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per gli scribi

Toulouse en érasmienne

sabato 27 settembre 2014

Ewa

Ebrea polacca comunista. Tutti i requisiti per garantirsi una vita facile e tranquilla nella prima metà del XX secolo in Europa, insomma. E infatti le vicissitudini di Ewa, nata nel 1909, erano cominciate presto. Non potendo studiare nel suo paese, era emigrata a Parigi, chiamata da un fratello trasferitosi già da diversi anni. Marie Curie arrivò a Parigi, qualche decennio prima, con una storia analoga.
A Parigi Ewa era entrata in una scuola di chimica, perché allora, si racconta nella sua famiglia, gli ebrei studiavano queste materie  per poter lavorare in tutto il mondo, ovunque fossero stati costretti a spostarsi dalle persecuzioni rifiorenti. L’ultima era stata dichiarata dalla Russia zarista nel 1905 all’incirca e si parva licet, secondo una (mia) ipotesi non verificata, avrebbe alla fine e dopo ben peggiori conseguenze, dato origine al cheese cake. Ma questa è un’altra storia, e per Ewa e la sua famiglia doveva essere stata una ragione di più per allontanarsi da una regione troppo vicina alla Russia e prepararsi a ogni evenienza. A Parigi, le “studentesse polacche” erano famose allora per avere una vita estremamente libera, vale a dire quella che oggi giudicheremmo normale. Lo racconta Eva Curie nella biografia di sua mamma, mentre Simone de Beauvoir scrive che l’espressione “studentessa polacca” era proverbiale per indicare una ragazza che usciva da sola, andava in giro la sera, frequentava ristoranti e bar senza chaperon. Come un essere umano, insomma…
Ewa raccontava incantata le sue serate con i compagni nei caffè della Montagne dove l’acqua si chiedeva al cameriere con un “De l’H2O, svp”, la dimensione di vita collettiva che aveva sperimentato, le passeggiate per la città, le mille libere discussioni, l’effervescenza culturale di una città capitale cosmopolita. Diplomatasi, aveva trovato immediatamente lavoro come direttrice di un laboratorio di chimica farmaceutica presso una ditta francese, il tutto, giova ricordarlo, negli anni Venti del XX secolo. Si era sposata e avevano avuto una bambina.
Poi arrivò la guerra, e soprattutto l’occupazione. Suo marito era lontano, sarebbe ritornato a casa molti anni dopo, avendo fatto il giro del mondo dietro alle vicende belliche. Erano venuti a cercarlo, un giorno. Non l'avevano trovato e se n'erano andati. "Per fortuna", diceva, "erano venuti solo a cercare un comunista. Fosse stato per cercare un ebreo, sarebbero rimasti." Militanti politici entrambi, rischiavano come tali, come ebrei e come abitanti di un paese occupato.  Lei si ritrovava sola, nella Parigi occupata dai nazisti tedeschi, con una bambina di pochi anni. Ewa mandò la bimba in Bretagna nella speranza che si salvasse. A quell’epoca molti ebrei si fecero passare per bretoni, perché i cognomi bretoni somigliano ai cognomi tedeschi. O almeno, nell’impotenza e nella paura, lo si voleva credere, perché i tedeschi ci misero poco a decifrare l’onomastica regionale. Rimase a Parigi. Ma come vivere? Passò quattro anni chiusa nella fabbrica di medicine, con la complicità dei suoi padroni, lavorando alle sue polveri e ai suoi dosaggi chimici, come sempre. Arrivò la Liberazione. E si salvò. Anche la bimba si salvò. Non tutti si salvarono. Diciassette morti nei lager nazisti contò la famiglia, più simpatici danni collaterali ad alcuni sopravvissuti all’Arbeit macht frei e ad altri variamente perseguitati e dispersi.
Nel frattempo Ewa si ritrovò senza documenti. Non era infatti tornata in Polonia, perdendo così la cittadinanza. Divenne apolide, con un documento delle Nazioni Unite che la dichiarava tale. Lei e suo marito, peraltro, erano entrambi convinti comunisti, il che per l’epoca e per il luogo significava senza mezzi termini stalinisti.  Si ricordano confusamente negli annali familiari terribili discussioni con i parenti polacchi venuti in visita quando tentavano di raccontare che non andava poi tutto così bene… e altre terribili discussioni in polacco inframmezzato da yiddish con i parenti emigrati in Israele, con valigie impacchettate di fretta quando il livello di dissenso sulle politiche interne di quel paese aveva raggiunto un punto che rendeva impossibile passare la notte sotto lo stesso tetto, a costo di passarla à la belle étoile…  perché nessuna scelta, al di là di quel che si vuol far credere, avveniva nel consenso generale e fuori da ogni contesto.
Quando andò in pensione Ewa partì per l’Italia dove aveva legami familiari. Allora la conobbi. Aveva già quasi cento anni, ma discutevamo reciprocamente incantate della politica francese negli anni’30, alla vittoria del Fronte popolare, che avrebbe creato in quel paese il welfare oggi così minacciato. Leggeva tre o quattro quotidiani al giorno e faceva disperare le sue badanti perché non compitavano l’italiano abbastanza bene. Ripassavamo la storia e la letteratura d’Europa in due lingue e mezza. Il suo francese era delizioso, con una ricchezza sintattica scomparsa nelle ultime generazioni. Le raccontavo i miei soggiorni francesi e i miei guai con i docenti italiani, cui lei suggeriva rimedi tutt’altro che banali. Mi invitava a cene che si aprivano rigorosamente con il potage, che amavamo entrambe, come le uova che spesso seguivano.  Non amava, salvo negli ultimissimi tempi, esssere toccata. Al bacio di commiato, spiegava, preferiva una stretta di mano. Fu all’origine di alcuni incontri in Francia che mi hanno permesso di continuare a passare lunghi periodi in quel paese. E chissà.

Erano arrivati i suoi 105 anni, e una lettera d’auguri firmata dal sindaco con bell’inchiostro verde.
Lei l’aveva sentita, l'aveva detto, ma nessuno l'aveva presa sul serio: il primo giorno d’autunno è arrivata anche, quasi nel sonno, la morte.
Ma qui ritorna il famoso ebreapolaccacomunista. Sì, all’inizio del nuovo secolo. Perché la sua famiglia avrebbe voluto cremarla, riunendone le ceneri a quelle del marito sepolto in Francia, anche lui cremato. Ma Ewa da apolide vive e apolide muore. E allora “non si può”.

“Non si può”, dicono i servizi cimiteriali romani: “Bisogna chiedere allo stato polacco.”
“Non possiamo, ripetono dall’Ambasciata, la signora non è più cittadina polacca.” Proviamo con la Francia?
 “Non si può, ribadiscono i Francesi, la signora non ha mai avuto la cittadinanza francese.” Bisogna rivolgersi all’autorità che ha emanato il documento da apolide.
“Noi inumiamo domani”, incalzano i servizi cimiteriali. 
“Ma…” 
“Noi inumiamo entro 24 ore.” 
“Stiamo cercando…” 
“Non si può. Noi inumiamo domani.” 
“Vorremmo…”
“Non si può.”


Shake hands, Ewa. Come dicevi tu.

martedì 16 settembre 2014

La zuppa del demonio

Questa favolosa espressione non è, purtroppo, mia, ma di Dino Buzzati. Lo scrittore chiama così la colata d’acciaio in fusione, ribollente nei nuovi altiforni installati nell’Italia contadina degli anni’50 (Il pianeta acciaio, 1964). E forse allude all’ambiguità di quella zuppa che gli operai recentemente inurbati,  installati in prossimità delle ciminiere che oscurano il cielo di fumi, possono versare nei loro piatti con gli stipendi ricevuti dai padroni dei grandi impianti industriali. 

La zuppa del demonio è un documentario di Davide Ferrario che si propone di indagare l’idea di progresso in Italia nella prima metà del Novecento, sino alla crisi petrolifera del 1973. La cosa più bella e interessante è la scelta del materiale di repertorio con cui è costruito, proveniente da vari archivi cinematografici del cinema d'impresa. Spesso sono reportage di scrittori e giornalisti noti, da Buzzati a Zavattini (più l’immancabile Pasolini: una tassa quando si trattano certe tematiche). Il commento del regista è quasi inesistente, poche parole recitate da una voce fuori campo. Tutta l’interpretazione è affidata a una scelta accurata dei materiali e al montaggio.

  Mi piace di questo film l’attenzione a una dimensione troppo assente e spesso falsata nel cinema: quella dei processi e dei luoghi di lavoro e di produzione. Le fabbriche sono indagate nella loro dimensione di strutture fisiche, nel loro inserimento nel contesto geografico e ambientale (la campagna, la spiaggia, la città), nella loro rappresentazione artistica (Dziga Vertov in primis), poi nelle persone che le fanno funzionare. Una delle sequenze più straordinarie, che da sola vale il biglietto, è l’uscita felice e gioiosa degli operai dalle officine di Mirafiori a Torino nel 1911. In splendido bianco e nero li si vede precipitarsi fuori dai cancelli, ma genialmente la macchina da presa non è piazzata davanti al cancello stesso, bensì perpendicolarmente, all’angolo dell’isolato. Alla sirena del mezzogiorno gli uomini corrono fuori ridenti, si precipitano, si abbracciano. Sono in tuta, camicia, cravatta. Poi escono i capetti, i futuri Quarantamila. Sono in completo, portano l’occhialino, la cravatta, la camicia bianca, la paglietta. Sigaretta all’angolo della bocca e sussiego. Ostentano distacco dalla fretta degli altri, camminano piano, in gruppo, e non li guardano mai. Perfetti.
Mussolini chiamato a inaugurare nel 1924 le nuove officine di Mirafiori e la FIAT chiamata a garantire l’assistenza meccanica con camion attrezzati all’uopo all’ARMIR durante l’invasione dell’URSS insieme all’esercito hitleriano. Fin qui la parte più riuscita, mentre il seguito del film, pur presentando materiale molto interessante – sulla pubblicità, l’arrivo dell’informatica e l’automazione della produzione, la costruzione di grandi infrastrutture come le dighe, dove ho creduto quasi di riconoscere le mie montagne, l'estrazione del petrolio, l’Olivetti – rimane troppo muto sulle reazioni che pur cominciano a manifestarsi in conseguenza di quel progresso. Antagonismo della natura, come nel caso della frana del Vajont, antagonismo di chi fa vivere la fabbrica, cioè gli operai, antagonismo di chi vede nello sviluppo industriale non normato la distruzione di ambiente e salute (quanto attuale quest’ultima!), antagonismo tra industrie e nazioni (Mattei). Tutto questo dal film scompare: sembra che le fabbriche, gli operai e i consumatori vivano sospesi in un limbo meccanico che non conosce altro. Ora, certo che di queste tematiche si è parlato molto di più, ma l’eliminarle completamente non giova alla comprensione dello scenario complessivo. Che si conclude con le “domeniche a piedi” del 1973 (“Che pace!” ricordava sempre mio nonno che ci aveva anche girato un filmino in superotto): una battuta d’arresto, peraltro molto temporanea, dovuta a una causa del tutto esterna e sovraordinata eppure, alla fin fine, come nei grandi sviluppi storici, la produzione delle macchine è continuata, vincente, sopra la testa e il pensiero di chiunque vi fosse coinvolto senza possederle. In Italia dagli anni’80 è arrivata la deindustrializzazione, a cominciare da quella avanzata, poi la delocalizzazione. Non sono più gli operai a passare per i giardini delle palazzine di Olivetti ma l’archivista che custodisce e riordina le testimonianze visive di un’epoca.    

La battuta indimenticabile arriva nell’intervista a due operai della FIAT. Domanda: “Avete trovato difficoltà nell’adattarvi al lavoro in fabbrica? Tempi, orari, movimenti, ambiente, controllati, rigidi?”. Risposta di un immigrato meridionale dal viso infantile, grande sorriso sotto i baffi e l’aria di chi la sa lunga: “No. Ti dico perché. E’ che io ho fatto il militare. E qui, faccio come se fossi sempre militare”.
 

Ah, quella sopra non è la zuppa del demonio, ma la mia zuppa estiva di fagioli freschi… o meglio ciò che ne resta, perché si sa, quel che viene al demonio ha anche la proprietà di scomparire quando più gli aggrada. 

domenica 31 agosto 2014

Water is too warm

Lewis è stanco. Così stanco da non riuscire nemmeno a chiudere gli occhioni azzurrissimi e posare la testa per dormire. Si agita negli abiti leggeri e in mezzo a una folla affastellata e stanca. Siamo su un treno che verso le undici di sera che ci riporta a casa dall'aeroporto. Nemmeno il seno della mamma funziona più: del resto sembra grandicello per quello, sfodera già tanti dentini. Finché scopre la manica del mio maglioncino anche lui di ritorno dai 16° dell'Alsazia. Ci passa su la mano con infiniti gridolini, si distrae, ci ritorna, chiacchiera e gioca forsennatamente con le prese del pc del papà. Poi cambia faccia, si gira, avvicina la manina, si strofina ancora e ancora e ride: "Baboo! Baboo!!!". Baboo è un cane, mi spiega il papà, molto morbido, tutto nero come il maglione, il peluche favorito di Lewis. Dopodiché anche lui, il (bellissimo) papà, si avvicna con curiosa circospezione al mio braccio e si elettrizza con soddisfazione, annuendo di approvazione. E così eccomi promossa a Baboo sul campo. I genitori del biondo, rosa, azzurro e paffuto Lewis sono australiani, hanno fatto una vacanza in Croazia, passando sei ore sballottati fra vari aeroporti per riuscire a tornare indietro. Vivono a Doha, dove purtroppo non riesco a capire che lavoro facciano. "Sa", spiegano, a me che farei il bagno nel brodo e in Croazia ho conosciuto alcune delle più profonde frustrazioni da ghiaccio sciolto della mia vita, "siamo andati in Croazia a cercare un po' di mare. Fresco. In Doha water is too warm!".

Conclusione (che non ho fatto in tempo a scrivere prima).
Ecco due favole per te, piccolo ercole biondo e rosa. Che ti portino lontano da questo ammasso di caldo e di cemento e diano il sonno ai tuoi riccioli stanchi.
La prima viene dalle montagne della valle Aurina, una valle remota piena di verde, con un fiume, un castello e dei masi sparsi sui declivi. Rocce e ghiacci le fanno da sfondo. "Le streghe, si sa, hanno un piede fatto come una stella a cinque punte: quando passano a seminare i loro malefizi lasciano la stella come impronta. Ma non sanno che gli uomini hanno imparato a difendersi. Prima dell'arrivo della strega scolpiscono una stella a cinque punte nei luoghi che vogliono proteggere e la strega passa via senza fermarsi convinta di aver già colpito. Per questo sulle culle dei bimbi spesso c'è disegno o l'intaglio di una stella nel legno. Il sortilegio è sconfitto e il piccolo può dormire tranquillo. "
E questa viene dal cielo stellato sulla campagna toscana trapunto di così tante luci da sembrare palpitante, un disegno pieno di vita. Non fitte come sulla North Rim, il cielo più indimenticabile che abbia mai visto, ma lucenti su un fico carico di meraviglie succulente, quattro olivi e un pino a ombrello, con l'odore della terra d'estate.
"Un giorno un bambino molto piccolo era molto molto affamato. Succhiava il latte dalla sua balia, che era speciale come lui. Il suo capezzolo era turgido e pieno come si conviene, ma il suo corpo era coperto di un bellissimo e morbido pelame dorato. Allattava in piedi e lui le scivolava sotto per attaccarsi e mangiare. Aveva un magnifico paio di corna a cui il popo si aggrappava per mettersi dritto, e se non ci riusciva, afferrava anche il pelame dorato. Era infatti una capra, e allattava nascosta in una grotta sui monti di un'isola lontana, nel vasto mare, perché la mamma del bimbo non aveva potuto tenerlo con sé. Ma una notte che era uscita a farlo mangiare sotto il cielo pieno di stelle, il bambino la morse con i dentini che avevano cominciato a spuntare e lei allontanò la mammella. Deluso, il bimbo scoppiò in strilli disperati e tutto il latte che aveva ancora in bocca schizzò fino al cielo. E lì rimase, striandolo di bianco per tutta la volta celeste. E noi che in città siamo diventati ciechi alle stelle, in campagna le ritroviamo, comprese le strisce bianche, che formano un sentiero lungo le praterie delle stelle, e vengono chiamate Via Lattea."
Buona notte, Lewis.

P.S.: la prima leggenda l'ha raccolta la mia mamma in Valle Aurina; la seconda è, ovviamente, rimaneggiata, uno dei miti sulla nascita di Zeus, la capra Amaltea e il monte Ida o
Psiloritis sull'isola di Creta.

giovedì 28 agosto 2014

Il raptus non esiste

"Il raptus non esiste. Neanche la banalità del male. Piuttosto, ci sono persone che arrivano a un punto di rottura con la vita, non riescono più a sopportare la fatica delle relazioni e della quotidianità. Finché, giorno dopo giorno, si trovano in una squallida normalità in cui tutto è lecito, perfino ammazzare qualcuno.
Alla base c’è uno stato depressivo trascurato?
La depressione è una parola contenitore, abusata. Ogni storia è un caso a sé stante. L’uomo aveva la passione delle armi, voleva arruolarsi nell’esercito di Israele ed era pieno di tatuaggi. Sintomi di un pensiero esasperato. Stava elaborando una sua visione del mondo frutto di un malessere. Se però lo fa un jihadista, lo definiamo terrorista. Se lo fa il norvegese che stermina una scuola, è uno schizofrenico. Bisogna stare attenti alle etichette facili. Dietro a gesti del genere, c’è la sofferenza, che si alimenta giorno per giorno finché diventa normale fare del male a sè o agli altri."
Inutile negarlo: per quanto la cronaca nera non sia proprio la mia passione, l'assassinio della colf Oksana Martensciuk et la successiva uccisione dell'assassino Federico Leonelli da parte della polizia, non mi escono di mente. I punti poco chiari sembrano ancora tanti, sia nella dinamica che nelle ragioni delle due morti, così come per la lunga permanenza di Leonelli nella villa.
Ma se pure fosse andata esattamente come si legge, ed è possibile, questa intervista allo psichiatra Giuseppe Dell'Acqua mi sembra la cosa più interessante che sia stata detta in merito; non solo: la trovo applicabile in tanti altri casi, gravi e meno gravi.

"Lei quindi sostiene che la malattia mentale non esiste, ma esistono i problemi che causano disagi, che a volte rimangono senza una soluzione.
È così. Non dobbiamo difenderci dietro lo schermo del disturbo mentale. Siamo sempre in presenza di un’incredibile malessere, di una persona che non si sente parte di questo mondo, che è in cerca di un posto, non si è sentito importante per qualcuno che stimava, con tanti fallimenti e delusioni alle spalle e per cui nessuno ha davvero fatto il tifo."
E' un discorso che non va di moda, perché accettarlo richiede molta onestà - quella di ammettere che il disagio è in ognuno di noi -  e molto coraggio: quello di accettare che il disagio non è qualcosa che dobbiamo difendere, come se fosse la nostra identità più preziosa, ma che dobbiamo saper lasciar andare, voltandogli le spalle e combattendolo, appunto, con onestà e coraggio insieme. Ma anche senza alcun paravento né compromesso. Il disagio è un'autodifesa dal dolore che finisce con il distruggere chi vi si aggrappa.

"Quando è giusto intervenire con lo psicofarmaco? 
Lo psicofarmaco è solo uno strumento. La sua prescrizione deve sempre rientrare in un progetto di recupero più ampio, che prevede un percorso di psicoterapia, di aiuto nella vita quotidiano e sul lavoro. Puntare tutto sulle medicine produce disastri. I medici di base sono addestrati dalle ditte farmaceutiche a prescrivere antidepressivi per i disagi più lievi. Ma è un errore."

E non va di moda anche perché fare questa operazione costa, e oggi si preferisce spendere per spianare le montagne ma non per alleviare le coscienze e ripararne i guasti: lì meglio tagliare, rimbambire di chimica lecita o illecita, sopire con il banale brusio di sottofondo delle macchine e dei consumi, un sospiro dolente e solo che richiede attenzione, lavoro, tempo, fatica, parole. Ma non consumo, non esibizione, non smart.

martedì 26 agosto 2014

Alsace

Sarò banale. Scaloppa di foie gras in padella servita su letto di quetsches (piccole prugnette locali un po' aspre) con bacca di vaniglia (e il primo che afferma "ma tanto la vaniglina in bustine è la stessa cosa" lo spadello pure lui) e coriandolo, condito alla fleur de sel e gocce di olio d'oliva (vero). Del resto l'Alsazia ha una tradizione secolare di importazione di olio e perfino di lavorazione delle olive.
Una volta avevo mangiato del foie gras in padella alle porte della (bellissima) Los Angeles public central Library. Cinque piani di libri, film e cd collegati da una scala mobile! dove si entra senza cancelli. Nessuna soluzione di continuità con la piazza arredata da lunghe fontane a forma di vasche digradanti e fresche che paiono prenderti per mano e condurti direttamente agli scaffali, senza che nessuno ti fermi, ti chieda di esibire niente, metta uno sbarramento. Bellissima, un sogno: la biblioteca aperta accogliente, per tutti: public. Il foie gras? Beh, una sorta di barbecue di foie gras... al sangue, ovvio! No, cattivo non era, il fegato mai può essere cattivo, ma, ah la Vecchia Europa! Ma quante ne sa!
Strasburgo? Poi acqua. Città d'acqua e canali, centro senza automobili e rumori meccanici. A fianco della cattedrale da Pilastri della terra un violoncello suona Lili Marlene. Zampilli crescono e scompaiono. Scacchiere in libero accesso attendono i passanti audaci.
Una città da favola. (Nel centro storico degli happy few, come sempre.)

Le parole per dirlo

Le misure imposte dalla Ue per la riduzione del debito pubblico aumentano la disoccupazione (e ne genera di nuovo -  in Italia dalle misure del salvifico Monti quando era a 107% si è arrivati al 135% odierno, visto che risultato eccezionale, questi tecnici? visto che successo l'austerità, il taglio del welfare e dei diritti del lavoro? Visto che vittoria???).
Qualcosa di ovvio per una parte sempre più ampia di economisti, ma finalmente a dirlo è un ministro dell'economia. Un politico, di quelli che ipnotizzati dal verbo di poche lobby ci stanno gettando nella miseria e nella barbarie senza un'esitazione né un palpito.


Lo dice in Francia colui che è ormai uno degli ex ministri del governo Valls, Arnaud Montebourg. Purtroppo il testo completo delle sue dichiarazioni è sotto copyright su Le Monde del 23 agosto 2014 e non posso riprodurlo. (Sintesi qui e qui.) La Francia sta ristrutturando il governo della presidenza Hollande per la seconda o terza volta: le voci avverse alle politiche di austerità stanno venendo eliminate una dopo l'altra. Hollande sta facendosi il vuoto intorno, da quel lato. Assieme a Montebourg i ministri cruciali dell'istruzione pubblica, della cultura  (che scrive una bella lettera in proposito su solidarietà di governo e responsabilità verso gli elettori e sulle dinamiche interne al PS) e della giustizia lasceranno l'incarico. Eppure sono state proprio quelle politiche a portare il PS a un risultato disastroso alle elezioni europee, ricordano i ministri dimissionari. Il presidente socialista si sta preparando ai governi di coalizione, estrema difesa delle politiche di austerità? A cedere definitivamente a un'organizzazione dei rapporti sociali che ci riporteranno indietro di un secolo e mezzo, azzerando il welfare e la classe media, a cui l'Europa deve il più civile periodo della sua vita, anzi la sua stessa nascita?  Però almeno, prima di essere espulsi per continuare a gettarsi nel gorgo cieco e assassino della UE e dei suoi cantori, parlano. Qui da noi non va di moda. A partire dal farsi espellere...

lunedì 11 agosto 2014

Se sui treni non c'è la classe legislative

Executive: cioè bello e buono? No, a mio parere, cominciando dall'insito orrore che mi fa da sempre e per sempre il gergo anglofilo aziendalista.

" Ma, ora si tratta di costituzionalizzare la sudditanza: dal libero Parlamento della vecchia e stantia tradizione democratica, al libero Governo dell’epoca in cui “executive” è sinonimo di successo (anche sui treni ad alta velocità, dove non c’è una classe “legislative”)."

Oggi copio un post, da qui  .

La Costituzione e il governo stile executive (GUSTAVO ZAGREBELSKY).

DEL Senato della nuova era, tutto il dicibile è stato detto e ridetto. Ora non si tratta più d’idee, ma di numeri, di patti misteriosi che “tengono” o “non tengono”, di “aperture” o “chiusure”, cioè di strategie politiche. Interessa, invece, lo sfondo: ciò che crediamo di comprendere della nostra crisi e delle sue forme. Che valore hanno il tanto pervicace impegno per “le riforme” costituzionali e l’altrettanto pervicace impegno contro? Pro e contra, innovatori e conservatori. I pro accusano i contra di non voler assumersi le responsabilità del cambiamento che il momento richiede e di difendere rendite di posizione dissimulandole come difesa della Costituzione. I contra, a loro volta, accusano i pro di coltivare la vacua ideologia del nuovo e del fare a ogni costo, in realtà servendo interessi ai quali ostica è la democrazia. Le ragioni della divisione sono profonde, spiegano l’asprezza del contrasto e giustificano le preoccupazioni.
LE costituzioni sono al servizio della legittimità della politica e una costituzione illegittima non può che produrre politiche a loro volta illegittime. Ma, la legittimità divisa è un concetto contraddittorio che porta in sé la radice della dissoluzione. La funzione delle costituzioni è conferire accettazione diffusa alle istituzioni e alle politiche che su di esse si fondano. La Costituzione che nascerà dalle condizioni presenti — se nascerà — sarà figlia di una legittimazione dimezzata e svolgerà solo a metà la sua funzione legittimante e, per l’altra metà, svolgerà una funzione delegittimante. Lo stesso è per la Costituzione ora vigente ma contestata — se sarà questa a sopravvivere ai riformatori —. In ogni caso, possiamo aspettarci un periodo di vita politica instabile e “de-costituzionalizzata”, cioè determinata più dai rapporti di forza e dalle convenienze che non dal rispetto d’un patrimonio di principi e regole del vivere comune. In parte è già così. Il processo è in corso da tempo. Ciò che una volta avrebbe creato scandalo, oggi è quasi generalmente accettato. Che cosa, se non questo, significano i discorsi circa la “costituzione materiale” o “di fatto” che si è sovrapposta a quella ufficialmente in vigore, o circa lo “stato d’eccezione” che giustifica spostamenti negli equilibri tra i diversi poteri e rende accetto, quasi senza battere ciglio, che un parlamento eletto incostituzionalmente metta mano, addirittura, alla modifica della Costituzione? Sono state create le condizioni del regno della necessità, dove, di fatto, si afferma la forza, e la debolezza soccombe senza lo scudo del diritto. L’incostituzionalità, oggi, è routine.
Latente, c’è un conflitto profondo che si manifesta per ora su singoli punti, importanti ma secondari. Il declassamento del Senato è uno di questi. 

Il disegno generale che unifica i punti sparsi s’è mostrato, inaspettatamente, durante il dibattito sulla riforma, quando una senatrice della maggioranza, per invitare l’opposizione a “volare alto” e a non perdersi nei dettagli, ha chiarito il punto: si tratta, secondo noi (noi, i riformatori), di un passo necessario per giungere a rovesciare il rapporto tra il Parlamento e il Governo e fare del primo l’esecutore fedele delle decisioni del secondo. 
[Ricordiamo sommessamente che l'equilibrio dei poteri legislativo, esecutivo e giudiziario era quanto auspicato da Montesquieu nel XVIII secolo, tempo di illuminismo, per uscire dal dispotismo tirannico delle monarchie, oggi si direbbe dalla dittatura. Cioè rappresenta il fondamento di qualsiasi stato vagamente democratico. Robetta, eh, al confronto dell'efficientismo dei nostri moderni riformatori da spazzatura.]
Non che, da tempo, non sia in atto la tendenza a ridurre le Camere a registratori di decisioni dell’esecutivo. 
[Infatti: lo volevano il Piano di rinascita democratica di Licio Gelli e poi il "decisionismo" di un sant'uomo chiamato Bettino Craxi, principale rappresentante in politica degli interessi dell'attuale leader di uno dei partiti di governo. Sant'uomo al cui funerale da latitante, ricordiamolo, era presente lo stato maggiore del partito da cui proviene l'attuale riformatore in capo. Molti di quei dolenti, peraltro, ricoprivano all'epoca cariche istituzionali di alto livello.] 
Ma, ora si tratta di costituzionalizzare la sudditanza: dal libero Parlamento della vecchia e stantia tradizione democratica, al libero Governo dell’epoca in cui “executive” è sinonimo di successo (anche sui treni ad alta velocità, dove non c’è una classe “legislative”). Ricordiamo un presidente del Consiglio dire, qualche tempo fa, essere venuto il momento, per gli esecutivi, di “educare” i parlamenti.
[Il presidente in questione è tal salvatore della patria Mario Monti. Ricordiamolo artefice con un suo omonimo della splendida misura per cui gli Stati UE affidano alla BCE denaro PUBBLICO, che viene cioè dalle tasse di quei pochi italiani che ancora le pagano, perché tal banca le giri a banche private al tasso dell'1% e le medesime banche rigirino a loro volta il medesimo pubblico denaro agli Stati da cui proviene, ma stavolta al tasso del 3-4%. Ora, tale lungimirante misura mira o può forse ridurre quel debito pubblico di cui tanti benpensanti amano dire che è foriero di ogni male delle nostre economie? O non è il drenaggio, anzi il furto infinito di soldi PUBBLICI verso i profitti privati di pochi e di speculatori?]
Se questo è l’obiettivo, si tratta non di riforma ma di capovolgimento della Costituzione. La legge elettorale che “la sera stessa delle elezioni” deve incoronare il capo del Governo, oggi anche capo del “suo” partito, nella carenza di garanzie e contrappesi istituzionali e di democrazia interna ai partiti, e nell’abbondanza, invece, di corse e rincorse al conformismo; l’elezione di nominati; gli sbarramenti vari, molto alti: tutto ciò concorre all’obiettivo. La maggioranza deve essere prona, l’opposizione spuntata, le Camere sotto la sferza come vecchi ronzini ai quali si detta addirittura l’andatura (il “timing”) e il percorso (la “road map”). Il presidente del Consiglio usa un linguaggio sprezzante nei confronti di chi non ci sta (“ce ne faremo una ragione”; “asfalteremo”; “piaccia o non piaccia”, “porteremo a casa”, ecc.).
["Noi tireremo dritto"...]
 La qualità del linguaggio è un segno spesso più eloquente di tanti discorsi programmatici. È la soglia dalla quale ci si può affacciare per vedere senza schermi l’animo altrui. Il ministro per le riforme, a completamento dei segnali rivolti a chi deve intendere, ha ammesso che, in un secondo momento si aprirà la questione del presidenzialismo, che da tempo cova sotto la cenere.
Esiste allora un problema di democrazia? Non ci si crede, perché è difficile prendere sul serio queste pulsioni, incarnate nell’attuale compagine di governo che, attraverso il suo capo, si sforza visibilmente d’apparire accattivante. Ma, le regole costituzionali sono fatte per valere nel tempo. Possiamo sapere chi verrà dopo? E che dire se queste tendenze si saldassero a interessi e disegni di pochi potenti, a danno dei molti impotenti?
I nostri riformatori che così parlano e agiscono, ne siano consapevoli o no, potranno essere un giorno ascritti alla storia dell’antiparlamentarismo, una lunga e nefasta storia iniziata negli ultimi decenni dell’Ottocento e proseguita nel tempo della Repubblica. Già subito, nel 1948, dopo le elezioni del 18 aprile, si sostenne, quattro mesi dopo la sua entrata in vigore, che la Costituzione era morta e sepolta sotto la valanga di voti che aveva consegnato il Paese alla Dc. La Costituzione “consociativa”, avente cioè nel Parlamento il suo luogo d’elezione, era superata — si disse — da una costituzione materiale il cui fulcro era il governo e il suo partito. De Gasperi, com’è noto, non aderì, anche perché non considerò mai la Dc partito “suo”, nel senso odierno. La “legge truffa” (poca cosa rispetto a certe attuali proposte in materia elettorale) fallì. Le maggioranze furono di coalizione, le coalizioni avevano il loro fulcro in Parlamento e la Costituzione resse all’urto. Da allora, però, non si è cessato d’immaginare, progettare e perfino tramare contro l’odiato consociativismo, attribuito come peccato originale a una Costituzione che, in verità, è soltanto un’onesta, per quanto sempre perfettibile, costituzione non di una oligarchia ma della democrazia pluralista. Sotto la pressione delle crisi che viviamo, quelle proposte sono ritornate d’attualità, rivestendosi — ora come allora — di efficientismo e di colore patriottico, “nazionale”. La vocazione totalizzante è una caratteristica comune a tutte le forme di antiparlamentarismo, una vocazione lampante quando il capo d’un partito vuole essere l’incarnazione del “partito degli italiani” (versione Berlusconi) o del “partito della nazione” (versione Renzi).
L’antiparlamentarismo ha le sue ragioni: la corruzione, l’affarismo, l’opportunismo, l’inefficienza, la paralisi decisionale, l’incompetenza, il “cretinismo parlamentare” (Marx-Engels, 1852), i “ludi cartacei” (Mussolini, 1926). Chi potrebbe negarle e chi non saprebbe aggiungerne altre? La storia è antica, ma l’illusione di un governo dalle mani libere e perciò stesso benefico, altrettanto. In una società segnata da tante profonde fratture, la nostra, possono bastare l’attivismo, il giovanilismo, il futurismo ottimistico sempre ostentato e regolarmente smentito, gli annunci e le promesse quasi sempre rimangiate, il nascondimento delle prove che ci dobbiamo preparare ad affrontare? Quale natura dimostrerebbe a breve il preteso governo dalle mani libere? O un qualche populismo o un qualche autoritarismo, oppure l’uno e l’altro insieme. Inevitabilmente, ciò sarebbe la dissimulazione del vero volto di un potere che lo sostiene da dietro le quinte: il volto di un’oligarchia oggi nobilitata dall’avallo europeo (“ce lo chiede l’Europa”, ma quale tra le diverse, possibili Europe?).
[Appunto: quella che può volentieri affidare a un ceto politico corrotto e ignorante l'applicazione di misure destinate a portare miseria ai popoli di mezz'Europa, per deviare risorse verso la speculazione e quel che rimane della grande industria, aumentando la disuguaglianza sociale. Non più solo a scapito dei ceti salariati, ma anche di quelle fasce di professionisti o di piccoli imprenditori che vivevano grazie alle possibilità di consumo di una piccola e media borghesia oggi ridotta a dover coprire con il proprio reddito, anche grazie ai tagli dei servizi sociali perché "alimentano il debito pubblico, OVVOVE!!!", le sole spese essenziali: affitto, cure, bollette, trasporti, istruzione.]
Ancora una volta, pare d’essere di fronte all’eterno dilemma: oligarchia dalle maniere sbrigative o democrazia dall’andatura pesante. Coloro i quali, nonostante tutto, preferiscono vivere nella seconda, devono assumersene responsabilmente il peso, sapendo che gli egoismi di parte, l’indisponibilità ai compromessi, il frazionismo infinito non fanno che portare acqua al mulino dei loro nemici; che la corruzione dilagante è un’alleata preziosa d’un senso comune che invoca le maniere spicce, e che solo nella politica della giustizia sociale e dell’uguaglianza — ciò che la Costituzione chiama “solidarietà” — si trovano gli antidoti alla chiusura oligarchica del potere.
Da La Repubblica del 06/08/2014.