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Toulouse en érasmienne

mercoledì 4 marzo 2015

La grande infamia

Una cara amica mi ha scritto stupendosi di come nella mia situazione di incertezza sul futuro che vorrei io riesca sembrare soltanto entusiasta di ciò che riesco a fare senza cedere alla rabbia e alla rassegnazione.
Le sono grata davvero per queste parole molto preziose per me, e per tante altre cui risponderò spero presto in modo più personale, ma la rabbia c'è, eccome. Ancora più c'è l'inquietudine per l'incertezza, che mi paralizza spesso mentre dovrei concentrarmi solo sui compiti da svolgere, che sono anche difficili, certo, ma sono comunque fattibili ed amati.
Invece no. Non sempre. Non sempre riesco a essere serena e pronta, perché rosa dal tarlo della preoccupazione di chi si trova crudamente al centro di un processo storico condotto da forze che nessuno sembra voler contrastare. Come adesso che giro in tondo da settimane su una cosa ormai perfettamente risolvibile in un paio di giorni. E mi dispero, e mi riangoscio peggio.
Perché le difficoltà in cui mi dibatto io (almeno in gran parte), in cui si dibattono l'Italia e l'Europa tutta, hanno un nome (non personale, anche se molte persone gli hanno volentieri prestato il loro) e un'origine. Questo ne è il Manifesto spietato (firmato da un volenteroso carnefice tra i tanti e non peggio di tanti), e noi oggi ne subiamo le conseguenze.  Altro che crisi! La crisi è il risultato di queste azioni e dei mezzi con cui sono state messe in pratica, non un fenomeno incomprensibile dovuto alla volontà divina. 
Ma non sappiamo vederlo.
E ora spero di recuperare sufficiente serenità per finire questo benedetto lavoro che avrebbe dovuto esserlo già sabato.
Ma non dimentico. E non posso dimenticare chi come e perché ha scientemente gettato nella miseria un continente intero, che aveva prodotto il più civile modello di convivenza che l'umanità abbia conosciuto. Per compiacere la propria infinita avidità.
Né posso dimenticare la cecità e la superficialità voluta con cui si rimuove il problema, si alzano le spalle, ci si gratifica con consumi scadenti "perché bisogna pur pensare ad altro" o "bisogna vedere il bicchiere mezzo pieno", "perché tanto è cosiììììì" e altre idiozie narcotiche, non ci si informa, non si sceglie, non si pensa a demolire questi vagoni piombati.

Questi i principi che hanno distrutto e stanno distruggendo il presente e il futuro di troppi (il grassetto all'interno del testo è mio):

" Interventi strutturali difficili ma obbligati

BERLINO E PARIGI RITORNO ALLA REALTA'

I governi di Francia e Germania sembrano aver scelto, ormai senza riserve, la strada di quelle che il gergo economico chiama riforme strutturali. Non sappiamo se andranno fino in fondo; ma se poniamo questa scelta in prospettiva possiamo comprenderne il significato storico e anche azzardare una previsione. Solo sei anni fa Francia e Germania si autoiscrivevano con sussiego nel nucleo dei Paesi in regola su tutto: inflazione e bilancio, direttive europee e stabilità politica. In realtà i semi delle difficoltà già maturavano. La Germania aveva vinto per anni, decenni, combinando la superiore qualità dei suoi prodotti industriali (chi compra una Mercedes non bada al prezzo) con la superiore stabilità dei prezzi: le periodiche rivalutazioni del marco premiavano la combinazione ma vi contribuivano anche, perché proprio esse calmieravano i prezzi. La Francia, dopo la svalutazione del 1983, aveva preso la ferrea determinazione di fare «come e meglio della Germania»; un severissimo controllo dei salari accrebbe anno dopo anno la competitività favorendo la crescita. Proprio il successo della rincorsa francese contribuì a indebolire l' arma vincente della Germania. Nel 1992-' 93, rifiutando la svalutazione sul marco, la Francia si difese da un ritorno al vecchio male. Nell' ultimo decennio entrambi i percorsi si sono fatti impervi. Anzitutto per la Germania, aggravata dai costi della riunificazione e dalla perdita del vantaggio di prima della classe. Poi anche per la Francia, dove si esaurivano i margini della disinflazione competitiva. Quando la corsa dell' economia americana cessò di far crescere tutti, le magagne di ciascuno divennero evidenti e il bisogno di curarle urgente. Francia e Germania si ritrovarono con disoccupazione e disavanzo pubblico pesanti; da severi maestri della stabilità divennero scolari senza il compito fatto. Non restavano che le riforme strutturali, eterno ritornello di quelle che Luigi Einaudi chiamava le sue prediche inutili: lasciar funzionare le leggi del mercato, limitando l' intervento pubblico a quanto strettamente richiesto dal loro funzionamento e dalla pubblica compassione.  

Nell' Europa continentale, un programma completo di riforme strutturali deve oggi spaziare nei campi delle pensioni, della sanità, del mercato del lavoro, della scuola e in altri ancora. Ma dev' essere guidato da un unico principio: attenuare quel diaframma di protezioni che nel corso del Ventesimo secolo hanno progressivamente allontanato l' individuo dal contatto diretto con la durezza del vivere, con i rovesci della fortuna, con la sanzione o il premio ai suoi difetti o qualità. Cento, cinquanta anni fa il lavoro era necessità; la buona salute, dono del Signore [! Qui credo si violino proprio i diritti umani] ; la cura del vecchio, atto di pietà familiare; la promozione in ufficio, riconoscimento di un merito; il titolo di studio o l' apprendistato di mestiere, costoso investimento [e anche qui non stiamo messi bene, come diritti umani].


Il confronto dell' uomo con le difficoltà della vita era sentito, come da antichissimo tempo, quale prova di abilità e di fortuna. È sempre più divenuto il campo della solidarietà dei concittadini verso l' individuo bisognoso, e qui sta la grandezza del modello europeo. Ma è anche degenerato a campo dei diritti che un accidioso individuo, senza più meriti né doveri, rivendica dallo Stato. Germania e Francia sono Paesi con forte struttura dello Stato, consapevoli di sé, determinati a contare nel mondo, sorretti da classi dirigenti attente all' interesse generale. In entrambe, il modello di società (lo stesso dell' Italia) ha bisogno di coraggiose correzioni, diverse e in qualche caso maggiori di quelle necessarie all' Italia. Le difficoltà sono notevolissime. Ma riesce difficile pensare che, imboccata la strada, i due Paesi non sappiano percorrerla con determinazione.

(26 agosto 2003) - Corriere della Sera"

A marzo 2015 in Italia entra in vigore la più precarizzante delle riforme del diritto del lavoro.
Ancora una volta ci si sta lanciando a demolire le pensioni (dei poveri).
Gli ospedali funzionano sempre meno.
La disoccupazione e la perdita del tessuto industriale sono fiorenti.
Esempi fra tanti. 

Spero di riuscire a andare avanti sul mio articolo, adesso. Ma non è facile, con un peso simile addosso. E niente schermi, o quasi.

L'articolo è consultabile sul sito degli archivi storici del Corriere della Sera.


6 commenti:

  1. Cara Pellegrina, prima di tutto un abbraccio di empatia. Non so come ti è venuto in mente di rintracciare l'articolo di Padoa Schioppa, ma è una foto molto nitida di un modo di pensare la società (prima che l'economia) che oggi va per la maggiore, e che viene propagandato dalla sinistra (sinistra?) quanto dalla destra (e poi ci si chiede perché il 40% degli italiani sta pensando di non andare a votare, mah....)

    Il problema, a mio modo di vedere, è stato quello di dare la priorità all'economia rispetto alla società. Mi spiego: quando si fa politica (quella vera, intendo) si operano scelte, e si fanno compromessi. Ci sono tanti interessi, spesso contrastanti, e risorse non infinite. Si può decidere di privilegiare la società (lo stato sociale, per intenderci) e operare scelte in economia che rispettino questa scala di valori. Oppure si può fare il contrario, o ancora si può far finta di privilegiare entrambe, e nascondere il pegno con abili mosse economiche. Quest'ultima strada è stata quella seguita dall'Italia per tanto tempo, aumentando a dismisura il debito per poter supportare uno stato sociale di livello senza soffocare l'economia. Quando però si è aggiunto un livello indecente di corruzione associata ad un'evasione da primato e ad un cambiamento delle condizioni economiche mondiali il giocattolo si è rotto.
    L'europa, in generale (escludiamo il Regno Unito che ha abbandonato fin dai tempi dai tempi della Thatcher lo stato sociale modello che aveva negli anni 70) ha coltivato una politica orientata al sociale fin quando ha potuto, ma ciò che ha cambiato drasticamente il quadro nel quale tutti ci troviamo è stata la globalizzazione dei mercati, effettuata considerando esclusivamente l'aspetto liberistico del mercato e non la sua invadenza nella società. La globalizzazione ha portato non ad elevare lo status medio delle popolazioni in via di sviluppo (qui solo le oligarchie - più o meno estese - hanno avuto vantaggi), ma ha sicuramente contribuito a mettere in discussione il modello - costoso - di società europea. La competitività europea è entrata in sofferenza di fronte ad un modello nel quale non esiste alcun rispetto per l'individuo (pensiamo allo sfruttamento schiavistico della manodopera nel sud-est asiatico, ad esempio, o a quella che la Cina ha imposto con la forza alle sue popolazioni dell'interno), e non ha saputo o voluto operare scelte coraggiose protezionistiche (che l'ultraliberista governo degli Stati Uniti ha peraltro conservato ed accresciuto), dimostrando che la vera decadenza, prima che economica, è filosofica ed intellettuale. Abbiamo accettato supinamente la visione liberistica, quella che sottomette la società all'economia, e non siamo stati capaci di capire che questo ci avrebbe ucciso due volte. Il fatto che anche la Germania sia in sofferenza (non nel 2005, che non lo era per nulla, ma ora) ne è la dimostrazione.....

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  2. Eppure, Pellegrina, quella di non cedere a rabbia e rassegnazione anche fosse solo lo spazio di una email, è una gran dote.
    Sarebbe molto più semplice il contrario. Invece cosa viene fuori se non l'immenso amore per quello che faticosamente fai. E questo si può nonostante tutto, solo invidiarlo.

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    1. Cara Arabafelice, rendi felice me con queste parole. Perché vuol dire che viene fuori ciò che sono dalle mie mail. L'immenso amore per quel che faccio è reale e prescinde dal riscontro economico, che però renderebbe il quotidiano meno faticoso, il lavoro più facile e l'esistenza meno dura. Cioè darebbe la dignità di vita, quella che ci stanno strappando (e che altrove strappano in altri modi). Certo io sono prima e innanzitutto quell'amore, ma fino a quando potrò serbare questa forza, in una lotta con l'esistenza che taglia qualsiasi altra possibilità di respirare? Questo fa rabbia, perché è un'ingiustizia che non cessa mai, e non è un'ingiustizia per aumentare il bene collettivo, ma per l'interesse di pochi già più che fuori da ogni problema di sopravvivenza e persino di agio. Questo non lascia dormire tranquilli. Ne va di troppe cose. Per me e per troppi. A presto e grazie davvero.

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  3. Concordo con Araba. Ci vuole coraggio. Tu ne hai.

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    1. Caspita, TT, grazie! Mi lusinghi, proprio.

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  4. Ciao Pellegrina..sempre intensi e profondi i tuoi post. Grazie
    Cinzia

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