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per gli scribi

Toulouse en érasmienne

mercoledì 10 novembre 2021

Scrivo. E dovrei proprio scriverlo, con un grido e con terrore.

 Scrivo. E questa volta non è più questione di farlo dietro la lingua straniera, come ho fatto per altri due traumi catastrofici della mia vita. Quella lingua che lui ha permesso di parlare. Quella lingua che mi ha permesso di narrare, di fare una storia delle parole indicibili, indicibili perché, lo dico d’un fiato prima che mi si mozzi, perché raccontare nei dettagli alcuni gesti della propria madre è assumere e traversare una tempesta di vergogna come se ne fossi io la responsabile. Singhiozzi e termore. Ma mica lo so se ci riesco. Eppure, bisogna spezzare la congiura non detta del silenzio.

Scrivo per come ne ho avuto l’impulso l’altro ieri sera, da un posto pubblico in una biblioteca, dove non potevo aprire il blog per via delle manie di localizzazione del discretissimo google, che per proteggere la tua casella, si capisce, non ti lascia aprire la posta se non gli dai il numero di telefono. Molestatore.

Perché mamma, quella volta tu c’eri. Non eri in cima alle scale. Tu c’eri e l’aggressione è successa sotto i tuoi occhi, in una situazione che tu stessa avevi creato. E tu hai aspettato prima di intervenire. E quando sei intervenuta, mi hai sottratta a quelle mani, si’, ma non l’hai fatto fino in fondo. Mi hai lasciato davanti a quella presenza quasi quotidiana per un tempo che a me è parso lunghissimo. Forse non lo è stato, ma così io l’ho percepito. L’episodio è stato uno soltanto. Per fortuna. Molto meno invasivo del precedente. Ero più grande e tu, con il barlume di coscienza rimasto, sei riuscita a capire che dovevi fare qualcosa, e a farlo. Ma dopo, dopo, invece di mettermi al riparo da quella presenza, hai messo le mie forze di appena dodicenne davanti a quelle di un quaranta-cinquantenne, come se toccasse a me, ancora una bambina, sbrogliare quella matassa.

No, non toccava a me. Toccava a te spiegare a quell’uomo, dominatore, crudele, che odiava i bambini, che non sopportava di averli vicino - me lo ha detto tante volte - che riteneva i bimbi delle Zazie e nulla più, che voleva metterli a tacere ad ogni costo, che non avrebbe mai più dovuto rimettere piede in casa tua. Anzi, in casa nostra, dato che ci tenevi tanto a « avere la nostra casa per stare con me », salvo poi  tenermi il muso per mesi o anni, perché a me, abituata alla grande e animata casa dei nonni, quella situazione a due proprio non piaceva.

Ma evidentemente non piaceva neanche a te. Perché d’accordo, che i tuoi tentativi di fondare una relazione stabile, con mio padre e con un altro uomo, erano falliti tutti e due. Ma era forse il caso di esporre tua figlia a un essere siffatto, una volta che si era rivelato tale, e esigere da lei amabilità e cortesia verso costui?

Tu eri debole, mamma. Tu avevi bisogno di affetti. Disperatamente. E anche se ti facevi forte di una diversa morale, quella morale in fondo a te non andava affatto bene. Troppe mancanze nel suo fondo. Ma anche troppo amore per chi solo nella misura in cui accettavi quella morale avrebbe accettato te. E tu lo amavi sopra ogni cosa. Mio padre. Il mio maledetto, vile, intelligente, colto, appassionato, rivoluzionario, padre, impegnato fino a morire schiantato di delusione quando le prospettive ideologiche ed economiche (ma questa seconda cosa la so adesso) della nostra società mutarono, e quel mutamento gli impedì di continuare a fare il suo più amato lavoro, ovviamente anche quello politicamente connotato. Morire ovviamente lontano da te. Anche se a mio parere conta di più come si vive che dove si muore. E lui non aveva vissuto con te.

Quello che un giorno, vedendomi sdraiata sul vostro letto brucando foglie d’insalata esclamò: « Ah, perché non ho una cinepresa! » Credo sia stato l’unico slancio di vero affetto che l’ho sentito proferire nei miei confronti.

Ma in quel periodo mio padre non c’era, come del resto mai ci fu in modo stabile. Credo di aver dormito  sotto lo stesso tetto con lui forse tre volte e due non sono nemmeno sicura di ricordarmele. Adesso che ci penso, non c’è neanche nel mio certificato di nascita, l’ho sempre saputo, ma non son mai riuscita a guardarlo dall’esterno questo fatto. Dicendo che insomma, non è normale.

Insomma, la sto tirando in lunga per darmi coraggio. Ma fra un quarto d’ora devo uscire e quindi devo raccoglierlo, il coraggio, e scriverle queste parole tremende. Dopotutto non sono tremende per me. Sono tremende per lei. Ma perché oggi io mi devo sentire ancora di dover proteggere lei? Forse dopo andrà meglio.

Una notte mi svegliano dei rumori soffocati e incomprensibili. Dormo nello stesso letto della mia mamma. L’appartamento non è più quello dove lei mi porto’ urlante e scalciante la sera dell’Epifania di tanti anni fa. I prezzi degli affitti sono aumentati, il suo salario è diminuito. L’uomo con cui avrebbe voluto condividere quell’appartamento, devo dire assai bello, è tornato anch’egli da sua moglie (gli uomini sposati e confusi non sono un’esclusiva della nostra epoca). La padrona lo rivuole. 

Questo secondo è brutto, piccolo e inadatto a una madre con una figlia preadolescente. Affaccia su un cortile grigio di cemento. Ma è centrale e a te piace. Però ha due sole stanze: una sala, dove si entra direttamente senza ingresso, una cucina parzialmente chiusa, un bagno da un lato e una piccola stanza dall’altro lato. Dove ci sta un solo letto matrimoniale. E dove dormiamo tutt’e due. A me in via di principio la cosa non dispiace. Avevamo dormito in due letti gemelli nella stessa stanza a casa dei nonni e il cambiamento dell’appartamento non lo avevo capito bene.

Ma mai avevo dormito con altri. Come tu hai fatto quella notte, mamma. Perché io non dovevo essere svegliata dal vostro accoppiamento, con un essere sconosciuto, nel mio stesso letto. Perché c’era un letto singolo usato come divano nella sala. E io credo bene di avervici visto dormire una notte alzandomi per andare in bagno. E già la cosa non mi era piaciuta, dato che eravate semisvestiti. E quella intimità non mi piaceva vederla.

Forse avete pensato che ormai « sapevo » e quindi potevate installarvi più comodamente. Già questo sarebbe gravissimo da parte tua e sua. Anche se capisco che nelle nostre campagne era del tutto normale fino a pochi decenni fa. Ma la nostra famiglia non viveva in campagna e non c’era niente di normale. Ero paralizzata dallo stupore e non sapevo cosa fare. Non mi rendevo conto che avrei potuto uscire dal letto. Per andare dove? Quello era il MIO letto. Non il suo. Ma il peggio doveva ancora venire. Perché a un certo punto sento una mano sul mio pigiama, all’altezza del pube. Che mi gela. Che non mi piace. Che non voglio! No, non voglio. È il mio letto, vattene, lasciami in pace.

Non più lascia in pace. Io mi allontano verso il lato più lontano, ma il letto è piccolo e il suo braccio è lungo. Mi giro bocconi per proteggere il mio sesso. Mi tocca anche le natiche, non mi lascia in pace. Io non ho voce, non capisco, come può essere, cosa mi sta facendo? Io sono una bambina, so come nascono i bambini, ma non riesco a legare le due cose. Non capisco che senso abbia tutto quello che succede.

A questo punto mia mamma (inorridisco. Ma non dovrebbe inorridire lei?) articola « Lasciala stare ». E lui, « Le piace. Ma le piace. Lo so che le piace. ». A me tutto viene in mente fuorché il piacere. O quel che dicono proverebbero i bambini, cioè la curiosità. A me viene un disgusto senza fine. Paura, paralisi. Non sapere dove rifugiarsi. Non sapere dove sia il nemico, chi sia amico e chi nemico. Se sta con la mamma, come può essere un nemico?

Alla fine mia madre si alza, accende la luce, fa il giro del letto, mi prende per un braccio, mi trascina fuori dalla stanza, prepara l’altro piccolo letto che del soggiorno e mi mette a dormire li’. Poi ritorna da lui. Almeno mi lasciano in pace. Ma io sono sconvolta, atterrita e disgustata. Non riesco a riprendere sonno.

Qualche notte dopo, stessa scena anche se senza molestie. Inescusabilmente. Stavolta però è come se mia madre mi avesse dato l’autorizzazione a reagire, penso. Conosco la scena, mi dico. E così mi alzo, faccio il giro del letto, esco dalla stanza sbuffando e sbattendo la porta. 

E mi pare il minimo.

Qualche tempo dopo - giorni? Ore? « Non va bene che tu ti comporti così con Mario. Alzarti sbuffando, andartene sbattendo la porta. Se io ho piacere di dormire con un uomo nel letto tu non mi puoi fare ricatti emotivi. Se vuoi andare di là ti alzi, saluti e te ne vai piano piano. ». Come hai potuto pensare parole simili, preferirle e difenderle? Come hai potuto spezzare in me ogni coscienza del diritto sacrosanto al rispetto e alla mia integrità? Cosa diavolo avevi in mente quando mi hai detto quelle cose? Hai mai capito quanto mi avessero fatto male, sconvolgendo il mio orizzonte e la mia idea di limite fra bene e male, fra genitore protettivo e aggressore?

Devo uscire, ma non ho ancora finito.

giovedì 4 novembre 2021

Ma porca miseria!

 Allora: la persona con cui stavo trattando il mio amato spostamento, si sposta lei. Per andare in un posto che a me non piace per nulla e dove ad ogni buon conto non avrei spazio: ci sono già due persone entrambe molto più giovani e decisamente risolute, e giustamente, a non farsi pestare i piedi da nessuno. Quindi tutti i discorsi fatti, la sua approvazione, il suo sostegno, la domanda: niente da fare. Puff, perduto, svanito. Possibile che non lo sapesse già che era nell’aria? O è stata un’offerta dell’ultimo minuto, che non si poteva rifiutare? E si sarà spostata perché non si trovava bene là o perché preferiva il nuovo posto, sulla carta certo più prestigioso e meglio pagato, anche se, a mio parere, totalmente paralizzato dal contesto?  

Chi dovrà andare al suo posto chissà chi sarà e se mi vorrà. Inoltre, passerà del tempo prima che si preoccupi di chiedere a nuove persone di arrivare. A meno che non sia una soluzione interna, dovrà anzitutto capire in che luogo si trova. Se è una soluzione interna, avrà già gente sua, in una città più piccola. Per di più, chi mi aveva accolta più caldamente era proprio questa persona, non le prime a cui mi ero rivolta e che rimangono sul posto. Quindi si tratterebbe se mai, di arrivare in un contesto ben più freddo e meno disponibile. Peggio ancora, potrebbe arrivare un personaggio dalla pessima quanto meritata fama nel nostro ambiente. Con cotal persona qualunque convivenza sarebbe un suicidio. 

Sempre che il discorso rimanga ancora in piedi. Cosa poco probabile perché l’aveva avviato e voluto questa persona che ora se ne va e ci sono parecchi ostacoli burocratici da superare che avrebbero richiesto impegno assiduo e costante.

Inoltre lo scenario che avevo previsto nel post precedente si va consolidando. La morte di X ha aperto la via alla demolizione di tutto il discorso iniziato con X sulla struttura e al ripristino brutale, con malcelata soddisfazione, dello status quo ante.

Aiuto! Non posso dire che questo autunno stia passando senza sorprese; ma che esse mi facciano avanzare di tanto così nemmeno. Mi sento davvero un fuscello in balìa degli eventi. Soprattutto sono sempre più convinta di non poter ritornare fissa nell’istituzione dove lavoravo prima. E nemmeno nella stessa città.

Mapporca miseria. Ma questa persona non poteva aspettare che io mi fossi trasferita per partire verso altri lidi? Ma accidenti a costei!!! E anche basta. Di sfiga - giacché a questo punto tale è - ne ho avuta abbastanza in vita mia. Ecco. 

P. S. : alle mie implorazioni ha risposto ancora la sfiga. Non sono riuscita a aprire il divano letto che si ostinava a puntare i piedi verso l'alto per dieci minuti. Poi l'ho preso per il verso giusto. Ma ormai sono quasi le due, chissà cosa potrò combinare domani. Comunque se qui in qualche modo le cose si sistemano sempre, in Italia ogni volta è una situazione senza uscita, completamente asfittica, dove più cerchi di sfuggire e più ti invischi. L'Italia è un luogo senza aria né speranza. 

mercoledì 3 novembre 2021

Là-bas

 C’est que tout simplement j’aimerais aller vivre là-bas.

C’est mon désir.

Parfois on le dit, comme ce serait beau d’habiter là-bas - chacun a son lieu pour son là-bas.

Et puis, oui, mais euh, les difficultés, c’est compliqué. Le travail, les personnes, comment faire?

Et maintenant mon travail le permettrait, en principe.  

Ce sera pas la France, car c’est impossible, mais ce serait de mon choix et de mon cru, pas au hasard de la naissance ou de la réussite au concours.

Pourvu que les dirigeants de l’institution de départ me laissent partir. Et que les loyers soient suffisamment modérés: cela est un vrai cauchemar. De l’autre part, silence. J’espère qu’ils n’on pas oublié nos accords! Là, il y a un peu d’idée de persécution de ma part. J’en suis consciente, c’est que tout simplement j’y tiens tellement, et que mes chances me paraissent si minimes, au vu des prémisses car elles seraient parfaitement raisonnables en elles-mêmes, que je me méfie de tout.

Il faut attendre, encore attendre, toujours attendre... et ne pas déconner dans l’attente, car, je n’arrive plus rien faire à cause de cette anxiété vécue en silence (les dix personnes qui lisent ce carnet exceptées)!!!

martedì 2 novembre 2021

Nel giorno dei morti

 Mentre sono passati coloro che la esorcizzano con zucchero e varianti, mentre da tre giorni mi vanto di essere distrutta da sinusite, mal di testa e nausee, proprio oggi vengo a sapere della morte della sola persona in posizione influente che mi apprezzava fattivamente, mi aveva aiutato a portare le istanze della struttura là dove si puote e aveva mostrato l’intenzione di recuperare la struttura facendo fare ciò che da decenni non si è mai voluto realizzare. Precauzioni incluse, che adesso saranno passate sotto silenzio perché costano. Non disturbiamo. Andiamo avanti, tanto ormai la situazione è cambiata. 

Una struttura che per altri deve rimanere una cava, disfacendosi nel mentre.

Una persona capace di badare al sodo senza sentirsi sminuita dal mancato controllo delle formalità, delle precedenze, della sottomissione gerarchica. Una persona consapevole che semplificare la vita extralavorativa è il migliore modo di far lavorare bene chiunque. 

Una persona abbastanza sicura di sé da capire cosa sia una scala di priorità, la diversità degli approcci e delle indoli e l’importanza primaria del risultato e del buon risultato.

Una persona che non avrebbe mai proferito dall’alto della propria incompetente sicumera: « La forma è sostanza » né « Sei troppo indipendente », le due frasi degli incapaci che trovano sponda solo nel sadismo.

Una persona non scontata se non nella mesta conferma dell’adagio che sono sempre i migliori che se ne vanno.

Sono triste per questa morte, per le conseguenze su di me e sulla la struttura che muore anch’essa.

Allo stesso tempo il venir meno di questo minimo appoggio rinsalda ancora una volta la necessità per me di scappare a gambe levate. Il mio spirito d’iniziativa non è ovviamente mai garbato a chi avrebbe dovuto attivarsi e ha solo sopito e fatto sopire. Simpatiche conseguenze trasversali sarebbero nello stile. Dietro di me lascio macerie che non ho creato e che ho invano tentato per anni di ricomporre più o meno a mani nude, perché lo meritavano e lo meritano.

Mi piange il cuore, anzi no: da quando ho saputo ho le lacrime agli occhi, a pensare di lasciar depauperare una struttura come quella, ma non posso, cioè non ho il potere, di far diversamente, ora men che meno. E per quanto mi strazi il pensiero di lasciar la struttura alla devastazione silente, non posso e non devo estenuarmi dentro un’istituzione che permette e incoraggia uno sfregio simile, impedendo ogni recupero.

Sento che si sta chiudendo un lungo momento della mia vita, almeno quindici anni, nel complesso. Ho bisogno di chiuderlo perché non mi corrisponde più. Devo diventare altro. Ma non in quell’istituzione: ovunque li’ sarebbe impossibile. Lo sapevo già dal primo confinamento. Mi lasceranno andare? Riuscirò a scappare prima che arrivi qualche sadico ad aggiungere altre difficoltà? Quasi impossibile.

Addio X. Larguez les amarres!

sabato 30 ottobre 2021

Il groppo

 Risveglio nel cuore della notte. Fremito di paura. No, non ho sentito rumori sospetti, anzi sta cominciando a piovere e lo fa sul tetto di metallo delle case parigine. Un fruscio rassicurante sempre e senz’altro nei primi tempi che ero in questa casa.

Eppure sale la paura. Niente di incontrollabile, ma è pur sempre come sentirsi afferrati in uno strano luogo tra il petto e lo stomaco da una contrazione incomprensibile. Orami accade tutte le notti. E’ una novità, mai sofferto di roba del genere, prima. La mente si agita in cerca di una via di fuga. Ma non ne vede. Il giorno purtroppo non va meglio. Sempre attaccata a internet, per ore e ore, senza arrivare da nessuna parte, senza fare quel che vorrei. Senza alcun visibile vantaggio, salvo forse soffocare l’invisibile, qualcosa di vischioso che mi trattiene per i piedi e mi blocca l’anima.

Ho incontrato infine la padrona di casa. Le ho fatto i complimenti per il monolocale. Viene fuori che è italiana, dopo che abbiamo parlato più di un’ora e solo perché ci scambiamo i numeri di telefono. Non aveva capito che lo fossi, il che mi lusinga. Lei è arrivata qui dalla provincia, a diciotto anni dopo la maturità. Voleva studiare qualcosa che in Italia avrebbe richiesto altri punti di partenza. 

Fu suo padre a incoraggiarla a partire, già negli anni ‘80. Qui ha avuto una carriera rispettabile, ha incontrato e studiato con i grandi del mestiere e le loro scuole. Ha voluto e avuto una famiglia, almeno due case in un quartiere da sogno anche se non chic come altri, ma per come siamo fatte, non ce ne interessa poi così tanto, dello chic. Si, comodo, ma anche obligeant, un po’ di bohème allarga i polmoni e apre più orizzonti, alla fin fine. 

I genitori le comprarono il monolocale dove sono adesso io, appena arrivata. Studiare così, a queste condizioni, in pieno centro, con un bello spazio. Andare fuori stabilmente, non come l’elastico cui sono stata sottoposta io.  Costruirsi la propria vita in una città stimolante come poche. Una città dove le cose accadono, si evolvono. Dove si costruisce, si guarda, si pensa a come modellare il futuro. Parigi è questo. Qualcosa di vivo, in movimento. Effervescenza scientifica, culturale, artistica, economica. Roma è immobile. L’Italia è immobile.

Né lei né io sopportavamo l’Italia. Impossibile aderire a quel mondo chiuso, sottomesso. Le persone come le strade ci apparivano soffocanti. Mai avremmo potuto trovarci bene. La sua famiglia però aveva i mezzi per comprarle una casa in un luogo che la facesse sentire realmente parte di questo posto. Mia mamma, al di là di tutte le sue volontà, non l’avrebbe mai avuto. E questa differenza negli anni ‘80 ci sarebbe già stata. La Francia fino a Sarkozy - Macron era un paese che dava futuro e che queste differenze permetteva di superarle. L’Italia lo è stata per un brevissimo periodo. La mia nonna, anche lei figlia di una madre sola, perché era sposata ma il marito era fuggito chissà dove lasciando la moglie con tre figlie sulle braccia, crebbe con i geloni in affitto su una casa di ringhiera, peraltro nel centro di Milano. Con mio nonno finirono con il possedere quattro appartamenti, certo non in centro città. Ma i figli già incontrarono difficoltà a trovare un lavoro. Le uniche che se la cavarono furono le mezzane: tutt’e due dipendenti pubblici, una insegnante, l’altra impiegata credo come quadro. L’ultimo si becco’ in pieno la disoccupazione degli anni ‘80. Dei quattro nipoti, una è emigrata, l’altra vorrebbe farlo e ha avuto una carriera frustrante e una vita sempre faticosa. Un altro ha dovuto chiudere un’attività aperta con passione, con successo - e con tutti i risparmi di una delle zie di cui sopra, il cui marito divenne anch’egli uccel di bosco, perché i capitali vanno solo a chi già ne ha, aiuti UE alle piccole imprese inclusi - e oggi vive con il RDC. L’ultimo anche lui con un diploma specializzato, ha visto chiudere e smantellare il suo settore e vive facendo consegne, abitando insieme al padre. Se due di noi hanno una casa, lo devono a quanto hanno potuto accumulare i nonni. In Francia no. 

Purtroppo nella mia famiglia sono mancati i mezzi, relazionali e economici, per dirmi vai a diciotto anni. Vivere nascosti e protetti, non uscire dal nido: o anche uscirne, ma per tornare indietro alla fine della giornata, della vacanza. Altro sarebbe stato inconcepibile. L’estero non era un orizzonte. Aspettare non si sa cosa « lasciamo che passi questo momento » era la grande risposta di mia madre ogni volta che bisognava prendere una decisione. E io che pensavo si trattasse di qualcosa di grave che non sapevo, smettevo di insistere. Invece non era nessun momento. Era rimandare e respingere il pensiero della scelta. Oppure, i soldi. Non spendere soldi. A lungo ho pensato che i suoi rinvii celassero il segreto desiderio di affrontare tutto ciò insieme a mio padre, il giorno del mai del mese del poi in cui si fosse deciso a lasciare sua moglie come (poveretta, pure lei), come mille volte promesso.

In realtà probabilmente non era così, o almeno non era solo così. Mia madre è stata probabilmente una donna angosciata da mille paure che razionalmente ha tentato di non trasmettermi, ma che devono essere passate per altre vie. Paura degli animali, ad esempio, e per non trasmetterla mi portava da bambina tutte le domeniche allo zoo. Bellissimo, per me, ma la familiarità fisica con un essere vivente di un’altra specie mi è ignota e oggi di fatto neanche la vorrei. O forse vorrei un cavallo. In realtà mi sarebbe sempre piaciuto un elefante. Il cavallo è un ripiego. L’idea di giocare con la sua grossa mole e soprattutto di farmi sollevare avvolta nella proboscide mi ha sempre divertito. Io, comunque, cose economiche, mai. Non voglio darmi delle arie: non mi interessano proprio. Anzi, nemmeno le vedo, tendenzialmente.

Paura di guidare, e per anni mi ha catechizzato con la tiritera del si può vivere anche senza macchina, riconducendo la scelta a qualcosa di vagamente pasoliniano - lei peraltro non amava questo autore e per ragioni più che condivisibili, il suo moralismo, il suo compiacimento morboso per gli ambienti degradati.  Dati i pochi interdetti che mi poneva, tendevo a ricondurli a ragioni importanti, pur se per me incomprensibili in quanto bambina. Raramente insistevo. Mentre in me si radicava la necessità di una automobile, perché i viaggi che avrei amato fare con i mezzi pubblici erano impossibili, con buona pace dei greenismi oggi alla moda, e poi perché in città non hanno mai funzionato. Impossibile dimenticare le attese infinite per tornare da scuola e arrivare a casa spossata, o per andare il pomeriggio a fare attività di qualsiasi tipo, che finivo con l’evitare per non doverli più prendere, lenti, carichi, scomodi.

Nel frattempo arrivati a oggi, a questi ultimi giorni, da ormai tre settimane, non riesco a fare più nulla di studio, men che meno di scrittura. Nessuno mi obbligherebbe a fare certe cose peraltro. Ma vorrei farle. Solo, non ci riesco. Ho provato a riposarmi, a distrarmi, a prendere delle mini vacanze di qualche giorno facendo altro.

Non è servito. Finisco con il passare tutto il giorno in casa davanti allo schermo, cercando non so cosa, perdendo anche il tempo di fare cose che pure m’interessano e vorrei. E’ come se cercassi di riacchiappare qualcosa ancora e ancora, dietro quello schermo. Qualcosa che non so. Un sésame. Una chiave di una porta segreta. Acciuffare il vento che passa. Insensato, inspiegabile, insaisissable. Non capisco cosa sia, cosa possa essere, né quali siano i suoi pregi. In realtà è come qualcosa di vischioso che acchiappa me, inverte il giorno e la notte, mi sprofonda in un’esplorazione, in un tentativo di apprendimento che non esiste, che non mi serve, che non mi rappresenta, non mi soddisfa. E che non voglio. La vischiosità, la permanenza di qualche cosa. Questa è l’immagine che riesco a darne ora. So che è stupido buttare così, per qualcosa che potrei fare ovunque e in qualsiasi momento, gli ultimi mesi in questa città e in questa amatissima casa. Ma non è una scelta volontaria, ovviamente. 

È come se mi mancasse una misura, la misura. Il ritmo. Come se l’avessi perduto. Paura di qualcosa che possa sorgere di colpo dall’ignoto? Ma quale ignoto, dio mio? Retaggio personale, familiare? Non c’è nell’esterno, qui, un pericolo. Ci sarebbe al contrario sia pur con mille economie, la possibilità di gestirsi liberamente le giornate. Che sia quello che sotto sotto mi fa paura? Sfiora un interdetto inconsapevole? Vado contro mia madre? E contro i suoi interdetti inespressi? 

C’è un pericolo non fisico e non immediato in Italia, se non riuscirò ad andarmene. Ma perché riverberarlo sugli ultimi momenti di libertà, di gioia, di soddisfazione, di piacere, per autodistruggermeli? Perché allontanare la riuscita, concludendo i lavori che ho cominciato, per vedere aprirsi un futuro su una realizzazione, non su un incompiuto da rimandare in eterno? Da rimandare come il famoso « lasciamo che passi questo momento »? Non uscire dall’ordine materno?

Guardo la posta istituzionale, belle parole e volontà ossessiva dell’amministrazione. Nausea.

Guardo la casella personale. Silenzio da dove vorrei andare, nessuna risposta ai solleciti da parte mia che chiedo notizie. Nessuna risposta. Ansia. 

Da dove questo impulso incomprensibile di attaccarsi a internet per giornate intere? Bisogno di controllare l’esterno rinchiudendolo attraverso uno schermo, allontanandolo, a causa di un’angoscia interna delle cui cause sono inconsapevole? 

Ricerca almeno di un limite. Che non mi soffochi tutto il giorno. Non mi divori la bellezza.

Poi di notte, di colpo, il risveglio. Notte dopo notte. La paura forma un groppo in petto. Un brivido mi scuote. Controllabile quanto inspiegabile. Mai provato, prima.

Non capisco cosa mi sta succedendo.

giovedì 28 ottobre 2021

Sdegno rabbia dispetto spavento

 Girare li sento e fanno impazzire le giornate.

Credo di star a tal punto soffocando nella rabbia da non riuscire più a vivere nient’altro. Quel che peggiora le cose è la sensazione di solitudine assoluta in cui affronto la situazione lavorativa che somiglia sempre più a una prigione. Anche se fisicamente non me ne rendo conto, la rabbia per le scelte devastatrici dell’amministrazione è a un tale livello da imprigionarmi in un tale viluppo di ansia incompresa, inespressa e inesprimibile, soprattutto irrisolvibile, che per tenerla in qualche modo sotto controllo mi aggrappo all’iPad e ci passo le giornate sopra, in internet, cercando non si sa che.

Il che è stupido. Uscissi almeno e mi godessi Parigi, dove ieri c’era un sole favoloso e dolce - da agosto a ottobre sono i suoi mesi più belli. Le stagioni le hanno definite i Celti: qui il 1 agosto iniziava l’autunno, lontani ormai dalla mezza estate, il 1 novembre l’inverno, e infatti l’aria cambia, e il 1 febbraio la primavera, che è sempre fredda e bagnata, ma a maggio poi arriva l’estate e le sue infinite sere luminose. E mentre da noi, più vicini all’equatore, queste stagioni si confondono molto di più, qui restano quasi sempre molto leggibili e chiare. Io amo questo paese e questa latitudine. E l’altro ieri ho fatto la sera una lunga pacificante passeggiata lungo la Senna, da Hôtel de Ville alla Tour Eiffel e ritorno, in quell’aria a un tempo umida e calda che qui arriva dopo o prima delle giornate di pioggia. 

Ma il guaio è il giorno. Non riesco a combinare nulla, mi angustio, apro gli occhi con l’idea di mettermi sul lavoro, ne ho persino voglia, un piccolo esserino attivo e allegro si stiracchia dentro di me, sorride e non vede l’ora. Poi arriva un’enorme onda nera, mi travolge nella sua confusione, e non lo faccio. Divento un pesce che boccheggia nel suo ricciolo, ma non vede più la luce né il fondo del mare. Sommersa, svogliata, stanca. Bloccata. Scrivo qualcosa che mi riporta là, per questo inane tentativo di opporci a ciò che stanno facendo, sbircio ancora e ancora la posta da cui dovrebbero arrivare notizie dello spostamento, non trovo nulla, ed è fatta. Finita, la giornata passa attaccata a internet, senza uscire di casa, con qualche lavoretto domestico. E non capisco perché. Assurdo sprecare gli ultimi mesi che potro’ passare qui così. Buttando via, oltretutto, i tanti lavori intrapresi con slancio, curiosità e gioia e che questi ultimi mesi e settimane dovevano servire a chiudere, dandogli forma compiuta, permettendo un distacco che non fosse ahimé solo una perdita.

Almeno me li godessi passeggiando gli ultimi giorni, andando in uno dei tanti musei che ancora non ho visto, facendo una gita in uno dei tanti castelli di queste meravigliose campagne. 

Invece no: casa, internet, carboidrati. Perdita degli scarichi e l’agenzia che non manda l’idraulico.

Insomma: stress.

E furia. Soprattutto furia. Perché, come dicevo, ho la sensazione di essere sola a oppormi a forze soverchianti. Ora, lo so benissimo che quanto viene fatto non è diretto contro di me, né contro una persona in particolare, nemmeno contro cio’ che come gruppo siamo. E’ diretto contro i “costi” che la nostra area rappresenterebbe ad occhi profondamente incolti e ignoranti, perché ormai il criterio di valutazione del servizio pubblico è diventato questo, da quando la linea guida è il trattato di Maastricht, cioè la libera concorrenza anche nel settore pubblico, e l’idea di fondo di questa politica è che esso vada tagliato e smantellato finché non sia necessario appaltarlo alle sacrosante aziende per mancanza di risorse e personale, ma per farlo le prestazioni che dà vanno tagliate abbastanza da diventare redditizio per chi lo prenderà in appalto, perché quello che dovrà fornire sarà ridotto a un punto tale da costargli poco e permettergli un livello di profitti tale da soddisfarlo. E’ esattamente quello che sta venendo fatto con le pensioni (anche questo fa parte delle richieste della Commissione UE cui adempiere entro dicembre e Draghi ci sta lavorando, con i media al fianco mentre tutti strillano di vaccinazioni e altre amenità di distrazione). Ma un servizio pubblico non può e non deve essere redditizio come primo scopo: deve portare un beneficio di lungo termine alla popolazione, perché appunto è tutto fuorché un’azienda e soprattutto non deve esserlo. Deve migliorare le condizioni di vita delle persone, anche essendo in perdita a livello immediato se del caso, non fruttare quattrini a un gruppo economico-sociale preciso. E non dovrebbe venire meno alla Costituzione, che prevede pensioni dignitose e rimozione degli ostacoli al pieno sviluppo della persona umana. Cosa quest’ultima che appunto il servizio pubblico puo’ e deve garantire. 

E’ questo il suo modo di essere redditizio.

Ma di questo ho scritto tante volte e si sa, chi non ha orecchi non intenderà mai né vorrà farlo né vorrà soprattutto saperlo.

Quello di cui non riesco a scrivere è la rabbia di sentirsi prigioniera che sfocia in angoscia e in ansia. Perché potrebbe essere quello a bloccarmi le giornate. 

Sul lavoro... mi fanno ridere quelli che straparlano di “presenza fisica” che sola può sviluppare la solidarietà. L’ilarità che suscitano la batte solo quella riservabile ai sindacati, che hanno firmato il nostro smantellamento con l’amministrazione e ora lo propagandano come un progresso e arrivano a imporre la loro decisione anche ai rappresentanti di categoria nazionali. Di solidarietà tra noi ce n’è ben poca, ci sono quelli che di questo taglio hanno fatto base per la propria carriera e si agitano perché non va abbastanza svelto, ci sono le legioni di indifferenti, ci sono i pavidi, ci sono quelli che si’ capiscono, al limite solidarizzano pure, ma ormai hanno tirato i remi in barca e lavorano solo per sé stessi, perché hanno più chance di farcela anche se sempre poche. Ci soprattutto i caduti dal pero, e sono così tanti ma così tanti che è un miracolo come tutti i peri d’Italia non si siano ancora spezzati sotto tale carico.

E questa cosa dio sa perché mi ammazza. Vedere con chiarezza la direzione che l’amministrazione sta prendendo e ritrovarsi a fare la Cassandra. Imprigionata e inascoltata, salvo poi cadere dal pero perché quel che prevedevo si è toh! verificato. Lottare per lasciare con dolore un posto che vorrei solo veder fiorire, perché ci sono le potenzialità e un solido sostrato e meriterebbe di essere tenuto con la dignità che gli spetta. Il solo vantaggio di questo furor demolitorio della dirigenza è avermi almeno tolto i sensi di colpa per la voglia di scappare, ma il dolore di veder distruggere una struttura costruita in lunghi decenni con sapienza, intelligenza e cultura e che sarà saccheggiata e uccisa non finisce, non scompare ancora, malgrado tutto, non riesce a uccidere il desiderio di darle un destino diverso. Sarà che per me le cose hanno un’anima anch’esse, la loro distruzione non si abbatte su entità prive di sensi, di senso e di dolore.

Se penso alla fuga, le cose non vanno meglio: penso che potrei trovarmi bene dove andrei, non benissimo perché il lavoro che davvero vorrei fare è già preso da altre due persone di cui una più anziana ma l’altra coetanea, quindi me la dovrei sciroppare fino alla pensione e non è detto che mi assegnino a quel servizio. Ma ormai posso anche starci, almeno spero, a non fare mai remunerata quel che avrei voluto e studiato. In questo momento sono così stanca di lottare e faticare che vorrei tranquillità. Soprattutto tranquillità, ma una situazione indegna come Roma non me la puo’ dare. 

Quel che mi angoscia sono i prezzi degli alloggi là dove vorrei andare, l’idea che non troverò mai un luogo dove posare, luminoso, bello, comodo, asciutto, silenzioso, con un ingresso, due stanze, una cucina vera, un bagno, una vasca da bagno, un terrazzo assolato, il riscaldamento non elettrico e davanti il verde e magari se ci fosse il mare. A distanza di passeggiata dall’ufficio. Come chiedere la luna. 

Davvero dobbiamo pensare che sia troppo? Che non rientri nell’esistenza libera e dignitosa?



 

martedì 26 ottobre 2021

La situazione è anche peggio di quel che avevo previsto

 Se non fossi un dipendente pubblico oggi avrei vissuto la stessa cosa che hanno vissuto i dipendenti della GKN, della Whirlpool, dell’Alitalia, del Monte dei Paschi di Siena o del Sole24Ore, per non citare che i più recenti.

Alcuni di loro peraltro complici delle politiche che hanno portato a questo disastro. Per non averle denunciate. Per averle propagandate. Per aver sostenuto chi li aveva portati sull’orlo del baratro e oltre.

Nella mia amministrazione i ritmi di smantellamento si accelerano.

Qualsiasi spiraglio di soddisfazione professionale, se ancora l’amarezza e l’impotenza ce ne avessero lasciati, viene spento dall’alto in una politica il cui unico senso è tagliare, probabilmente poi per esternalizzare.

Io non malediro’ mai abbastanza gli artefici di questa demolizione dei servizi pubblici da Prodi in poi. Con la UE dietro a incalzare perché i servizi pubblici devon aprirsi alla concorrenza, e perché come scrisse la BCE bisogna diminuire i salari dei dipendenti pubblici, e loro, da Prodi in poi in perfetta consonanza bipartisan, vili o interessati, chini a obbedire al bastone del capo.

Mai mai mai ci saranno parole sufficienti.

 Stiamo vivendo la cosa più vicina a un licenziamento e a un taglio del salario che si possa vivere nella pubblica amministrazione, almeno con la normativa attuale. Ma con Draghi, Franco e Brunetta si può solo migliorare.

La cosa più straziante è che non ti lasciano andare.

Ti disprezzano, ti degradano, ti impoveriscono, ti avviliscono. Ti mostrano ad ogni istante e con ogni gesto che non gli servi, che di cio’ che sei e che sai, perché ti sei dato da fare tu per imparare, non certo loro per formarti, non sanno che farsene, che sei un peso, un costo, un problema.

Quando non ne puoi più vuoi almeno l’onore delle armi e per come sono fatta io, questo può voler dire solo andarsene, per poter continuare a respirare, forse a vivere.

Ma gli servi cosi’: schiavo e incatenato.

Ora, io lo so bene che in queste situazioni mi uccido. Sentirmi bloccata là dove non voglio stare perché è una situazione cui è impossibile aderire e ogni trattativa è spenta, per me è impossibile.

Je peux pas.

Voglio il divorzio e essendo il coniuge più debole, ovviamente con gli alimenti (cioè non posso licenziarmi).

Vediamo se cosi’ è più chiaro.

Vorrei poter passare il tempo facendo altro che architettare piani di fuga. Sarebbe più proficuo per tutti. Il mio primo, bravo, intelligente capo, fuori Roma, lo diceva sempre: “Non si tiene nessuno con la forza”. Appunto.

Chissà se fossi rimasta là cosa sarebbe successo. Mi proposero di tornare. Per varie ragioni, tornai. Altra vita, altri tempi, altre prospettive, altro tutto.

Ora è necessario ripartire, ripercorrere almeno in parte la strada dei miei avi, riavvicinarsi a luoghi più cari al mio cuore, se pure non alla mia anima, che è e resterà per sempre qui, nell’Hexagone amato. E dove non riesco a godermi neppure questi ultimi mesi, tanto sono presa dal fango del borgo selvaggio che schizza fin quassù, ai piedi del Louvre.