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Toulouse en érasmienne

venerdì 22 maggio 2020

L’attesa, la crainte

Aggiornamento: deviazione sull’autostrada. Tutto bene.
Fiuuuuuuuuu. Evviva.

E dopo che “la vie reprend” e non la tragedia non era più al centro dei nostri pensieri, ecco un appuntamento mancato, il silenzio, tutti i telefoni squillano a vuoto tra le frontiere. E dopo aver tentato tutti i mezzi di comunicazione possibili, non resta che attendere ché magari non è niente, solo un equivoco sull’ora e il come, solo un contrattempo, solo che non sarà niente perché questo legame proprio è di quei tre o quattro che non si possono perdere né sciogliere, non adesso, non in un momento come questo, quando c’è ancora tanto da sistemare.
Ascolti la voce nota, rassicurante, gentile e salda, tranquilla, sorridente e soignée e ti dici che no, non può averti lasciato così. Poi ti passano davanti agli occhi tutte le scene brutali degli ospedali che hai avuto la fortuna di vedere solo dal di fuori, immagini il peggio, non hai più strade per informarti. Pensi se in questo stesso momento quella voce e quel respiro stanno agonizzando e soffocando, pensi tutto l’orribile orrore per sperare di sbagliarti, ma non sai.
E attendi, sperando di avere solo sbagliato tu, o che dall’altro lato ci sia stato un problema del tutto esterno. Ma non il virus, no, il virus no, no no no.
Fase 2 sicura? Un accidenti.
Attendo, sperando di sapere.

domenica 3 maggio 2020

L’ultimo giorno senza smog

I monti azzurri che non avevo mai visto in dodici anni:

Quelli che apparivano sempre grigi in lontananza,


Terrazzi ridivenuti luoghi di conversazione:



L’orizzonte:

L’azzurro tenero dei giorni d’aprile:


La prima e sola spesa voluttuaria che desiderassi: fiori per il vaso fatto a mano venuto di Francia.

Per fortuna non sono fra coloro che torneranno domani in ufficio: oltre ai motivi che dicevo nei post precedenti, il mio luogo di lavoro, per mancanza di manutenzione e igiene approssimativa e tipo di frequentazione non è affatto tale da sentirvisi sicuri. Perché non fanno la manutenzione? Per risparmiare un paio di migliaia di euro. Fatto sta che è impossibile arieggiare, era un problema anche prima, a maggior ragione adesso.

C’è forse da sperare che si cambi andazzo adesso? No, certo. La cosa più probabile è che ci concedano graziosamente di restare a casa finché non passa la paura. Per poi farci tornare nella stessa identica fatiscenza di prima. Finché ad ottobre tutto ricomincerà.
ODIO LAVORARE IN QUESTE CONDIZIONI, ODIO QUESTA SPILORCERIA MESCHINA che toglie prima ancora che la sicurezza la dignità a noi, al luogo, al servizio che diamo.
Lo odio.








sabato 25 aprile 2020

Appunti sul MES: o dell’utilità di leggersi le norme (in corso)

Aggiornamento:
In fondo
Post a puntate, aggiornato di volta in volta.
Ringraziando le amiche di blog per i loro apprezzamenti culinari, dato che commentare è sempre complicato, passo a argomenti meno palatabili, ma certo più influenti sulle nostre vite.

Cosa è il MES? È un fondo finanziario, cioè un luogo dove si accantona qualcosa, in particolare somme di denaro. Un fondo simile è l’FMI, nato per aiutare i paesi in crisi da bilancia dei pagamenti (cioè che importano molto più di quanto esportano, magari per meccanismi spiegati qui e che sarebbero all’origine anche della crisi della zona euro).
Il MES è uno strumento che nasce e agisce solo all’interno della zona euro o dei paesi che lo adotteranno. Apparentemente fuori non ne hanno bisogno. Eppure il COVID pare non sia molto attento alle unioni monetarie quando deve chiedere un tributo mortale.
Misteri.

Non si tratta di un mero accordo intergovernativo; la sua istituzione è prevista dall’art. 136 paragrafo 3 del Trattato sul funzionamento dell’UE (TFUE), modificato con la decisione 2011/199 del 25/3/2011. Il paragrafo introdotto prevede la possibilità per gli stati dell’euro zona di istituire un « meccanismo di stabilità da attivare ove indispensabile per salvaguardare la stabilità della zona euro nel suo insieme. La concessione di qualsiasi assistenza finanziaria necessaria nell’ambito del meccanismo sarà soggetta a una rigorosa condizionalità » (traduzione maccheronica di « condizioni stringenti »).
Il nuovo paragrafo ha una sua storia che viene ricostruita nella parte introduttiva della decisione, articolata per punti e chiamata « considerando ». Al considerando 3 si racconta come il 28-29 ottobre 2010 nella riunione del Consiglio UE, organismo composto dai presidenti del consiglio dei paesi UE, più quelli di Commissione Ue e Consiglio UE, si convenne di istituire un meccanismo permanente di gestione delle crisi per assicurare la stabilità della zona euro, di cui intrinsecamente si ammettevano così le profonde debolezze. Altri precedenti meccanismi erano stati attivati dopo il 2008 e i vari paesi membri, Italia inclusa, vi avevano contribuito con decine di miliardi di euro: si trattava di renderli permanenti, giacché la crisi non accennava a placarsi e l’eurozona stava a cuore ai potenti, cioè rendeva al loro portafogli. In conseguenza dell’accordo di ottobre il Belgio chiese una modifica che inserisse nei trattati fondamentali della UE la necessità di sottomettere ogni assistenza finanziaria prevista a « condizioni rigorose ».
Tale paragrafo del TFUE fu regolarmente approvato e è tuttora in vigore, né si ha notizia di iniziative per abrogarlo o modificarlo.

Curiosità: se andate a consultare il TFUE nella cosiddetta « versione consolidata » il paragrafo in questione non ce lo trovate. Eppure esso è stato recepito anche in Italia, come mostra la pubblicazione sulla Gazzetta ufficiale della legge 23/7/2012 n. 115.

Altri articoli del TFUE vanno nella stessa direzione. Il 122 precisa la necessità di condizioni per assistenza finanziaria, il 124 vieta l’accesso privilegiato a istituzioni finanziarie da parte degli stati.

Non esiste quindi un « MES senza condizioni », come proclamano sui vari media personaggi di varia natura.
E nemmeno potrebbe esistere, perché...

...Oltre alle norme UE, anche la giurisprudenza della Corte di giustizia UE conferma la necessità delle « rigorose condizioni » per l’utilizzo del MES, nella sentenza della causa Pringle. Il signor Pringle aveva presentato un ricorso contro la legittimità del MES rispetto al diritto UE per diversi motivi. Uno è il divieto in diversi articoli del TFUE che esamineremo più tardi (dal 122 al 126) al finanziamento degli stati. Gli stati devono secondo la UE finanziarsi solo andando a chiedere soldi ai grandi fondi di investimento privati, cioè ai cosiddetti « mercati » e pagare il prezzo da essi stabilito.  Secondo Pringle il MES avrebbe violato il divieto di finanziamento.

La Corte di giustizia ribadisce quasi ossessivamente nella sua decisione del 27/11/2012 che è proprio e solo la « rigorosa condizionalità » - e dàgli - prescritta dall’art 136 p. 3 a garantire il rispetto del diritto della UE pur nella decisione di istituire un mezzo di aiuto agli stati (punti 92-147). Ad esempio ai numeri 69, 11, 136, 137, 143, richiamando inoltre l’art. 125 del TFUE sulla necessità di uno « stimolo » a « politica di bilancio virtuosa ». Cosa c’entri mai la virtù col bilancio non lo spiega.

Il Trattato istitutivo del MES del 2/12/2012 ribadisce più volte la necessità di condizioni per il proprio intervento: nei considerando al n. 6 per esempio, negli art. 3, 12 (che fissa addirittura i « principi » del MES) al paragrafo 1, nei sette paragrafi dell’art. 13 che illustra la procedura per ottenere l’ « aiuto » del MES. Sono previsti due tipi di credito: quello precauzionale e quello a condizioni rafforzate, detto anche ECCL (art. 12 par 1, art 14 par 1).

Il 9 aprile 2020 si svolge una riunione dell’Eurogruppo. L’Eurogruppo è composto dai ministri delle finanze della zona euro (e dàgli) che si riuniscono in modo informale senza che vengano tenuti verbali. Non ha funzione legislativa né consultiva, sono, o meglio dovrebbero essere, dei pour parler.
Al termine della riunione il presidente, il portoghese Centeno, emette un comunicato stampa in cui si elencano gli strumenti da utilizzare contro l’epidemia. Al punto 16 si trova citato il MES nella formulazione « ECCL », quello con condizioni rafforzate, appunto.

Non c’è male per essere « senza condizioni ».
 Più sotto si legge: « il solo requisito per accedere al credito » è l’impegno a spenderlo per la spesa sanitaria. Di lì derivano le affermazioni di media, politici e, cosa che preoccupa più di tutte, economisti o laureati in economia, che il prestito sarebbe senza le famose condizioni tranne la destinazione d’uso. Ma le « condizioni » capestro del MES nel Trattato sono designate non dall’espressione « requisiti per accedere » tradotto semplicisticamente e in maniera alquanto imprecisa con « non ci sono condizioni », bensì « strict conditionality » « conditionality attached to the  financial assistance facility » (art. 12 e 13 del Trattato).

Nel Trattato, dove si descrive la procedura per la concessione del sostegno, art. 13 par 1 e 2, il « requirement to access » evocato dal comunicato stampa, è momento e cosa diversa e preliminare al processo che definisce le « condizioni » - come si è visto passo necessario a norma di TFUE e CGUE, e recepite nell’art 12 che definisce « i principi » del MES - cui ricevere il credito (art. 14, par. 2 e 3).

 Condizioni che verranno invece precisate nei « protocolli di intesa » i famosi memorandum che sbranano la Grecia (art. 13 par 3). I protocolli vanno concordati solo dopo aver presentato domanda di ricorso al MES e dopo che il MES ha verificato l’ammissibilità della domanda stessa (ai sensi del par 1 lett. a e b: esistenza della situazione di crisi e sostenibilità del debito pubblico). Sono redatti dalla Commissione, dalla BCE e « ove possibile » dal FMI concordandoli con il paese richiedente (art 13, par 3-6 e art. 12 par 1, quello dei « Principi »).
Sì proprio quella coserellina chiamata « la troïka », coordinamento informale delle istituzioni di cui sopra.
Anche qui, non si ha traccia di modifiche al trattato.
Non c’è male, per essere « senza condizioni ».

I « Principi » dell’art. 12 prevedono appunto condizioni rigorose, commisurate al programma scelto, che possono andare da « correzioni macroeconomiche »=tagli&tasse, a condizioni di ammissibilità predefinite, come quelle enunciate dall’art. 13.
A ribadire il tutto, nell’ultimo capoverso del paragrafo 3 art 13, dopo avere descritto in dettaglio la procedura del protocollo di intesa, il Trattato MES ribadisce a mo’ di sunto dei principi che lo guidano: « Il protocollo di intesa è pienamente conforme alle misure di coordinamento delle politiche economiche previste dal TFUE, in particolare a qualsiasi atto legislativo dell’UE, compresi pareri, avvertimenti, raccomandazioni o decisioni indirizzate al membro del MES interessato ».
Vale a dire ancora una volta a tutte quelle condizioni e divieti in merito al finanziamento degli stati che si leggono dal TFUE in giù.
La chiara menzione del credito a condizioni rafforzate (ECCL) nel punto 16 del comunicato stampa indica che, a dispetto di qualsiasi « requirement to access» legato alla spesa sanitaria, le « conditions » ci saranno e ci saranno nella loro forma più stringente (art. 14 par. 1).
Postilla: l’Italia contribuisce con gli altri paesi alla formazione del capitale del MES, come ha contribuito agli analoghi fondi che lo hanno preceduto. Per l’esattezza, nell’allegato 1 del Trattato si precisa che il suo contributo è del 17,79%, cioè il terzo in ordine di grandezza dopo Germania e Francia, con un milione duecentocinquantatremila quote e con una sottoscrizione di 125.395.900.000. Tanto per fare un paragone, i Paesi Bassi partecipano con il 5,67% (Allegato 2).

Aggiornamento:
Apparentemente nei documenti preparatori del « nuovo MES » che risalirebbero al mese scorso, si faceva riferimento a due tipi di credito, quello a condizioni rinforzate contro la crisi da pandemia (che diventerà le ECCL del p. 16 del comunicato stampa prima riportato) e un inedito Strumento rapido di finanziamento di cui si sono in seguito perse le tracce. Per entrambi si elencano quattro elementi: le finalità, l’ampiezza, l’ammissibilità E le condizioni, conformemente del resto a quanto prescritto dall’art. 13 par 1-3 del Trattato istitutivo MES.
 Anche in questa bozza le « finalità », tra le quali rientrerebbe l’obbligo di utilizzare il prestito solo per spese sanitarie, esattamente come indicato dal comunicato del 9 aprile al punto 16, sono chiaramente distinte da un punto di vista formale e di impaginazione dalle « condizioni » cui il prestito, una volta verificata l’ammissibilità del paese, verrebbe poi sottomesso prima di essere erogato. Il tutto giova ripeterlo, in perfetta ottemperanza a quanto i trattati prescrivono, seguendo alla lettera i passi in essi descritti.  
Entrambi i tipi di credito prevedono condizioni che non si limitano a quelle riportate tra le « finalità », e benché non ci fossero dubbi, questo è importante per via di un punto su cui torneremo domani.
Nel primo caso queste condizioni prevedono: 
« I membri si impegnano a utilizzare il credito del MES per sostenere il finanziamento nazionale del sistema sanitario e i costi economici sostenuti per rispondere alla crisi del Coronavirus. In aggiunta, saranno richiesti il rispetto delle regole di bilancio e del semestre UE, inclusa qualsiasi flessibilità applicata dalle istituzioni UE. »
Nel secondo caso:
« Il sostegno del MES può essere utilizzato unicamente per finanziare la sanità e il costo economico dell’emergenza. In più, bisognerebbe che fosse garantito il rispetto delle regole di bilancio UE e del semestre europeo, inclusa qualsiasi flessibilità applicata dalle istituzioni UE competenti. » Queste misure andranno ulteriormente specificate.

Quindi: l’idea che il MES in questa occasione sia mai stato senza condizioni, come affermato da vari personaggi pubblici, è insostenibile; almeno, nessun documento anche vagamente istituzionale reso in qualche modo pubblico che abbia trovato la riporta. Al contrario, solo la traduzione ardita di un passo che data la delicatezza del suo contesto avrebbe forse meritato maggiore precisione, utilizzando il sostantivo « condizione » per « requirement », scelta in italiano appropriata ma potenzialmente ambigua in un contesto in cui « condizione » sta a significare un preciso complesso di contenuti e procedure, può avere dato l’illusione che ciò che esprimeva un primo requisito di accesso al programma (eligibility/requirement) racchiudesse in sé anche tutte le condizioni cui adempiere, o sottomettersi, una volta entrati nel programma di cui sopra.
Aggiornamento dell’aggiornamento: apparentemente esisterebbe un parere dell’ufficio legale della Ue che affermerebbe che la sola condizione è quella di uso. Non sono riuscita a trovarlo; non so quale valore interpretativo avrebbe, rispetto per esempio alla CGUE e ai principi dei trattati, dato che interpreterebbe oltretutto a qualcosa che ufficialmente non esiste. Parrebbe normale che un progetto legislativo richieda pareri agli uffici competenti, ciò non vuol dire che il parere esaurisca tutte le possibilità della proposta politica.
Di certo però non si può dire che il MES sia un soggetto noioso!
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Il 17/4/2020, cioè due giorni dopo che il governo italiano non andò a ricevere un mandato dal Parlamento sul MES malgrado sia previsto dalla legge 234/2012 (legge Moavero), il presidente dell’Eurogruppo invia una lettera ai membri in cui riassume la riunione del 9/4, evocando « 3 reti di sicurezza per lavoratori, imprenditori e stati » davanti alla crisi provocata dall’epidemia di COVID. Per gli stati eurozona la rete si chiama anche « pandemic crisis support ».
Si tratta della medesima espressione utilizzata per evocare il MES nel paragrafo 16 del comunicato stampa di nove giorni prima. Centeno conclude la sua lettera dicendo che l’eurogruppo continuerà a lavorare: porteranno avanti le « proposte legislative » auspicate dal presidente del Consiglio UE Michel che li aveva incaricati nel Consiglio precedente di avanzare proposte per affrontare la crisi pandemica.

Benché né l’eurogruppo né il Consiglio UE abbiano potere legislativo, il ricorso al MES nella forma delle condizioni rafforzate come mezzo di intervento nella crisi causata dall’epidemia COVID si avvia a diventare norma UE.

...segue domani

Che è oggi... 

Il 21 aprile il presidente del consiglio UE Michel invia la lettera di invito alla riunione del Consiglio di giovedì 23. Nella lettera si trovano riportate le stesse espressioni, ma in ordine inverso, il che ne sottolinea forse la differente importanza: « On 9 april the Eurogroup agreed on a package... with three important safety nets for sovereigns, for private companies and for the protection of employement. We should  give the go-ahead to these important initiatives and insist on them becoming available as quick as possible. The aim should be for these three safety nets to be in place and operational bu 1 June ».  Al termine della riunione il cui sunto si trova qui il presidente Michel afferma nelle sue conclusioni di « approvare l’accordo sulle tre importanti reti di sicurezza » elaborato dall’Eurogruppo e affida alla Commissione il compito di definire le necessità.

Ci si rivede il 6 maggio, perché il 5 la Corte costituzionale tedesca non festeggerà la morte di un vecchio nemico, ma si pronuncerà sulla compatibilità con l’ordinamento tedesco dell’allentamento monetario, il QE, il programma di riacquisto titoli pubblici e in parte privati della BCE in caso le rivendite troppo massicce da parte degli acquirenti precedenti provocassero crisi forti, in primo luogo l’aumento della differenza dei tassi di interesse tra paesi dell’euro zona, lo spread. Ovviamente bisogna vedere se la Germania, o meglio qualche sanissima e virtuosissima banchetta tetesca ne avranno bisogno o no. Oppure se la Germania vorrà rifinanziare le sue banche da sé, come non potrebbe fare secondo i trattati, ma come ha già fatto anni fa con le sue banche del territorio e più recentemente con la banca Nordland (più in dettaglio qui). Diversamente dall’Italia e dalla Spagna.


A domani...
 







giovedì 23 aprile 2020

Sous le charme d’un tymbale

Giochi di crasi ed ortografie.
Ore 17, non ho ancora mangiato. No, non mi sono attaccata al lavoro scambiando le ore di presenza con la vita: nella condizione lavorativa che subisco, la possibilità di chiudere tutto e fare altro con un clic è troppo réjouissante per non coglierla appena possibile. Semplicemente ho avuto un contrattempo fuori dalla mia volontà.

Da tempo rimasugli in frigorifero imploravano pietà; è raro che avanzi o scarti qualcosa, la cucina della virtù fatta tempo e sminuzzolo mi mette sempre in difficoltà per mancanza di materia prima, ma spesso mi rimane roba cruda in giro, perché non ho tempo di dedicarmici. Avanzo di baccalà in frigo, ne avevo comprato una confezione convinta che fosse bagnato, invece era ancora sotto sale: la sera che l’ho aperto convinta di farci una rapida cena, mi sono ritrovata a fissare un ammasso coperto di cristalli. Da allora ho avuto una sorta di pitone nel frigo che cresceva nella più grossa delle ciotole di vetro, lievitando come un dolce «’meregano ». Riuscita a metterlo sul fuoco devo dire che si è rivelato ottimo in ben quattro preparazioni. Idem dicasi una zucca scontatami perché già periclitante dal bio: e avrei voluto fare da tempo questa congiunzione ma appunto in una versione povera e anche un po’dietetica perché vorrei smaltire gli ultimi chili che il mio ufficio mi ha attaccato addosso. Quando usciremo di qui non credo ce la farò.

Senonché leggo sempre con molto gusto un blog che in questo momento va di timballi, parola che m’incanta, il che s’addice quasi alla lettera al suo nome, e contenuto che nelle sue crosticine dorate e ben condite, mi seduce.
Inoltre volevo sbrigarmi, e eliminare qualche ingrediente. In più non avevo mixer, rotto, né fascia metallica. Per cui, invece delle quenelle è venuto fuori un tronco di cono, impossibile da sfilare dalla carta di cottura, che dell’originale conserva gli ingredienti base di una ricetta e l’accenno di crosta golosa dell’altra.

(In pratica: cotto al forno zucca e salvia con un cucchiaino di olio, schiacciato la zucca, lessato baccalà appena coperto di acqua con un ciuffo verde di cipollotto, chiodo, semi cumino, rimasugli di carota, sedano; mischiato una parte del pesce con la zucca, schiacciando, composto il cilindro, coperto con le ultime lamelle del pesce, ripassato in padella una manciata di pan grattato con un un cucchiaino di olio e per il colore una puntina di concentrato, messo il pangrattato in cima al tutto, passato in forno, stufato porri con brodo del pesce e messi sopra all’uscita dal forno. Dosi: quelle che c’erano. Venuto bene, non troppo asciutto.)


domenica 19 aprile 2020

Ah ah ah ah! ILDeBITOPUBBLICO non si annulla!!!!

Tronfi tromboni per cui i PIIGS - ma non sarà razzista questa nobile istituzione che definì neanche troppo velatamente maiali la parte meridionale dei suo membri? - dovevano pagare tagliando gli ospedali e seppellendo la vostra infame incoscienza con decine di migliaia di persone lasciate alla miseria e alla morte, per uno spesso solo preteso debito pubblico troppo alto...
Adesso vien fuori che la BCE può senza problemi annullare tutti i buoni comprati con l’allentamento monetario di Draghi. Anzi che avrebbe potuto farlo subito e lasciarci medici, ospedali salari senza Jobs act e molto molto molto altro. L’ « adesso » non è anodino: nel 2018 qualche docente scriveva che la stessa proposta, reputata « folle » avanzata dall’Italia avrebbe « innervosito i mercati finanziari », e distrutto le in verità abbastanza misteriose « entrate » della BCE.
Pagliacci. Pagliacci a Bruxelles e a chi ancora vi spaccia qua.





sabato 18 aprile 2020

Quarantena, la miglior dieta, perfino il benessere


Rientrare perfettamente nella gonna più stretta, con tanto di due maglioncini infilati dentro.
Bien sûr, tu es moins stressée ha commentato ieri un’amica di Francia quando le ho detto al telefono che stavo dimagrendo. Perché ero depressa? Perché soffrivo?
Ma proprio no. Perché non dovevo andare in ufficio, ma lavoravo da casa, con orari precisi certo, ma in sostanziale libertà di gestirmi come meglio mi pareva. Niente più controlli sadici e pretestuosi, niente più arbitri per sfoggio di potere. Niente più sensazione di impotenza per la cattiva volontà altrui nel fornirmi i mezzi di lavoro: se non faccio una cosa è perché da qui non potrei comunque fare diversamente da quel che sto facendo, non perché non posso avere i minimi strumenti per farla. Niente più frustrazione perché non riesco a fare le cose, poiché non me ne danno i mezzi: nel tempo sospeso il quotidiano cambia. Niente più sensazione di star combattendo una battaglia inutile per cose che rientrerebbero nei doveri della struttura rispetto al servizio, ma di cui non importa nulla a nessuno. Niente più ipocrisia di pretendere da me un lavoro per cui mi si sottraggono i mezzi, divenendo via via più pignoli su una forma che non è mai sostanza, o meglio la cui sostanza sono il controllo, la colpevolizzazione strisciante, l’oppressione.

 Quindi, niente più voglia di dolci. Non rinnego niente: i dolci sono buoni!
Questo l’ultimo golosissimo cartoccio comprato prima della quarantena, quando era ancora aperta la pasticceria.

Ma oggi, perché mangiarli e farli? Li guardo, guardo le ricette, li pregusto e poi mi chiedo: ma perché? Ne ho davvero voglia? O mi sto stuzzicando con un godimento passeggero e forzato?
Di vino: ma perché aprire una bottiglia per un mezzo bicchiere?
Perché volersi stordire?
Sul serio: perché?
(N.b. Tutto ciò non ha nulla a che fare con penitenze pre pasquali variamente mascherate: non sono credente, sono profondamente estranea a ogni trascendenza, misticismo, pratica parareligiosa e se fossi obbligata a convertirmi con un coltello alla gola, come andava di moda in passato nelle nostre ridenti plaghe, sceglierei senza dubbio Lutero, o meglio ancora il credo danese.)



Riabbottonare i pantaloni più difficili, anche se non sono ancora portabili.

Insomma: stare lontana dall’ufficio per me ha significato la perdita di stimolo verso sostanze naturali, ché d’altro non m’intendo, che servono da gratificazione di sopravvivenza in situazione percepita come oppressiva e immutabile. Caduta verticale dell’interesse.


Indossare senza sforzo i pantaloni da medio termine, quelli che quando non stanno più bene suonano il mio personale campanello d’allarme.

Dopo le prime due settimane di confusione tra il giorno e la notte, ribellione alla precedente routine vissuta come oppressione, sopravviene come fonte che sgorga pura e tersa regolarità nei ritmi di vita e aumento graduale ma continuo del benessere.
Certo un po’ di montagna gioverebbe al fisico, dato che in casa posso giusto fare le scale, tutto il resto comprometterebbe la mia traballante schiena che comunque migliora pure lei.
Per fortuna di ricette se ne trovano in giro anche di leggere e istantanee

O curiose e fantasiose con tanto di consulenza personale che l’autrice non disdegna mai darmi.
E questo curiosamente mi basta.
Malgrado il pianto che mi coglie quando sento la mamma e suo marito persi nella malattia che la ottenebra scatenandole paure senza nome, e capisco che devo farli parlare per ridare loro la forza e abbassarne l’angoscia e poi mi resta dentro un muro di vetri che si sbriciola pur senza cadere, ché saper difendermene non è il mio mestiere.

Inoltre, paradossalmente la tragedia della strage che stiamo vivendo e che non dimentico mai, anche se il mio corpo rifiorisce, ha liberato la parola negli ambienti professionali. Anche grazie alla solidarietà dei colleghi, passano discorsi sulla politica economica che mai avrebbero potuto essere pronunciati poche settimane fa senza rischiare il rogo e l’anatema. Per quanto siano per me all’acqua di rose è un sollievo poter infine dire la rabbia provocata dall’oppressione e dall’autocensura che si avevano dentro, dopo decenni di retorica liberista UE risciacquata in salsa USAdem, l’unico discorso politico cosiddetto progressista ormai ammesso nelle patrie arene.

Ovviamente non posso che vivere come un ritorno al lucchetto e non il suo contrario, il canto degli alfieri della produzione. Malgrado i medici, peraltro non esenti da scivolate molto, molto brutte, siano     più che chiari sulla necessità di continuare nel distanziamento e nelle precauzioni soprattutto per quanto riguarda i luoghi chiusi e frequentati. Cioè appunto le fabbriche e gli uffici.

Altrettanto ovviamente son ben consapevole che se in queste circostanze, mentre tutti smaniano, io sto benone, esclusa l’ansia forte della ripresa della persecuzione, specialmente per quanto riguarda la partenza per la Francia, la mia situazione « normale » è perversa e malsana oltre il livello di guardia. Fino a piegarmi il corpo e lo spirito.

Soprattutto è malsano il fatto che essa possa in potenza continuare all’infinito, perché nulla è previsto per gestire queste situazioni sul lavoro, se non la cura, a volte, del singolo individuo, mai dell’ambiente. Come se ti dovessero insegnare al massimo ad andare a farti bastonare tutti i giorni purché involta in una corazza che ti mozza il fiato e ti piaga il corpo e l’anima, pur di non fermare la mano che impugna il bastone, perché il « problema » sono le costruzioni che tu fai intorno alla situazione, mai l’esistenza reale del sopruso e dell’abuso, solo fermando il quale potrai dopo curare realmente l’individuo, se ce ne fosse ancora bisogno - e verosimilmente la cura sarebbe molto più semplice, allora. Come sempre ributtando sull’individuo ogni responsabilità sociale proclamata ininfluente quando non inesistente.
 Con conseguente perdita sotto le mazze ferrate non solo per gli individui ma per le organizzazioni tutte di energie, idee, realizzazioni, speranze, creazioni. Benessere, respiro, felicità.



giovedì 16 aprile 2020

Se posso dirlo, nel mio particulare io starei benone

Magari proprio benone no, perché mi manca la Francia nel senso che sono inquieta sulla possibilità di posticipare la partenza, per mero malanimo di chi da qui dovrebbe autorizzarla, e mi manca vedere alcune persone, la mamma in primis, per i motivi che prima dicevo. Sono devastata dalla follia di chi sta imponendo all’Italia di entrare nella souricière del MES senza che ve ne sia alcuna ragione economica, anzi devastando il precario equilibrio esistente con l’introdurre un creditore privilegiato sottoscrivendo un prestito a condizioni stringenti e rigide, attivabili anche a distanza di anni, e ciò che è forse peggio in violazione della legge Moavero che imporrebbe su questo un mandato del Parlamento.
Ma a molte altre cose si rimedia scrivendo e telefonando.
Dopodiché io starei benone, sì, perché qualsiasi cosa abbia avuto a marzo ne sono guarita, perché finora non mi sono riammalata, perché ho la fortuna di non vivere in una zona devastata dall’epidemia, anche se non certo totalmente al sicuro, perché non appartengo a un gruppo a rischio e perché posso lavorare da casa senza perdere lo stipendio.
Ho perfino avuto la fortuna di chiacchierare con una nuova amicizia esuberante, allegra e concreta come lei che mi ha fatto l’onore di dirmi che le ho ispirato una creazione culinaria. Regali che non si dimenticano!
Ma fortuna a parte, sto benone perché ho potuto allontanarmi per giustificato motivo da un ambiente di lavoro che mi opprime oltre misura, per la mancanza di mezzi indotta che impone condizioni umilianti e paralizza qualsiasi tentativo di affrontare un problema, per i conflitti non risolti ma sedati a suon di urla, per l’ipocrisia sadica e controllante fine a sé stessa, per gli ambienti fatiscenti e abbandonati, per l’impotenza infine che ci tocca vivere. Certo lavorare lavoro, ma il controllo e la presenza si sono fatalmente trasformati e allentati.
Quanto alla vita extralavorativa, mancano i contatti e la natura. Ma io non potevo permettermi né viaggi, né cene, né aperitivi, né teatro né concerti né opera, né, sostanzialmente alcun consumo che non fosse una gita a scarpinare la domenica: benché la mia casa sia obiettivamente piccola, senza terrazzo né giardino né purtroppo sole diretto, la mia vita non è stata stravolta, è stata, bizzarramente, protetta.
Né ho mai pensato, per rispetto e solidarietà con chi a rischio della vita lavora all’esterno, di darmi all’acquisto online di sfizi per addolcire la segregazione.
Continuo la mia fisioterapia e oggi chi mi cura ha avuto quel suo sguardo sorpreso e attento di chi registra ogni variazione significativa e inaspettata che hanno a volte le persone di grande esperienza, quelle che le hanno viste tutte, quando gli ho detto sorridendo: « Io mi sento sempre meglio », ebbene sì, malgrado il moto ridotto, che ha sui miei malanni una pessima influenza, così è, per la prima volta da quando ho superato la fase di emergenza, da quasi due anni.
Ovviamente questo non vale una sola vittima né di morbo né economica. Ma qui sto parlando solo di me.
Insomma, a me questa quarantena, imposta per motivi più che ragionevoli e condivisibili, anche se con aspetti nevrastenici e idioti (vedi le restrizioni sulle passeggiate in solitaria o il raggio di 200 metri da casa o l’apertura posticipata dei mercati all’aperto fino alle 8.30 la mattina) non ha fatto male. Mi ha fatto stare meglio. Mi ha dato l’energia psicologica di affrontare lavoretti e sistemazioni in casa anziché abbattermi sul divano. Mi ha dato la sconfinata soddisfazione di chiudere i programmi sul computer all’ora esatta e ritrovarmi già a casa, padrona del mio tempo e dello spazio. Dovessi dire la verità, non ho fretta che finisca. E dovessi dire ancora di più, qualche collega mi confidava la stessa cosa.
Il che ovviamente dà la misura di quanto sia perversa la situazione che sono, siamo, in condizioni « normali » obbligati a vivere e ciò che è peggio, non per nobili scopi, bensì, spesso, senza vero motivo.