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per gli scribi

Toulouse en érasmienne

giovedì 17 novembre 2022

Un anniversario collettivo.

Quand l’aristocrate protestera,
Le bon citoyen au nez lui rira,
Sans avoir l’âme troublée,
Toujours le plus fort sera.

Quattro anni fa i Gilet Jaunes decidevano di occupare rotatorie e caselli autostradali per protesta all’introduzione di una tassa sugli autoveicoli. La protesta guadagno’ ben presto la forza necessaria per estendersi alla strada più famosa di Europa e una delle più famose del mondo. Sono cose note e queste note non aggiungono in realtà nulla di nuovo. Ricordano. 

Gli elementi erano molteplici e i partecipanti variegati. Sostanzialmente fu una rivolta contro il caro vita e l’immiserimento di strati sempre più larghi della popolazione a causa dei tagli ai servizi pubblici uniti alla politica economica di controllo dei salari attraverso la disoccupazione o sottoccupazione crescenti, fenomeni sempre più avvertiti al di fuori delle grandi città. Senz’altro ereditò i militanti sindacali sconfitti delle battaglie per la difesa del diritto del lavoro di pochi anni prima.

Coraggiosi da sempre fino alla temerità, i Francesi si batterono a mani nude o quasi davanti a una polizia armata fino ai denti e obbediente a direttive repressione sanguinosa se non mortale nel suo insieme. La vecchia dottrina di evitare lo scontro quanto più possibile non serviva più, fu messa da parte. Macron senza sorprese confermò il suo volto spietato di brutale di affarista che aveva già sfoggiato durante i giorni della casse du code du travail sotto la presidenza Hollande.

Le brutalità poliziesche furono ignorate, si fece uso di vernice invisibile e indelebile per marcare i vestiti di coloro che partecipavano alle manifestazioni per in seguito perseguirli e condannarli in vario modo solo per la partecipazione, si usarono le nasse per contenere i manifestanti durante ore e ore, gettando gas e caricando allo scopo di fiaccarne il morale. Si definirono « armi per destinazione » cartelli di cartone pieghevoli, sciarpe, maglioni, occhiali da sole e quant’altro si potesse trovare nelle borse o negli zaini. Si pestarono giornalisti perché documentavano gli scontri, soprattutto i precari che non avevano dietro una testata famosa a proteggerli e medici perché curavano i feriti, molti erano studenti volontari che sia operavano per qualche trauma cranico di troppo.

Non so se avete mai avuto l’occasione di avvicinare un poliziotto francese bardato a manifestazione. Anzitutto sappiate che siete delle formiche, per quanto grandi e grosse possiate essere. Anzi sono loro dei formiconi di 18 metri. Sono in generale alti e atletici, diciamo pure francamente hanno un fisico bellissimo, armonioso e addestrato. Sono coperti di elmetti, paracolpi e scudi semplicemente giganteschi se visti da vicino. Sono armati di manganelli enormi e con un impugnatura a T. Questo è quello che si vede, parlo di quello che ho visto, ma l’uso di manganelli elettrici anche per penetrazioni con conseguenti scosse da parte di alcuni reparti della polizia francese in altri contesti è stato denunciato dalla stampa. 

Forse qualcuno ricorderà l’immagine del manifestante inginocchiato sugli Champs Elysées coperto dalla bandiera francese con scritte sopra le prime parole della Marseillaise, innaffiato dagli idranti in una fredda giornata di novembre (non è solo acqua, ci sono sostanze irritanti dalla varia liceità). Per me è rimasta il simbolo di quei giorni. Io ricordo anche quando vidi i diabolici Jaunes sulle rotatorie: persone anziane che trovavano li’ qualcuno con cui fare quattro chiacchiere e la sensazione di poter darsi da fare per uno scopo collettivo. I camionisti passando suonavano sempre il clacson in loro onore, rallentando e portando qualche piccolo dono: dolci, cibo. Mentre i giovani salivano a Parigi per battersi come da centinaia di anni. Ricordo gli Champs vidés de leur peuple sbarrati da centinaia di camionette e poliziotti, il métro chiuso per metà tre giorni a settimana, perché quella vetrina che tutto il mondo avrebbe riconosciuto non doveva essere turbata dallo scontro sociale. E ricordo una signora turista a Parigi insieme alla figlia che le chiedeva cosa fossero le luci che vedeva: «È per i Gilet Jaunes. Gli hanno impedito di andarci et je trouve que c’est bien dommage.». Ricordo la présidente de salle alla Bibliothèque de l’Arsenal tutti i sabati di servizio vestita di giallo. Insomma non ricordo un rifiuto da parte dei Francesi di quell’esecrabile manifestazione di dissenso, ricordo invece empatia e sostegno per una battaglia che sentivano giustamente anche propria.  Ricordo i poliziotti incontrati a un crocevia al termine di un sabato qualsiasi di marce, io vestita elegantina di seta giallo sole, un innocente vestito vietnamita comprato a Lione, le mie borse cariche di libri. Per fortuna non le presero come armi per destinazione, ma capirono benissimo. E mi sorrisero.

Macron stava cominciando a perdere la fiducia anche dell’alta dirigenza pubblica, disgustata dai metodi brutali da lui applicati. Nascevano tentativi di fare gruppo in rete da parte di chi non poteva sostenere quella situazione. La cosa che i Jaunes avevano ottenuto sugli Champs Elysées era di far perdere la faccia al presidente davanti al resto del mondo e non era poco. 

Macron si salvò grazie alla pandemia che spazzo’ via gli ultimi resistenti dalle strade e concentrò l’attenzione su altre urgenze, altrimenti credo non sarebbe mai stato rieletto. I Jaunes furono spazzati via dalla repressione giudiziaria - chiunque fosse stato fermato alle manifestazioni sarebbe stato condannato indipendentemente da quanto avesse o meno fatto. Si esaurirono per la mancanza di rivendicazioni salde e comuni e alla fin fine per insufficiente coscienza delle ragioni del proprio disagio, vale a dire una politica economica liberista che stava e sta spazzando via les derniers lambeaux di benessere, vale a dire di civiltà, faticosamente conquistato in due secoli e mezzo. 

Fedele al principio della non ingerenza più di quanto non siano i governi marconisti non sono andata alle manifestazioni, ma se fossi stata Francese lo avrei fatto. Fraternité.





 

venerdì 4 novembre 2022

Riso in bianco color seppia del pesce d’aprile

 Passo passo passo. Ma chi me lo fa fare e per cosa poi. I primi freddi non giovano al miglioramento. Il virus non molla. Nausea nausea, debolezza e tutti i fastidi connessi al raffreddore sono au rendez-vous. Poi mi sono detta che dopotutto qualcosa in bocca devo infilare, quindi tanto vale approfittarne per giocare.

Del resto il riso in bianco è raccomandato ai malati. Quanto alla cottura niente di più ristoratore di un brodo che si cuoce piano piano: il caldo caccia l’oppressione al petto, il profumo conforta più di una torta al cioccolato, e il vapore allevia la sinusite. E anche... insomma qualche cosa riesco a fantasticare. Così, approfittando del tema libero recupero il riso del pesce d’aprile e scherzando propongo il riso della settimana: riso in bianco, appunto.

Riso del virus novembrino

Brodo

Avanzi di pollo, nel mio caso dal freezer: punte di ali, zampe, testa con tutti i bargigli... ossa eventualmente

Cipolla, sedano abbondante, carota

Scorze abbondanti di limone, il che mi ha permesso di scoprire che i miei due économes non tagliano un bel niente e ho fatto spazio gettandoli dritti filati nella spazzatura non riciclabile

Chiodi di garofano, semi di finocchio pestati, stella di anice stellato, timo, menta

Coprire di acqua e cuocere 1 h 30. Volendo, filtrare.

Riso

1 pugno di riso (dose da malata).                 

 Semi di finocchio

Brodo

Vino bianco (evapora checché ne dicano)      

Olio aromatizzato alla menta, 1 cucchiaino 

Scorze di limone

Tostare i semi di finocchio in padella secca che aumenta il rischio di bruciarli quindi supplemento di attenzione. Unire il riso, poi sfumare con il vino, cuocere con il brodo. Mantecare con olio in cui si è lasciata in infusione altra menta.

Tavola

Per quanto semplice sia il riso ciò non comporta che lo sia la tavola. E quindi: tappetino di legno comprato nella mia adorata Tolosa, posata d’argento della bisnonna mamma del nonna materna con cui ho visto mangiare mio nonno, suo genero, per tutta l’infanzia, bricchetto di garofanini cinesi che mi piacciono tanto e avevo in casa, e per finire anche un po’ di fiamma:




Guarnire il riso sul piatto con la scorza di limone grattugiata.

E ora corro ai miei fazzoletti! Buon fine settimana a voi.

 

mercoledì 2 novembre 2022

Impastoiata e fremente

 Chi mi legge sa quanto per me contino la Francia e le esperienze che riesco a fare lì, impensabili in Italia nella ristrettezza generale di mentalità e di finanziamenti che rendono ancora più corporativo un contesto che lo è sempre stato al di là di ogni ragionevole misura. Il gruppo in cui sono inserita in questo momento è di un livello altissimo, purtroppo io seguo una disciplina molto collaterale e tra sindrome dell’impostore e sensazione di essere comunque fuori da molti ragionamenti l’ansia da prestazione è alle stelle.

Quindi quando due persone ben due del gruppo pensano a me indipendentemente l’una dall’altra per un’iniziativa da presentare fra qualche mese sprizzo felicità da tutti i pori. Collima perfettamente con alcune riflessioni che sto facendo negli ultimi tempi. Per poi ricadere miseramente quando capisco che è necessario presentare una realizzazione che non c’è sul mio luogo di lavoro. E non c’è perché non mi sono mai stati dati allo stesso tempo due soldi di attrezzatura e di fiducia per realizzare checchessia. 

Frustrazione e rabbia. Sensazione di inconcludenza perenne e forzata. Stupidità senza fine della mia organizzazione che non riesce nemmeno a intuire quanta visibilità potrebbe ottenere con un investimento minimo su chi morde il freno e lo lascia invecchiare così, ingrassare così, esaurirsi così con uno stipendio di miseria, perché fa comodo così.

Io quel luogo finirò con l’odiarlo sul serio.

Cui prodest?

Quella bruciante voglia di condividere una frase storica per arrivare da tutt’altra parte: un libro, un pubblico e il passato

 Da un blog:

e poi ho sempre pensato che lavare i panni sporchi in casa sia una stupidaggine, se lo fai al fiume in compagnia diventa tutto meno faticoso.

Non so se sia una citazione, in ogni caso è da monumento.

Ha anche a che fare con una cosa rimuginata da tempo in merito al mio passato, quello delle violenze di cui ho già scritto qui. Più un episodio sgradevole di cui non ho ancora avuto il coraggio di parlare, quello di un’amica di mia madre, di origini medio- alto borghesi, che mi voleva spesso con sé definendosi la mia seconda mamma, colta e con un mestiere affascinante, che durante un viaggio in macchina di notte da sole noi due, mentre guidava mi mise una mano sulla coscia accanto al ginocchio sinistro. E poi, dopo avere scostato la mia gonnellina jeans di denim, spostò la mano verso la parte interna della coscia, un po’ più in alto. Io rimasi gelata, immobile, non sapendo cosa fare. Avevo forse dieci anni. Ancora una volta non ero minimamente eccitata, solo profondamente disgustata. Desideravo solo che togliesse la mano. Per fortuna lei non fece altro e dopo un po’ tolse la mano e non lo fece mai più. Non vi furono contatti con organi genitali o carezze intime, né col resto del suo corpo, per fortuna. All’epoca ignoravo fin l’esistenza della sessualità fra donne. Ma la sensazione di qualcosa di fuori posto fu fortissima, insieme alla confusione per non sapere come reagire. Lei però mi parlava di cose che mi piacevano, mi mostrava e mi faceva apprezzare oggetti ambienti e discorsi che non avrei mai potuto trovare altrove. Non potevo e non volevo perdere quel rapporto. Pensai che fosse una di quelle cose strane che fanno sempre gli adulti. È questa la principale arma di costoro, l’inconsapevolezza e la confusione dei destinatari dei loro gesti ambigui, oltre alla forza fisica.

Se ci ripenso oggi, ero l’identikit della vittima perfetta di azioni di questo tipo. Figlia di madre nubile e sola, con poche relazioni e di condizione economica modesta dalle prospettive incerte. Aspetto da bambina, non sono stata un’ adolescente precoce.

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Ma sulla cosa che volevo dire devo rimuginarci ancora un altro po’:

In sostanza non mi verrebbe mai in mente di definire le violenze sessuali sui minori o su adulti come panni sporchi. Ma l’anno scorso, a Parigi, città di salvezza e meraviglie, sono andata a un incontro organizzato dalla biblioteca di Beaubourg intorno a questo libro che stavo leggendo, una lettura importante e intelligente su un argomento sviscerato come solo i Francesi sanno fare. Quel pomeriggio rimasi tappata in casa malgrado il sole sfolgorante sui tetti, tesa come se ne andasse della vita ripetendomi non so quante  volte che dopotutto non valeva la pena di perdere tempo e che alla fin fine non era poi così convinta di avere voglia di andare. Non riuscivo a decidermi a prepararmi per uscire di casa e poi per entrare nel centro. C’erano ancora le restrizioni e bisognava passare per il controllo delle prenotazioni. Ricordo una lunghissima doccia calda quanto più possibile e il bisogno di indossare per la prima volta una gonna di lana bordeaux a pieghe, ricamata ton sur ton, comprata per 2.50 euro al mercatino dell’usato tempo prima, l’unica cosa nuova che possedessi, poi decidere di mettere le décolletée di camoscio rosse al posto degli stivali e di truccarmi leggermente. 

Come per un appuntamento. Così sentivo in effetti quell’incontro: un appuntamento fatto anche per me. Non era una delle infinite conferenze a cui assisto nella vita: si parlava di me. Questo mi riscaldava internamente e mi faceva battere il cuore.

Non c’erano molte persone ma non importava moltissimo. Quello di cui c’è bisogno, pensavo, è un tipo di incontri diverso dalle sedute di testimonianza e di racconto come dalle conferenze universitarie. Un discorso pubblico in cui si affronti e si discuta non del vissuto, ma delle condizioni che permettono il suo formarsi, della problematica che porta appresso e delle sue implicazioni e lo si fa nell’agorà, non in un’aula di tribunale o di facoltà. Bene, sono anche ma non solo questo, sono una persona di sesso femminile che ha subito violenze e molestie sessuali quando era bambina da parte di tre adulti di sesso diverso, di cui due all’interno della rete di conoscenze più intima (lasciamo perdere le mani morte e altre molestie occasionali per quanto antipatiche che tutte abbiamo subito prima o poi) e posso esserci socialmente come tale e discutere del problema non in quanto vittima, ma in quanto parte di una società portatrice di una certa esperienza. Della costruzione del senso di questa esperienza come di molte altre va discusso in pubblico, interagendo tra i diversi livelli che spesso si sovrappongono o contrappongono. Una circolazione del discorso a livello sociale, citoyenne. Fuori dalle associazioni, dai gruppi di auto-aiuto et similia che preziosi storicamente per prendere coscienza del fenomeno e denunciarlo, rinviano oggi ancora e sempre al proprio e unico status di essere violato, alla propria e altrui « malattia » ed « eccezionalità » in cui la violazione ci ha tutte e tutti trascinato. Noi non siamo un’eccezione, una mirabilia né un club chiuso ben distante dal corpo sociale e fisico degli « altri » che quest’esperienza non l’hanno vissuta - magari però l’han messa in pratica-: siamo il risultato di un fenomeno sociale. E come tale dobbiamo parlare e essere ascoltate e dialogare e avere un livello e un luogo di discorso che ne prenda coscienza e ne tenga conto oltre e al di là degli aspetti legali e terapeutici. Una pubblicità dell’esperienza come di tante altre che nella vita si subiscono o si agiscono: qualcosa che a livello collettivo non si nasconde perché non c’è proprio niente da nascondere. Un livello di discorso pubblico meno spettacolare della denuncia ma infinitamente più intenso e teso che mi pare crudelmente latitare.

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Da quella sera in automobile con la molestatrice non ho più voluto indossare la gonna di jeans. Senza capire perché, mi ripugnava. Non solo, io che amavo il blu sopra ogni altra cosa, probabilmente perché mi ricordava il mio amato mare di Gaeta, e volevo vestirmi solo di quel colore, cominciai a detestarlo e a rifiutarlo. Come pure i jeans che non ho portato e non porto praticamente mai. Soprattutto il denim mi dà fastidio al solo vederlo. «Perché mai?» « Perché è brutto, non sta bene. » era la sola risposta che riuscissi a darmi. Forse oggi ne ho trovata un’altra. E non mi venite a dire che Freud non aveva capito niente. 

Per esperienza ho visto che in genere quelli che se ne escono con frasi del genere sono esattamente quelli che di una bella analisi avrebbero più bisogno, ma, chissà perché, non gli va di farla.

martedì 1 novembre 2022

Sdraiata al sole

 Oggi comincio a stare meglio, dopo nove giorni e tre quarti di scatola di antibiotico. Santo chi li ha inventati, poche storie quando hai un problema acuto o ci sono quelli o ci sono quelli.

Sono salita sul terrazzo condominiale e mi sono sdraiata al sole. Mi sembrava di rivivere, dato che in casa mia il sole non entra mai. Ho scoperto che quando prima del mio arrivo è stata rifatta la facciata i condomini hanno deciso di allargare il cornicione, per motivi che non mi sono stati spiegati. Forse volevano proteggere il lavoro fatto per evitare di dover affrontare di nuovo le spese.

Fatto sta che le spese le ha pagate il mio microappartamento, perché il nuovo cornicione gli ha tolto tutto il sole che invece arriva al piano inferiore. Forse questo spiega perché l’abbiano venduto.

Durante la pandemia il terrazzo è stato una grande risorsa. Finito il confinamento ho comprato un lettino da spiaggia per continuare a utilizzarlo e ogni volta che riesco a tirarlo su e sdraiarmi al sole mi sento subito meglio.

Per la prima volta il terrazzo oggi mi è apparso abitato. Al tramonto si anima, ma io non ci sono quasi mai. A parte la solita maledetta zanzara - il sindaco quello nuovo, quello bravo, quello a posto arrivato da Bruxelles ecc. si guarda bene dal fare disinfestazioni e dice serafico « Ci saranno zanzare fino a Natale, eheh ilcambiamentoclimatico eheh colpa vostra che usate i termosifoni eheh ». In realtà lo scorso anno, quando si era sotto elezioni, si era verificato il miracolo. Quasi nessuna zanzara. Potenza - climatica ça va sans dire - delle cabine elettorali.

La zanzara è stata affondata con un colpo violento nel maglione e poi debitamente scrollata via. Ci sono state presenze più interessanti colte tra una lettura e l’altra. Una farfalla, di quelle belle e bianche volteggia al sole, poi si schianta su un muro - come avrà fatto a non vederlo? - fa un balzo indietro e allegra e graziosa riparte verso l’alto. Poi viene verso di me, fa dietrofront e si allontana (-:

Arriva dai monti di nord est un uccello diverso dai soliti storni e piccioni. Vola molto più alto, le ali sono più grandi e battono colpi possenti, radi e regolari. Ha il collo lunghissimo e teso, l’attaccatura del petto sfinata verso il basso, il corpo affusolato. Vola verso sud ovest, verso il sole che sta calando. Sarà un’oca selvatica che migra in Africa? 

Si sente uno strano ticchettio. Mi sporgo dal lettino e vedo ondeggiare le corde dell’antenna della televisione. Sarà il vento, mi dico. Poi inizia a ondeggiare l’antenna. Poi l’antenna comincia a « friggere ». Un contatto? Starà per saltare tutto? Punto la sommità dell’antenna dove c’è attaccata una specie di graticola. Un picchio, io almeno lo ribattezzo per tale, aggrappato alla griglia sta tentando di perforare il palo di metallo che la sostiene. Ci prova per dieci minuti, con concentrazione e insistenza. Poi si mette a osservare il panorama. Quando alzo l’ultima volta la testa non lo vedo più. 

Invece dietro l’antenna è spuntata la luna. Mezza e giallo chiaro nel cielo grigioazzurro violaceo. Mi sa che le belle giornate sono finite. 

venerdì 28 ottobre 2022

Risotto monografico

 “Quella è una vera scarogna!” sento proferire solidale la voce femminile dall’altro capo del filo, mentre sto disdicendo l’ennesimo appuntamento. Che sollievo, finalmente qualcuno che mi capisce: alla vigilia di una delle rare vacanze mi ammalo, tento invano di salvare qualcosa di questo magnifico ponte, ma lo so che per me il raffreddore “che passa in tre giorni” comporta fatalmente una ricaduta il quarto e senza antibiotici non se ne va. Cosa che non mi fa amare tutti coloro che vanno in giro spargendo microbi pur di non stare a casa. Quindi disdici perdi soldi di biglietti resta inchiodata in una città antipatica tra fazzoletti, nausee e beghe burocratiche di certificati, ricette, software e quant’altro di ansiogeno.

Per farla breve il mio risotto di stasera per il Clan è una rivisitazione nello spirito del tema della settimana di un risotto famosissimo e di suo assai caricato: il risotto Vittoria di cui, buona ultima, ho scoperto l’esistenza poche settimane fa sulle pagine del Clan, pubblicato il 19 settembre da Alessandra Ruggiero, con cui mi scuso per non riuscire a linkare direttamente il suo post.

La ricetta è ovviamente semplificata da ogni coprotagonista. 

Risotto con i gamberi alla bisque di gamberi mantecato ai gamberi 

Riso

Sedano

Cipolla

Alloro 

Semi di finocchio pestati nel mortaio (si adattano divinamente ai crostacei e ai pesci più dolci)

Spumante

Gamberi (dovrebbero essere i rossi di Mazara. Io non li avevo e ho usato dei gamberi vulgaris di non so dove)

Burro

Olio

Bisque: soffriggere il sedano tritato in olio e alloro, unire le teste schiacciandole, coprire con acqua bollente e cuocere 40’.

Rosolare cipolla in burro e olio, tostare il riso bagnare con spumante, cuocere con bisque. Unire i gamberi.

Mantecare con gamberi crudi tritati molto finemente e amalgamati con un po’ olio e finocchio pestato.

Ci sono quindi gamberi in tre stadi e consistenze: la bisque ipercotta (non si butta via niente), i gamberi cotti e quelli crudi che aggiungono molto sapore.

Non c’è il parmigiano che proprio non riuscirei a infilare in un risotto con il pesce, mi sembra una forzatura tipica da stranieri...

Prima di tornare a tossire e mangiar pillole ringrazio tutti coloro che in modo molto lusinghiero hanno apprezzato il precedente risotto alla lampuga e zucca. Ad maiora.


Stavo dimenticando la fotografia:






martedì 25 ottobre 2022

Quando la grettezza ti lascia senza fiato perché scoppi di odio incredulo e il sadico lo sa

 Le giornate sono meravigliosamente calde. Ma in ufficio non batte mai il sole - il lato illuminato è riservato a quelli importanti, anche se ci passano un quarto del tempo nostro, se va bene - ed è buio freddo e quindi triste. Soprattutto la mattina che è la maggior parte del mio orario.

Morale ieri sera torno a casa con un bel mal di gola, squassata da brividi e tutta intontita. Il raffreddore per me finisce nel 90% dei casi attaccata agli antibiotici, malgrado tutte le ramanzine sui virus e le medicine inutili, altrimenti non se ne va.

Passo la notte a tossire, e stamattina inizia la corvée burocratica. Noi dipendenti pubblici si sa siamo da sorvegliare e punire per definizione unanime e bipartisan, da Berlusconi, Brunetta, Grillo, Monti, Cottarelli Dalla Vedova e tutta l’infâme +Europa che si porta dietro, a chi pubblicizzando la propria superiorità morale mai ha pensato di eliminare la normativa elaborata in merito da così repellenti personaggi. La nostra colpa principale è di essere un po’ meno ricattabili degli altri, quelli cui sono stati regalati il JA, i cococo dell’amato Prodi, la Biagi ecc.

Nel luogo vomitevole in cui lavoro una dirigenza inutile inetta incapace e misera ha deciso di rendere le cose più vessatorie possibili. In casi così ci si somma ovviamente la sfiga.

Riesco a comunicare la malattia solo tardi e per paura che sia troppo tardi avviso prima del problema causa del disguido non solo l’ufficio, ma pure il personale. Il quale mi dice di scrivere a una casella anonima per comunicare il contrattempo.

Poi il disguido per fortuna si risolve e riesco a espletare la procedura. Val la pena di dire che è la prima volta che mi capita da quando lavoro e stiamo parlando di decenni.

Poco dopo la casella anonima mi risponde, anonimamente, per dirmi che ho inserito tardi la malattia - vero - e per informarmi che nei permessi retribuiti (quelli per visita medica o urgenze familiari) da me richiesti ci sono due casi che non vanno bene perché trattandosi di permessi in entrata vanno calcolati dall’inizio dell’orario di entrata, che è flessibile - anziché come qualunque persona normale farebbe e come io e tutti abbiamo sempre fatto senza che nessuno ci trovi da ridire - dalla fine della flessibilità in entrata. Quindi i permessi da me chiesti verranno ricalcolati a partire dall‘inizio dell’orario, togliendoli cioè dalle ore del monte ancora a mia disposizione. Siccome lo stile è il tutto anonimo la casella non fa riferimento a nessuna norma che stabilisca quanto mi ha appena imposto.

Io, che già ho la nausea perché mi sento malissimo, ho solo voglia di vomitare. A quanto ammontano i permessi così richiesti? A due in dieci mesi, entrambi per meno di un’ora e per mesi che sono già stati calcolati come a posto con le presenze. Mi viene così sottratto il diritto di avere bisogno di un permesso retribuito per tre ore, dato che la flessibilità in entrata è di un’ora e mezza. Tre ore preziose per me in caso di bisogno, ma che non è detto avrei utilizzato. Tre ore totalmente insignificanti per l’amministrazione. Tre ore che rappresentano una vendetta perpetrata per nulla e sulla base di nulla su una persona che sta male, sia pure in modo non tragico, che si è trovata in difficoltà e ha cercato di mostrare la sua buona fede e nient’altro. Tre ore di meschinità gratuita che seppur meno gravi mi ricordano lo squallore senza fine di chi viene sospeso per avere mangiato uno scarto di mortadella alla luce del sole. 

Sento un rumore di tuono.

Quando si dice saper motivare il personale.