erano le decisioni in questione? Quelle che avrebbero portato ai noi poveri la prosperità? o quelle che, allontandoci per un attimo da Albione, hanno distrutto redditi, ricchezza, lavoro, attività economiche, speranza di vita alla nascita! in tutto il continente che avrebbero dovuto proteggere? e chi era che parlava dei vecchi che rubano il futuro ai giovani perché hanno i contributi e la pensione? quelli che hanno voluto la precarizzazione sfrenata del Jobs Act? care persone, certo, altruisti nel midollo.
C'è da fidarsi, altro che quei razzisti dei Britannici, poveri, oltretutto.

Altre fonti di informazione meglio non prenderle in considerazione, costa fatica. "Razzista!" semplifica rassicurantemente le cose, riporta a un quadro noto - è vero che se poi si esce ci sarà il monsone? o mi devo davvero mettere a studiare cosa succederà? io? ma io non ci voglio pensare. Non ci voglio pensare se perdo il lavoro, non ci voglio pensare se ho votato perché mi mettessero la corda al collo mentre gliene offrivo un capo, non ci voglio pensare a leggere cose che non so e mi farebbero sentire ignorante, inferiore e in colpa, mentre posso andare a commentare la partita sui social o a infornare la torta ché è sabato sera. No, "razzista!" offre una pacifica chiave di lettura, evita domande scomode e salva la coscienza dall'indagine e peggio ancora, dalla scelta o dall'azione.
Implica assunzione di responsabilità, oltre il "Ah io non capisco niente" e "Ma se poi capisci stai meglio? No? E allora perché cercare di sapere?". Però poi si crede di sapere, perché ce l'hanno detto tutti, che laggiù son nazionalisti e razzisti e che l'UE è comunque il rimedio migliore per tutti noi.


Oggi lo strumento dell'oppressione dei ricchi contro i poveri sono la UEM e la UE. Piaccia o no, non è Farage. (E Farage votato da 4 milioni di persone non è i 16 milioni e passa che hanno votato Brexit.)
E' la UEM, creata apposta dal grande capitale.
E' la UE a condurre la mistificazione propagandistica del preteso razzismo e populismo di chiunque la metta in discussione.
E' la UE che approfitta di queste etichette come della migliore arma di distrazione di massa per continuare a imporre scelte politiche che, impoverendo la maggior parte della popolazione, alimentano esattamente razzismo e populismo come sfogo al malessere e all'impotenza.
E le anime belle ci cascano pure: si spaventano, si indignano, si ritraggono.
Smettono di ragionare per sussultare pavlovlianamente.

La lotta che conduce è spietata al punto da tagliare le cure e abbreviare la vita. Non c'è molto da discutere, da sperare, da arroccarsi in interstizi di sopravvivenza fino a pochi anni fa concessi dallo stato sociale che oggi, poiché "ce lo chiede l'Europa", non esistono più. O la fermi, la indebolisci, la azzoppi, o la UE ferma tutti noi.

Chi vota leave sta dicendo anzitutto che dentro la UE si vive male.  E si vive male perché il liberismo fa vivere male, come ben sa chi lo subisce vedendosi ridotto il proprio tenore di vita, o come spiegano i sindacalisti dei trasporti, dei panettieri o gli attivisti del Labour che hanno fatto contro il loro partito campagna per il leave.

The rich and powerful overwhelmingly support British membership. The City, the Confederation of British Industry and the Institute of Directors all support the status quo. So do at least two-thirds of large British firms surveyed by the Financial Times last year. A crisis for our rulers can open up a greater space

Loro lo spiegano che il voto puo' leggersi anche rispetto alle zone in cui le regole UE hanno permesso più precarizzazione del lavoro e più privatizzazioni dei servizi pubblici, quindi più miseria, là dove il si' ha stravinto. Ma devono essere razzisti anche loro, giacché lo dicono gli honourable men - pardon human beings. Data la propaganda che miete vittime ovunque, per riuscire a dire anche solo che la UE è la causa per cui si vive male, è necessario provare una rabbia profonda e una fortissima coscienza del proprio disagio e della perdita di ogni speranza.

Inoltre, il Brexit potrebbe dare forza a un dibattito analogo in altri paesi sotto la felice legge UE. Ed è proprio questo che la propaganda del "tutti razzisti, stiamone fuori eh, siam mica scemi noi, noi abbiam capito tutto, fatti loro" vuole a ogni costo impedire: una riflessione consapevole su cause, effetti e necessità di demolizione di questa istituzione di morte. Anche questo sarebbe stupido perdere.

Ah ma il razzismo. Il razzismo non è una tara della mente umana, una colpa da espiare finendo all'inferno, un virus Ebola. Il razzismo è creato dal liberismo che lo alimenta con i suoi meccanismi di esclusione economica e sociale. Il razzismo serve per deviare su falsi bersagli lo sfogo del malessere economico e sociale creato dalle politiche economiche cui i paesi UE sono sottoposti da decenni, tenendo al sicuro e con le mani libere chi quel malessere lo incrementa nella sua azione quotidiana.
Se non lo vogliamo capire, non potremo mai combatterlo.

In tutto il continente i partiti che un tempo si erano proposti inclusione sociale e benessere diffuso si sono candidati da decenni a guidare il processo di immiserimento dei salariati di cui UE e UEM sono stati lo strumento perfetto. Percio' che adesso si votino partiti populisti non merita più scandalo di tanto. Le uniche vie di fuga lasciate aperte alla contestazione di uno stato di cose di miseria e morte di cui si nascondono le cause e cui non si propongono rimedi sono queste.

Ridurre tutto questo a "razzismo", come fosse un perverso piacere dei predestinati alla dannazione, non è solo stupido e supponente: è il migliore FAVORE che si possa fare a chi ci sta distruggendo. Quelli che stanno distruggendo cio' che l'Europa - non la UE che è altra cosa - ha prodotto di più civile: il welfare.

 Chi in Italia ha voluto fare un discorso sincero documentato e lucido sulle scelte di politica economica e i mezzi tecnici usati per applicarle durante la costruzione della Ue e sulle loro ricadute? Sono dieci anni che ogni riflessione in merito è stata zittita, da quando tutti i partiti sono divenuti complici della UE e grazie a cio' han cominciato ad alternarsi al governo.
Meglio deviare ogni dissenso sul razzismo (o sulle adozioni delle coppie omosessuali): chi lo mostra, chi lo contesta e chi resta impastoiato tra i due.
Intanto nei grattacieli si lavora sul serio. Al riparo.

Cominciare a ripensare a questi soggetti proibiti: ecco quel che la propaganda per la quale "sono tutti dei razzisti", una cosa facile e semplice da capire, quindi molto efficace (ma davvero abbiamo chiesto a 16 milioni di britannici se credono nell'inferiorità genetica?) deve a ogni costo impedire. Con successo, bisogna dire.

I buoni propositi della venticinquesima ora

La prossimavoltacominciodallenote, laprossimavoltafiniscosubitolenote, laprossimavoltascrivotuttelenotenegliappunti, laprossimavolta...
ci sarà una prossima volta????????

venerdì 24 giugno 2016

Greatexit!!!



Bravo! Bravo les Britons.
La scritta recita "Tout le monde deteste tourner en rond." Place de la Bastille, 23 juin 2016, dopo una manifestazione contro la loi travail prima proibita e poi autorizzata su un anello di un chilometro sbarrato da griglie antisommossa.

Il mandante di tutte le loi anti-travail del continente, Grecia, Spagna, Portogallo, Italia, Francia è uno solo: la UE.
Il responsabile di anni di distruzione del tessuto economico del continente, grazie a politiche che sostengono unicamente la rendita e l'abbassamento del costo del lavoro, è la UE.

Ah, ma ci ha dato la pace. La pace? La pace dei sepolcri!
Altro che pace: la UE è la guerra continua e inesausta del forte contro il debole, del ricco contro il povero. La UE nasce istituzionalmente per distruggere il welfare e lo dichiara senza infingimenti nel Libro bianco a firma di Jacques Delors, ex presidente della Commissione UE, nel 1991. Subito dopo la caduta del muro, il welfare in questa parte del mondo non serviva più.

Potevamo tornare a morire di miseria, vedi l'abbassamento della speranza di vita alla nascita constatato dall'ISTAT l'ultimo anno dopo tante belle riforme che dovevano salvarci, e di ignoranza come prima. Non so se avete fatto caso al crollo di immatricolazioni nell'università, in un paese che già non aveva un'alta percentuale di laureati, negli ultimi anni.

Qualunque, qualunque cosa spazzi via questa macchina da guerra di odio sociale, questo consapevole e disumano carnefice dei popoli, ben venga.

Il problema è che ha già distrutto troppo. Le Costituzioni reggono ancora,  ma i codici del lavoro no. In Francia il 28 passerà la loi travail. Da noi c'è il mortifero Jobs Act, pacchiano fino nel nome. Tuttavia è dalla resistenza delle Costituzioni, che da noi potrebbe essere garantita da una vittoria al referendum in ottobre, che si potrebbe ripartire per ricostruire un sistema di protezione del lavoro. Come ben sapeva il vicepresidente del MEDEF, la Confindustria francese, il quale dichiarava "Il faut sortir de 1945", le Costituzioni del dopoguerra proteggono il lavoro salariato. Da quel fondamento si potrebbe ripartire per ricostruire sulle macerie. Ma occorre liberarsi dalla sottomissione giuridica e psicologica soprattutto, alla UE, prima che faccia altri danni, completando la sua opera di morte, il suo principale scopo: la distruzione dei diritti del lavoro (e la libera circolazione dei capitali con le speculazioni che si porta dietro, ma questa è altra storia).

P.S.: la questione UE ha messo fine al potere tatcheriano. Di nuovo la questione UE ha causato le dimissioni di Cameron. Non deve portare benissimo ai conservatori. Pare che la regina invece abbia sempre poco apprezzato la UE.

mercoledì 22 giugno 2016

Ritratti

Se dovessi descrivermi.














sabato 11 giugno 2016

Come non erano

Un film strappacore degli anni Settanta, pardon, una commedia romantica USA, sarebbe stato trasmesso alla televisione italiana nei giorni scorsi. Trama: l'incompatibilità di carattere in una coppia dagli stili di vita e dalle idee politiche diverse che si incontra negli anni Trenta e si separa negli anni Cinquanta, attraversando il periodo del maccartismo. Attori protagonisti e regista tre ottimi professionisti, simboli del cinema appena increspato di critica ma che voleva passare per rivoluzionario del periodo. Prodotto adattissimo a sollevare gemiti e rimpianti in chiunque abbia trovato sulla sua strada un irresistibile individuo che comportasse le medesime diversità di quelli del film, rivelatesi impossibili da superare. Naturalmente con un finale consolatorio quanto basta: lei si risposa, vivendo non si sa di cosa perché simili dettagli sono evidentemente secondari al momento di rifarsi una vita da ragazza madre per di più di sinistra sotto il maccartismo, lui passeggia con ragazzotte cui il suo lavoro e la sua posizione sociale fanno più colpo che problemi. Si amano ancora verosimilmente, ma che vuoi farci la vita è così.
Forse questa storia alla fin fine intimista avrebbe dovuto avere tutt'altro significato. Sarebbero state girate diverse scene tagliate alla prima proiezione, cosa abituale nel cinema Usa. Stavolta però sotto i tagli rimane proprio quella che spiega la reale e brutale situazione dell'impossibile convivenza tra i due: data l'attività politica di lei, al marito era stato posto l'aut aut tra lasciarla o perdere il lavoro come sceneggiatore in California. Oppure ovviamente, cambiare lavoro o cambiare paese. Lui aveva scelto, come dire, la carriera?
Personaggio e storia ne escono molto diversi. Conservandone unicamente il sostrato di origine, consapevole fino a un certo punto della differenza sociale e culturale, ma privo della ragione che metteva il protagonista maschile davanti alla scelta definitiva, si crea una romantica commedia sulle "belle cose che finiscono" che possono causare pianti ma non eccessivi, eh, ché domani mattina si lavora, là dove si tentava di parlare di uno dei momenti più oppressivi e bui della recente storia statunitense.
Non male come stratagemma per deviare la tensione e l'attenzione da quanto è determinato da una causa sociale verso la sempiterna tentazione anglosassone delle responsabilità individuali. Certo il protagonista maschile ha la responsabilità di una scelta in entrambi i casi, ma il contesto sociale e politico nella versione originale, rimane presente nella forma più oppressiva e invasiva, e l'individuo del ceto medio alto, che non si ritroverebbe in miseria perché benestante d'origine, palesa un conformismo che grazie ai tagli gli viene risparmiato.
Il film diventa in questo modo una sorta di antenato di un'altra storia che ha fatto versare lacrime e balbettamenti davanti al candore del protagonista, distratto da piume che volteggiano. Anche lì viene rappresentata una sorta di coppia che attraversa i decenni simbolizzando due mentalità che si dividono gli USA. I protagonisti però stavolta vengono dalla piccola borghesia, quindi sono di ceto inferiore rispetto a quelli del primo film. La loro consapevolezza del periodo che attraversano è molto minore; lei anziché un'attivista è piuttosto una sbandata tossicomane. Negli anni Novanta le motivazioni sociali che potevano essere allettanti al botteghino degli anni Settanta sono del tutto scomparse Trionfa la storia dei traumi prettamente individuali, nello stile del pastone visivo e di sceneggiatura del cinema locale, lo stesso che sterminerà anni dopo uno dei più bei testi letterari, ricchissimo di sfumature e dettagli, quello tolkeniano, in una brutta macchina da videoclip.
Ma il taglio ricorda anche una serie di lacrimosissimi e angosciantissimi libri e film in cui il non detto rendeva incomprensibile lo svolgimento del tema dell'incompatibilità di coppia, trattandosi spesso dell'omosessualità del protagonista, nota alla sua cerchia ma non ai lettori o agli spettatori (vedi Il tè nel deserto), la cui repressione avrebbe dato materia di comprensione e di analisi di ben altro peso a tanto deprimente dolore grondante da ogni sillaba.
L'incompatibilità di coppia diventa la più affascinante delle scappatoie davanti alla censura o all'autocensura, alimentando il mito probabilmente inesistente del "non c'è un perché". C'è sempre un perché, più spesso manca il coraggio di assumerlo.
I primi due film sono dei begli spettacoloni, intendiamoci, meglio recitato il primo che il secondo, sono macchine che funzionano nella loro raccolta indifferenziata di situazioni commoventi. Il terzo è una giustapposizione di scene che hanno il solo scopo di favorire lunghe panoramiche di scontri tra mostriciattoli cari al regista e si suppone ai produttori, praticamente assenti nel testo originale.
Ma quello che funziona egregiamente in tutti e tre è il meccanismo di condizionamento dell'immaginario: la scomparsa di ogni complessità dalle storie e dai contesti storici o dalle strutture letterarie e stilistiche alla base delle trame, per farne una rassicurante melassa da cui si esce impiastricciati ma salvi. Soprattutto senza domande: bastano i rimpianti ad occupare la mente,
In ciò adempiono perfettamente alla funzione del cinema hollywoodiano: da questo punto di vista li si può definire ideologicamente dei capolavori.


giovedì 9 giugno 2016

E

oggi c'è il sole! Dopo venti giorni di nubi piogge e nebbie. Si ritorna a respirare. Era apparso domenica pomeriggio, ma nella foschia, e per brevi attimi. Oggi si dichiara in un'aria fresca e netta. Tempo di cambiare abiti.

Con ogni probabilità il 2017/2018 sarà il mio ultimo anno di Francia.
Spero di riuscire a combinare qualcosa da qui ad allora, concludendo quanto intrapreso. Terminando altre cose da tempo trascurate e poi vedendo cosa succede. Sono stordita e non dalla gioia. L'Italia non mi rappresenta più, non ci sono mai stata bene, non l'ho mai amata, non mi piace il modo di vivere, il bercio superbioso e ignorante onnipresente a Roma, la scarsità di servizi pubblici rispetto a quanto ho vissuto qui, la politica culturale dell'ignoranza. Molto dipende da quanto si usano i servizi pubblici nell'opinione che si ha di un paese. La media borghesia che ne profitta poco, magari per vezzo, magari perché nell'evitarli con cura ci vede un mezzo di distinzione sociale (il che la dice lunga su quanto si senta sempre parvenu), ne risente molto meno. Per me scoprire come possono e dovrebbero essere è stato passare da una situazione di perenne irritazione a una di normale vita quotidiana, scoprendo quanto sia faticoso e degradante vivere in condizioni che in Italia si considerano normali o persino fortunate. Cantino gli altri le lodi del nostro sistema, a me stare qui ha ridato la vita. Tranne nel mio paesino trentino d'adozione nella penisola mi trovo sempre a disagio. Ma quello è un altro mondo. Se però come probabile non potrò restare qui, troppe le circostanze avverse in un momento storico senza senso (grazie UE ancora una volta delenda nunc et semper), cercherò di raggiungerlo. Le montagne sono più pulite. Sono più oneste. Non giocano sporco: conosci i rischi, quelli sono, sono concreti e quelli puoi assumere.
Sperando che la UE mi conceda abbastanza per reddito per scaldarmi l'inverno. Quello sì per una freddolosa è un bel problema.

Ma riprendiamo da quel venerdì scorso...

domenica 5 giugno 2016

Sera di festa rigorosamente in lana

Asciutta dall'alto della sua butte, la zona dove abito si festeggia. Così stasera, tirata da un'amica: "C'è un gruppo sudamericano, bossa nova, si va allo stadio" esco senza entusiasmo, pensando che uffa, avrei potuto finire quel libro ché sono in ritardo, tanto i gruppi latini che ho sentito finora in queste situazioni non brillavano per eccellenza. Invece, come nel più classico dei casi, ci ritroviamo, lei che con un filo di cortese impazienza mi rimane accanto in piedi per tutto il concerto, mentre io ballo fino a grondare come mio solito per un paio d'ore, con tanto di fuochi d'artificio alla fine. Finalmente una salsa decente. Tradizionale, un po' jazz, non rap, non disco, non toonz, no, una bella roba seria da bei tempi andati di una volta.  Evviva!
Solo che io sono vestita come in questi giorni è d'obbligo, date le intemperie e la mia freddolosità estrema. Maglione blu in pelo di yak, comprato al Salon de l'agriculture, di Missègle, favolosa

marca di fibre naturali, che cito volentieri perché dovrebbe essere cara a qualsiasi freddolosa e perché me l'hanno praticamente rifatto su misura senza sovrapprezzo, morbidissime calze di cachemire e mohair (idem), gonna di pura lana, stivali imbottiti e cappotto, per fortuna abbandonato sulla staccionata provvidenziale dello stadio. Però tanto sono freddolosissima quando sto ferma, tanto vado immediatamente in ebollizione appena mi muovo. Così, dopo le prime due canzoni, agguanto la mia amica perché mi faccia da paravento e mi spoglio della maglia che porto sotto al maglione. Ballare con gli stivali imbottiti su un prato inzuppato da dieci giorni di pioggia richiede una certa originalità comunque.
Seul bémol come al solito: les hommes. Ma possibilemaichecaspitachequestivadanotuttiaunconcertodimusicadaballoperrestarerigorosamenteimmobili???????
Ecco, quando si dice esseri inutili.  Ecco, a costoro andrebbe fatto un rigoroso corso prematrimoniale: fisiologia femminile, contraccezione e ballo. L'essenziale, insomma. Altrimenti niente nozze.
Ho potuto ahimé constatare che sotto questo aspetto i francesi non sono più entusiasmanti degli italiani. I quali sono un pianto. I Francesi però sono più gentili, come sempre, e più educatamente curiosi. Se non altro quando vedono che ti diverti un mondo a saltellare da sola, ti guardano con un po' di invidia e ammirazione e sorridono. Gli italiani normalmente ti guardano con diffidenza, trombonaggine e con la puzza sotto al naso: non è che questa ADESSO vorrà PURE qualcosa da ME che sono ME, abbiamo capito sì? ho detto addirittura ME!!! Oddioddioddiio....

Decisamente no!
Il cantante dedica l'ultima canzone alla fraternité e alla République...
Ora devo correre a infilarmi sotto una doccia calda, altrimenti rischio la polmonite.
E bonne nuit a tutti i danzatori.