Oggi

"Data">Data Rivoluzionaria

pellegrinablog,chiocciolaquindi,gmail.com

per gli scribi

Toulouse en érasmienne

domenica 13 aprile 2014

Incontri notturni

Sono finita nei sobborghi. Per questa settimana l'unico posto libero a Oxford era lì. Sobborghi benestanti, comunque, pieni di alberi dai fiori bianchi. Casa che ricorda quella dei film hollywoodiani di campagna, vestibolo con le colonne, due ali di stanze a destra e a sinistra, lato posteriore affacciato sul prato. Un po' fintino, un po' più lussuoso, un po' più pretenzioso degli altri college dove sono stata. La luna che entra dalla finestra, e quella specie di deserto intorno. I sobborghi e le zone residenziali non mi hanno mai messa a mio agio. Conservo sempre un senso di estraneità, di mancanza di vita, quando ci sono dentro. Pure nella bellezza del verde e nell'agiatezza che spesso hanno.
Ritornando dal nuovo pub, dove fanno un'eccellente pasta da pie, si getta un'occhiata nei bowindow. Che bellezza poter vivere al primo piano con le finestre senza sbarre. E che differenze tra una strada e l'altra e un isolato e un altro. Perché si fa presto a dire una libreria e dei quadri. Ma se la libreria è qualche tavola sgangherata con sopra un'enciclopedia, o un oggetto ben congegnato, proporzionato e stabile con sopra copertine in tela tutte diverse le une dalle altre e quanto mai attraenti; se i quadri sono dipinti e con il passe par tout oppure poster incorniciati sotto vetro, se il caminetto di pietra è libero da ogni foglio superfluo, oppure ricoperto di minuscoli oggetti eterogenei, c'è differenza. Oh, se c'è differenza.
Sono su Winchester Road quando scopro di avere compagnia. Dall'altro alto lato della strada corre una bestiola di colore giallo bruno. Dal garrese si direbbe un grosso gatto o un piccolo cane. Zampe fini e alte, corpo allungato e asciutto, muso allungato, coda lunga ma fine tenuta parallela alla strada, orecchie appuntite. Attraversa la strada dietro i miei passi e s'inghiotte tra le sbarre di un giardino. Come si sarà capito, sono nulla in zoologia. Lepre? Volpe? Lupacchiotto? Non lo so, ma di certo quella cosa lì, agile, silenziosa e guizzante, non era un gatto.

sabato 12 aprile 2014

For ever and ever

Con l’età, è noto, si diventa perversi e non pretendo certo di fare eccezione. Anni fa forse non avrei accettato l’idea di ascoltare un Messiah di Haendel in cui la parte musicale fosse così forzata come questo qui ad Oxford. Niente orchestra, solo l’organo della chiesa St. Mary. Niente coro, tredici cantanti e un direttore che si alternano nelle parti soliste e in quelle corali (qui probabilmente siamo già più vicini alle prassi e agli organici dell’epoca, gli organici monstre degli oratori haendeliani appartengono al troppo fragoroso XIX secolo, secolo delle macchine). Arie distribuite tra più cantanti e anche se ciò può giustificarsi con una soluzione drammaturgica della regia non mi ha divertito più di tanto. Anzi m’è parsa una soluzione furbetta. E a me le soluzioni furbette, cioè ammiccanti ma banali, piaccion sempre pochino. Inoltre affidare un’aria a un registro grave ma femminile anziché maschile, ad esempio, riporta è vero a una tradizione (sciagurata) del primo recupero haendeliano, quando si affidavano ai baritoni e bassi le parti dei castrati, ma manda anche all’aria i rapporti fra i timbri di voci e strumenti. Sembra servire più a far con quel che c’è – ad esempio un contralto notevole al posto di un buon basso, nota dolente del canto inglese – che a servire un’idea musicale o teatrale. Però la regia è ardita e divertente. Non tanto perché strizza l’occhio al pop di quando in quando, quella è ovviamente la cosa meno riuscita. Vediamo il resto. Palcoscenico è l’incrocio tra navata centrale e transetto. Scene una pedana e dei panchetti di legno. Accessori dei piatti di carta bianchi che fungono da aureole durante un coro. Niente luci. Niente trucco. Tredici personaggi che potresti incontrare per strada un giorno qualunque, con indosso dal completo con valigetta alla tuta in felpa. Indaffarati, indifferenti, aggressivi, strafottenti. Ispirati, come una sorta di figlia dei fiori riconvertita in gonnellone e scarpe da ginnastica o una beghina con la croce sul petto e uno straccio da polvere in mano che lustra i banchi della chiesa. Tutti con una sorta di ossessione in sé. Supponenti, come uno scout con lo zainetto. Incollati al cellulare… ecc. il direttore d’orchestra, in un angolo, fa attaccare l’organo. I personaggi si trovano d’un tratto confrontati con la musica e il testo haendeliano e lo recitano come se fosse parte di una storia personale che non conosciamo ma potrebbe essere quella di ogni persona qualunque. Che cosa c’è di più teatrale? Invece di essere schierati sul palco immobili in visione frontale per lo spettatore, si muovono, interagiscono, reagiscono a ciò che fanno gli altri. Entrano in scena man mano i vari personaggi e i vari loro caratteri, suscitando reazioni diverse negli altri: curiosità, ira, accettazione, scatti, ammirazione, sottomissione, rifiuto, a seconda delle loro attitudini sociali più o meno dominanti. Recitano sé stessi e insieme recitano Haendel. Non male… perché in questo Haendel non ci sono certo personaggi definiti, solo registri vocali. Prima di iniziare le prove il regista ha mandato a ogni cantante una lettera con la biografia del personaggio che si apprestavano a giocare: sul palcoscenico il contenuto delle lettere non viene mai esplicitato, ovviamente, dato che va oltre il testo haendeliano, ma i cantanti sono invitati a recitare un confronto: come se portassero sulla scena il bagaglio di vita e esperienze del personaggio concepito dal regista dentro la musica e il testo. Del resto Haendel era un grande uomo di teatro e nei suoi lavori non manca certo la forza drammatica che questo altro regista ha saputo incanalare e sfruttare.
Vediamo così confrontarsi e reagire una serie di caratteri assolutamente realistici e moderni ai momenti cardine dell’oratorio haendeliano: l’annuncio dell’arrivo di Gesù, la morte e il lutto, la resurrezione. In questa ultima parte la regia è senz’altro più debole, è quella che più si avvicina al pop e al déjà vu, con tutti  vestiti di bianco che si sorridono e si abbracciano. Ma le prime parti sono davvero molto belle a vedersi e a sentirsi. I cantanti hanno una perfetta disinvoltura scenica, non hanno bisogno quasi di guardare il direttore d’orchestra il quale dal canto suo, lungi dal confinarsi in pedana, si sposta, li segue, si mette in disparte, lasciandoli discretamente in primo piano. I cantanti hanno una formazione sicuramente classica, ma una recitazione assolutamente non standard. Peraltro gli attori inglesi, soprattutto teatrali, sono a lungo stati di una disinvoltura perfetta. Il farli girare per la navata, avvicinando i loro corpi agli spettatori è dunque estremamente coinvolgente. Forse può derivare dal musical, benché qui non ci sia, per fortuna, nulla del finto e artefatto che i musical trasmette (almeno quello che si vede nei film hollywoodiani, perché a teatro non ho mai avuto l'opportunità di vederne). La spazializzazione del coro all’interno della chiesa è fenomenale, perché tredici cantanti lungo una navata fanno un effetto stereofonico favoloso. La mancanza dell’orchestra aiuta a mettere ovviamente in rilievo le voci indipendentemente dal loro reale volume (che non è il forte dei cantanti anglosassoni).  Inoltre gli Inglesi non hanno forse grandissimi solisti, ma sanno molto bene cos’è cantare in coro. I movimenti del coro quando canta insieme invece strizzano troppo l’occhio alle messe di certe chiese USA e danno l’aria di essere un po’ fuori posto. Il regista John Ramster, dice di aver voluto avvicinarsi all’oratorio come a una meditazione sulla fede, personalmente l’ho trovata soprattutto una osservazione sui tipi umani e sui meccanismi di interazione. Nel momento in cui qualcosa, una narrazione o altro che sia, coagula le persone tra di loro, la loro attitudine e percezione del mondo può cambiare profondamente.
Dopodiché gli Inglesi si alzano davvero per ascoltare l’alleluja – diciamo il 90% - che qui è cantato alzando i pugni – devo capire da dove viene questa idea, probabilmente dal pop: dallo stadio? Dalla discoteca? Dal musical? perché dubito che il senso sia quello da corteo -; può essere interessante e più facile ascoltare il Messiah in una versione come questa, del resto le opere e gli oratori al momento della loro composizione erano veramente aperte a tutti i pastiche e le parodie possibili, la sacralizzazione avviene in epoca romantica, quindi la sperimentazione, purché intelligente, ci sta; però usciti da lì, comprarsi subito una bella registrazione con la musica come Haendel l’ha scritta e ascoltarsela tutta di nuovo.

Una goduria!

giovedì 10 aprile 2014

Alcolismo

No, non il mio ché non mi ricordo più nemmeno quando ho bevuto quattro bicchieri di vino nella stessa serata (ma doveva essere non dopo novembre dello scorso anno, con Michela a Venezia, forse e la volta prima si perde nell'oblio, agosto in montagna?). Nemmeno per la disperazione di dover tornar in Italia tra venti giorni esatti, in una di quelle situazioni che già mi fa scoppiare nella pelle per la voglia di mandarla in pezzi. Ma sono per adesso troppo sana per poter pensare all'autolesionismo, dopo sei mesi di cura ricostituente estera con quest'ultima dose di pappa reale (è il caso di dirlo) dell'Inghilterra. Dove per pappa reale si intende seppellirsi nove ore e mezza al giorno nella sala sotterranea di una biblioteca, ma ognuno ha le sue dipendenze, confessiamolo.
Nei paesi del nord si beve di più e questo si sa. Ma vederselo accanto è un'altra cosa, non avendo io mai avuto per fortuna esperienza troppo vicina di questo flagello sociale.
Sì, una volta una quasi collega, alcolista, di quelle che iniziano a bere alle due del pomeriggio, l'ho sfiorata. Lavorava al piano di sopra a quello in cui stavo io. Mi si stringeva il cuore per suo figlio, ancora piccolo, tra le elementari e le medie. Lui non sapeva cosa fare di questa madre ubriaca e giustamente, fin troppo giustamente secondo me, diventava aggressivo nei suoi confronti. Voleva una mamma, non una mamma ubriaca. Ma in fondo era possibile lasciarla lontana.
Cosa dire però di una persona che ti è stata compagna di chiacchiere, passeggiate, divertimenti, buone cene (e qualche bicchiere di vino), di cui non hai mai immaginato nulla - anche per ingenuità, perché la vedevi da un po' sempre più gonfia, ma essendo sempre stata corpulenta non ci pensavi più di tanto - che arriva a un appuntamento con un'ora di ritardo, così ubriaca da non riuscire a parlare, attraversa ondeggiando le sale della mostra, scompare e  la devi ripescare chiamandola non so quante volte al telefono dopo aver girato tutto Beaubourg? E' successo la domenica prima di partire per l'Inghilterra. E' forse la persona con cui più stretta e affine è la conoscenza qui in Francia, perciò tanto più preziosa per me, al momento di ricostruire tutte le mie relazioni. Da un lato si spiegano adesso tanti piccoli episodi, tante incongruenze degli ultimi tempi, tante scomparse. Dall'altro si rimane attanagliati dall'impossibilità di aiutare chi si trova in situazioni del genere. Si rimpiange che non venga data qualche minima nozione di cosa fare quando si è confrontati a simili casi, perché l'imbarazzo, la sensazione di inadeguatezza, la voglia di porgere aiuto ma allo stesso tempo la paura di sbagliare, rischiano di fare più danno ancora.
Purtroppo non è il primo caso che mi capita, qui in Francia.
Il secondo caso è forse più imbarazzante ancora, perché si svolge in ambiente lavorativo. Una sera vieni incastrata a bere un bicchiere, ci vai volentieri, aspettavi questo segno di inclusione. E capisci che tranne due persone le altre si sono tutte trovate, sul lavoro, perché inclini all'alcool. Visi arrossati, corpi gonfi, aria persa nel vuoto davanti a sé. E teste disperatamente brillanti. Di quelle che avresti sempre sognato di trovarti accanto. Si controllano davanti a te. Ma i segni si mettono insieme lo stesso. Un baratro.

Non si sa se provare più paura, fastidio, ribellione. Voglia di aria pura (altro che finestre piombate).
Poi, oltre la Manica, salita sul treno per Oxford, alle due del pomeriggio di un lunedì, ti viene incontro una zaffata di alcool dall'intero vagone. Sarà che invece che su un treno passeggeri sono entrata in un convoglio che trasporta tutte le botti usate di una distilleria scozzese verso il Devon?

Al pub, unico luogo dove a Oxford servano del cibo decente, stasera c'è ressa. Trovo posto in un angolino appartato, una saletta con un secondo bancone e tre tavolini più adatti a bere che a mangiare. Il vicino osserva con curiosità e attenzione la mia mezza pinta. Cider, cider si sussurra interessatissimo con gli  altri due commensali. Pare che il mio sidro (perché le birre inglesi proprio non mi piacciono) sia "sparky", cioè ottenuto con un metodo di fermentazione naturale che lo lascia stranamente opaco, e sia privo di additivi. Mi spiega il vicino che una volta ne ha bevuto molto, ma molto, ma molto - e ci credo - fino a essere molto ubriaco. Ma con quel sidro lì, poi non ha avuto mal di testa. Forse perché è assai diluito come alcool, forse per la mancanza di additivi. Arriva il mio colossale piatto di carne patate e insalata e siccome non mangio dal porridge di stamattina gli faccio onore. Nel frattempo sogguardo quei miei vicini che discettano così approfonditamente sull'alcool. Hanno sul tavolo due bottiglie di vino e uno una pinta di birra. Ognuno ha la su bottiglia, nessuno ha del cibo (sono le sette di sera). Le loro pance sporgono dai cardigan aperti come se fossero piccole botti. Le facce sono tirate, gli occhi all'erta e sfuggenti come davanti a un pericolo. Di colpo mi ricordano i racconti di Ivo Andric suglu ubriaconi di Bosnia. Sono poveri, vestiti in modo dimesso. Qui in Gran Bretagna le differenze di classe sono fortissime, stridenti. Ma non sono soli. Due portano la fede. Il terzo, quello con la pinta di birra e la pancia meno prominente, se ne va. Loro rimangono, con le loro bottiglie di vino. Dall'altro lato del mio tavolo, due uomini magri, più anziani di loro, con un semplice bicchiere, parlano di affari. Non riesco assolutamente a capire di cosa, in maniera concentrata, intensa. Sono diversi, vestiti discretamente ma con abiti costosi. Hanno gli occhi chiari e forti di chi ha la propria strada. Non mi rivolgono la parola. Finisco di mangiare, saluto i beoni del tavolo vicino. Parlo dell'agnello che da noi si mangia a Pasqua. Già, perché è il simbolo cristiano, mi dicono.
Sparisco mentre cade la notte.

domenica 6 aprile 2014

Stramaledetta sia

Sì, proprio così: stramaledetta sia. Lo dico e lo ripeto, consapevolmente: stramaledetta sia la malefica quanto insalubre passione anglosassone per costruire case di cemento e vetro di nessun valore, sigillandocisi dentro e respirando solo grazie a rumorosissimi quanto dannosissimi impianti di climatizzazione.
Per non parlare del consumo energetico che richiedono, che quando ti esortano, poi, a non chiedere di cambiarti gli asciugamani tutti i giorni, gli faresti il bondage, con i medesimi, mandandoli in giro per la città il sabato pomeriggio all'ora di punta. (Non che a me dia problemi tenere lo stesso asciugamano, al contrario, come tutti è quel che faccio a casa, ma diciamo che save the planet a furia di asciugamani e ventole pare una vera presa in giro, sì?)

Uno spettro s’aggira per l’Inghilterra, pardon Oxfordshire, pardon la sua città eponima, pardon quella specie di paradiso in terra che va da Parks a Merton Street. Paradiso in terra, sì. Se non fossero le ventole.
Lo spettro è ormai il terrore di ogni lodge che si rispetti, dove si presenta annunziato da due valigie che si contraddistinguono l’una per le dimensioni da pilastro di cattedrale gotica e l’altra per il peso specifico da metallo raro. Arriva, ovviamente, al calar della sera. Ha l’aria pallida e surreale di chi passa molte ore lontano dalla luce del sole (sottoterra, per la precisione, è uno spettro eccentrico). La questione è sempre la stessa: per adagiare i suoi lenzuoli, per favore, un cubicolo che sia lungi da qualsivoglia apparecchiatura meccanica funzionante a motore. Sì, piuttosto va in giro con la candela. No, non ha caldo in Inghilterra, ad aprile, con le nuvole e il vento e la pioggia. Sì, è qui per lavoro e non può passare le notti insonni ad ascoltare concerti di cacofonia contemporanea. Se proprio volesse goderseli, partirebbe su una nave da crociera, ché come motorizzano lì, nemmeno su un cantiere. No, dormendo non passa: ha provato di tutto, dal seppellirsi sotto le coperte alla pinta di sidro, non funziona.

La odio. Li odio. Non ne lascerei pietra su pietra, pardon, granello su granello, di quelle case lì. Ché il cemento, già brutto di suo, questo è: sabbia impastata e fragile, mal isolante e facile da sgretolare.
Ma si può, dico, si può, essere in un posto così e vivere perpetuamente immersi in un’onda sonora paragonabile alla pista di un aeroporto quando sta per partire una flotta di bombardieri tutta nel medesimo istante? Si può trovarsi fra le mani un simile giocattolo prezioso e delicato, perfettamente calibrato nel suo equilibrio originario, ed incastrarci a forza ventole inesauste attive 24h? quando sarebbe così semplice poter aprire una finestra e respirare l’aria degli infiniti giardini di questo loco, ascoltando il cinguettio di primavera? Non paia idilliaco, perché qui è la realtà.
E invece.

Al bancone i portieri tentano invano di resistere. Le loro strategie sono molteplici. Uno ti rimpalla all’organizzazione che prenota le stanze, che dio ce ne scampi, nulla ha a che fare con loro. Pare la privatizzazione delle ferrovie britanniche, quando ogni  mansione era affidata a una squadra diversa di una impresa diversa: una pacchia, organizzativamente parlando. Ah, ma la privatizzazione rende tutto efficace ed efficiente, eh. Guai dubitare, sarai mica uno spettro comunista? E se vuoi parlare invocando pace anziché stridore di catene con l’essere invisibile che ti ha prenotato la stanza devi attaccarti al telefono.  Che ti manda un idraulico. Che cade dalle nuvole e va a controllare la caldaia dei silenziosissimi scaldabagni: roba solida e antica che non manda fiato alcuno. Che poi ti viene dietro quando ti metti a giocare a Sherlock Holmes: ti arrampichi su scale a chiocciola, scendi nelle cantine, apri finestre su retro cortili, ti aggiri nei vialetti tendendo l’orecchio al malefico rumore. Dietro una serie di oggetti chiaramente posti lì a sbarrare la strada ecco due magici interruttori: toh, basta spegnerli e “Peace” fa il bravo Ron. Eh, già: peace, not love. Specie quando, la sera, torni in camera e trovi il biglietto: li ho riavviati, in caso mi chiami al cellulare. Inglese, of course, e con i forfait i cellulari stranieri non li chiami, non funziona proprio il tuo, di telefono.  La mattina dopo una lunga notte, seconda telefonata: “Mandiamo un ingegnere” – sì certo. Mandi chi le pare, ma per favore stasera mi spenga quell’inferno dalle 7 pm alle 8 am. Eh ah oh uh.

Il giorno dopo, fortunatamente, parto.

Seconda scena: per cortesia una stanza lontana da macchine, ventole e tutto il resto. Ah, certo, con un tempo così, chi ha bisogno dell’aria condizionata? Edificio moderno con magnifica finestra sul parco, larga quanto un’intera parete della camera e piombata. Se non fosse per il ronzio, penetrante quanto quello di tutte le zanzare del pianeta radunate in un metro cubo. La cucina. Davanti alle finestre. Poveretti, li capisco: lì sarebbe davvero difficile lavorare senza ventilazione. Riattraverso il parco. Per fortuna il portiere capisce la situazione e mi cambia stanza. Pace, non amore, perché le finestre essendo sigillate l’unica forma di areazione prevista è appunto condizionata, non neutralizzabile e per mia sfortuna mi provoca mal di testa e un principio di sinusite. Finché, oh meraviglia! scopro dei minuscoli was ist das apribili. La mia notte lascerebbe incantato un igienista: piena di spifferi (le aperture sono su due lati della stanza che ha la doppia esposizione), ma di certo con un gran ricambio d’aria.
La mattina dopo interpello il portiere: la stanza è silenziosa, per carità, mille grazie. Ma non si potrebbe avere una semplice stanza con una semplice finestra? Sa, di quelle anticaglie fuori moda che si aprono e si chiudono?
Signora, lei ha prenotato una camera economica! (intendendosi per economica 50 euro per una singola con bagno in comune). E poi le altre stanze danno sulla strada (dove passa sì e no una macchina ogni quarto d’ora) c’è rumore. Guardi, non è certo quel rumore lì che può crearmi problemi… Ah, beh, se cambia la sua prenotazione con una stanza più costosa, non c’è problema. Lì avrà la finestra.

Il fantasma si agita sempre più.

Già. Chi l’avrebbe detto che poter aprire una finestra e respirare l’aria del pianeta dovesse essere un lusso.


Scuotonsi le catene.

giovedì 3 aprile 2014

Purtroppo non è un pesce

Il 1 aprile muore a Parigi lo storico medievista Jacques Le Goff, 90 anni vissuti pienamente.
Questo è un suo ritratto
Dal liceo in poi il suo lavoro ha accompagnato anche i miei studi e le mie letture.
Poter oggi sfiorare quel che resta della straordinaria fioritura culturale della Francia del secondo Novecento, che lui e tanti altri hanno saputo creare, e che oggi sempre più fatica a rinnovarsi a causa dei dissennati demolimenti economici e culturali di quanto di meglio l'Europa abbia prodotto in nome della più violenta ideologia su piazza, il liberismo ignorante, diseguale e retrivo, è una delle più belle cose che mi siano toccate nella vita.
Grazie, orco curioso.
Grazie, Francia delle Trente glorieuses.

sabato 29 marzo 2014

Questa notte

Era la notte in cui una musica passata nel métro fa venire voglia di ballare subito. Era la notte che segue due giornate emotivamente intense al momento in cui finalmente lasciano la presa. Tutto polverizza il movimento. Scarpe morbide dal tacco sottile, gonna svasata e scollatura giusta ché quando si balla si balla senza fermarsi mai, se si può, si finisce grondanti e sorridenti sotto il top più fasciante, scollo a V e incrocio davanti e dietro, spalline finissime. Felici.
La notte in cui le mani sanno come farti roteare, il ritmo farti passare da un cavaliere all'altro, il gruppo ruotare insieme, tutti a riacchiappare tutti.
La notte in cui incontri i veri ballerini, quelli che ti guidano con gli occhi. Sì, anche quando, come nel mio caso, ballare non si può dire che tu lo sappia fare davvero.
Quando non fai collezione di inutili numeri di telefono ma di canzoni danzate spensieratamente.
Quando le ore passano insieme alla stanchezza.

Per ora qui c'è solo un malefico file excel dove le formule che prima funzionavano sembrano essersi ammutinate aggrovigliandosi senza rivendicazioni comprensibili.
E buona notte, insomma.



N.B.: con queste non ci ballo, ovviamente. Ma mi somigliano, ecco.
Vengono da un certo negozio che forse lei conosceva. Percorrono il caldo marzo di questa primavera parigina. Speriamo sia solo l'inizio.

mercoledì 19 marzo 2014

Quando mancano le parole

Copio e incollo da qui e che i Pirati ci proteggano.
Purtroppo non sarà l'ultima che ci toccherà vedere.
Pensiamo alla gran furbata di licenziare almeno una città intera in un momento simile, ad esempio.
Chissà quanti di loro continueranno a bere birra. O a prenotare viaggi. O a comprare s/w.
O semplicemente a pagare le tasse.
Ma è ovvio che lo scopo non è quello di risparmiare. Bensì di creare una massa di disoccupati talmente critica da accettare qualsiasi indegna condizione di lavoro. Con buona pace della Costituzione, art. 35-47.
Mi sa che una volta o l'altra posto anche quelli.
Quanti di noi conoscono davvero cosa dice la nostra legge fondamentale, quali rapporti regola e come, e cosa siano i nostri diritti e doveri?
Temo di dover rispondere: troppo pochi.

Da Renzi una novità: le mani sulla città


Non c’è davvero nulla di nuovo in Matteo Renzi, a parte la grinta: c’è solo un intenso bricolage che ritaglia da destra, e incolla malamente a sinistra, spezzoni di pensiero, parole d’ordine, slogan. Uno dei più impresentabili che Renzi ha preso di peso dal repertorio populista e selvaggiamente liberista di Silvio Berlusconi è il “padroni in casa propria”. Un’idea texana della convivenza civile che significa che ciascuno dev’essere libero di cementificare, sfigurare, distruggere pezzi di ambiente, di paesaggio, di patrimonio storico artistico.
Fin da quando era sindaco, Renzi ha polemizzato aspramente contro quelle che chiama “le catene” imposte dalle soprintendenze, istituzioni “ottocentesche” che impedirebbero la “modernizzazione del Paese”. “Sovrintendente – ha scritto nel suo tragicomico libro Stil novo – è una delle parole più brutte di tutto il vocabolario della burocrazia. È una di quelle parole che suonano grigie. Stritola entusiasmo e fantasia fin dalla terza sillaba. Sovrintendente de che?”. Renzi sembra non accorgersi di vivere in un paese massacrato da uno “sviluppo” pensato solo in termini di cementificazione: un paese compromesso non dai troppi no, ma semmai dai troppi sì, delle soprintendenze. E non sono solo le opinioni di Renzi,a preoccupare: è il suo governo di Firenze a far capire come la pensi in fatto di cemento. Vezio De Lucia ha notato come nel piano strutturale del 2010 “le previsioni relative alla proprietà Fondiaria (un milione e 200 mila metri cubi) sono riportate come fossero già attuate: per non smentire la propaganda del sindaco Renzi a favore del piano a sviluppo zero”.
Sapendo che il cemento non è telegenico, Renzi cerca di non parlarne troppo. Tanto più stupisce che sia un giornale come Repubblica – subito improbabilmente seguito da Italia Oggi – ad abbracciare, in scala uno a uno, un simile programma. Archiviato il pensiero di Antonio Cederna, sconfessato quello di Salvatore Settis, ora è Giovanni Valentini a scrivere sul giornale di De Benedetti che “troppo spesso le soprintendenze diventano fattori di conservazione e di protezionismo in senso stretto, cioè di freno e ostacolo allo sviluppo, alla crescita del turismo, e dell’economia”.
L’articolo, in prima pagina domenica scorsa, ha lasciato basiti migliaia di lettori che vedevano da sempre in Repubblica un presidio sicuro per la difesa dell’articolo 9 della Costituzione: e da allora si susseguono sul web risposte incredule e indignate di associazioni, funzionari di soprintendenza, singoli cittadini.
È in questa prospettiva che Renzi diventa il campione delle “mani libere” contro le soprintendenze, che l’avrebbero ostacolato nell’allestimento della cena della Ferrari su Ponte Vecchio [Aggiungo per testimonianza diretta che tale cena non è la prima. A Firenze in luglio ho avuto il piacere di vedere, in una notte torrida in cui si vagava cercando il fresco, il cortile degli Uffizi sull'Arno requisito e recintato per una - pacchianissima - cena di appassionati di auto storiche. Con tanto di palcoscenico con esibizione da discoteca e altoparlanti urlanti al centro. Requisito allo stesso modo, ma per installarci uno stabile quanto inarrivabile ristorante, il greto dell'Arno sotto gli Uffizi medesimi. Se questa è la vita da dare, con totale incomprensione culturale e storica del loro senso nonché requisizione censitaria, ai monumenti storici PUBBLICI del nostro paese...]  e fermato nei “sondaggi tecnici” sulla Battaglia di Anghiari di Leonardo in Palazzo Vecchio. Peccato sia tutto falso: sull’osceno noleggio del ponte l’asservita soprintendenza fiorentina non ha aperto bocca, ed è stata una partita tutta giocata dal Comune, con tanto di permesso ufficiale concesso il giorno dopo la manifestazione, e con un incasso pari alla metà di quello sbandierato da Renzi. Quanto a Palazzo Vecchio, giova ricordare che la Battaglia di Anghiari semplicemente non esiste, e che Renzi è stato fermato non dalla soprintendenza (anche in quel caso succube), ma dalla comunità scientifica internazionale, compattamente insorta contro una farsa pseudoscientifica che fa ancora ridere i direttori dei più grandi musei del mondo. Ma i banali dati di fatto non devono oscurare la retorica del Presidente del Fare che spezza trionfalmente i lacci e i lacciuoli frapposti da questa oscura genìa di burocrati. A quando un suo ritratto a torso nudo, mentre aziona una betoniera calpestando l’articolo 9?
L’altra faccia di questa usurata medaglia è l’incondizionato inno ai salvifici privati. Chiedendo la fiducia al Senato, l’unica cosa che Renzi ha saputo dire sulla cultura è che “se è vero che con la cultura si mangia, allora bisogna fare entrare i privati nel patrimonio culturale”. Peccato che i privati ci siano da vent’anni, nel patrimonio, e che a mangiarci da allora non sia lo Stato, ma solo un oligopolio di concessionari fortemente connessi con la politica. E la ricetta è tanto originale che il punto 41 di Impegno Italia (il documento cui ha inutilmente provato ad aggrapparsi Enrico Letta) prevedeva un’unica ideona: “Incentivare lo sviluppo dei servizi aggiuntivi da dare in concessione ai privati”.
Di fronte ai crolli di Pompei, Renzi ha gridato: “L’Italia è il paese della cultura, e allora sfido gli imprenditori: che state aspettando?”. Quando era sindaco di Firenze, Renzi sfidava sistematicamente lo Stato a fare il proprio dovere in fatto di tutela del patrimonio. Ora che lo Stato è lui, sfida gli imprenditori. Fosse il presidente di Confindustria, ce l’avrebbe con gli enti locali. Non c’è davvero nulla di nuovo, se non che il repertorio da palazzinaro anni Sessanta è passato tale e quale dal fondatore di Forza Italia al segretario del Partito democratico. È il manifesto di una nuova stagione di Mani sulla città, un ritorno alla bandiera inverosimile del “più cemento = più turismo”. E siamo solo all’inizio.
Da Il Fatto Quotidiano del 13 marzo 2014

Davvero, vorrei solo emigrare senza mai più voltarmi indietro. Magari avessi venti anni di meno e potessi trovare davvero un lavoro stabile fuori da questa melma di paese ignorante, retrogrado e corrotto.