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per gli scribi

Toulouse en érasmienne

lunedì 23 maggio 2016

Mille mieli di Parigi

Da un po' avrei voluto pubblicare queste foto, in omaggio a una scoperta, il miele di litchi, fatta grazie a un  negozio parigino della Butte aux Cailles (M Place d'Italie): Les abeilles, cioè le api.
 Purtroppo non abbastanza conosciuto, ha per me il fascino dell'alta specializzazione congiunta alla passione, il quale, bisogna convenirne, è senza dubbio il migliore. Ci si trovano tutti i mieli di tutti i fiori immaginabili e qualcuno in più, da scoprire allungando la mano nelle cellette di legno disposte sulle pareti per assaggiare prima di fare la scelta definitiva. Ci si trovano pure miele alla spina, da portare via nel proprio vasetto riciclato, aceto di miele, idromele, cera e pappa reale, risposte a qualsiasi domanda vi venga in mente sul miele, dalla produzione alla storia all'uso terapeutico, libri sul miele, centrifughe per fare il miele, maschere con velo per proteggersi dalle api che qualcuno va a comprare in serie: l'ultima volta che ci sono passata un ragazzo ne voleva quarantadue. Una volta ho avuto la fortuna di trovare una fetta di favo in cellette, quello che si mangia affondandoci il dito. Il proprietario è un folletto dai capelli bianchi e l'aria un po' duplice, come ogni folletto rispettabile (non è quello sulla foto del sito).
Il miele di litchi serviva per questa ricetta semplicissima di crudité. Da molto tempo non cucino niente di serio, ma sono sempre avida di preparazioni a base di verdure che diano fiducia alle verdure, vale a dire rigorosamente solo di stagione, senza caricarle di formaggio, uova e carboidrati per farle andare giù. Men che meno soia, che non mangio. Questa mi ispirava per i colori e per il tipo di miele, che è un miele forte e sommesso insieme, non troppo dolce anche perché quello che ho trovato io conserva di sicuro molta cera. Ma sono sicura che abbia poco a che vedere con quello che hanno potuto assaggiare loro trovandosi più vicino al luogo di produzione.

Comunque eccola qui. La consiglio preparandola in anticipo per amalgamare i sapori e per ammorbidire un po' la consistenza delle radici, specialmente se biologiche e scelte alla fine della stagione. Diventa soprendentemente allegra e delicata.
L'ho accompagnata con una sorta di galletta-crumble molto speziato ma non piccante che qualcuno aveva portato a una festa.
Confesso però di avere ridotto la dose di miele, non perché diffidente rispetto alla sua presenza nel piatto ma perché amo il sapore dolce a piccole dosi; trovo che sia troppo facile ottundere le sfumature del resto degli ingredienti e che gli zuccheri si debbano sempre più indovinare che percepire.

Faccio eccezione per lo zucchero filato - solo quello bianco ovviamente - perché è irresistibile: non si può non affondarci il viso dentro. E poi in francese ha un nome bellissimo: barbe à papa. Da cui dei pupazzetti con cui ricordo di avere giocato un tempo, pieni di palline e divertentissimi da schiacciare. Avevano un sorriso sereno che è impossibile dimenticare.

Ecco Eleonora, per rispondere alla tua domanda: direi che mi è piaciuta.

venerdì 13 maggio 2016

Sans culottes

«Les ouvrages qui révèlent les crimes des tyrans et les droits du peuple, étaient les sans –culottes des bibliothèques»

Grégoire, Rapport sur la bibliographie révolutionnaire, lu à la séance du 22 germinal an II

domenica 1 maggio 2016

Oggi è il primo maggio

La moda è per le foglie colorate, così. Non sono ancora fiori, solo foglie, ma ne fanno l'effetto, sui boulevard del 13e.




Nel cortile invece cominciano a scaldarsi le rose:

Mughetti, niente. Le piantine ci sono, ma non fioriscono praticamente mai. Vero è che di solito io parto alla fine di aprile, Raro che possa godermi una primavera e un'estate parigine. Quest'anno sarà così perché non ho potuto arrivare a novembre come previsto e recupererò in parte fino alla fine di luglio. Un 21 giugno e un 14 luglio qui, spero. Dovrò tornare prima qualche giorno, recalcitrante, per un concorso inutile che non vincerò, che devo fare perché un altro non ci sarà mai, e che soprattutto se vincessi mi esporrebbe alla possibilità di perdere il posto più di quanto già non faccia il probabile commissariamento dell'Italia per crisi bancaria e per questa bella roba qui che ci regala la UE Ma noi per carità mai rifletteremo e defletteremo dalla restaurazione neofeudale che le politiche economiche della UE medesima comportano, meglio prendersela con "le tasse". (Ah, per quelli che ancora vogliono credere che il problema sia il debito pubblico, il vicepresidente della BCE! ha ammesso già da un paio d'anni che non è così. Del resto bastava vedere i dati dei paesi più in crisi per saperlo. A volerlo sapere.  Allora, a chi serve oggi il controllo esiziale sui conti pubblici?)
Non lavoro bene in questi giorni, dopo una splendida partenza in Normandia. Comincio a essere senza risorse e senza forze; soprattutto non vedo una strada in futuro. Né qui né tantomeno in Italia, dove mi sento da sempre soffocare e dove non faccio nulla che sia ritenuto utile abbastanza in un'amministrazione incapace di valorizzare quel che posso fare perché il lavoro qualificato non le serve. Ce n'è troppo a prezzi da svendita, oltretutto. Qui avrei avuto possibilità, se non avessimo tutti scelto di ubriacarci a morte nel supremo sballo di regalare denaro e diritti, istruzione e ricerca comprese, alla restaurazione liberista del dio mercato, via tecnica moneta unica. Piaceva molto anche a Mussolini questo. Le cosiddette "novità" che mettono in crisi le persone perché "devono abituarsi alle sfide della globalizzazione" hanno oltre cent'anni e l'apparato mentale grazie a cui ce le vendono data da millenni. La privazione e la miseria devono essere accettate con gioia, nello spirito di sacrificio che ci hanno insegnato, perché sono parte dell'ordine naturale delle cose e una "sfida" alle nostre capacità. Forse quelle di meritarci il paradiso dopo averlo regalato in terra a chi ci ha sfruttato da sempre. Henrich Böll, scrittore tedesco del secolo scorso, illustra bene metodi e meriti dei poveri e dei signori, in un racconto che è consigliabile leggere, se si avessero ancora illusioni sulla moneta con cui ci stanno pagando: La bilancia dei Balek.
Ma chi ci ha fatto accettare questo linguaggio aderente alla realtà meno di quello del peggiore marchettaro?
Ma preferiamo non sforzarci di capire, ché è difficile e poi populista, contessa. La Grecia non ci ha fatto rinsavire, né quel che è seguito altrove.
La sensazione più forte è quella di essere spossessata della mia vita e della mia possibilità di prendere decisioni. Il merito in tutto questo è un'illusoria trappola, non perché in Italia sia più o meno apprezzato, ma perché semplicemente le risorse per arrivare a prestare interesse al merito non vengono investite, punto, né si presta importanza al lavoro qualificato o al servizio di alto livello. Questo era vero in passato, ancora più lo è oggi, perché la società viene rimodellata su una diversa struttura  economica che redistribuisce la ricchezza a solo vantaggio della rendita. Il lavoro qualificato viene riservato a pochissimi, perché, oltretutto, non c'è più un destinatario. Quindi i minimi spiragli di vita non bruta che lo scorso secolo aveva aperto al "popolo", ai ceti poveri, stanno venendo richiusi sopra di noi dalla reazione liberista (qui nella sua forma sovranazionale che sorpassa grazie a questa caratteristica giuridica le Costituzioni progressiste del dopoguerra, esautorandole) di cui il nostro ceto politico è ormai totalmente complice, senza più tentare difesa alcuna. La nostra situazione è quella di chi vede richiudersi su di lui il cielo per ritornare nel fondo della miniera di Germinale, e invece di fermare la macchina se la prende con il vicino o con i propri peccati che evidentemente meritano la morte. L'altra mia angoscia è quella oltre che per me, per come potrò un giorno curare i miei vecchi, in un sistema sanitario totalmente smantellato e privatizzato; perché il mio salario mai sarà sufficiente  a dare a loro ciò che hanno dato a me. C'è chi è inquieto per i propri figli; e lo capisco, ma lo strazio di dover abbandonare qualcuno alla morte per mancanza di cure, perché come metteva nero su bianco il volenteroso carnefice Padoa Schioppa "la buona salute, dono del Signore", non è da meno.
Stiamo ritornando sudditi, economicamente sudditi, senza più dignità. C'è chi rimuove e si volge verso "le piccole cose", e cambia canale in televisione. C'è chi dice meglio non pensarci tanto non cambia niente. Io non riesco a farmi sommergere senza guardare in faccia l'onda, senza sapere chi la muove e perché. Solo conoscere può consentire di resistere, di capire.
Ma ci si sente soli e terribilmente impotenti, data la scarsa consapevolezza e conoscenza collettiva, in primo luogo, data poi l'assoluta impossibilità per gli individui di opporsi ai sommovimenti sociali, specialmente quando questi sono mossi dalle forze economiche vincenti, data l'assoluta mancanza di opposizione consapevolmente organizzata e attrezzata. Lo spazio dell'individuo non potrà mai sopperire a tutto questo. Ne sono un esempio le diversioni sui matrimoni omossessuali (doverosi) che paiono rappresentare l'essenza del dibattito politico: ma vatti a sposare se non puoi pagarti un tetto sulla testa, vai a accendere un mutuo se il tuo contratto è rescindibile con una semplice mancetta di tre mesi, vai a adottare un figlio se non sai come potrai pagargli le medicine o l'istruzione, né hai idea se e come gli potrai dedicare del tempo, perché il tuo orario sarà sempre e solo a discrezione del datore. Vai, vai, e illuditi che questa sia la libertà, genitore eterossessuale o omosessuale che tu sia.  
Ci si sente in trappola, e la trappola scatta prima e più duramente sui ceti bassi di cui per estrazione faccio parte, che dispongono oltretutto di meno relazioni e di meno entrature per salvarsi altrove.
Quindi lavoro peggio. Inutile e dannoso, ovviamente. E neppure questo migliora le cose.
Persino in una radiosa mattina di maggio.

P.S.: non mi venite a dire che "bisogna godere delle piccole cose, eh,  ma noi ci lamentiamo troooooppo e abbiamo taaaaaaaanto".
Altra sonora marchettata che tutti, ma proprio tutti, stiamo comprando a man bassa. Quando hai i diritti costituzionali assicurati, (artt. 1 e 35-47, leggeteveli, non mordono, anzi fanno capire molte cose in dieci minuti scarsi, compreso perché si sia tolta l'educazione civica dalle scuole, ma risparmiare è virtuoso, signora mia, dobbiamo far i sacrifici e lo Stato è ladro) allora sì, puoi, fors'anche devi, saper godere delle piccole cose. Quando temi per la tua vecchiaia, per quella dei tuoi cari, dei tuoi figli, quando il primo diritto, quello al e del lavoro (asini o complici alla Fornero astenersi) viene demolito a vantaggio di chi il nostro lavoro lo compra, quando non sai se potrai curarti, scaldarti, quando non puoi permetterti una vacanza, allora non puoi godere più fino in fondo neppure di una giornata di sole. Perché te lo stanno rubando. Non solo: ti stanno pure vendendo l'idea che ne devi cercare la colpa in te stesso.
E tu stai accettando di comprare, zitto, e a testa bassa. Piccole cose, queste?
Fine.

Avevo dimenticato loro:


i lillà.

lunedì 25 aprile 2016

Rendre leur innocence aux membres de la Gestapo

Fresnes, 3 janvier 1943

Messieurs,

J’ai été arrêtée le 13 août 1942, vous le savez, parce que je me trouvais dans une zone d’arrestation. Ne sachant encore au juste de quoi m’inculper et espérant que je pourrais suggérer moi-même une idée, on me mit, pendant trois mois environ, à un régime spécial pour stimuler mon imagination. Malheureusement, ce régime acheva de m’abrutir et mon commissaire dut se rabattre sur son propre génie, qui enfanta les cinq accusations suivantes, dont quatre sont graves et une vraie:

1. Assistance sociale. J'ai en effet fondé et dirigé personnellement pendant un an un service dont le but était de venir en aide à tous les prisonniers de nos colonies relâchés immédiatement après l'armistice. Des appuis officiels sont venus, et mon organisation a fini par prendre une telle ampleur que je devais cesser de la diriger ou renoncer à mes travaux scientifiques, ce qui ne se pouvait pas. J'ai eu la chance de pouvoir confier mes équipes de visites d'hôpitaux et de confection de colis dans de très bonnes mains (un commandant de l'armée coloniale) en juillet 1941. À partir de cette date, je me suis consacrée exclusivement à mon œuvre d'ethnologie berbère, mais sans renoncer à venir en aide (à titre strictement privé et personnel) aux malheureux que le hasard mettait sur mon chemin. Je demande donc: En quoi cela est-il contraire aux lois de l'occupation ou à une loi quelconque?

 2. Espionnage. Je nie formellement avoir jamais fait quoi que ce soit pouvant être qualifié ainsi. Depuis mon retour à Paris, je ne suis pas sortie une fois des limites du département de la Seine, fait que la police allemande ne conteste pas. En outre, je n'ai aucune compétence en matière militaire et, si j'avais eu des curiosités dans ce sens, vous auriez ou en trouver des traces chez moi car vous avez pu constater, par l'énorme fatras de mes papiers, tout ce qui m'intéresse fort. D'autre part, la police allemande a contrôlé le fait que c'est dans un café, par hasard, quelques mois avant mon arrestation, que j'ai rencontré un géologue, M. Gilbert T., vaguement connu six ans plus tôt et perdu de vue. Heureuse de reconnaître son obligeance d'il y a six ans, je l'invitai cordialement à venir chez moi et je l'ai revu trois ou quatre fois sans y attacher d'importance, car je connais beaucoup de gens à Paris et, en outre, mes activités sociales et scientifiques m'amenaient de nombreux visiteurs. N'oubliez pas que pendant 2 ans, je me suis trouvée à peu près seule spécialiste de l'ethnologie berbère de ce côté-ci de la Méditerranée, les autres résidant à Alger ou au Maroc. J'ai demandé à mon commissionnaire si, étant chef d'une organisation d'espionnage, il ferait ses confidences à une femme qu'il aurait connue dans un café et vue une ou deux fois (ce qui me laissait une semaine ou deux pour "espionner" en ne perdant pas de temps — et espionner quoi?). J'ajouterai ceci: si ce monsieur rencontré dans un café et vu une ou deux fois m'avait fait de telles confidences, cela n'aurait pu me paraître que très suspect; en 1942, un homme assez imprudent pour commettre une inconséquence pareille ne peut être considéré que comme un fou ou un agent provocateur. Bien au contraire, M. Gilbert T. me fit la meilleure impression: extrême obligeance, bonté, droiture, dévouement. Et son ami, M. Jacques Legrand, me parut être un homme lettré, d'un excellent milieu, modéré et sûr dans ses jugements, très humains (en outre, ce sont des hommes spartiates et courageux, mais c'est uniquement par vous, messieurs, que je le sais). […] Je demande donc: quelle sorte d'espionnage ai-je fait? Pour le compte de qui? Est-ce qu'un verre de bière pris à la terrasse d'un café constitue à lui seul une preuve suffisante à vos yeux?

3. Evasion. J'aurais (si l'on en croit mon acte d'accusation) fait évader, en compagnie de gens que je connais à peine, des gens que je ne connais pas du tout. «Et comment m'y suis-je prise?» ai-je demandé. Mais il ne fut pas répondu à cette question. D'où je conclus que mon commissaire, présumant (non sans raison) que je ne savais rien, préférait ne pas me mettre au courant. D'accord. Je demande donc si je suis accusée ou non. Et, si je suis accusée, comment puis-je me défendre si je ne sais pas avec détails de quoi je suis accusée?

 4. Parachutistes. J'aurais été très certainement ennuyée si un parachutiste était descendu dans mon jardin, car il m'est absolument impossible de loger quelqu'un chez moi sans que tout le quartier le sache: ma grand-mère, âgée de 93 Ans, va encore chez quelques fournisseurs très proches et cause volontiers avec eux: en outre, nous sommes servies depuis 25 ans par une excellente femme, mais la plus bavarde et la plus peureuse du département. Je n’ose même pas imaginer quelles auraient pu être leurs réactions à toutes deux en présence desdits parachutistes. La seule chose dont je suis sûre, c'est que j'aurais jamais eu l'audace de m’y exposer. Au surplus, si on les interroge avec adresse et douceur, elles vous attesteront que pas un personnage du sexe masculin n'a reçu l'hospitalité chez moi depuis l'armistice. Je demande donc: d'où sortent ces parachutistes? Où les ai-je pris? Où les ai-je mis? Car je ne les ai pourtant pas dissimulés dans un repli de ma conscience (en admettant que celle-ci ait des replis).

 5. Entreprise contre la police allemande. Je serais profondément navrée si l’on m’accusait d’ironie, c’est pourquoi je me fais un devoir de citer mot à mot et en détail ce qui me fut notifié au sujet de cette dernière et extraordinaire accusation. Après avoir consulté (d’un œil un peu trop rapide) le dictionnaire, mon commissaire me dit: «Vous êtes accusée d’avoir voulu naturaliser la police allemande et les traîtres français». Il se rendit compte que ça ne «collait» pas, car il repiqua dans son lexique. Simple lapsus. […]

Pendant que je réfléchissais sur ce thème, mon commissaire, émergeant enfin de son dictionnaire me disait: «Cette fois, je sais. Vous êtes chargée de rendre leur innocence aux membres de la police allemande».

Il y a là peut-être (probablement) un autre contresens, mais je fus si abasourdie (et réjouie) devant cette entreprise grandiose que je ne songeai pas sur l’instant à demander d’explication. J’ai pourtant l’habitude des requêtes les plus extraordinaires, car, comme vous le savez, j’ai vécu seule, en Afrique, pendant des années, en compagnie de tribus dites sauvages: des femmes mariées à des démons m’ont demandé de les divorcer; un vieux bonhomme (pire que Barbe-Bleue) qui avait, m’a-t-il dit, mangé ses huit premières épouses, m’a demandé une recette pour ne pas manger la neuvième; des tribus en guerre m'ont chargé d'un commun accord de leur tracer une frontière; j'ai vu des paiements de prix du sang, des jemaâ secrètes, des sorciers dansant une fois par an sur une montagne sacrée… Je ne parle pas de ceux qui, en transe, avalent des charbons rouges et jouent avec des vipères, la chose étant trop banale. Malgré ces compétences variées, je déclare formellement que, si ces messieurs de la police allemande ont réellement perdu leur innocence, je suis incapable de la leur rendre. Toutefois, s'ils tiennent à la retrouver, ils ne doivent pas désespérer. […] Je ne puis que conseiller à mon commissaire un pèlerinage sur les rives de ce fleuve fameux, d'où il nous reviendra, espérons-le, paré des grâces de Parsifal, mais je souhaite vivement qu'on n'attende pas cet heureux événement pour me dire que signifie cette histoire et en quoi elle me regarde.

Voilà, messieurs, tout ce que je sais au sujet de mon accusation. Vous reconnaîtrez vous-mêmes que c'est peu et que, en apparence, ce n'est guère sérieux. Remarquez que je ne proteste pas contre mon incarcération car je comprends parfaitement que le ratissage actuel est nécessairement trop sommaire pour qu'il n'y ait pas un grand nombre de personnes arrêtées sans raison. (Cela fait, peut-être, compensation, à un plus grand nombre de personnes qui, ayant des raisons d'être arrêtées, ne le sont pas. Et comme dit La Fontaine: «Si ce n'est toi, c'est donc ton frère.») Très franchement, je vous assure que j'envisage sans peur et sans mauvaise humeur tout ce qui n'atteint que moi —avec tout au plus un peu de curiosité, mais vous ne la trouverez ni injustifiée ni prématurée, car il y a près de six mois que je suis en prison.

C'est dans cette espérance, messieurs, que je vous prie d'agréer l'expression de mes sentiments choisis.
Germaine Tillion

Germaine Tillon,  etnologa francese, figlia di un magistrato, penna di ironia sublime, partigiana, anzi capo partigiano della cosiddetta Rete del Musée de l'homme, scrive questa lettera al tribunale tedesco mentre è in prigione sotto l'occupazione nazista in Francia, su denuncia di un prete, sull'orlo della deportazione che subirà insieme a sua madre nel campo di Ravensbuck. In campo di concentramento comincia non senza rischi una ricerca sul funzionamento del luogo e della comunità in cui si trova. A giudizio di chi scrive sfrutta il mezzo appropriato a lei per sopravvivere a una situazione insostenibile: astrarsene, studiandola, lasciandone interpretazione e memoria. Nel frattempo, però, mette su anche un'operetta. I nazisti le hanno sequestrato tutto il materiale raccolto per la preparazione della sua tesi di dottorato sulle popolazioni berbere dell'Algeria, destinata al "tesoro" del campo. Dal campo lei ritorna, grazie alla Croce rossa svedese, sua mamma no: viene gasata nel marzo del 1945, a non meno di settanta anni. Alla fine della guerra Germaine si dedica a raccogliere documentazione sui deportati dei campi di sterminio, aggiungendovi poi anche lo studio dei gulag stalinisti e sulle donne deportate ed immigrate, senza mai abbandonare le sue ricerche riguardanti le popolazioni del Nord Africa coloniale. Tenta una mediazione con i ribelli durante la guerra di Algeria, si batte contro la pena di morte, insegna all'Ecole des hautes études en sciences sociales a Parigi. Le sue ceneri sono state recentemente trasportate al Panthéon, sola donna, credo, insieme a Marie Curie.
Ah, sì: in questa lettera mente sfacciatamente quando afferma di dire la verità, e dice la verità quando sembra non dire nulla di significativo.
Voi avreste fatto diversamente? Peggio per voi.

domenica 24 aprile 2016

Foto della domenica

La mia dotazione informatica non verrebbe certo ritenuta cosa eccitante dalla maggior parte delle persone che mi conoscono, mi dico salendo le scale della grande casa che ci ospita. Ma che importa? Non serve a questo. Supponi quindi che una domenica mattina, tossicchiante e malata, dopo una sana spremuta di arance maltesi, le sole ancora buone e succose in questa stagione, tu risalga a lavorare su qualcosa definito dagli altri abitanti della casa come "Ho già un'erezione al pensarci". No, non abito in mezzo a persone scurrili, non le sopporto, come tutto ciò che è inutile gallismo. Ma il tipo in questione sta spiegando a una sua ex (la moda di frequentare gli ex mi fa accapponare la pelle solo a pensarci, ma si sa, io sono senza tempo per definizione) come usare un sito di incontri e avrà pensato che la battuta lo calasse meglio nel suo ruolo.
Pochi minuti dopo, qualcuno dei molti ospiti volanti del padrone di casa ha bisogno di vedere come si utilizza Iphoto e chiede del tuo bellissimo Mac, ormai un maturo signore di dieci anni, ma che non potrò mai permettermi di cambiare, grazie alla moderazione, anzi deflazione salariale (quella cosa per cui nel nostro paese stanno chiudendo non so quante attività al dì e le altre non se la passano benissimo), imposta dalle sempre sante politiche economiche monetarie della UE ché qui a noi si sa il sadomaso piace dalla parte ecc., dicevamo, poniamo che il mio Mac sia l'unico attrezzo disponibile e pure funzionale. Quindi offri ospitalità, naturalmente, chiudendo quei file che sono stati definiti tutt'altro che eccitanti poco prima dalle stesse persone, e siccome i due sono curiosi, una volta conclusa la spiegazione, uno dei due si tuffa a percorrere la biblioteca - vietato chiamarla "libreria" chez moi, grazie - finché, come c'era da aspettarsi, cade su alcune foto realizzate nell'intimità, come quelle che tutte e tutti, ma proprio tutte e proprio tutti, hanno ormai nei loro file. Lo so, l'origine del mondo sarebbe più elegante, quantunque un tantino statica, ma già all'epoca se la potevano permettere in pochi.
La cosa che mi lascia basita è come mi guarda, quando riesce a scollare gli occhi dalle evidentemente interessantissime foto: perché a quanto pare il cromosoma XY impedisce di concepire che una donna che gode profondamente nell'immergersi in archivi, vecchi libri, vecchi racconti, freddolosa da morire e quindi sempre imbozzolata in un cachemire da 16 fili, completi di tweed spessi tre dita e stivaloni imbottiti, ma che peraltro appena la temperatura lo permette si darebbe al naturismo, che ama sedurre come la morte trovando entrambe queste attività una perdita di tempo a questo mondo, giotoncella quanto basta, toh, possa avere tracce di vita sessuale persino nel suo Mac.
Ah les hommes! Eppure dovrebbero conoscerci, un poco, visto che li lasciamo a bocca aperta così tanto.


mercoledì 20 aprile 2016

Tremante come gelatina

Ci dev'essere qualche personaggio che tremola come gelatina da qualche parte della letteratura letta e immagazzinata in un cervello, il mio, ormai arrivato al limite delle sue capacità di stoccaggio. O forse no, forse semplicemente il mio incontro con la gelatina in letteratura e fuori data dal Gattopardo. Lì, la gelatina al rum è il dessert preferito del principe che la sottomessa e traditissima moglie gli fa trovare per ringraziarlo dei suoi omaggi dopo una notte burrascosa. Ma in casa mia gelatine non se ne preparavano, sicché quando in Inghilterra venni realmente a contatto con quei cubetti colorati girare le spalle fu tutt'uno.
Poi leggo un post da cui apprendo che oggi va di moda un oggetto non identificato (altra definizione estremamente trendy, questa roba evidentemente ce le ha tutte) dolce, o forse una bufala non si sa, che si chiama poeticamente goccia di pioggia e che altro non sarebbe che una gelatina. La bravissima autrice del post (di cui ricordo una poetica e goduriosa gelatina al moscato affondata in una coppa di delizie -  forse un giorno riuscirò pure a prepararla) ha finito di conquistarmi, anzi ha confermato di avermi conquistato, con la sua ricostruzione storica di questo piatto alla moda. Anche a me è capitato di interrogarmi sulle origini di un piatto, il cheese cake nella fattispecie, fantasticando un passaggio dalla vatruschka o serniak del centro Europa al piatto, anzi al non formaggio industriale USA oggi ben noto, come conseguenza dell'emigrazione ebraica dovuta ai pogrom zaristi dei primi del '900. Poi mi hanno anche detto che sarebbe andata proprio così (e che del non formaggio si può fare a meno). Ma la sua storia  è molto ma molto più bella.
La goccia di pioggia alla bufala sarebbe insomma...

venerdì 8 aprile 2016

Sorrisi

Pare che qui la mia faccia ispiri. O respiri chissà. Metrò, discesa dal vagone, mi si accosta un ragazzo, più giovane, un'aureola di ricci: "Mi scusi, posso chiederle a cosa pensava poco fa? Sorrideva... aveva l'aria felice, ma talmente felice" mi dice con un sorriso da sciogliere gli iceberg. Due giorni dopo, stazione del metrò, esco di corsa, cado fra le braccia di un gruppo di sconosciuti in attesa: "Eccola eccola è lei" assicura un signore, attirando l'attenzione degli altri su di me. "Buongiorno" gli sorrido allontanandomi, seguita da bisbigli "Ma no, ma no, non era lei, no, di certo...". Mentre sono in attesa al semaforo arriva il tipo di prima: "Mi scusi, sa, aspettavamo qualcuno... ho visto una ragazza (galanteria non guasta mai), dall'aria accogliente, sorridente, aperta, generosa. Mi sono detto "è lei", mi dispiace...". Mais sous les ponts coule la Seine un matin de printemps.