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per gli scribi

Toulouse en érasmienne

domenica 25 gennaio 2026

Ci dev’essere un perché…

 Ieri giorno di sole a Parigi. Tutta felice mi prendo ben due ore di pausa e come si fa qui via a godersi l’azzurro caldo e a recuperare dall’ottico gli occhiali su cui mi ero sbadatamente sdraiata la sera prima (tragedia dramma catastrofe. Oui mais à Paname e infatti un’ottica deliziosa prima mi dice di no perché non sono cliente, poi le spiego la mia difficoltà e accetta di trovare una soluzione. Per questo amo la Francia e i Francesi). Tanto più che per domenica (come ti sbagli: quest’autunno a Roma non c’è stato un fine settimana di bel tempo) e le due settimane successive sono previste solo pioggia con grisaille. Mentre sto rientrando mi viene un sussulto: il rosone di Notre-Dame a quest’ora è inondato di sole. Voglio vederlo con questa luce tersa. Ho già visitato la cattedrale dopo la riapertura, ma era di sera e non ci passo spesso.

La fila scorre, sinuosa. Quando tocca a me, passo il métal detector e mi fermo fuori dal flusso, di lato, a guardare il portale, attività che in un luogo turistico mi sembra normale, o almeno dovrebbe, badando a rimanere distante almeno un paio di metri dalla gente che entra. Un guardiano mi parla in maniera incomprensibile. Si’ perché appunto, come dicevo nel post precedente, ormai a Parigi chi si occupa di molti mestieri viene da paesi arabi o subsahariani, e i primi a essere stati impiegati così sono gli addetti alla sicurezza. I quali parlano un francese che definire approssimativo è poco, non tanto per la grammatica, che non riesco a valutare, quanto proprio per la pronuncia, ma, e qui sta il problema, sono convintissimi della propria perfezione. Quindi, la sola reazione che concepiscono è urlare addosso al malcapitato che non li comprende o che parla in un modo che loro non capiscono. 

Perché se in venti giorni due persone insistono a catechizzarti sul fatto che qualunque parola contenga un’y si pronuncia « iè » quindi Lyon si cangia in Lyé e se tu cerchi un titolo che inizia con la parola in questione e loro non lo trovano nel database è colpa tua, e per soprammercato insistono per venti minuti perché TU devi ammettere che TU sei in errore perché loro sono perfetti… per non parlare di frasi e parole smozzicate, gridate sempre con tono iroso e frettoloso, siamo davanti a un piccolo, lieve, insignificante problemino non di razzismo, fobia o altre idiozie paternalistico-moraliste di facile piagnisteo buonista da occhi foderati di prosciutto, e nemmeno davanti alla lotta di classe come pretendono i dementi alla nona, ma, perlomeno, di semianalfabetismo, qualunque titolo di studio costoro abbiano nei paesi di origine - ma non penso siano molti, perché non hanno proprio confidenza con l’espressione scritta e anche in certo modo parlata. Sarà appassionante per un glottologo o un linguista, ma quando si deve interagire sorge qualche difficoltà. Insomma, tra un’immigrazione tumultuosa e i tagli alla scuola e in generale ai servizi pubblici siamo ripiombati nel XIX secolo, quando tra abitanti di uno stesso luogo era difficile persino capirsi, non parliamo poi di lavorare a compiti vagamente delicati, che richiedono comprensione delle sfumature, interazione e consapevolezza della complessità. D’altra parte se si dovesse rimandare la totalità di questi adulti, ammesso che lo accettino, alle elementari, non ci starebbero in tutte le scuole di Francia. Alla faccia del multietnico: la più grossa mistificazione paternalista dei nostri giorni. Quando ho visitato Los Angeles downtown decenni fa, mi ero accorta che di multi non c’era un accidenti. Una giustapposizione di quartieri totalmente diversi gli uni dagli altri al punto di essere incomunicanti e incomunicabili, con interessi diversi e culture diverse, senza particolare voglia di costruire qualcosa in comune. I grattacieli del semivuoto quartiere degli uffici (la gente li’ non la vedi mai eppure ci sono edifici colossali), la finta bomboniera giapponese col ponticello attorniato da un po’ di verde, l’accampamento di tossici devastati e segnati, sporchi di nero come minatori, vestiti di stracci tutti grigi, scarmigliati che ti guardano come in un libro di Steinbeck, tutti bianchi, se te lo stai chiedendo - oh ma come siamo bravi, qui ché non siamo razzisti. Una società orribile, un mondo povero, squallido, scardinato e sradicato. Posticcio come una cianfrusaglia di Shein. Tutto a portata di gamba, in un’ora di cammino tranquillo.  

E quindi che ne fai di questa massa di sradicati e ricongiunti? In un’economia, quella UE, programmaticamente deflazionista, cioè con alta disoccupazione e precarietà lavorativa? Li butti nei mestieri mordi e fuggi, nei supermercati, nella sicurezza… già, la sicurezza. Perché oggi la sicurezza nei monumenti non è più fatta dai custodi, dipendenti pubblici, formati e ragionevolmente pagati che un certo stile qui l’avevano, ma da persone spesso provenienti da paesi in cui certe viziose e vezzose delicatezze occidentali non vanno di moda (ma guai a dirlo, siamo razzisti!) e che non hanno la minima idea di come e perché i visitatori usino certi luoghi, e soprattutto abbiano diritto di usarli, perché nessuno si è preso la briga di spiegarglielo: è un costo, no? E noi siamo il privato: bello, bravo e produttivo per definizione.

Il visitatore è un potenziale pericolo. Per cui deve credere obbedire e andarsene. Mentre gli addetti, che non sanno parlare la lingua del posto e non sanno capirla, cosa che non li deve far sentire tranquilli, se solo avessero la forza di ammetterlo, e per spilorceria dei datori di lavoro non sono stati formati al rapporto con l’utenza, cosa grave se si pensa che in Francia la formazione era una religione fino a cinque o sei anni fa, hanno in mente una sola cosa: bloccare e reprimere e sbarazzarsi di te, guadagnandoci il massimo (e chiudendo i bagni sempre prima, per evitare che tu ci vada a fine visita, prima di tornare a casa). Starebbero benissimo a Minneapolis, per fortuna non sono armati. Di solito. L’impressione è che molti abbiano esperienza militare, chissà dove e come. E che il solo modo che conoscono per interagire sul lavoro sia quello con prigionieri o potenziali bersagli nemici.  Ma non bisogna essere razzisti: è ovvio e naturale che in un museo, in una biblioteca, in un monumento il ruolo, anzi il posto del visitatore è quello: che altro?

Insomma, il guardiano di cui sopra mi si avvicina e mi chiede di seguirlo, cosa che faccio. Si dirige verso l’uscita e vuole sbattermi fuori. Protesto dicendo che non sono neanche entrata. Discutiamo per un minuto circa e poi entra in gioco quello che è per loro evidentemente un punto debole: il fattore tempo. Se lasciano la posizione o comunque il flusso si intralcia non va bene e dev’essere assolutamente evitato. Dato che gli chiedo per favore di lasciarmi entrare e stiamo già discutendo da un po’ io sto di fatto creando un blocco nell’ingranaggio e va sciolto il più rapidamente possibile. Spiego che stavo guardando il portale di Notre Dame. Siccome non è la manovalanza più bieca, qualcosa deve fargli intuire che la mia palese follia non è di quelle a rischio ma un’innocua stramberia da incosciente e che magari, tutto sommato, è improbabile che nutra l’intenzione di sottrarre statue di pietra saldamente inserite al loro posto e pesanti un mezzo quintale come fossero smeraldi, né ho il fisico o l’ equipaggiamento per arrivare a sfregiarle.

Allora mi fissa serio negli occhi: «Signora, guardava il portale… ma lei, perché lo fa?»  

L’inclusiva società multietnica deflazionista in marcia.

Il rosone era bellissimo. Un caleidoscopio.




lunedì 19 gennaio 2026

Tirando le somme

Ho visto e fatto tante cose belle in vita mia. Per fortuna. 

Ma la mia non è stata una vita bella. Non ci sono elementi razionali per credere che un cambiamento radicale in meglio si produrrà, per uscire dalla continua ristrettezza materiale e intellettuale.

E alla fine ti stronca.

giovedì 8 gennaio 2026

Come siamo arrivati fin qui - Ce la si fa? Fino a una certa età, forse

Post un po’ pastrocchiato. C’è quasi tutto ma è da riformulare. 

Sono a Parigi. Dovrei essere in paradiso. Invece mi sono ammalata il 21 dicembre e sono riuscita a stare un po’ meglio soltanto oggi, quando, in barba a tutte le solfe del “nonsiprendel’antibioticosenonsiha38°difebbrealtrimentinonèfebbre” dopo dieci notti passate tossendo, ormai con fitte da nevrite a tutte le costole, coi brividi e tutti i palliativi del caso come una imbecille, ho mandato mentalmente al diavolo tutti i protocolli e ho inghiottito l’antibiotico che mi ero fatta prescrivere per precauzione in Italia. Va infatti precisato che a Parigi al momento, appena finite le vacanze, c’è uno sciopero dei medici professionisti, per ragioni giustissime del resto, e che per una ragione che a me sfugge, il 90% dei medici che sono riuscita a incontrare in questi anni sono musulmani per i quali, davanti a una paziente donna, Maometto vale ovviamente più di Ippocrate, sicché quando con le brutte gli chiedi di auscultarti perché sponte loro non ci avrebbero neanche provato, lo fanno attraverso il maglione. Sì, avete capito bene: appoggiano lo stetoscopio sopra il maglione più eventuali altri strati e con uno sguardo disgustato per soprammercato. (Eccezione: un ginecologo, una volta, decisamente in gamba, ma al momento non è lo specialista adatto.) Ah, ma la diversità è tanto bella signora mia!!! E l’inclusione, l’inclusione!!! e il razzismo taaaanto taaanto brutto al giorno d’oggi e bisogna rispettare le altre culture perché guai a essere -fobo qualcosa ché non va bene nonono. (Se si vuole sapere fino a che punto possa arrivare la superstizione maschilista nei paesi arabi qualche episodio di questo blog https://www.arabafeliceincucina.com/ anche se risalente è istruttivo: calmanti prescritti per ustioni neanche esaminate - vuoi mettere guardare la gamba di una paziente, io medicomaschiomusulmanosaudita - bronchiti ecc.). Altrettanto arabi sono non si sa perché, farmacisti, tassisti (avete provato a dare un indirizzo a qualcuno che non capisce la lingua del paese dove vive, convintissimo che “uy” si pronunci “uè” e sicurissimo che sia tu cliente femmina a non saper stare al mondo), giornalai e una serie di altri eterogenei mestieri: appunto come se interi settori professionali fossero stati ceduti in blocco a gruppi oriundi di alcune zone e culture. Tutto ciò negli ultimi sei-sette anni. In farmacia, ma questo da sempre, senza ricetta ti vendono due cose: paracetamolo e oli essenziali, che per carità faranno anche qualcosa, quando prendi il problema all’inizio e non è allo stadio del mio. Aggiungiamo che i generici mi danno spesso e volentieri il mal di testa e quando dico mal di testa voglio dire la voglia di aprirsi la calotta cranica dalle sopracciglia all’occipite. Speriamo che la roba che mi hanno rifilato in farmacia dopo essersi fatti spedire la ricetta - che essendo italiana non è comunque rimborsabile e va pagata dal cliente - sia decente. 

Forse è la stanchezza della malattia, non la malattia in sé, ma la tosse e l’infezione che non passano, a rendermi lugubre e triste, o piuttosto sfinita e scoraggiata, malgrado il Capodanno passato in casa con le vecchie canzoni, l’organetto, le mele degli antenati arrostite in padella e uno squisito dolce al cioccolato, al pensiero di avere sprecato tra fazzoletti e notti insonni quindici giorni preziosamente accumulati. Ho sprecato quasi due settimane di lavoro e ero partita così bene nei tre giorni in cui ho potuto combinare qualcosa; ma soprattutto non ho la forza di rimettermici su.

Tuttavia ho aperto il blog per fissare finalmente una lista cronologica di quanto accaduto negli ultimi quattro anni, causa dello scoraggiamento che ne è seguito e almeno in parte della difficoltà attuale di riprendermi.

Nel 2016, dopo otto anni di inquadramento nella nostra categoria, l’amministrazione bandisce un concorso esterno per la categoria superiore. La maggior parte di noi è sottoinquadrata da sempre, con grande spreco di intelligenze e produttività, ma lo stato deve risparmiare, per far contenti Cottarelli e mandanti, quindi siamo ancora fermi in una posizione che non ci concede spazi e non ci rappresenta. Con altri colleghi entro in graduatoria: me lo aspettavo, perché i vincitori si sapevano e si sapevano perché i concorsi per le categorie superiori essendo sottoposti a regole funzionali solo al taglio della spesa pubblica corrente, cioè dei nostri salari, sono in realtà sanatorie di posizioni occupate de facto da lustri e lustri. E non è forse la peggiore delle ingiustizie. La regola non scritta è però altrettanto chiara: piazzarsi in buona posizione in graduatoria (come nel mio caso) significa che allo scadere della medesima (non prima, da bravi purciari) vieni assunto nella categoria superiore, dato che si è sempre comunque sotto organico.

Solo che, su tutto questo meccanismo, plana quella gran porcheria della legge Madia (governo Renzi) che impone i cosiddetti “piani di razionalizzazione” della PA. Con la neolingua di “aumentare i posti di lavoro a contatto con il pubblico” vengono azzerate le posizioni dei livelli più alti, attraverso accorpamenti e declassamenti selvaggi di strutture, i cui responsabili fanno ormai solo finta di sapere cosa accade sotto di loro, giacché per farlo realmente dovrebbero avere gli occhi di Argo e le ali di Pegaso. Lo scopo di questa porcheria, come al solito UE-TM è tagliare gli stipendi in modo drastico, riducendo o declassando i posti di livello alto.

Nel privato equivarrebbe a una serie di licenziamenti e dismissioni. Nel pubblico si bloccano carriere e differenziali stipendiali.

Dove lavoro si distingue in sì laida opra un personaggio di elevate ambizioni, che con quel governo collaborava: cambiato governo torna a infierire sul territorio, in particolare su di noi e sull’area cui appartengo. Facilitato da una considerazione privilegiata da parte dei sindacati, in particolare uno piuttosto ampio e seguito da quelli che contano.

Prima che costui riesca a infierire compiutamente arriva la pandemia. Ho spiegato che non riesco a considerarla il periodo peggiore della mia vita. Sono in qualche senso fortunata: anche per collocazione geografica non ho subito perdite di persone care, tranne un conoscente che stimavo, ma era qualcuno di assai lontano, non ho perso il lavoro né lo stipendio, non mi sono ammalata al punto di dover essere ricoverata. A un collega invece è successo e quanto a me, se fossi stata in Val Serianna nella primavera del 2020, data la mia suscettibilità alle infezioni respiratorie con alta probabilità oggi non sarei qui a scriverne. Al contrario, con molti altri colleghi abbiamo sperimentato quanto essere liberi da una routine spesso insensata e schiacciata sui compiti più meramente esecutivi abbia permesso alle idee di rifiorire avviando iniziative che potrebbero durare ancora oggi se altri ostacoli non si frapponessero. Invece soffro, e ho sempre sofferto, di un quotidiano di decenni e decenni ristretto e soffocante, dal punto di vista della realizzazione professionale, delle condizioni di vita materiale e sociale. A me il lockdown non ha tolto molto e non certo perché abiti in una villa di venti stanze: svaghi? Ma quali? uscite serali? Come? Viaggi, gite? Neppur pensarci. Qualche gitarella in montagna, sì, certo. Il sacrificio di tre mesi chiusa in casa (vero è che c’è il terrazzo condominiale sottomano) è nulla se penso ai decenni di chiusura economica e lavorativa di tutta una vita, alla assoluta mancanza di prospettive. Almeno da casa non devo vivere quotidianamente sul posto la lacerazione tra il sapere quale dovrebbe essere il lavoro da fare e il vedermi deliberatamente privata dei mezzi per farlo (non in quanto me stessa: si sarebbe fatto lo stesso anche se ci fosse stato qualcun altro al mio posto). La presa di distanza fisica mi permette di riacquistare il controllo di un tempo lavorativo altrimenti insensato, e di allontanarmi da un luogo di lavoro attraversato da tensioni controproducenti.

In quei mesi il mio livello di stress quasi scompare: acquisto senza sforzo e senza quasi pensarci una silhouette perfetta, anche perché cammino molto quando si riapre tutto. Non voglio rischiare di trasmettere ai miei qualche porcheria presa nei trasporti e li uso il meno possibile. E poi quella primavera rigurgitante di fiori e di aria cittadina finalmente pulita è, per chi è sfuggito all’“adesso non è che ogni volta che c’è un caso chiudiamo un ospedale” di forzitaliota lombarda memoria, splendida e leggera.

Ma quando si riapre tutto, l’avvoltoio e i suoi volenterosi servi riprendono il loro lavoro. 

Nel 2021 muore una persona tra le migliori che abbia mai incontrato sul lavoro, che stava adempiendo per pura serietà professionale e umana a una serie di necessità totalmente trascurate da decenni e sembrava intenzionata con tenacia e capacità a riavviare la struttura. 

A ottobre di quell’anno, un sindacalista importante dell’amministrazione durante una riunione online ci urla addosso che dobbiamo smetterla di far storie sul piano di razionalizzazione di cui non si deve più parlare: i seggi altrui valgono bene il massacro nostro (massacro perché con gli attuali coefficienti pensionistici questo buzzurro ci sta condannando letteralmente alla miseria. E lo sa.)

Avevo tentato di mettere su un gruppo degli idonei per cercare soluzioni alternative a un annullamento puro e semplice della graduatoria: ma siano cuor di leone loro o siano consigliati da qualcuno non so, i miei prodi colleghi dopo un paio di riunioni si liquefanno senza neppure tentare di avanzare uno straccio di rivendicazione o semplicemente manifestare la nostra esistenza. E ciò malgrado io fossi riuscita a trovare un contatto diretto con uno dei responsabili del piano che si era detto disponibile a far valere i nostri argomenti. A quel punto, non ho voluto fingere di parlare a nome di tutti mentre ero rimasta sola e ho dovuto lasciar cadere la cosa. E’ una delle cose che mi rimprovero di più, non aver osato.

Un’ambiziosa collega specializzata nel chiagnifottismo mi accusa addirittura di “gettare il discredito sulla categoria” (casualmente in quel momento sta puntando a posizioni che richiedono una delibera dall’alto). Un’altra, che credevo amica, mi accusa di volerli usare come massa di manovra (di che???). Si scopre poi che tiene alla nomina di un’amica…

Non me ne rendo immediatamente conto, ma questi episodi mi abbattono in una misura di cui non comprendo subito la portata. Per cui mi avvio verso il 2022 dove alcuni impegni lavorativi importanti mi attendono. 

Nel frattempo la malattia della mia mamma arriva a toglierle l’autonomia. È una scossa psicologica non indifferente confondere le generazioni e dover assistere chi ti ha sempre assistito, sapendo che non ci sarà miglioramento. Suo marito pensa che io abbia la bacchetta magica e piuttosto che chiamare il dottore, per non disturbarlo, chiama me (che abito a quindici km, tra l’altro): con l’aria di aspettarsi che io possa far fronte a crisi del genere per di più al telefono, mentre io posso solo chiamare a mia volta un medico peraltro senza vedere direttamente la situazione. Sembra ritenermi responsabile dei danni che la malattia di sua moglie provoca alla sua vita e al loro ménage. Una colpevolizzazione pesante da sopportare.

Gli impegni lavorativi apportano una tremenda botta, perché la persona che mi ha associato al suo lavoro ha uno scatto d’ira isterica totalmente immotivata nel momento in cui si rende conto di non riuscire a padroneggiare qualcosa che il giorno prima le avevo consigliato vivamente di controllare preventivamente, vedendone l’importanza e non essendo in grado di farlo io stessa (non è il mio lavoro e non ne sono capace, come questa persona sa da tempo). La cosa è talmente enorme, finendo con il coinvolgere il lavoro fatto insieme in un modo che non mi aspettavo, da lasciarmi svuotata e peggio, dati gli equilibri e i significati che non posso dettagliare qui. Non potrò mai più fidarmi al 100% di una persona cui ero sinceramente affezionata e grata, anche sul piano personale, il che sul lavoro non capita tanto spesso. 

Comincio a pensare di cambiare amministrazione in qualche modo. Faccio concorsi per la categoria superiore, ma sono pochissimi. Così inizia la vicenda che mi porta a trasferirmi per pochi mesi in una zona che certo mi piace più di Roma e poi a tornare, come ho raccontato.

Si aggiunge quindi la fatica fisica di affrontare cinque traslochi in pochi mesi: due per andare e tornare da fuori, tre prima di rientrare in casa mia che nel frattempo è affittata. Grazie a quell’affitto riesco a avere per la seconda volta in vita mia una casa degna di questo nome: dipinta di fresco, curata, pulita, con un ingresso, cucina, bagno, vasca da bagno! due stanze, due balconi e una vista mozzafiato sul mare. Inondata di sole. Passo i pomeriggi seduta a godermi il divano comodo, l’aria, il sole… Ma solo fino a maggio, però: dopo il prezzo aumenterebbe fino a due o tre volte il mio intero stipendio.

Riuscire a ripulire tutto e rimettere quasi in ordine in casa mia richiede quasi un anno. Più le lotte per riuscire a andare a Parigi.

In questo periodo da Parigi arrivano un paio di cose da fare e una irrimediabile notizia. Di fatto sono per due anni fuori da qualsiasi cosa e capacità ragionativa: o forse no, perché un paio di cose riesco a buttarle giù con fatica e discontinuità purtroppo. Purtroppo non solo per me, ma per la fiducia e la presenza che da oltralpe mi arrivano sempre, malgrado tutto. 

Mi manca il sole, perché nella mia casa non ci entra mai e in ufficio nemmeno. Entra nelle stanze di chi meno ci sta.

Mi viene prospettata un’ipotesi di trasferimento, ma poche settimane prima di partire l’amministrazione di destinazione si tira indietro. 

I contratti vengono rinnovati e nella nostra amministrazione arriva dopo nove anni un differenziale stipendiale. Metà degli arretrati però finisce in tasse. Metà della tredicesima ugualmente. La legge finanziaria 2026 detassa al 15% gli aumenti stipendiali dei dipendenti privati. Non i nostri. La discriminazione mi rivolta e mi offende. E comunque quegli aumenti non avrebbero coperto i costi di sanità, bollette, treni che rendono difficile mantenere i legami con famiglia e amicizie distanti, indebolendo ancor più la rete sociale di relazioni e di sostegno delle persone. Ma i treni devono rendere, che diamine.   

Comincio a percepire che nella mia situazione non c’è più prospettiva reale di niente. Di riuscire a essere felice sul lavoro, ad esempio. Di ritornare in forma (ho preso venti chili da quel figurino attivo e combattivo del 2020). Di avere una casa in una zona non deprivata che non sia un bilocale luminoso ma senza sole. Di coniugare in qualche modo la vita con il cervello. Di sperare nella pensione dignitosa, perché se con le regole precedenti alla Fornero avrei potuto sperare in una pensione vera, con i 43 anni del governo Monti e dei suoi mandanti UE avrò solo la pensione di vecchiaia, senza scampo. Cioè al massimo - e non credo che avrò il massimo, perché grazie al governo Prodi ho una decina d’anni a parasubordinato - 930 euro al mese. Minimo, 650. Quindi la pensione non sarà certo un modo per potermene andare a vivere a Parigi e disporre infine del mio tempo, ma un pensiero assillante e continuo su come evitare di spendere per checchessia. Eh, ma lo stato deve risparmiare… questo risparmio si paga con la vita dei suoi cittadini.

Dal 2021 le estati sono molto calde. Questo mi stronca, anche perché le passo con mia mamma sempre meno autonoma e sempre più difficile da trattare, oppure lavorando, perché non posso permettermi di pagare i prezzi di una vacanza ad agosto. In particolare quest’anno il riposo non esiste. Sono esausta, ed esausta arrivo qui, ma felice. Invece mi ammalo.

Il post precedente nasce dall’impressione di essere con tutti questi fardelli totalmente fuori posto rispetto a chiunque possa incontrare. Da chi appartiene a ceti al di fuori di questo genere di problemi, a chi fugge dalla realtà sostenendo ciecamente che qualcosa deve succedere perché non è possibile che resti tutto così, a chi spiega, con gli occhi brillanti, di avere dato per tre anni 50 euro al mese a qualche fondo che tra due anni gli darà… diecimila euro: di che vivere forse sei mesi, se non paghi affitto e non hai cure mediche (un addetto al banco del pesce del Carrefour, dove vado per utilizzare i buoni pasto - io preferirei il mercato). Sì, l’impressione è di star assistendo a una negazione del macello cui siamo condotti da parte di quasi tutto il ceto che sta sotto i quarantamila euro e sopra i quaranta anni. Quel ceto che il welfare aveva portato a crescere, studiare, vivere in case decenti (non le cantine senza finestre rese di nuovo abitabili da piani casa di berlusconiana memoria), godere di un paesaggio e di un tessuto urbano tutelati e non lacerati da orrori di cemento che distruggono le sane case umbertine dai soffitti alti, finestre ampie, ben aereate e piene di luce… ma ehi il debito pubblico!!!

Ah, il personaggio di cui sopra è oggi collaboratore del governo Meloni. Magari finirà con il diventare ministro.

Salvo imprevisti, vivrà più a lungo di me. Non è il più giovane dei due.

 

domenica 27 ottobre 2024

Domenica 27 ottobre

 Stasera, davanti alla mancanza di vie d’uscita, all’assoluto immobilismo della situazione, di nuovo sorda e intensa la voglia di morire.

martedì 22 ottobre 2024

Ancora così

 Se dovessi spiegare come mi farei un autoritratto sarebbe sempre questa fotografia:


Da quando l’ho vista diciannove anni fa. Magari senza tutte quelle foglie di carta spiegazzata, ma lo spirito che mi attribuisco è esattamente quello di questa fotografia dell’australiana Anne Geddes.


venerdì 29 dicembre 2023

No, no basta basta. Non voglio diventare un mostro. Non vedo più la vita.

 Ancora una cattiva notizia, il 28 di dicembre. Che non c’è tempo per contrastare. Sempre dai soliti. Cioè dall’amministrazione di provenienza, che, dopo avermi di fatto messo nell’obbligo di tornare, riesce ancora una volta a distruggermi la vita o un solo minimo spiraglio di serenità che mi costruisco mentre sto tentando faticosamente di recuperare. Con un motivo chiaramente pretestuoso e in modo del tutto inusuale, mi impedisce di prendermi un periodo di respiro di cui ho sempre goduto per studiare all'estero, che ho richiesto in misura notevolmente inferiore al solito e di cui ho estremamente bisogno dopo un anno come quello che ho solo in parte qui descritto. Il tutto fatto in modo sadico, all’ultimo momento, provocandomi ovviamente il massimo dei disagi e delle perdite economiche, con chiari tocchi di compiacimento nel tono e con una motivazione che fa di tutto per non lasciare spazio a richieste future. 

Una volta a Roma mi avevano lasciato capire a mezze parole che chi rientrava, peraltro per cause indipendenti dalla sua volontà, andava soggetto a una sorta di reparto di punizione. Persino quando, come nel mio caso, aveva solo esercitato il legittimo e sancito diritto di ogni lavoratore di tentare di migliorare la propria posizione. Vale a dire per avere fatto e vinto un concorso, fuori da un’amministrazione in cui siamo da otto anni senza scatti di livelli economici che dovrebbero essere triennali, dopo la distruzione delle carriere con l’eliminazione delle categorie superiori, il declassamento di categoria unito alla decimazione delle posizioni organizzative per tagliare sulle relative retribuzioni e indennità, con un regolamento del lavoro a distanza, che offrirebbe sollievo mettendo lontananza tra i compiti e il luogo spesso fatiscente e malsano di lavoro, tra i più insensati e restrittivi d’Italia, condannati in vecchiaia alla miseria dal sistema pensionistico contributivo puro della riforma Dini aggravato da decenni di para subordinato prodian-berlusconiano, cui bisogna aggiungere lo smantellamento del mio settore, considerato dall’amministrazione alla stregua di un salvadanaio da rompere tagliandoci tutto il possibile, che ci svuota di ogni senso lavorativo riducendoci tutti a esecutori del livello di servizi più elementare, deprivandoci di ogni soddisfazione professionale, crescita e direi vita mentale, pur essendo spesso tra il personale più formato e qualificato nel proprio campo. E bloccando sistematicamente ogni richiesta di trasferimento che non sia sostenuta dal padreterno come certi ministri, ad esempio. Giacché ovviamente chi può fugge. Prigionieri di un’amministrazione in questo tra le più stolide e incapaci, con una solida tradizione di disprezzo per le persone nella gestione del personale, a detta dei più anziani, e delle sue condizioni logistiche e lavorative. A lume di naso chi è tornato meriterebbe i ponti d’oro, se si tiene tanto a trattenere il personale. Basterebbe questo a mostrare l’intelligenza di certi uffici.

Non immaginavo che avrei dovuto passare per questo, per aver fatto qualcosa di perfettamente legittimo e non certo di favore come prendere un’aspettativa per vittoria in un concorso e subire in seguito la folle situazione di trovarmi non per mia colpa invischiata in un ricorso che non mi contesta nulla personalmente. Se avessi immaginato una tale sadica e inutile meschinità forse avrei sfidato la sorte, anziché tornare, benché la disoccupazione sia il mio incubo da quando ho dovuto attraversare per un decennio la precarietà prodiana - ah, l’amato Prodi, che brava persona. Ma, con tutta la disistima che potevo avere nei confronti dell’amministrazione, una simile concezione di come trattare degli esseri umani era per me del tutto inconcepibile e fuori dal mio orizzonte. Sbagliavo.

Vorrei disfarmi. Non resisto più. Passo i giorni piangendo senza scosse, senza singhiozzi. Le lacrime scorrono senza la mia volontà.

Ho ancora dieci anni da passare li’ dentro per ora e la pensione non è mai stato il mio orizzonte.

Mi vedo tornare al lavoro per sempre senz’anima, indifferente a qualsiasi cosa, agendo come un automa per il minimo indispensabile. Pur di sopravvivere. La caricatura del dipendente pubblico, del servizio pubblico, di un essere vivente. 

Quello che per tutta la vita ho tentato di evitare. 

Non posso arrendermi a questo destino. Ma non ho armi.

Fantastico di piantarmi un punteruolo acuminato nel petto. Non posso accettare questo destino né tantomeno questa immobilizzazione in questo momento. Avevo predisposto tutto per passare queste vacanze e questo periodo in ragionevole serenità, metabolizzando e dandomene il tempo per ricominciare a guardare l’avvenire. Mi ero costruita intorno un ambiente provvisorio ma sereno, con piccole cose che mi piacciono: un fotoforo variopinto a forma di elefantino, un ramo di agrifoglio fuori dalla finestra, un mazzo di fiori e una candela galleggiante azzurra, una nuova borsa termica molto colorata per il pranzo perché quella vecchia, in briciole era da tempo finita nel cestino. Qualche svago che mi dà soddisfazione: l’oratorio di Bach per Natale in un luogo bello, una sera a teatro, e un’attività gratificante per completare impegni presi da tempo. Qualche sorriso aveva ricominciato a spuntare, una volta lontana da un luogo di lavoro insostenibile, qualche minimo desiderio, qualche capacità di riflettere su un lavoro stimolante, beninteso non remunerato, di altra natura. Adesso sono piegata in due dai singhiozzi e non riesco a tenere il ritmo del momento per momento in cui mi ero avvolta come in una coperta. Non è più la distanza apatica ma autoprotettiva che descrivevo a novembre, in cui mi sentivo una corona circolare intorno. È una disperazione piana e continua che non si appaga mai e mi svelle la capacità di ragionare o di pensare ad altro. Ricomincia il mal di testa costante. Ricomincia la nausea forte. Tensioni ai muscoli e dolori osteoarticolari lancinanti. Tutto è diventato smorto e non ha più importanza. Solo le lacrime che scorrono e cadono sul tavolo. Disordini alimentari: spinta compulsiva a mangiare ogni venti minuti. Dimenticanze delle cose importanti, anche le più amate: oggi il concerto di Capodanno che ascolto ogni anno con assoluta regolarità. E altri comportamenti inediti e dannosi... Ansia paralizzante ogni riflessione. Non riesco a uscire, non riesco a dare importanza a nulla, non riesco a pensare ad altro che a questo incubo, un gesto gratuito e stupido, oltre che controproducente - se non mi volevano bastava darmi la possibilità di restare fuori, come avevo chiesto - contro cui non posso fare niente perché viene dall’alta gerarchia.

Non mi è mai successo in vita mia. Né davanti ai lutti, né ai problemi economici, alle perdite, alle sconfitte, alle difficoltà, alla malattia, mia o dei miei cari. Nemmeno a qualche periodo di disoccupazione. A niente. Mai.


lunedì 25 dicembre 2023

Natale di strage. Uno strazio senza fine, che ha accompagnato tutta la mia esistenza.

 Vivo in un paese dove gli esponenti di partito dei penultimi governi si gloriavano di chiudere ospedali per “tagliare la spesa pubblica e abbattere il debito”. (Oggi li privatizzano ancora con liste d’attesa infinite e intra moenia pur di non pagare il personale in modo congruo. Siamo sempre al taglio della spesa pubblica corrente: lo vuole mamma UE.)

Vivo in un continente dove in un paese “a pochi chilometri da noi” come una volta si diceva della guerra nell’ex-Jugoslavia, in un’altra guerra non dichiarata ma non per questo incruenta, i governi dei memorandum dei fondi UE hanno aumentato la mortalità infantile del 43% e non solo quella, con i loro programmi folli e insensati di tagli alla spesa pubblica. (Lo vuole mamma UE. E noi cani da guardia taciamo, apposta.)

Non posso non inorridire davanti alle affermazioni dell’OMS secondo cui non ci sono più ospedali funzionanti in un paese da mesi bombardato senza risparmio.

W la democrazia.