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per gli scribi

Toulouse en érasmienne

giovedì 20 novembre 2014

L'Eletta

Deludiamo subito i mistici di qualunque razza: Eletta è un nome di donna, una persona che ho conosciuto da bambina.
Avevo scritto queste righe per altro, non per essere pubblicate da me sotto qualunque forma, ma adesso penso si possano mettere qua.


Ovviamente non ritraggo lei, ma quel che ora io ricordo di lei. Mi dispiace soprattutto non poter rendere né le sue frasi né il suo dialetto: il tutto ci perde molto.

Eletta era una contadina, una delle poche rimaste davvero tali e che vivevano dei propri campi. Piccola, robusta, le guance arrossate e la pelle sottile, il viso ovale, gli occhi chiari, i capelli castani come le donne di queste parti. Gonna sotto al ginocchio, larga, scura, golfini, grembiule sempre, chiaro, calze pesanti e scarponi ai piedi. Fazzoletto in testa, che lei portava tirato indietro sui capelli, spesso scarmigliati. Tagliava il fieno, in stagione, lungo i pendii, ammucchiandolo poi sul largo quadrato di iuta di cui raccoglieva al centro le cocche per caricarselo addosso, un enorme cuscino sotto cui sparivano la testa e le spalle delle donne di allora. Lavorava nell’orto, sempre, da cui riportava rose di una rara varietà olandese, rosa pallido tendente al violaceo, dal fiore largo e pesante, la bieta, anzi «bieda» da queste parti, e l’insalata. Produceva dolcissime prugne sciroppate, frutto locale, con il cui sugo denso e rosso come un bel vino riempiva grandi vasi di vetro da aprire in onore degli ospiti. Faceva il burro e lo mangiava a cucchiaiate. Metteva sotto spirito le corniole.
Sevror, il suo paese, è un borgo antico. Nelle cronache si nomina la peste secentesca raccontata anche da Manzoni. Rintanato tra le pendici di due colline, s’aggrappa ai versanti là dove la roccia è meno scoscesa, per non rubar spazio prezioso ai campi da coltivare. Le case sono grandi, in pietra, intonacate di grigio, le porte e le finestre bordate di tonalite dell’Adamello. Ben diverso dal più grande borgo giusto due curve in là, opulentemente sparso al sole su una sporgenza del monte, al di sopra dei suoi campi e al di sotto del suo bosco e delle sue malghe.
L’Eletta viveva sola. Era considerata la strana, la matta, quella che non aveva mai imparato bene l’italiano e si esprimeva soprattutto in dialetto, la voce dolce e sottile, la parlata rapida. In realtà l’ho sempre conosciuta gentile, accogliente e contenta delle nostre visite.  Forse aveva semplicemente preferito continuare a vivere come avevano vissuto i suoi antenati, senza troppi cambiamenti né confort moderni.
La sua casa si apriva sulla vallata. Al piano rialzato la cucina, grande e nera, affumicata, aveva ancora il grande camino antico dove si installavano panche e divani mentre le braci ardevano «in parte». All’esterno della cappa, nera come il resto, era arrampicato un presepio che la occupava interamente. Il muschio la copriva tutta, mentre i personaggi salivano e scendevano per quel pendio come i contadini delle valli. Di quella cucina non sarebbe giusto dimenticare l'odore. Denso e dolciastro, non ho mai capito da dove venisse. Dal legno? Dal camino? Dallo zucchero cotto in abbondanza? Non so, ma nelle case moderne non l'ho mai più ritrovato. Al piano di sopra le camere, gelide, con i letti ottocenteschi dall’alto capezzale, preda spesso di mercanti senza scrupoli, i copriletti lavorati a mano.
A quella casa, una notte, avevano bussato gli austriaci, raccontava l’Eletta. Lei era molto piccola. Cercavano suo padre. Lo portavano alla guerra. La mamma non voleva lasciarli entrare, spiegava, ma quelli s’erano fatti strada con la forza e era stato proprio lui a dirle di aprire. Venivano a prendere gli uomini in piena notte per essere sicuri di trovarli. Di giorno infatti parecchi si nascondevano, un modo un po' ingenuo per non ricevere la cartolina precetto. Di notte, invece, gli avevano dato la cartolina e se l’erano portato via tutto in una volta. Così, nel giro di un’ora, il papà aveva dovuto salutarli tutti, abbracciare la moglie (si ricordava Eletta) e partire. La mamma era rimasta sola e senza notizie. Aspettava. Gli uomini erano, si diceva, in un posto lontano: Galizia. Notizie, però non ne arrivavano.
Poi un giorno arrivò una cartolina. Il testo era prestampato. Non c’era spazio per aggiungere molto, lui aveva potuto metterci solo una o due parole, oltre al suo nome. Sapeva scrivere, naturalmente. La mamma, diceva Eletta, era felice. 
Poi il silenzio era ricominciato. Fino all’annuncio ufficiale della sua morte. Quando era arrivata la cartolina che aveva tanto rallegrato sua moglie, il papà di Eletta era già stato ucciso. «I aveva le cartoline, ma no le dava. ‘Spettavan.» Era una scelta precisa dell’Austria consegnare la posta ai familiari dei soldati con grande ritardo. A volte la corrispondenza arrivava quando i parenti erano già morti. Così le famiglie non ci credevano, pensavano che fossero ancora vivi. « Mi ha appena scritto, starà bene… ». E invece no.

L’Eletta raccontava spesso, spontaneamente, questa storia. Ritornavano sempre nel suo racconto la mamma felice dell’ultima cartolina del suo uomo, lei bambina che non aveva più visto, dopo quella notte, il padre partito in Galizia. «Loro» che consegnavano le cartoline quando ormai era già morto.
     
Eletta non poté finire i suoi giorni nella grande casa del suo racconto. I nipoti, o i cugini, vi avevano messo gli occhi sopra. La trasferirono in un stanza nel paese più grande, di certo più comoda e moderna, al piano terreno. Tutti i giorni lei tornava a lavorare l’orto, fino all’ultimo. Preparava ancora le «prugne bune». Quando andai a trovarla nella sua nuova sistemazione mi disse, desolata, come rimpiangesse la grande casa precedente. L’ultimo saluto me lo diede attraverso la finestra che dava sulla strada, in piedi, asciugandosi le mani nel grembiule, sempre più scarmigliata. Rimpiangeva la sua casa, ma era felice di avermi vista. Era una finestra con le sbarre, stranamente, perché in quei paesi raramente ce ne sono. Vederla lì dietro era la solitudine, l'impotenza, l'oppressione. Oggi sarebbe stato un motivo di più per andare da lei. Allora, invece, mi spaventai. Stupidamente, non ci sono più tornata.

domenica 16 novembre 2014

Giusto un assaggio




Post del riposo.
O, piuttosto, del sogno del medesimo.
In questi sei mesi ho corso. Tutto il tempo. Metaforicamente, ahimé, che dalla sedia ho avuto poco tempo per alzarmi, e tutto il mio corpo protesta e manifesta. Una sola settimana di vacanza, inframmezzata però da giorni di organizzazione di viaggi lavorativi, quindi nemmeno troppo di riposo.
Nell'ultimo mese i miei spostamenti paiono un grafo impazzito.
Le valigie, il viaggio, un impegno in più nella stanchezza. Al momento di passare i monti, andando verso la Val Susa, però arriva un irrefrenabile birivido di felicità: la riprova fisica, profonda, che ancora una volta la scelta è giusta. Più tardi, quando nella notte il raggio della Tour Eiffel spazza il cruscotto fino all'orizzonte, è una risata a sgorgare: una risata di soddisfazione, di leggerezza, di respiro, di libertà.

Ora sono infine in Francia, felice ma esausta, con metà dei bagagli che aspettano di essere disfatti, il frigorifero pieno di verdure e pesce, qualcuno anche da squamare, con la segreta speranza di trovare qualche buona ricetta per sardine bretoni da qualche parte, tanto sonno e tanta pioggia.
Ieri mi sono avvoltolata nella couette alle diciotto e mi sono alzata alle dieci (no, non alle 22 h 00)."Sei riuscita ad arrivare fino al letto?" mi hanno chiesto a colazione, spalmando la "grosse brioche" riportata dalla briocherie dell'ultima tappa, Tours. Perché in questo paese felice esistono anche delle briocherie che fanno proprio solo quello: brioche con variazioni sul tema e farciture espresse, salate o dolci. La meraviglia della brioche è proprio quella di essere indefinibile, e di accettare ogni tipo di guarnizione.

Si la vie est savoureuse nous y sommes pour beaucoup, proclamano i briochers.

Stavolta, oltre agli abitanti fissi, l'ospite non è né un ex-marine reduce dall'Iraq, né il figlio di un diamantiere, né un'esile fanciulla del Michigan abituata a passare l'inverno sotto sei metri di neve vicino a un lago gelato, e che di tutta la Fracia ha voluto vedere solo la comunità borgognona di Taizé, bensì un parrucchiere taiwanese che per Natale si occuperà della mia testa (regalo del padrone di casa). Ha una chioma lunga fino alle spalle, liscia e lucente, nera come il carbone, robusta al punto che con un suo capello se ne fanno dieci dei miei.  Capisce bene il francese, ma si rifiuta ostinatamente di parlarlo. Quando dico bene, non scherzo: stamani si discuteva su Gesù, i Romani, le monete, le tasse e il verbo apodidomi, e lui se ne esce con un verso di vigorosa approvazione. Non è esattamente il genere di discorso che si farebbe a un principiante. Comunque, nelle pause, ascolta la bossa nova.

La stanchezza e il senso di vuoto mentale sono tali che se potessi permettermelo, noleggerei una barca a vela che non mi facesse sentire il rombo di un motore neanche per sbaglio, per portarmi in un posto caldo, sì caldo, dove non ci fosse altro da fare che restare per almeno 10 giorni allungata su una spiaggia, possibilmente bianca, al sole, rotolando ogni 15' nell'acqua, oleograficamente trasparente, appena azzurrina e soprattutto calda anche lei, per poi rirotolare al sole in posizione supina, preferibilmente, al tramonto scortecciare un'aragosta alla brace che lì nessuno vuole, e poi rotolare in posizione variabile sotto le lenzuola per almeno nove ore, circondata da opportuni accorgimenti antizanzare, da sempre e per sempre, temo, le mie più ardenti e costanti ammiratrici.
Lo sogno davvero con tantissima voglia. Quella di quando il corpo lo brama per stare bene, insomma.

Mi piace vedere il mio corpo trasformarsi, i capelli schiarire e gonfiarsi, la pelle diventare subito bronzea e dorata, gli occhi più intensi su quel cuscino scuro, i vestiti di seta sfiorarmi leggeri. Ma quanti anni che ciò non succede! Almeno cinque estati. Mi piacciono il sole che giuoca con la riva del mare in mille sfumature di colore, la terra che gioca con l'acqua e viceversa, il loro odore.
Dopo 10 giorni prenoterei altri 15 giorni nello stesso luogo con attività fisica vagamente più intensa.

Ecco.
Quelli lì nella prima foto sono i regali preziosi di una cara amica, "un po' chioccia", si definisce lei, perché io non mi sarei mai permessa, che si è presa amorevolemente cura della mia stanchezza infinita, precipitatale tra capo e collo tra diluvi esterni e allagamenti interni, mentre chiunque altro mi avrebbe mandato di corsa a quel paese. Poi ha pure proclamato pubblicamente di essere contenta. :-)
E dunque grazie, perché non riesco a connettere molto di più, per queste cose che non si dimenticano, e in mezzo alle nebbie scaldano il cuore.

Aggiornamento: questo piatto è ovviamente farina del suo sacco e delle sue mani sapienti, condita con la meraviglia qui che ho avuto il privilegio non solo di leggere, ma proprio di assaggiare:

sabato 27 settembre 2014

Ewa

Ebrea polacca comunista. Tutti i requisiti per garantirsi una vita facile e tranquilla nella prima metà del XX secolo in Europa, insomma. E infatti le vicissitudini di Ewa, nata nel 1909, erano cominciate presto. Non potendo studiare nel suo paese, era emigrata a Parigi, chiamata da un fratello trasferitosi già da diversi anni. Marie Curie arrivò a Parigi, qualche decennio prima, con una storia analoga.
A Parigi Ewa era entrata in una scuola di chimica, perché allora, si racconta nella sua famiglia, gli ebrei studiavano queste materie  per poter lavorare in tutto il mondo, ovunque fossero stati costretti a spostarsi dalle persecuzioni rifiorenti. L’ultima era stata dichiarata dalla Russia zarista nel 1905 all’incirca e si parva licet, secondo una (mia) ipotesi non verificata, avrebbe alla fine e dopo ben peggiori conseguenze, dato origine al cheese cake. Ma questa è un’altra storia, e per Ewa e la sua famiglia doveva essere stata una ragione di più per allontanarsi da una regione troppo vicina alla Russia e prepararsi a ogni evenienza. A Parigi, le “studentesse polacche” erano famose allora per avere una vita estremamente libera, vale a dire quella che oggi giudicheremmo normale. Lo racconta Eva Curie nella biografia di sua mamma, mentre Simone de Beauvoir scrive che l’espressione “studentessa polacca” era proverbiale per indicare una ragazza che usciva da sola, andava in giro la sera, frequentava ristoranti e bar senza chaperon. Come un essere umano, insomma…
Ewa raccontava incantata le sue serate con i compagni nei caffè della Montagne dove l’acqua si chiedeva al cameriere con un “De l’H2O, svp”, la dimensione di vita collettiva che aveva sperimentato, le passeggiate per la città, le mille libere discussioni, l’effervescenza culturale di una città capitale cosmopolita. Diplomatasi, aveva trovato immediatamente lavoro come direttrice di un laboratorio di chimica farmaceutica presso una ditta francese, il tutto, giova ricordarlo, negli anni Venti del XX secolo. Si era sposata e avevano avuto una bambina.
Poi arrivò la guerra, e soprattutto l’occupazione. Suo marito era lontano, sarebbe ritornato a casa molti anni dopo, avendo fatto il giro del mondo dietro alle vicende belliche. Erano venuti a cercarlo, un giorno. Non l'avevano trovato e se n'erano andati. "Per fortuna", diceva, "erano venuti solo a cercare un comunista. Fosse stato per cercare un ebreo, sarebbero rimasti." Militanti politici entrambi, rischiavano come tali, come ebrei e come abitanti di un paese occupato.  Lei si ritrovava sola, nella Parigi occupata dai nazisti tedeschi, con una bambina di pochi anni. Ewa mandò la bimba in Bretagna nella speranza che si salvasse. A quell’epoca molti ebrei si fecero passare per bretoni, perché i cognomi bretoni somigliano ai cognomi tedeschi. O almeno, nell’impotenza e nella paura, lo si voleva credere, perché i tedeschi ci misero poco a decifrare l’onomastica regionale. Rimase a Parigi. Ma come vivere? Passò quattro anni chiusa nella fabbrica di medicine, con la complicità dei suoi padroni, lavorando alle sue polveri e ai suoi dosaggi chimici, come sempre. Arrivò la Liberazione. E si salvò. Anche la bimba si salvò. Non tutti si salvarono. Diciassette morti nei lager nazisti contò la famiglia, più simpatici danni collaterali ad alcuni sopravvissuti all’Arbeit macht frei e ad altri variamente perseguitati e dispersi.
Nel frattempo Ewa si ritrovò senza documenti. Non era infatti tornata in Polonia, perdendo così la cittadinanza. Divenne apolide, con un documento delle Nazioni Unite che la dichiarava tale. Lei e suo marito, peraltro, erano entrambi convinti comunisti, il che per l’epoca e per il luogo significava senza mezzi termini stalinisti.  Si ricordano confusamente negli annali familiari terribili discussioni con i parenti polacchi venuti in visita quando tentavano di raccontare che non andava poi tutto così bene… e altre terribili discussioni in polacco inframmezzato da yiddish con i parenti emigrati in Israele, con valigie impacchettate di fretta quando il livello di dissenso sulle politiche interne di quel paese aveva raggiunto un punto che rendeva impossibile passare la notte sotto lo stesso tetto, a costo di passarla à la belle étoile…  perché nessuna scelta, al di là di quel che si vuol far credere, avveniva nel consenso generale e fuori da ogni contesto.
Quando andò in pensione Ewa partì per l’Italia dove aveva legami familiari. Allora la conobbi. Aveva già quasi cento anni, ma discutevamo reciprocamente incantate della politica francese negli anni’30, alla vittoria del Fronte popolare, che avrebbe creato in quel paese il welfare oggi così minacciato. Leggeva tre o quattro quotidiani al giorno e faceva disperare le sue badanti perché non compitavano l’italiano abbastanza bene. Ripassavamo la storia e la letteratura d’Europa in due lingue e mezza. Il suo francese era delizioso, con una ricchezza sintattica scomparsa nelle ultime generazioni. Le raccontavo i miei soggiorni francesi e i miei guai con i docenti italiani, cui lei suggeriva rimedi tutt’altro che banali. Mi invitava a cene che si aprivano rigorosamente con il potage, che amavamo entrambe, come le uova che spesso seguivano.  Non amava, salvo negli ultimissimi tempi, esssere toccata. Al bacio di commiato, spiegava, preferiva una stretta di mano. Fu all’origine di alcuni incontri in Francia che mi hanno permesso di continuare a passare lunghi periodi in quel paese. E chissà.

Erano arrivati i suoi 105 anni, e una lettera d’auguri firmata dal sindaco con bell’inchiostro verde.
Lei l’aveva sentita, l'aveva detto, ma nessuno l'aveva presa sul serio: il primo giorno d’autunno è arrivata anche, quasi nel sonno, la morte.
Ma qui ritorna il famoso ebreapolaccacomunista. Sì, all’inizio del nuovo secolo. Perché la sua famiglia avrebbe voluto cremarla, riunendone le ceneri a quelle del marito sepolto in Francia, anche lui cremato. Ma Ewa da apolide vive e apolide muore. E allora “non si può”.

“Non si può”, dicono i servizi cimiteriali romani: “Bisogna chiedere allo stato polacco.”
“Non possiamo, ripetono dall’Ambasciata, la signora non è più cittadina polacca.” Proviamo con la Francia?
 “Non si può, ribadiscono i Francesi, la signora non ha mai avuto la cittadinanza francese.” Bisogna rivolgersi all’autorità che ha emanato il documento da apolide.
“Noi inumiamo domani”, incalzano i servizi cimiteriali. 
“Ma…” 
“Noi inumiamo entro 24 ore.” 
“Stiamo cercando…” 
“Non si può. Noi inumiamo domani.” 
“Vorremmo…”
“Non si può.”


Shake hands, Ewa. Come dicevi tu.

martedì 16 settembre 2014

La zuppa del demonio

Questa favolosa espressione non è, purtroppo, mia, ma di Dino Buzzati. Lo scrittore chiama così la colata d’acciaio in fusione, ribollente nei nuovi altiforni installati nell’Italia contadina degli anni’50 (Il pianeta acciaio, 1964). E forse allude all’ambiguità di quella zuppa che gli operai recentemente inurbati,  installati in prossimità delle ciminiere che oscurano il cielo di fumi, possono versare nei loro piatti con gli stipendi ricevuti dai padroni dei grandi impianti industriali. 

La zuppa del demonio è un documentario di Davide Ferrario che si propone di indagare l’idea di progresso in Italia nella prima metà del Novecento, sino alla crisi petrolifera del 1973. La cosa più bella e interessante è la scelta del materiale di repertorio con cui è costruito, proveniente da vari archivi cinematografici del cinema d'impresa. Spesso sono reportage di scrittori e giornalisti noti, da Buzzati a Zavattini (più l’immancabile Pasolini: una tassa quando si trattano certe tematiche). Il commento del regista è quasi inesistente, poche parole recitate da una voce fuori campo. Tutta l’interpretazione è affidata a una scelta accurata dei materiali e al montaggio.

  Mi piace di questo film l’attenzione a una dimensione troppo assente e spesso falsata nel cinema: quella dei processi e dei luoghi di lavoro e di produzione. Le fabbriche sono indagate nella loro dimensione di strutture fisiche, nel loro inserimento nel contesto geografico e ambientale (la campagna, la spiaggia, la città), nella loro rappresentazione artistica (Dziga Vertov in primis), poi nelle persone che le fanno funzionare. Una delle sequenze più straordinarie, che da sola vale il biglietto, è l’uscita felice e gioiosa degli operai dalle officine di Mirafiori a Torino nel 1911. In splendido bianco e nero li si vede precipitarsi fuori dai cancelli, ma genialmente la macchina da presa non è piazzata davanti al cancello stesso, bensì perpendicolarmente, all’angolo dell’isolato. Alla sirena del mezzogiorno gli uomini corrono fuori ridenti, si precipitano, si abbracciano. Sono in tuta, camicia, cravatta. Poi escono i capetti, i futuri Quarantamila. Sono in completo, portano l’occhialino, la cravatta, la camicia bianca, la paglietta. Sigaretta all’angolo della bocca e sussiego. Ostentano distacco dalla fretta degli altri, camminano piano, in gruppo, e non li guardano mai. Perfetti.
Mussolini chiamato a inaugurare nel 1924 le nuove officine di Mirafiori e la FIAT chiamata a garantire l’assistenza meccanica con camion attrezzati all’uopo all’ARMIR durante l’invasione dell’URSS insieme all’esercito hitleriano. Fin qui la parte più riuscita, mentre il seguito del film, pur presentando materiale molto interessante – sulla pubblicità, l’arrivo dell’informatica e l’automazione della produzione, la costruzione di grandi infrastrutture come le dighe, dove ho creduto quasi di riconoscere le mie montagne, l'estrazione del petrolio, l’Olivetti – rimane troppo muto sulle reazioni che pur cominciano a manifestarsi in conseguenza di quel progresso. Antagonismo della natura, come nel caso della frana del Vajont, antagonismo di chi fa vivere la fabbrica, cioè gli operai, antagonismo di chi vede nello sviluppo industriale non normato la distruzione di ambiente e salute (quanto attuale quest’ultima!), antagonismo tra industrie e nazioni (Mattei). Tutto questo dal film scompare: sembra che le fabbriche, gli operai e i consumatori vivano sospesi in un limbo meccanico che non conosce altro. Ora, certo che di queste tematiche si è parlato molto di più, ma l’eliminarle completamente non giova alla comprensione dello scenario complessivo. Che si conclude con le “domeniche a piedi” del 1973 (“Che pace!” ricordava sempre mio nonno che ci aveva anche girato un filmino in superotto): una battuta d’arresto, peraltro molto temporanea, dovuta a una causa del tutto esterna e sovraordinata eppure, alla fin fine, come nei grandi sviluppi storici, la produzione delle macchine è continuata, vincente, sopra la testa e il pensiero di chiunque vi fosse coinvolto senza possederle. In Italia dagli anni’80 è arrivata la deindustrializzazione, a cominciare da quella avanzata, poi la delocalizzazione. Non sono più gli operai a passare per i giardini delle palazzine di Olivetti ma l’archivista che custodisce e riordina le testimonianze visive di un’epoca.    

La battuta indimenticabile arriva nell’intervista a due operai della FIAT. Domanda: “Avete trovato difficoltà nell’adattarvi al lavoro in fabbrica? Tempi, orari, movimenti, ambiente, controllati, rigidi?”. Risposta di un immigrato meridionale dal viso infantile, grande sorriso sotto i baffi e l’aria di chi la sa lunga: “No. Ti dico perché. E’ che io ho fatto il militare. E qui, faccio come se fossi sempre militare”.
 

Ah, quella sopra non è la zuppa del demonio, ma la mia zuppa estiva di fagioli freschi… o meglio ciò che ne resta, perché si sa, quel che viene al demonio ha anche la proprietà di scomparire quando più gli aggrada. 

domenica 31 agosto 2014

Water is too warm

Lewis è stanco. Così stanco da non riuscire nemmeno a chiudere gli occhioni azzurrissimi e posare la testa per dormire. Si agita negli abiti leggeri e in mezzo a una folla affastellata e stanca. Siamo su un treno che verso le undici di sera che ci riporta a casa dall'aeroporto. Nemmeno il seno della mamma funziona più: del resto sembra grandicello per quello, sfodera già tanti dentini. Finché scopre la manica del mio maglioncino anche lui di ritorno dai 16° dell'Alsazia. Ci passa su la mano con infiniti gridolini, si distrae, ci ritorna, chiacchiera e gioca forsennatamente con le prese del pc del papà. Poi cambia faccia, si gira, avvicina la manina, si strofina ancora e ancora e ride: "Baboo! Baboo!!!". Baboo è un cane, mi spiega il papà, molto morbido, tutto nero come il maglione, il peluche favorito di Lewis. Dopodiché anche lui, il (bellissimo) papà, si avvicna con curiosa circospezione al mio braccio e si elettrizza con soddisfazione, annuendo di approvazione. E così eccomi promossa a Baboo sul campo. I genitori del biondo, rosa, azzurro e paffuto Lewis sono australiani, hanno fatto una vacanza in Croazia, passando sei ore sballottati fra vari aeroporti per riuscire a tornare indietro. Vivono a Doha, dove purtroppo non riesco a capire che lavoro facciano. "Sa", spiegano, a me che farei il bagno nel brodo e in Croazia ho conosciuto alcune delle più profonde frustrazioni da ghiaccio sciolto della mia vita, "siamo andati in Croazia a cercare un po' di mare. Fresco. In Doha water is too warm!".

Conclusione (che non ho fatto in tempo a scrivere prima).
Ecco due favole per te, piccolo ercole biondo e rosa. Che ti portino lontano da questo ammasso di caldo e di cemento e diano il sonno ai tuoi riccioli stanchi.
La prima viene dalle montagne della valle Aurina, una valle remota piena di verde, con un fiume, un castello e dei masi sparsi sui declivi. Rocce e ghiacci le fanno da sfondo. "Le streghe, si sa, hanno un piede fatto come una stella a cinque punte: quando passano a seminare i loro malefizi lasciano la stella come impronta. Ma non sanno che gli uomini hanno imparato a difendersi. Prima dell'arrivo della strega scolpiscono una stella a cinque punte nei luoghi che vogliono proteggere e la strega passa via senza fermarsi convinta di aver già colpito. Per questo sulle culle dei bimbi spesso c'è disegno o l'intaglio di una stella nel legno. Il sortilegio è sconfitto e il piccolo può dormire tranquillo. "
E questa viene dal cielo stellato sulla campagna toscana trapunto di così tante luci da sembrare palpitante, un disegno pieno di vita. Non fitte come sulla North Rim, il cielo più indimenticabile che abbia mai visto, ma lucenti su un fico carico di meraviglie succulente, quattro olivi e un pino a ombrello, con l'odore della terra d'estate.
"Un giorno un bambino molto piccolo era molto molto affamato. Succhiava il latte dalla sua balia, che era speciale come lui. Il suo capezzolo era turgido e pieno come si conviene, ma il suo corpo era coperto di un bellissimo e morbido pelame dorato. Allattava in piedi e lui le scivolava sotto per attaccarsi e mangiare. Aveva un magnifico paio di corna a cui il popo si aggrappava per mettersi dritto, e se non ci riusciva, afferrava anche il pelame dorato. Era infatti una capra, e allattava nascosta in una grotta sui monti di un'isola lontana, nel vasto mare, perché la mamma del bimbo non aveva potuto tenerlo con sé. Ma una notte che era uscita a farlo mangiare sotto il cielo pieno di stelle, il bambino la morse con i dentini che avevano cominciato a spuntare e lei allontanò la mammella. Deluso, il bimbo scoppiò in strilli disperati e tutto il latte che aveva ancora in bocca schizzò fino al cielo. E lì rimase, striandolo di bianco per tutta la volta celeste. E noi che in città siamo diventati ciechi alle stelle, in campagna le ritroviamo, comprese le strisce bianche, che formano un sentiero lungo le praterie delle stelle, e vengono chiamate Via Lattea."
Buona notte, Lewis.

P.S.: la prima leggenda l'ha raccolta la mia mamma in Valle Aurina; la seconda è, ovviamente, rimaneggiata, uno dei miti sulla nascita di Zeus, la capra Amaltea e il monte Ida o
Psiloritis sull'isola di Creta.

giovedì 28 agosto 2014

Il raptus non esiste

"Il raptus non esiste. Neanche la banalità del male. Piuttosto, ci sono persone che arrivano a un punto di rottura con la vita, non riescono più a sopportare la fatica delle relazioni e della quotidianità. Finché, giorno dopo giorno, si trovano in una squallida normalità in cui tutto è lecito, perfino ammazzare qualcuno.
Alla base c’è uno stato depressivo trascurato?
La depressione è una parola contenitore, abusata. Ogni storia è un caso a sé stante. L’uomo aveva la passione delle armi, voleva arruolarsi nell’esercito di Israele ed era pieno di tatuaggi. Sintomi di un pensiero esasperato. Stava elaborando una sua visione del mondo frutto di un malessere. Se però lo fa un jihadista, lo definiamo terrorista. Se lo fa il norvegese che stermina una scuola, è uno schizofrenico. Bisogna stare attenti alle etichette facili. Dietro a gesti del genere, c’è la sofferenza, che si alimenta giorno per giorno finché diventa normale fare del male a sè o agli altri."
Inutile negarlo: per quanto la cronaca nera non sia proprio la mia passione, l'assassinio della colf Oksana Martensciuk et la successiva uccisione dell'assassino Federico Leonelli da parte della polizia, non mi escono di mente. I punti poco chiari sembrano ancora tanti, sia nella dinamica che nelle ragioni delle due morti, così come per la lunga permanenza di Leonelli nella villa.
Ma se pure fosse andata esattamente come si legge, ed è possibile, questa intervista allo psichiatra Giuseppe Dell'Acqua mi sembra la cosa più interessante che sia stata detta in merito; non solo: la trovo applicabile in tanti altri casi, gravi e meno gravi.

"Lei quindi sostiene che la malattia mentale non esiste, ma esistono i problemi che causano disagi, che a volte rimangono senza una soluzione.
È così. Non dobbiamo difenderci dietro lo schermo del disturbo mentale. Siamo sempre in presenza di un’incredibile malessere, di una persona che non si sente parte di questo mondo, che è in cerca di un posto, non si è sentito importante per qualcuno che stimava, con tanti fallimenti e delusioni alle spalle e per cui nessuno ha davvero fatto il tifo."
E' un discorso che non va di moda, perché accettarlo richiede molta onestà - quella di ammettere che il disagio è in ognuno di noi -  e molto coraggio: quello di accettare che il disagio non è qualcosa che dobbiamo difendere, come se fosse la nostra identità più preziosa, ma che dobbiamo saper lasciar andare, voltandogli le spalle e combattendolo, appunto, con onestà e coraggio insieme. Ma anche senza alcun paravento né compromesso. Il disagio è un'autodifesa dal dolore che finisce con il distruggere chi vi si aggrappa.

"Quando è giusto intervenire con lo psicofarmaco? 
Lo psicofarmaco è solo uno strumento. La sua prescrizione deve sempre rientrare in un progetto di recupero più ampio, che prevede un percorso di psicoterapia, di aiuto nella vita quotidiano e sul lavoro. Puntare tutto sulle medicine produce disastri. I medici di base sono addestrati dalle ditte farmaceutiche a prescrivere antidepressivi per i disagi più lievi. Ma è un errore."

E non va di moda anche perché fare questa operazione costa, e oggi si preferisce spendere per spianare le montagne ma non per alleviare le coscienze e ripararne i guasti: lì meglio tagliare, rimbambire di chimica lecita o illecita, sopire con il banale brusio di sottofondo delle macchine e dei consumi, un sospiro dolente e solo che richiede attenzione, lavoro, tempo, fatica, parole. Ma non consumo, non esibizione, non smart.

martedì 26 agosto 2014

Alsace

Sarò banale. Scaloppa di foie gras in padella servita su letto di quetsches (piccole prugnette locali un po' aspre) con bacca di vaniglia (e il primo che afferma "ma tanto la vaniglina in bustine è la stessa cosa" lo spadello pure lui) e coriandolo, condito alla fleur de sel e gocce di olio d'oliva (vero). Del resto l'Alsazia ha una tradizione secolare di importazione di olio e perfino di lavorazione delle olive.
Una volta avevo mangiato del foie gras in padella alle porte della (bellissima) Los Angeles public central Library. Cinque piani di libri, film e cd collegati da una scala mobile! dove si entra senza cancelli. Nessuna soluzione di continuità con la piazza arredata da lunghe fontane a forma di vasche digradanti e fresche che paiono prenderti per mano e condurti direttamente agli scaffali, senza che nessuno ti fermi, ti chieda di esibire niente, metta uno sbarramento. Bellissima, un sogno: la biblioteca aperta accogliente, per tutti: public. Il foie gras? Beh, una sorta di barbecue di foie gras... al sangue, ovvio! No, cattivo non era, il fegato mai può essere cattivo, ma, ah la Vecchia Europa! Ma quante ne sa!
Strasburgo? Poi acqua. Città d'acqua e canali, centro senza automobili e rumori meccanici. A fianco della cattedrale da Pilastri della terra un violoncello suona Lili Marlene. Zampilli crescono e scompaiono. Scacchiere in libero accesso attendono i passanti audaci.
Una città da favola. (Nel centro storico degli happy few, come sempre.)