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per gli scribi

Toulouse en érasmienne

martedì 14 maggio 2013

La banalità del male

Neanche 18 anni e così tanta voglia di vivere da gettarsi sul selciato di un cortile in una sera del più radioso maggio che il secolo e i decenni ricordino, cielo di seta azzurra e sole che smalta i colori. Così ha deciso un bimbo dalle guance pienotte accompagnate da un grande, dolce sorriso, un po' stupito e incerto di fronte al mondo, come a volte gli adolescenti regalano, e dai grandi occhiali. Uno sguardo che non credo di avere mai incrociato.
L'altra mattina, uscendo di casa per andare al lavoro, incrocio invece un poliziotto, giovane e gentile, attento. Sta uscendo dall'appartamento di fronte. "Ha cinque minuti? Accetta di rispondere? Sa, è per quel ragazzino che si è buttato ieri sera, è morto. Era minorenne...". La fretta mattutina scompare, e piegati sul buffet - nel mio appartamento minuscolo regna sovrano l'ordine del trasloco - tentiamo di ricostruire cosa facessi la sera prima tra le 7 e le 8. Dormicchiavo probabilmente, recuperando l'alzataccia lavorativa, circondata dai romanzi che avevano avuto la meglio sui più ragionevoli tomi di studio.
"Ha sentito grida, liti?", mi chiede, mentre non so cosa rispondergli. Abito dall'altro lato del palazzo.   Assente per tanti mesi non posso nemmeno riportare se vi fossero discussioni abituali. Una voce giovane e fresca ha veramente penetrato con un grido, uno solo, non angosciato, quasi sorpreso, il dormiveglia, strappandomi al sonno?  Per tutta la giornata me lo chiedo. Tonfi no, quello di certo. Le sirene che ho sentito, pensando fossero di passaggio, erano per lui? o non era ieri? Per tutta la giornata me lo chiedo, sbigottita di me stessa, sentendomi idiota, sorda e cieca.
"Sincero, allegro e solare" lascia scritto un suo amico mentre sul pavimento del cortile si accumulano fiori, fogli di carta pieni di foto, candele, pacchetti di pavesini e Buondì Motta. Appesi tutt'intorno striscioni e una bandiera della Roma con il saluto scanzonato e affettuoso di un amico milanista. Ma la frase che mi annoda lo stomaco è un'altra, riferita a una foto infantile: "Anche senza denti il tuo sorriso è bellissimo".
L'unica frase che mi viene in mente, del tutto fuori contesto, è: "Si muore perché si è soli, o perché si è entrati in un gioco troppo grande."
Che si tratti delle mani armate, compiacentemente armate, dei mafiosi, o della solitudine infinita e disperata di tanti, troppi suicidi.
Quando a volte chissà, basterebbe essere "visti", basterebbe una parola gentile, una carezza sentita e delicata, un gesto di premura e di calore, a far sentire meno soli, a maggio.

venerdì 26 aprile 2013

Adesso

Adesso che sai che tutto è andato male, che tu e il tuo lavoro siete buoni ma non abbastanza per sceglierti, adesso che una buona parte del tuo lavoro di lungo periodo va rifatta (ma questo lo sapevi già prima che te lo dicessero, anzi il problema era che nessuno te lo dicesse!), per poter essere ripresentata, adesso che non hai neanche più energie, ma tremi e temi soprattutto di non poter più tornare qui per dedicarti a tutto questo, a fare la ricerca che in Italia ti è impossibile, adesso che ti dici che sei davvero troppo vecchia per poter sperare un futuro diverso, adesso che è sempre più evidente che non riuscirai mai a dare unità alla tua vita, ma ciò che ami fare non puoi perderlo pena lo spaccare te stessa come farebbe un colpo di spada dal cervello all'inguine, adesso che qui tutto è in fiore con la forza infinita della primavera del nord e i fiori si rinfrescano appena cade la pioggia lieve e vaporosa, adesso che i tuoi sei mesi di Persefone sulla terra sono terminati e devi risprofondare negli Inferi, forse per sempre, mentre intorno la primavera si scatena nei suoi colori, adesso...
Adesso voglio riposare. Smettere di andare in giro carica di zaini e borse che mi hanno stroncato la schiena con contratture dolorose, smettere di non riuscire mai a staccarmi dal lavoro senza starci male, smettere di correre ogni singolo minuto, di assorbire tanti concetti al punto di non sapere più dove metterli dentro al cervello. Voglio docce calde, lenzuola profumate, vestiti accuratamente scelti, vagabondaggi senza un perché.
Voglio un'estate ridente.
Voglio meditare su una cosa alla volta, nei miei studi, tranquillamente, con soddisfazione e attenzione.
Parigi non è mai stata così bella come in questi ultimi giorni di aprile. Ma Saint-Germain l'Auxerrois ha battuto i suoi colpi. Ora è il momento dei pianti.
Cosa accadrà dopo, dopo che avrò potuto un po' rifiatare? Nessuno lo sa.
Tutto sommato, quasi meglio. Quel dossier era interessante, ma mi avrebbe portato su una strada lunghissima, che soprattutto non sentivo totalmente mia, e in più estremamente rischiosa. Però alla fine quella strada, se fossi arrivata fino in fondo, avrebbe potuto farmi lasciare l'Italia, a ottime condizioni (per noi).
Il fatto è che ora non vedo nessuna alternativa al procedere con le mie sole forze, una minima appartenenza e uno stipendio da part time. Sempre ammesso che mi permettano di ripartire fin qui. E in questo caso, quanto potrò durare, quanto potrò dimezzarmi i già scarsi contributi?
Ma i miei magnifici 4 che forse sono 5, quelli, sia pur con le mie forze, li voglio finire. Prima di svanire.
Dovesse essere l'ultima cosa che faccio in vita mia. Speriamo che tutto tenga duro fino a che non vedranno la luce.
Oltre, non riesco a vedere.

Le rose di Venezia




Oggi, 25 aprile, a Venezia si usa regalare una rosa rossa alle donne. Un’usanza molto galante e che sposerei volentieri. Adoro ricevere fiori, e molto banalmente le rose mi piacciono sempre. Ma per concentrarsi sulle donne e non sulle rose, dato che non sono nell’amata Venezia – anzi chissà quando la rivedrò - e difficilmente qualcuno mi regalerà un fiore, a quali donne ipoteticamente porterei io, oggi, la mia rosa rossa in segno di omaggio?
Quali donne? Quali modelli o sogni femminili posso dire di aver avuto nella mia vita? In genere mi sono identificata, con tutte le megalomanie fantasmatiche del caso, sia con donne che con uomini. Soprattutto da bambina non c’era per me differenza. I personaggi femminili delle storie o dei libri spesso mi annoiavano perché non facevano nulla di interessante. Gli uomini, invece, vivevano le avventure e lì c’era da divertirsi.
Oggi mi viene in mente una personalissima lista assolutamente disordinata e squilibrata, con personaggi che cozzano gli uni con gli altri nell’essere totalmente diseguali e diversi in tutto.
Da piccola senz’altro le mie donne modello furono immaginarie. Pallade Atena, così intraprendente e attiva, Brunilde, la cavaliera fiera e coraggiosa che sfidava il padre, i più forti e i prepotenti e giocava con quella strana cosa che si chiama amore che non capivo ma mi turbava e m’intrigava languidamente, la salgariana Jolanda che cacciava da sola i lamantini e metteva in fuga i giaguari a colpi di tizzoni ardenti mentre l’uomo di turno giaceva riverso delirando per la febbre. Ginevra e Morgana, così celticamente strane per chi era cresciuta a miti greci come la sottoscritta, mi appassionavano entrambe. Le principesse tipo, invece, le trovavo assolutamente sbiadite – e mute, figurarsi per una logorroica già tutt’altro che in potenza che ispirazione potevano essere. Mi annoiavano a morte le donne dei romanzi di Jules Verne definite capaci di “sforzi eroici” perché camminavano qualche lega come i loro compagni: ma dov’è l’eroismo? mi chiedevo senza capire, rigirando il libro da tutte le parti quasi a volergli carpire il suo segreto, io che in famiglia non avevo nemmeno la macchina, figurarsi il motorino: autobus e gambe erano i soli mezzi dei miei spostamenti. Se pensavo a un comportamento da eroe quel che mi veniva in mente era immediatamente Achille. Per il resto poi costoro non facevano che piangere, tremare, pregare e occuparsi dei figli. Una barba. Non sapevo allora come fossero allevate le donne dell’epoca vittoriana, le borghesi beninteso, perché dalle operaie e dalle contadine ci si aspettavano quindici ore di lavoro al giorno fin da bambine e poche proteste, anzi, nessuna. Tre libri hanno raccontato ben vividamente questo mondo: due di Thomas Hardy, ovviamente Tess dei d’Urberville per il lavoro rurale, poi il meno conosciuto ma a mio parere importantissimo Jude l’oscuro, centrato sulla mentalità e il ruolo femminile nei rapporti fra i sessi e sulle aspirazioni alla cultura da parte di un artigiano venuto dal mondo contadino; terzo in questa parziale lista La donna del tenente francese di John Fowles (al solito niente a che vedere con il brutto film omonimo) sulle differenze fra la vita dei diversi strati sociali: servi, borghesi e se vogliamo le intellettuali in potenza.
In quel volgere di anni però arrivavano anche le donne in carne e ossa a trarci fuori finalmente dalle stecche di balena, giustamente relegate oggi al ruolo più confacente di giocattoli galanti. Le biografie mi hanno sempre incantato, anche al di là della comprensione e della adesione alle attività o alle idee dei personaggi ritratti. A far da transizione tra l’immaginario e il reale metterei allora Elisabetta I Tudor. Per carità non quella “I’m married with England” del film di Shekhar Kapur con la sua fine disumanizzante, infarcito di svarioni e cadute di stile caricaturali. No, la sovrana che parlava quattro lingue e suonava il liuto, danzava e faceva danzare ministri, favoriti, colleghi di mezz’Europa, amava il teatro, batteva l’Invincible Armada salvando il suo paese grazie a piccole navi veloci, iniziava a costruire un impero, cercava la pace confessionale dopo il regno sanguinario della sorellastra Maria; certo un mezzo personaggio da romanzo. Quella che Stephen Zweig (uomo di una stagione maschilista se mai ve ne furono) non capì e mutilò, perché una donna simile ai suoi occhi non poteva essere regina e maneggiare il potere pur restando donna e amante, e anche senz’essere madre. Come se una donna che veniva da quella simpatica famigliola allargata che fu la corte di Enrico VIII non avesse ottimi motivi per non volersi mai e poi mai dare un padrone sotto forma di marito…
La mia preferita? Marie Sklodowska Curie, per la capacità di lavoro, di passione, di inventiva con cui seguì la sua strada, la strada della ricerca, contro il suo sesso, la sua età, la sua nazionalità (la Polonia non permetteva alle donne di andare all’università), la povertà, la solitudine, i circoli accademici, il perbenismo che non le perdonava, da vedova, la relazione con un uomo sposato (cui ovviamente nulla era richiesto), fino a minacciarla di toglierle la cattedra. Un genio, una donna impavida, coraggiosa, generosa, priva di superbia come le persone veramente sapienti, capace di vincere due premi Nobel in due diverse discipline (fisica e poi chimica, credo tutt’ora un record) come di dare lezioni ai ragazzini delle scuole medie, che se ne andò per tutti i fronti franco-tedeschi della Grande guerra, allestendo quasi da sola sale di radiologia per la cura dei feriti. Basta, perché su di lei potrei dilungarmi per chilometri.
Simone de Beauvoir fu l’eroina della mia adolescenza. Intanto perché raccontava sé stessa; e le autobiografie e le biografie mi attraggono come l’orso il miele: intingo la mano nelle pagine come fossero un vasetto dorato e profumato per poi succhiare le dita fino a trovarne il fondo. Poi perché il mondo scapigliato che evocava m’incuriosiva infinitamente. Una famiglia francese del primo Novecento, Parigi, il mondo, la lettura, la letteratura, il teatro, il jazz: il mio raggio visivo si allargava con il suo, i personaggi e la storia divenivano vivi grazie al suo racconto e al suo sguardo. Ancora oggi trovo più facile accostarmi a un momento storico attraverso i racconti dei contemporanei piuttosto che con un eruditissimo studio speculativo, quello in genere viene dopo. Anche il femminismo USA le deve molto: il citatissimo La mistica della femminilità di Bettie Friedan sarebbe impensabile senza Il secondo sesso, straordinario tentativo di definizione delle donne, viste come “altro” dal sesso opposto, attraverso la ricostruzione e l’analisi delle fasi della vita femminile come dei miti cucitile addosso.
Rosa Luxemburg. Non conosco un decimo del suo pensiero, ma ecco un’altra polacca di quella generazione tra i due secoli che dovette essere ben fertile. Fu una delle prime donne di cui abbiamo ricordo a fare attività giornalistica e politica, pratica e teorica insieme, ad alto livello. Una di quelle persone che parlano cinque lingue, scrivono un trattato di politica o di teoria economica o finanziaria, un pezzo scorrevole, organizzano una manifestazione, uno sciopero, un partito o prendono parte a una rivolta con la stessa agilità, profondità ed energia. Rivoluzionaria e insieme contraria all’inutile strage della Prima guerra mondiale (cosa per cui si fece sei anni di carcere), come all’insurrezione del primo dopoguerra che le costò la vita nei primi anni della Repubblica di Weimar. Capace di discutere aspramente coi suoi compagni e di difendere e condividere lealmente le decisioni del gruppo una volta adottate. Le sue teorie economiche sono ancora oggi studiate. Chissà cosa sarebbe oggi una simile figura. Una mente speculativa e attiva insieme che qui da noi, a mio parere, in politica non solo non l’abbiamo ancora vista, ma siamo beate in posizione orizzontale a confrontarci la lunghezza dei capelli facendoci i dispetti cercando di attirare l’attenzione del maschio alfa. E a credere che riuscire voglia dire dover essere così.
Hassiba Boulmerka, per quando correva – in calzoncini, ovviamente – senza demordere tra le ire misogine e violente di chi in Algeria lo giudicava sconveniente, costringendola ad allenarsi all’estero o chiusa negli stadi vuoti. Campionessa olimpionica e più volte vincitrice dei mondiali.
Ilda Boccassini. Una giudice che non si occupa di minori o divorzi, ma di mafiosi e di corrotti (suoi colleghi inclusi e diversi colletti bianchi). Con un manifesto degli Untouchables davanti alla scrivania, dicono. Che nel momento degli attentati mortali a Giovanni Falcone e Paolo Borsellino chiese e ottenne di essere trasferita alla Procura di Palermo per indagare sulla morte di coloro con cui aveva lavorato. Quanti l’avrebbero fatto? Ovviamente davanti a un personaggio simile va di moda occuparsi dei suoi abiti.
Rita Levi Montalcini: ma quel che avevo scritto su di lei, purtroppo, ho dovuto anticiparlo qui.
Emilie du Chatelet: chi conosce Monsieur Isaac Newton? La signora sì, lo ha tradotto per prima dal latino in francese, mentre a casa nostra un tal marchese Algarotti, citatissimo in tutte le antologie, si limitava a farne una versione ridotta per, diceva lui, farlo capire anche alle dame... Oltre a tradurre, Emilie faceva esperimenti scientifici nel suo castello di Cirey, insieme a un certo François-Marie Arouet, detto Voltaire, distraendolo per vari anni dalla composizione poetica. Un libro bellissimo racconta la sua e la loro vita: Emilie, Emilie di Elisabeth Badinter.
Un’altra donna che guarderei come un modello è Natalie Zemon Davis e la sua Passione della storia (ancora un’autobiografia, toh), che nell’originale è ancora più bello: si chiama L’histoire tout feu tout flamme.
Mi è sempre stato difficile, invece, accostarmi ai personaggi macerati, tormentati, lamentosi, introspettivi, pessimisti, folli, velenosi, plumbei e affini. Li sogguardo a rispettosa distanza e in genere vado un po’ più in là. A cercare aria. Questo spiega alcune assenze di nomi famosi.
 Ah, e poi m’è sempre piaciuta questa lettera. Per la sua capacità di mettere l’altra metà dell’umanità di fronte a sé stessa: cosa che non ha ancora assolutamente imparato a fare.
A rileggere ora questa lista eterogenea e discontinua di passioni, di ammirazione e di capricci momentanei direi che un filo comune c’è: sono tutte donne di sfida. Indomite, hanno spesso superato grandi difficoltà e in qualche modo l’ordine stabilito. Ma non sono provocatrici narcisiste fini a sé stesse. In genere avevano desideri e mete quanto principi: per sopravvivere e vivere sapevano difendere e portare avanti entrambi. Tutte, più o meno apertamente, hanno rimesso in gioco da cima a fondo l’immagine delle donne come era vista nel loro tempo.

lunedì 15 aprile 2013

15 aprile

Vuoto nel cervello. Ma di quello positivo, per cui si è semplicemente esausti e le cellule tentano di rimettersi in piedi.
Non posso dire di aver imparato la lezione, non mi spingo a tanto.
Ma dopo la disperazione di questo inverno, l'appuntamento con una scadenza affine, pur se molto più semplice da espletare (e ancora più impossibile da superare in realtà), non mi lasciava dormire sonni tranquilli da almeno un mese.
Sarei riuscita a non ripetere l'errore di sottovalutare tempi, e quello di sovrastimare le mie capacità? Avrei avuto la costanza di affrontare la paura che sempre mi prende quando devo preparare un dossier? Avrei capito emotivamente e trovato la forza di non rimandare per non affrontare l'ansia, come avevo fatto a dicembre?
Beh, non sono ancora perfetta :-)
Preferirei ancora diecimila volte riscrivere la Critica della ragion pura che redigere il più scarno dei curricula, riempire logorroicamente gli scaffali di una biblioteca che sbozzare un mezzo progetto. 
Ma l'aver consegnato tutto, addirittura a mano, un quarto d'ora prima della scadenza che mi ero prefissa, ancora a diverse ore di distanza dalla data limite, e a un livello accettabilmente corretto (si spera) di realizzazione, piuttosto che quell'indecenza che avevo fatto a dicembre e su cui ho pianto per tre mesi, per me, è già una bella vittoria.
Su me stessa innanzitutto, sulla paura che mi ha già fatto fallire in tante occasioni, tante volte.
Certo, un po' di tempo l'ho perso. Certo qualche errore di calcolo l'ho fatto. Ma come ci si sente bene, adesso. Con la speranza di avere ancora altre occasioni per fare di meglio.

Devo proprio dirlo, pero'. In queste settimane di lotta con me stessa, ho spesso pensato alla ragazza con la S.
Al suo rigore, alla precisione, al senso del dovere, alla costanza anche nelle cose meno divertenti, alla sua forza, alla sua disciplina. Quando volevo rinviare mi immaginavo la sua faccia, il suo quaderno con le ricette perfettamente incollate lungo i margini, la sua mancanza di sbavature,  e mi dicevo: "Cosa credi di fare? Non mi dirai che non vuoi fare i compiti, adesso. Il problrma è cominciare a mettere un passo dietro l'altro." Perché in effetti, cosi', l'angoscia passa, o almeno, man mano che si progredisce, diminuisce, si attenua. La coscienza si libera meglio che con qualsiasi trucco.
E da qui, ora, la ringrazio.

E vado a vedere se è rimasto ancora un biglietto per Phèdre, domani sera :-)

martedì 9 aprile 2013

Confronti

Si contatta, su invito di gentili persone italiane, con cui non posso non sentirmi in debito, un professore di quella accademia, oggi attivo in zone limitrofe, per qualche opinione scientifica (ripeto, non per chiedere posti né soldi, almeno, non ora e probabilmente mai).
Dopo alcune frasi di apprezzamento del problema espostogli, la richiesta: se non sono indiscreto, vorrei il suo curriculum. Succinto.
D'accordo, gli mando uno di quegli orripilanti curriculum praticamente incompilabili modello europeo (nomen omen), dico praticamente incompilabili perché duplicare i campi è una fatica di Sisifo assolutamente respingente e perché la formattazione è così pesante che due paginette fanno quanto un romanzo di mille.
Risposta: lei conchisièlaureata, conchihafattolatesidimaster, conchihalatesididottorato, perchénonèrimastadove ha fatto il dottorato (no, poi ci dicono che il problema dei ricercatori italiani è di restare troppo lontani dal resto della comunità scientifica, divertente), anzi il master, perché non ha pubblicato nella sua università di provenienza, perché è andata addirittura a Parigi (come se studiassi gli Esquimesi dell'Alaska, ovvio) e magari quanto porta di numero di scarpe il suo barone. Se ce l'ha, perché badi bene, è l'unicacosachem'interessi. Se non si fosse capito. Che magari dovessi risponderle sui suoi filoni di ricerca e poi lei mi mette nei guai col Collega Tizio e Caio perché ho condiviso il sapere scientifico con chissà che libero battitore.
Una volta saputo tutto questo, potremo parlare delle sue ricerche (sic).
Ora, io non nego che possano essere informazioni interessanti.
Ma santo cielo, in tre anni di frequentazioni francesi, nessuno, e sottolineo nessuno, s'è mai preso la briga di domandarmi chi fosse il mio tutor prima di darmi delle informazioni scientifiche, a meno che non conoscesse personalmente qualche docente della mia università di partenza o volesse fare educatamente conversazione. Figuriamoci poi il relatore della mia tesi di laurea, ormai risalente a due vite fa (peraltro defunto, pace all'anima sua). E sì che i loro difetti ce li hanno.
Ecco, questo spasimo tutto italico per la famigghia, il cu sei e a cu apparteni et similia, è esattamente la quintessenza di quel soffocante clima di chiusura, di mancanza di curiosità e di autonomia, di impedimento alla crescita indipendente e di educazione al servilismo che mi ha fatto decidere di tentare di scappare dal mio cosiddetto paese. A un'età in cui qualcuno un tempo cominciava quasi quasi a fare i conti alla rovescia per la pensione (non noi, generazione coccodè, ovviamente).
Vorrei mandare a quel paese il personaggio, non tanto per levarmene la voglia, ma per evitare altri contatti, e restarmene soltanto nel mio esule silenzio. Non posso farlo, perché chi ha fatto da mediatore tra noi non merita che gli si causino seccature.
Ma non ho nemmeno voglia di sciorinare a costui le mie vicissitudini accademiche, dato l'uso che intende farne. Una bella impasse, né so come uscirne.
A volte penso che la mia mania della riservatezza fino al ridicolo, in questo ambiente, abbia qualche buona ragione.
Ma quanto vorrei ritrovarmi nel Nautilus del capitano Nemo, adesso.



Foto: la neve di marzo. L'obelisco di Place de la Concorde non è mai stato così felice. E un pensiero a Stefania che dall'Arabia me l'ha segnalata.

venerdì 29 marzo 2013

"Peni culturali"

No, non ho l'intenzione di far finire questo mio povero blog in cima ai siti segnalati dai filtri internet per minori. Quelli, per intenderci, che misero tra gli inaffidabili e sospetti la home page della Casa Bianca dell'epoca Clinton, perché, pare, vi figuravano le parole "coppia" (per di più presidenziale) e "camera da letto" nella guida all'edificio.

Sarà perché ho passato tutto il 2010 all'estero, sarà perché sono distratta, sarà perché avevo altro a cui pensare, mi era sfuggita questa notizia. Che adesso ho scoperto per caso, di link in link.

Insomma: un gruppo statuario romano del II secolo d.C., raffigurante un'altra e ben più suggestiva coppia, Marte e Venere, spostato da un pubblico museo nazionale a Palazzo Chigi per desiderio dell'allora inquilino. Che trovandolo un po' invecchiato dedicò generosamente 70 mila euro di pubblico denaro a ripristinarne le parti mancanti, tra cui appunto il sesso di Marte - da lì il titolo di questo post. Neanche avessero dato la commissione a Bernini in persona.

Operazione, questa di sostituire le parti mancanti delle statue antiche - tutte, non solo gli accessori del bunga bunga - oggi appena appena riprovata da qualsiasi storico dell'arte o archeologo. Insomma degna giusto della pacchianeria di un simil "amico Putin", (che in sé tanto nuovo non è) di un nouveau riche slavo dalle oscure origini.

Oltre a lasciar crollare Pompei forse pensando di fare l'opera buona di ispirare un nuovo Piranesi, da queste parti non ci si priva proprio di niente. Perché lasciare queste povere statue incomplete sotto gli occhi di un PresdelCon?

Cambiato inquilino il gruppo è stato restituito al Museo dove da sempre era esposto per tutti i visitatori. Pare che smontare le integrazioni posticce non sia stato, per fortuna, troppo costoso.
Ma a perenne memoria citiamo il nome del sovrintendente archeologico Angelo Bottini che diede il benestare allo spostamento della statua nei Palazzi.
E anche quello dell' ormai ex-sovrintendente di Roma, Adriano La Regina, che non era competente in materia, ma, per quel che ha potuto fare, ha spesso bloccato l'uso disinvolto di un patrimonio sempre spregiato quanto saccheggiato.     




lunedì 18 marzo 2013

Interporsi

Metrò parigino verso l'ora di pranzo, dirigendomi a uno dei mille luoghi dove è bello studiare in questa città. Sprofondata col naso in un libro che devo restituire di corsa a una delle infinite biblioteche in cui hanno ormai appesa la mia foto con scritte da far west, o più semplicemente sabotage, data la mia tendenza a imboscare sempre i libri molto più a lungo del lecito. Del resto qui in metropolitana tanti leggono, aggrappati nelle posizioni più precarie e inverosimili. Soprattutto donne.
Un ronzio si affaccia senza sosta alle mie orecchie, incrementando sempre più il volume. Sposto un occhio orizzontalmente per non distrarmi troppo e cado su un paio di stivaletti con la zeppa, fatti a mo' di scarpe da ginnastica, cioè di tela, e decorati con leopardato brillante oro. Certo materia di riflessione non mancava, e io, ormai dipendente da certi consigli, con il pezzo di cervello rimasto sano mi distraggo dall'orientalismo letterario a cui la maggior parte delle cellule cerebrali rimane attaccata, per riflettere subito su come lo potrei sdrammatizzare.
Però la portatrice degli stivaletti non rispetta minimamente le mie già doppie speculazioni e insiste nell'alzare il volume al massimo fornendomene una terza (troppa grazia). E non sono propriamente paroline gentili, o argomenti del genere "'vabbè 'tte chiamo pee' staseraaa, dopo a' apeiitivo, 'a doccia, 'a cena e la partita magari usciamo" (ma chi ne avrebbe ancora voglia, di sentirti, mi dico). No, una parola mi buca le orecchie: "Vous, les Arabes, vous gens mauvaises, vous venez ici et faites de choses, vous, vous les terroristes". Il tutto pronunciato da una signora di colore all'indirizzo di un ragazzone maghrebino dall'aria buona, la cui testa sfiora il soffitto del vagone e che porta alle orecchie due cuffiette. Il quale, sconvolto da queste parole, si prova timidamente a soffiare un: "Madame, moi je ne suis pas terroriste", ma lei continua a insultarlo. Dal tono si capisce che la signora non ha proprio tutte le rotelle giuste, ma si capisce anche - e vorrei vedere - che sentirsi dare del terrorista davanti a un vagone intero di gente non è proprio la cosa più simpatica del mondo e non ispira compassione per i mentecatti. Mettiamo se un'italiana si sentisse perciostesso dare della mafiosa. Per cui, nascosta dietro una cortina di persone che assistono immote alla scena, cerco disperatamente lo sguardo del ragazzo, maledicendo l'educazione araba che impone di non guardare negli occhi le donne, perché vedo che lui al contrario lo sfugge. Alla fine, con piantato sulla faccia uno smile a 64 denti, riesco a intercettarlo, facendogli segno di lasciar perdere le straparole della vicina, gli scorgo un lampo negli occhi e capisco che finalmente non si sente solo. Però quella insiste: "Ah, vous tuez les gens, à Toulouse (la mia città amatissima), l'affaire Merah, ils sont tous terroristes, les Arabes...". A questo punto un altro maghrebino, più anziano e con l'aria decisamente seccata, aggredisce verbalmente la donna in modo violento, dicendole di non permettersi simili discorsi, ma non basta, quella insiste. Gli altri sono paralizzati, e io mi sento - assurdamente - male per un paese che adoro. La mia Francia deve saper reagire a una situazione simile, ecchediamine. Ma non me la sento di andare a dare lezioni di tolleranza e civiltà a un paese che non è il mio. D'altra parte non posso nemmeno accettare che la cosa degeneri. E così faccio quel che sono: la straniera, e anche quel che non sono più: una bambina ingenua. Mi alzo in piedi, libro in mano, e comincio a parlare in italiano italianissimo a voce alta. La cosa gira su di me tutte le teste manco fosse caduta una folgore, anche perché qui nessuno, tranne rarissimi casi, alza la voce. E io comincio a chiedere con tono quasi infantile, cosa succede, perché litigano, come se caduta dalla luna non avessi capito un accidenti di quello che sta capitando, ma fossi molto colpita e preoccupata di quel che sento e continuo a parlare parlare parlare. Per cui mi rendo ben presto conto che sto recitando un numero davanti a un intero vagone che ormai mi guarda meglio di una primadonna (sempre desiderato fare teatro!), mentre io tento solamente di mettermi nella direzione buona per ammiccare al ragazzone che ho davanti. Se non altro ho tappato la bocca alla cacciatrice di terroristi, la quale sta cercando evidentemente di capire da dove sia piovuta quella a rubarle la scena. Il tutto si svolge mentre lo zainetto e il computer ne approfittano ovviamente per scivolarmi dalle spalle, mentre il piumone lungo fino ai piedi, familiarmente detto "L'Orso",  decide di ottenere una variazione di colore all'ultimo grido grazie al pavimento di un vagone parigino. L'unica cosa che riesco ancora a brandire solidamente è il libro - ma si sa, la classe non è acqua.
La scombinata prova di esserlo del tutto, perché è la prima che si riprende e decide anche di riprendersi la scena. Neppure lei è francese, del resto, e comincia a parlarmi in italiano. Meno male, non pensa più ai due arabi. E io insisto nel dire che non capisco, così lei, passando allo spagnolo, mi spiega che lei vuole rispetto da tutto il mondo, ma non le piacciono le "personas malas". A questo punto le lascio volentieri la parola, guardandola, sorridendole, annuendo a tutte le enormità che dice, compreso, appunto il famoso "mafia". Però ha l'avvedutezza di aggiungere "cinese, russa, italiana, polacca". Ah. La signora decisamente si beve la cronaca, peccato che la agiti e la mescoli proprio male. Nel frattempo il ragazzone mi dà una mano, si avvicina all'amico furioso e comincia a blandire anche lui. A parte lo sforzo di dover fingere di non capire due lingue che comprendo benissimo, e le smorfie di complicità che cerco di indirizzare ai miei vicini per evitare che ci facciano portare alla neuro entrambe come due piccione, vedo con sollievo che poco a poco si calma e che la mia fermata si avvicina. Ormai siamo amicone, e la srotellata spiega che lei è di Capo Verde - conosce Capo Verde? -, ah sì, un collega di mio nonno lavorava laggiù, lontano, eh!, eh sì, lontano, la mia famiglia è là, ma io lavoro qui, sa?, accanto a me un ultimo testimone della scena mi guarda con l'aria di non aver capito ancora e io riprendo a ammiccare che neanche volessi candidarmi a un gara di burlesque, le porte si aprono, e via con un sospiro di sollievo. Il signore, sceso con me, mi sibila a questo punto "Comprendo", mentre con sollievo infinito io ritrovo la mia parlata francese e gli spiego che no, non potevo lasciare che la cosa degenerasse, che dovevo fare qualcosa. Un qualcosa che è stato tutto sommato  abbastanza adrenalinico, perché quando arrivo alla seconda metropolitana e mi siedo, mi sento sfinita, ma felice, come una bambola di pezza dal grande sorriso.
Che trattare con i matti non è che sia proprio il mio mestiere, eh.