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Toulouse en érasmienne

giovedì 17 dicembre 2020

Solo i matti

 Possono esultare davanti a uno schermo perché dopo anni passati a dare la testa nel muro silenzioso delle fonti hanno “trovato il notaio”. E pensare che è una giornata felice.

Aggiornamento: Oggi invece son decisamente indispettita perché non si riesce a trovare posto per la consultazione in archivio!!!! Uffff. Il notaio è là, il documento è là, io devo scrivere e gli archivi sono inaccessibili. Quelli della Côte d’Or hanno rinunciato alla chiusura natalizia per aiutare i lettori. Ma gli AN di Parigi hanno la strana caratteristica di concentrare da che li conosco tutti i cafoni e i lavativi di Francia. I livelli bassi sono di stampo prettamente italico, becero genere Comune di Roma, con in più una buona aggiunta di maschilismo. Qualche funzionario più giovane è delizioso, ma sono troppo pochi e soprattutto non hanno quasi mai contatti diretti con i lettori, lasciati in balia di una manica di maleducati, arroganti e sfacciati addetti alla distribuzione. Felici quando possono farti scadere l’ora o negarti qualcosa. Un sadismo appunto prettamente italico, direi democristiano.

Questi giorni li passerò nelle biblioteche, saltando tra l’una e l’altra a seconda degli orari di apertura. Si avvicina un tristissimo ritorno a Roma e non so come farò a reggere.

Devo arrivare a totalmente astrarmi dal luogo di lavoro. Rinunciare a pensare di poter minimamente incidere o fare alcunché e dedicarmi ad altro.

Ma non è vita, per me. Non posso pensare di reggerla a lungo. 

sabato 12 dicembre 2020

Il difensore dei diritti

 


Pont Neuf, 11 h 30.





domenica 6 dicembre 2020

Galiani

 E insomma bisogna venire a patti con il fatto che non tornerò a Parigi. La situazione non si presta e io non ho più i mezzi per sostenerla senza appoggi. Speravo di farcela un altro anno e di riuscire in seguito a impostare una routine di meno tempo, due mesi al massimo, ma senza un alloggio è impossibile e i prezzi di mercato non posso permettermeli.

L’idea di rinchiudermi a Roma nel posto da cui manco fisicamente da quasi un anno (grazie all’epidemia ho potuto almeno lavorare da casa) a fare nulla di realmente incisivo mi è altrettanto insopportabile. Mi sembra di scoppiare, sia per l’inutilità condita di umiliazioni cui sono condannata, sia per il blocco della carriera, sia per una serie di decisioni eleganti che penalizzano fortemente il mio settore intero dentro l’istituzione, sia perché mi sento profondamente lontana dagli indirizzi presi dalla gerarchia, che puntano a l minimo livello di servizio, specialmente per i compiti affidati a una ciurma che deve soprattutto rimanere tale e non turbare niente e nessuno di color che possono per investitura divina.

Ho ancora molto tempo da passare lavorando e nessun particolare anelito per andare in pensione, anche se possedessi requisiti che non ho. Non li ho per motivi anagrafici, anzitutto, anche senza la porcheria ignobile della Fornero che accettò di battere cassa a conto Monti-Sarkozy-Merkel per tirar fuori i miliardi da mettere nel primo MES, con cui pagare le banche tedesche e francesi per i crediti incautamente da esse concessi alla Grecia.

Ma per quanto riguarda più modestamente la mia pensione, vi si aggiunge il fatto che il così amato e meritevole Prodi, con le sue magnifiche leggi sulla precarizzazione parasubordinata senza contributi datate 1997 (proprio il ritorno dell’Italia nello SME « credibile »: senza dubbio un caso), ha fatto sì che i miei sia pur minimi contributi di svariati lustri di lavoro parasubordinato non siano cumulabili con quelli da lavoro dipendente che per mia fortuna (e forse anche tigna, dopo tre anni passati facendo un concorso al mese da Roma in su) ho infine raggiunto. Di fatto un furto dei contributi versati al fondo dei parasubordinati, perché coprono troppi pochi anni per dare diritto a un assegno purchessia e appunto, non sono cumulabili con quelli da lavoro dipendente che ho per fortuna ottenuto dopo, ma sempre troppo tardi per avere mai i 43 anni di contributi versati oggi necessari per maturare la pensione come lavoratore dipendente. Contributi da lavoro parasubordinato peraltro ridicoli come entità, dato che i contratti di collaborazione furono inventati per legalizzare l’evasione contributiva delle aziende nel settore privato e permettere allo stato di continuare a avere personale al posto di quello andato in pensione senza violare i fangosi parametri di Maastricht né tutte le altre infami raccomandazioni sulla spesa pubblica supposta chissà perché « improduttiva ». Come se i servizi che diamo fossero fatti di aria e non servissero appunto a rendere le persone anche più produttive, oltre che in grado di condurre un’esistenza più dignitosa. Come se non fossero i tagli continui al personale pubblico a rendere difficile erogare servizi realmente inclusivi e a alimentare la guerra fra poveri. No, ma siccome quello ce lo chiede la Ue e mamma Ue è buona saggia e previdente come tutte le mamme, e scevra da qualunque calcolo ideologico come quello della redistribuzione dei redditi dal lavoro al profitto, ciò che le Costituzioni postbelliche avevano in Europa sancito come inaccettabile, allora va bene così, il problema non è lo smantellamento del welfare ma l’antieuropesimo. 

La sottoccupazione di massa introdotta da quelle leggi, poi peggiorate da destra come da « sinistra » fino all’infamia del JA renziano, anch’esso richiesto dalla Ue, sono un tradimento dei ceti medio-bassi e un’infamia politica e personale per cui Prodi, il PD e qualunque loro alleato non saranno mai, non dico perdonati, ma perdonabili.

Ma quello stesso taglio che ha colpito i miei contributi costringendomi per anni allo spreco mortale del precariato ha anche devastato l’ampiezza e la qualità - là dove esisteva - dei servizi pubblici, rendendo il lavoro in essi una sequela di tamponamenti non risolutivi a situazioni compromesse, impedendo di progettare e costruire il futuro, provocando di conseguenza una infinita agonia del cervello in chi vi lavora perché crede nel servizio e ne fa fonte di soddisfazione professionale. Bloccando infine qualsiasi sviluppo e mobilità professionale, come hanno bloccato la mobilità sociale.

Situazione che non sopporto più. Ma sono troppo giovane per tapparmi tutta la faccia e aspettare la pensione in silenzio guardando il soffitto, pensando agli uccellini che cantano o alle foglie che cadono, come una volta le mogli sopportavano un matrimonio finito.

Il lavoro è per me troppo importante per pensare che trentasei o quaranta ore a settimana di reclusione del mio corpo più le svariate ore in cui i pensieri professionali si insinuano nel cervello anche fuori dall’ufficio senza essere chiamati non abbiano altra funzione che quella di « passare ». 

Oltretutto mi sembra uno spreco per tutti: per me, la mia formazione, per il da ciascuno secondo le sue possibilità a ciascuno secondo i suoi bisogni. Per tutto.

In Francia non era così, o almeno non lo era ovunque, e lo era in misura minore. Oggi è diverso, Sarkozy avendo agito in seguito da par suo e Hollande non avendolo mai smentito fino in fondo. Adesso sta mordendo, con le leggi di quell’altro ceffo europeista di Macron che hanno distrutto i diritti del lavoro nell’ultimo paese in cui resistevano all’interno della magnifica istituzione volta al progresso che è la Ue, e scatenato le proteste di un popolo da tempo più laico, quindi meno domo e più cosciente, cui M ha risposto con leggi che vietano di fatto la libertà di manifestare e limitano il diritto di cronaca. Ma siccome va bene a mamma Ue allora anche Macron... (vedi sopra).

Se avessi potuto arrivare in Francia con qualche anno di anticipo avrei probabilmente trovato un posto qui, intendo un posto stabile, non potendo di certo permettermi di partire alla ventura. Adesso non ci sono più le condizioni da nessuna parte. 

Ma almeno trovare una situazione diversa nel quotidiano.

martedì 1 dicembre 2020

M Le Maire

 Pensi alle leggi di casa sua e ai metodi con cui vengono imposte a chi dissente. Piacerebbero immensamente a Salvini. Ne ha fatte di quasi uguali. Il manganello facile è sempre piaciuto. ANCHE a lui. 

Ricordi da dove vennero i soldi per salvare le banche Franco-tedesche.

Del Parlamento italiano pare ignorare tutto.

Si tolga di mezzo. 

Stia a casa sua. 

martedì 10 novembre 2020

Contro un cielo livido di struggente bellezza

 Come al solito, peraltro, sullo sfondo di alberi abitati ancora da foglie rugginose che la pioggia sta strappando via coprendone i marciapiedi, qualcosa attira lo sguardo appena uscito dalla gamella dove riposava ancora semitiepida questa minestra (peperoncino rigorosamente escluso, cannella e anice stellato al suo posto, paimpol, fagioli bretoni piccoli, dolci e fondenti, una frullata finale rapidissima le mie varianti).

Arrivava dritta nella posizione del volo, affusolata, veloce, collo dritto, corpo dritto, le ali battevano l’aria tranquille, ritmate, sicure. Arrivava come chi sa di poter tutto, l’eccellenza non ha bisogno di preoccuparsi del resto. Scorgeva la punta dell’Île de la Cité, ideale per una rinfrescata e uno spuntino. Rallentava, esplorativa. Scendeva, ma come? Due, tre giri per ridurre la velocità in eleganza, una vite appena accennata, raggiungeva l’acqua con naturalezza, ritmo giusto, spazio necessario, minimo. 

Rimaneva a galleggiare quel tanto per abituarsi, farsi appena scorgere da chi sostava nei dintorni, fossero acque o tavole. Nera, forse sfumata di grigio, becco aguzzo color acciaio.

Prese le misure, si tuffava, le onde della Senna si allargavano in cerchi intorno a lei. Non riappariva, ma in sua vece giungevano gabbiani a investigare in quelle stesse onde. Lei riemergeva più in là, neanche scuotendosi l’acqua. Si rituffava, per cercare evidentemente qualcosa, come una straniera che ha fatto tappa nel pieno centro di una città sconosciuta quanto attraente. La corrente la faceva riemergere sotto il ponte, era già dall’altra parte, se ne vedeva solo il corpo robusto e appena arrotondato, un’ultimo tuffo e non si riesce a scorgerla più.

Non so che cosa fosse, ma nella mia fantasia era un’anatra selvaggia pronta a partire per svernare nel Nordafrica. Più probabile che fosse questa, ma le mie conoscenze in ornitologia sono davvero scarse.

So invece che invidio molto lui (quello qui sotto, il rouge-gorge) perché ha il diritto involable di becchettare in questo cortile. Peraltro, se lo avessi avuto anche io, non avrei mai condiviso la pausa pranzo con la sua meravigliosa sorella. 


Adesso dovrei decidermi a lavorare. Oggi è una giornata in cui non sono riuscita a combinare nulla. :-(



domenica 8 novembre 2020

Da un commento a un post sulla storia di un bimbo africano

Ouvrez des écoles, vous fermerez des prisons. Malgrado ogni contestazione continuo a trovare questa frase convincente. Con l’aggiunta di politiche di piena occupazione e di stato sociale, perché abbiamo visto a sufficienza laureati sottoccupati o disoccupati. Ma basterà aprirle queste scuole? E poi cosa vuol dire aprirle?

 Quanti problemi insieme nella storia di Birimbo. Chissà quanto il padre tiene a che suo figlio studi. Di certo ci tiene il bambino e questo è il più straziante. Insensato salire sulle barricate per farli arrivare se poi si abbandonano alla fortuna di beccare la buona volontà di qualche insegnante dotato di quella coscienza che latita altrove. Una morte in differita. Nella mia nuova sistemazione mi trovo confrontata in Francia a diversi individui incapaci di comprendere, non dico di parlare il francese in modo intelligibile. Non in un quartiere del nord parigino o in una banlieue come Saint-Denis o Villetaneuse, ma ai limiti esterni di un rispettabile arrondissement parigino, non lontano da una très grande istituzione culturale, che per forza di cose a costoro non riesce comunque a parlare - e forse non sarebbe nemmeno suo compito doverlo fare.

Un tempo l’immigrazione a malapena o poco alfabetizzata c’era, ma la mia impressione da esterna è che fosse in una proporzione gestibile sia per garantire un minimo di integrazione, i figli andavano tutti a scuola (non c’erano ancora i malfamati vincoli di bilancio di Maastricht) sia per garantire una certa interazione, una condivisione sociale, anche una ascensione entro certi limiti. I poveri portoghesi senza nulla arrivati negli anni’80 hanno fatto una vita d’inferno, nell’edilizia e nelle case delle famiglie dove le donne avevano cominciato a lavorare sempre più numerose, ritrovandosi a sessant’anni con una casa decente, qualcosa al paese, i figli piccoli artigiani, le figlie parrucchiere o domestiche. Ma francesi. Una forza era senz’altro non partire soli, ma per esempio già in coppia. 

Oggi l’impressione è che si stiano creando dei circuiti completamente paralleli di vita e di lavoro, in cui il francese neanche ti serve perché l’unico momento in cui devi realmente interagire con i nativi è quello del rendiconto all’amministrazione, le scartoffie avvilenti dell’’adempimento burocratico. Ho i miei dubbi che i negozianti dei cybercafé che vendono prodotti di telefonia per poveri e offrono quei servizi ormai introvabili come fotocopie, fax, stampe a chi è troppo povero o straniero per averli a disposizione in ufficio o in casa abbiano veramente frequentato una scuola francese. Spesso hanno dieci anni più degli alunni come Birimbo, ma cosa abbiano mai potuto capire della società in cui in teoria vivono non so. Probabilmente nulla, per loro la Francia è solo una zattera casuale su cui si trovano a essere sballottati trascinando un’esistenza faticosa in un ambiente squallido. Formano un circuito parallelo di vita e di consumo, che arriva a interagire  malamente o per nulla con ciò che lo circonda. Che stupore se preferiscono vivere con gli occhi incastrati sullo schermo di un telefonino. Si sente ormai in certi quartieri questa frontiera, dove si mescolano a distanza di pochi metri la più grande bellezza e il peggiore squallore di una società che ricorda non più l’Europa, ma la tristezza infinita della miseria anglosassone. Che non è legata solo alla origine geografica, perché questi posti sono frequentati anche da euroasiatici. Poveri, ebbene sì, poveri. Anche loro.

Come fai a parlare a questa gente di liberté égalité fraternité? 

Nella fascia appena più interna di questo arrondissement appaiono i luoghi di svago dalla gradevole punta esotica, frequentati stavolta da quel ceto appena più borghese che in parte per tradizione, in parte per mostrare la propria correttezza politica si compiace di mangiare la cucina del mondo che sotto sotto costa meno, o di indulgere alla banalità del work al salmone con verdure al latte di cocco. Cosa resterà quando sarà finito il confinamento di queste strade ancora colorate e animate non so. Per ora i grandi affari li fanno un fast food molto frequentato da studenti e qualche negozio di kebab che stanno insinuandosi sempre più nel tessuto urbano. Ancora più verso il centro resistono il minuscolo mercato e i negozi bio, quelli per il ceto medio basso animato di buone intenzioni, ma, come da noi, sempre più sfracellato dalle misure economiche di precarizzazione del lavoro e distruzione dei servizi pubblici suggeriti dai Country report della « buona e saggia » Unione Europea. Che hanno messo in difficoltà tante attività meno essenziali che vivevano della moda dell’autoproduzione o dell’educazione artistica, o del volontariato. Cosa che oggi si è imparato bene quanto siano illusorie e fallaci, se non puoi permettertele. I ceti bassi dalla buone intenzioni alternative stanno capendo che non possono più. Poi scendi la grande avenue ti ritrovi nella Parigi vera, quella dov’è non c’è nulla fuori posto, dove i polmoni si possono allargare, dove l’industria della ricerca sostiene esportazioni e consumi, dove non vorresti mai allontanarti perché solo lì ti senti vivere e respirare. Quella che fa la tua anima, ti sia riconosciuto o no.

Una Parigi cieca al resto che si ha l’impressione conosca solo dalle immagini televisive che la presentano come l’altrove non come quello che hai sotto casa, in quelle strade poco pittoresche dove non vai mai, perché insomma c’è di meglio, e non vuoi vedere come sono mutate, con la distruzione dei modesti ma decorosi e storici caseggiati dell’inizio del secolo scorso, grandi finestre e soffitti alti, scomparsi sotto quegli orrori di grattacieli che la mairesse perbene ha permesso di far costruire, lei che si pittava di verde, però poi ha fatto le ciclabili, vuoi mettere che qualità urbana. Una Parigi per antica tradizione ribelle che grazie a questo ha ancora avuto la forza di aprire parzialmente gli occhi su chi aveva aiutato ad andare al potere, dopo il massacro perpetrato per mesi, sabato dopo sabato, su chi chiedeva la dignità di vita.

Tutto questo avviene, ripetiamolo, in una zona fortunata ancora. Ma dove c’è solo il dormitorio e la disoccupazione, unito a un minimo di sussidio sociale, per cui le madri nubili prendono un sussidio a figlio e hanno come unica prospettiva per quadrare i conti quella di fare sempre più figli con il primo padre che capiti a tiro, cosa vuoi trasmettere della Francia e della sua storia, del suo modello sociale distrutto sotto la virtù di Maastricht? Per un modello in parte elaborato proprio dai francesi, a partire da Jacques Delors presidente della Commissione UE?

Le condizioni legali per costruire la disperazione sociale esistono già in Italia. Mancano le dimensioni di una comunità non integrata perché lasciata ignara di ciò che il paese dove vive rappresenta, del significato storico e culturale di qualcosa che non conosce perché o non le vien presentato o quando avviene, può intuirne l’interesse o l’imprtanza, come Birimbo, ma di fatto non le viene permesso di capirlo né di approfondirlo a sufficienza perché non le si danno gli strumenti per farlo. Qui la poetica dell’accoglienza unita alla virtù della disoccupazione non inflattiva (se non si sa cosa sia non preoccupatevi: la UE lo sa) sta finendo così .

Qualcun altro potrebbe finire come in questo post.

Si dirà che in Italia son abbastanza codini da non rischiare. 

Il timore è che non finirà bene comunque. 

Indipendentemente se dall’altro capo dell’oceano si scelgono (e sarà pure un loro sacrosanto diritto di votare come gli pare, vivaddio, senza che l’universo intero si ritenga autorizzato a metterci bocca) la zuppa invece del pan bagnat.

domenica 1 novembre 2020

Bancs sans amoureux

 La stagione non si presta troppo, ma, malgrado l’eleganza del lampione, è comunque sempre triste pensare che le foglie d’autunno le vedrò sostanzialmente da qui


anziché dai parchi del centro di Parigi, dorati di palazzi regali, pietra morbida alla vista come un buon cuscino al tatto. Oh no, non è la stessa cosa essere confinati nei primi sei arrondissement o fuori, e sì che questo è un quartiere tutt’altro che disprezzabile, ma mancano spazi pubblici all’aperto preferibilmente in luoghi storici, vale a dire, per me, ciò che rende vivibile qualunque agglomerato urbano.

Dall’inizio del coprifuoco alle nove di sera avevo guardato con straniato stupore una città così viva svuotarmi tanto rapidamente. Già alle sette di sera la gente per strada si rarefaceva, e io, che ho la fortuna di poter rientrare quasi sempre a piedi, ero tra i pochissimi passanti. Quando prendevo il métro, il meno possibile per la verità e sempre in extremis, erano scene da film di Truffaut. I francesi hanno una composta grazia nell’affrettarsi, agli occhi di una straniera quel che a loro deve sembrare concitazione non pare più di questo.
L’altra cosa che sanno superbamente fare è agire rapidamente in modo collettivo senza bisogno di troppo incitamento. C’è da fare questa cosa? C’est parti, si fa. Si sente che riguarda tutti. Si tratti di obbedire, di inventare o di protestare. La costanza con cui per sostenere le loro idee i Gilet jaune sono andati per un anno e mezzo a farsi massacrare, storpiare e incarcerare (pare che le procure avessero istruzione di erogare comunque una condanna a chi era stato fermato mentre partecipava alle manifestazioni, pur senza aver commesso alcun tipo di reato ulteriore) dal buonMacron, quello che essendo filoUE non può che essere buono e soprattutto democraticamente rispettoso dei diritti dell’uomo e del cittadino, ricorda il furor franciscus quanto mostra la capacità di autodisciplina. 

Alle finestre sopra le mie qualcuno coltiva gerani. Belli, rossi ancora fioriti. Talvolta un petalo cade sul davanzale, insieme a una brunita foglia. Bellissimi.