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per gli scribi

Toulouse en érasmienne

lunedì 20 marzo 2023

Erano stati avvertiti (parole accumulate in confusione)

Anche peggio di quanto pensassi. Le intimidazioni marconiste non hanno risparmiato neanche le manifestazioni ufficiali. Come se da noi Renzi, D’Alema, Prodi caricassero cortei di CGIL CISL e UIL semplicemente perché sono per strada. Lo hanno fatto? be’ può anche darsi, a maggior ragione. @MaximeBorg

Macron teme il ritorno di una protesta dell’ampiezza dei Jaunes e sa che deve a ogni costo far passare la riforma per gli equilibri UEZ. O è semplicemente vendicativo fino al midollo. Tutte cose note prima della seconda elezione. Tutte.

Con poco tempo e poche forze.

Le manifestazioni spontanee di questa sera represse con brutalità gratuita. A Lille, Marsiglia, Parigi, Strasburgo. #Violencespolicières #MotionDeCensureTransPartisane (Twitter e blogger non sono più incorporabili.) Domani la manifestazione dei sindacati, rituale, sarà lasciata fare. Ma Macron vuole e deve a tutti i costi evitare che si riformi un movimento non controllato e trasversale come furono i Gilet Jaunes. Quello può dargli fastidio. Tutto il resto non gli fa paura. Sa di avere dietro di sé la UE, oltre a fondi pensione e sciacalli vari, politici e sindacati dietro l’opposizione di facciata. Quindi deve intimidire chi da solo è sceso in piazza stasera. Deve riprendersi le strade. Anche dai giornalisti, intimiditi e percossi come al tempo dei Jaunes.

Da parte mia, dopo la Grecia massacrata dalla UE malgrado le manifestazioni immense, sono sempre più scettica sulla spontanea potenza della folla, feticcio di una cosiddetta di movimento che non è più ne l’una né l’altra cosa. Se non è sostenuta da una adeguata leadership capace di agire anche in contesti istituzionali una manifestazione fallirà. Macron ha manifestamente contrattato prima di avanzare nella riforma. Da quel punto di vista i manifestanti sono del tutto scoperti. Né hanno una tradizione di ribellione rivoluzionaria. Per questo han già perso, si batteranno perché bisogna, ma chi dovrebbe rappresentarli in politica e sul lavoro li sta mandando, incoscienti, ma cosciente, al macello.

@violencepolice @AlsaceRevoltee @CStrateges @laluciolemedia @TaranisNews @Cemil

Il personaggio era sempre stato chiarissimo. Se lo sono ripreso dopo averla scampata una prima volta. Hanno già sperimentato che il livello di cinismo di costui lo lascia totalmente indifferente davanti a più di qualche pestaggio. Come con le precarizzazioni del lavoro volute da Hollande e affidate allo stesso individuo, il coraggio dei Francesi li farà esporre alla violenza fisica. Servirà solo a fare un po’ di teatro a spese di un coraggio mal utilizzato e fin troppo ben diretto. Lo abbiamo visto tante volte da quando quel febbraio del 2009 sbarcavo a Tolosa in mezzo a uno sciopero degli insegnanti cui Sarkozy stava tagliando la formazione. « Enseigner, c’est un métier » era scritto sul volantino che mi misero in mano durante la mia prima passeggiata in una sera nevosa. « La chaux, notre métier » campeggiava su un palazzo antico in ristrutturazione al sole qualche giorno dopo. Il livello dei servizi sociali e delle facilitazioni di accesso alle attività culturali a Tolosa era inimmaginabile. Vivere era facile e sereno, in una stanza di pensionato universitario con micro angolo cottura di nove m2 con bagno esterno (quello interno sarebbe costato troppo). Perché fuori c’erano spazi collettivi dove vivere e lavorare - cioè nel mio caso, studiare - biblioteche funzionanti di grande bellezza, teatri, concerti, concorsi di canto, cinema a pochi euro, conferenze ovunque, un dialogo continuo tra ruoli diversi; la piazza della città trasformata ogni settimana in un luogo dove trovare tende mongole con calligrafi, sofà dove conversare, giochi e giocolieri, attività di ogni tipo, gratuite e ben fatte. I grandi mercati attorno alle cattedrali ogni domenica. Si apriva per me la sperimentazione di una vita civile in un paese dove mobilità sociale e servizi pubblici funzionavano ancora. Sarebbero ben presto caduti sotto le passeggiate al mare di certi figuri. Ma chi venne dopo non le restaurò come avrebbe dovuto.

Oggi per me vedere distruggere l’essenza dello stato sociale conquistato da un popolo fiero intelligente colto e libero è straziante più che se fosse successo qui. Qui è già successo, con Dini e Prodi, in sinistra e non sorprendente analogia. Non sorprende chi per anni ha ricostruito come le politiche di liberalizzazione economica e distruzione dello stato sociale volute dalla UE siano state introdotte nei singoli paesi dai partiti di una cosiddetta sinistra progressista che ha trovato in questa miserabile scappatoia una possibilità di continuare a esistere dopo la fine dell’URSS. Condannando i popoli dell’UE alla miseria, a non avere pensione, a non avere abitazioni, a non avere salario, futuro, ospedali, istruzione, a pagare un biglietto di museo quindici o venticinque euro, a vivere per pagare bollette e trasporti a società privatizzate.

La Francia è stato l’ultimo paese UEZ a cedere. Si sono battuti contro il liberismo dal 1995 fino al 2014, resistendo passo passo. Il primo tentativo è stata la privatizzazione dei trasporti nel 1995, poi il contrat du premier emploi, l’equivalente dei cococo dell’amato Prodi, nel 2005. Contrariamente a qui, dove non vi fu un fiato, allora tutta la società francese si ribellò dalle Grandes Écoles ai sindacati che facevano il servizio d’ordine per proteggere gli studenti. Poi ci furono dieci anni di deindustrializzazione e delocalizzazione (lo Stato deve astenersi dall’intervenire nell’economia!) con il conseguente indebolimento dei sindacati, nonché la cecità voluta su quanto pesasse il liberismo UEZ  nelle politiche economiche ormai piegate a strozzo da Maastricht. La casse du code du travail firmata da El-Khomri (come sono brave le donne!) ma voluta da Macron e accettate da Hollande. Da allora il sindacato, sostanzialmente concorde con i due compari, cominciò a indire manifestazioni e scioperi dopo e non prima delle votazioni delle leggi, quando ormai si era davanti al fatto compiuto, con l’unico scopo di offrire uno sfogo a una base scontenta e ben diversamente mobilitata.  Quella base delusa e disperata in buona parte si ritrovò a salire a Parigi nel generoso tentativo dei Gilet Jaunes che a prezzo di sacrifici sanguinosi erano riusciti a far perdere la faccia a Macron davanti al mondo intero. Oggi le pensioni, che la pandemia aveva fermato nel febbraio 2020 dopo un Natale di scioperi. 

I servizi cedono a poco a poco, quelle piccole cose che « tanto basta organizzarsi, lamentarsi non sta bene». Alla BnF hanno cominciato a chiudere la distribuzione il sabato, giorno in cui possono andarci anche le persone che lavorano durante la settimana. I biglietti del métro sono aumentati a Parigi per l’ennesima volta. Al Louvre da due anni hanno prima ridotto poi soppresso le domeniche gratuite. In certi ambienti inverosimili si comincia a tagliarsi i fondi da sé. Il personale pubblico viene ridotto, declassato e precarizzato ovunque, spietatamente. La Francia che amavo sta venendo smantellata senza (voler) capire da un tipo che non ha mai nascosto di volerlo fare. Chi è causa del suo mal non mi consola: li amo troppo per non sentirmi straziata.

I Francesi si sono fatti massacrare da quest’uomo per tre anni, finché il confinamento li ha rinchiusi in casa infrangendo le ultime resistenze. Non so quale obnubilazione li abbia portati a rivotare un manganello, tra l’altro che non ha mai nascosto le proprie intenzioni. Come per la loi travail, adesso sindacati e partiti di non-sinistra li faranno sfogare un po’, tanto la legge è passata. Una strategia autocentrica e disastrosa.


 

lunedì 13 marzo 2023

Il cipresso in pandemia

 A me la pandemia ha rimesso in forma: mai stata più magra, scattante e nei limiti cittadini sportiva di quei due anni di lontananza prima totale e poi parziale dall’ufficio, un anti stress imbattibile. E serena, malgrado il dolore per quella strage, dovuta a volte solo alla mancanza di un impianto di ossigeno funzionante, come in un ospedale nel Molise, il caso più straziante che non riesco a dimenticare. Ma il mio corpo ha reagito bene, una volta fuori da una realtà insopportabile. Del resto, a leggere il post precedente si ha un’idea parziale dello scenario in cui passo inutilmente le giornate. Nel frattempo abbiamo anche messo su con entusiasmo un progetto e ripreso un materiale che stava ammuffendo, ma che vuoi che sia, il lavoro dev’esser soltanto routine, controllo del corpo e pena.

A qualcun altro ha fatto bene: agli alberi. Non ho mai visto una fioritura così esplosiva e rigogliosa come nelle lunghe passeggiate di giugno dopo la riapertura. Oleandri a piazza Verbano dai rami piegati sotto i fiori che cancellavano le foglie, cascate bougainvillée violette, ondate di gelsomino a ogni siepe; foglie luminose sugli alto fusto a Villa Ada, fiori a ogni filo d’erba, fronde felici, gerani esplosi. Il glicine, quello non ho potuto vederlo, fiorisce troppo presto: ma se qui si fosse fatta una chiusura ragionevole come in Francia, dove si poteva uscire per un’ora al giorno per fare attività fisica da soli, invece di perseguitare l’aria aperta, potrei dire com’è andata anche per lui.

Si era allentata una gabbia: il fermo delle automobili, degli aerei e di molte attività produttive aveva fatto sparire quella morsa di grigiore che grava ognora sulle città e i dintorni. Come dimenticare il polipo a nuoto nei canali tornati trasparenti di Venezia? Al punto che secondo me, invece di fare tante storie con le transizioni ecologiche che sostituiscono soltanto un prodotto con un altro, imponendo alle persone spese non indifferenti, sarebbe meglio per due mesi l’anno fermare tutto tranne le attività all’aria aperta e i mezzi pubblici e far pagare allo Stato indennizzi e stipendi. Sarebbe un investimento in salute e benessere per tutti. 

Quell’anno verso marzo cominciavo a starnutire. Ma più il governo chiudeva l’Italia più gli starnuti si diradavano. Oh che bello, quest’anno si mette bene. Gli starnuti non tornarono. 

Stessa cosa per due anni. Da tre settimane invece potrei diventare azionista di qualche casa di fazzoletti. Basta passare anche a diversi metri di distanza da un cipresso per diventare un mantice con gli occhi in fiamme. « C’è un cipresso da queste parti? » ho chiesto oggi dopo una raffica improvvisa di starnuti e naso che cola. « No no non si preoccupi »: volto l’angolo e ne vedo ben tre, dietro una recinzione militare casualmente aperta. Potrei fare una ricognizione dei cipressi della città a occhi chiusi. Finite le restrizioni, riprese le attività, il polline ha dovuto riagguerrirsi anch’esso per resistere in città. E se in campagna, come ieri, sento tutt’al più un vago pizzicorino al naso, in città è un disastro. Sono meglio di una calamita. 

La natura ci ha provato a chiedere di respirare. Ma per chi l’unico equilibrio concepibile è tornare a gennaio 2020, perché qualsiasi cosa sia avvenuta dopo è una perversione da stanare, questo è irrilevante. Quasi fastidioso come il polline del cipresso. Per me tornare in presenza è stato vivere per giorni ogni momento la ripulsa fisica del mio corpo che voleva fuggire da un luogo dannoso e mi diceva ad ogni passo che facevo di scappare, di salvarmi altrove. Corpo e cervello.

Come non capirlo, povero cipresso: soffoca e si sente frustrato quanto me, strozzato da una situazione immobile.


  

sabato 11 marzo 2023

Freddo o non freddo, ecco il dilemma

 Tutti i giorni feriali, la stessa scena.

Arrivo trafelata, accaldata in quella anticamera dove c’è la mia scrivania. Non voglio regalare un minuto di più di vita a un luogo dove conosco solo alienazione senza prospettive, malgrado tutti i miei sforzi professionali e malgrado le mie intenzioni di lavorare in modo leale per un’istituzione che di me e di quanto so fare e immaginare non sa che farsene se non tenermi quieta. Quindi lungo la strada corro, carica di borse e pacchettini, la schiscetta del pranzo e una maglia da indossare non appena mi fermerò perché camminando ho caldo, ma appena mi siedo in un ambiente sotto i 22°-23° rabbrividisco dal freddo.

Mi getto sul cartellino per timbrare strappando quei venti secondi che significano un minuto in più. Poi mi istallo al tavolo dove non arriva mai mai mai un raggio di sole, perché le stanze soleggiate sono riservate a oggetti mal riposti o a chi lì dentro ci passa per sbaglio un paio di volte a settimana, non chi si fa giornate di nove ore, sia mai.

Ingombro come sempre, come il davanzale, perché, come sempre, dopo anni in cui supplico per averli, non ho un armadio, una cassettiera, uno stipo qualsiasi dove riporre un foglio, archiviare una cartella, custodire un lavoro in corso o pochi oggetti di cancelleria. E ancora ancora che per me, freddolosissima in attività sedentarie, ci sia un sano termosifone A GAS alle mie spalle. Motivo per cui, a quel tavolo di anticamera senza sole e senza neanche una lampada che non sia centrale, dove tutti passano ma nessuno si ferma, ci tengo assai. Le prospettive.

Quel giorno sono tutti in movimento. Deve venire il capo in capo a metà mattina. La cosa non mi riguarda, né dall’alto né dal basso. Accucciata nel mio angolino, inizio a sentire un senso di disagio cui sulle prime non so dare un nome. Poi allungo una mano dietro la schiena e sento il metallo. Freddo. Il termosifone è spento. Faccio il giro del piano: tutti spenti. Passo al piano di sopra: gelati.

Inutile rivolgersi ai portieri, troppo presi dal capo in capo. Provo con qualcun altro che sappia a chi rivolgersi. Già perché, mentre una volta avevamo una centrale termica ragionevolmente efficiente, adesso siamo nel mirifico sistema della concorrenza! Il pubblico inefficiente!! Bisogna fare largo alle aziende!!! Loro sì che sanno come fare:  lo dice la UE e Bersani, per dirne uno, ha eseguito.

Di conseguenza, quando si rompe un termosifone, bisogna soltanto:

1) chiamare un numero verde, e già qui c’è un problema, perché di telefono che chiami certi numeri verdi ce n’è uno solo - i dipendenti pubblici fanno telefonate a sbafo! Bisogna tagliare le linee esterne!!

2) parlare con una o un disgraziato istallato chissà dove, che non ha assolutamente idea di come sia fatto l’edificio che non ha mai visto, né di dove sia, men che meno di cosa sia un impianto di riscaldamento, mentre i vecchi operai della centrale termica conoscevano il posto a menadito. Però questo fa risparmiare costi all’azienda che gestisce il lavoro, dato che così può metterci il primo che passa senza formazione veruna: loro si’ che sono tanto brave, le aziende! Lo dice la UE e la UE non sbaglia mai.

3) capirsi con il personaggio in questione, per cui l’istituzione è solo un insieme di codici e numeri.

4) il poveretto ci informa di « avere inoltrato la chiamata » mentre tu rimani lì a sperare che abbia azzeccato e capito.

5) inoltre il poveretto non ha idea alcuna dei tempi di intervento. Sa solo che per contratto « dovrebbero », condizionale d’obbligo, intervenire entro un certo lasso di tempo, che magari sono giorni. Sempre perché, per contratto, sarebbe poco conveniente per l’azienda avere più di un tot di dipendenti da mandare in giro, no? e le aziende non fanno beneficienza, giusto? Ma noi dobbiamo affidare tutto alle aziende, loro sono brave, lo dice la UE che i servizi pubblici vanno liberalizzati e i dipendenti pubblici tagliati, e la UE non è mica come quei boh, stavolta diciamo quei populisti che esprimono riserve, sia mai, se non funziona è solo colpa della burocrazia che va tagliata, mica delle aziende che sul pubblico fanno profitti profitti profitti pagando sempre meno salari e contributi, grazie ai cococo di Prodi e al Jobs Act di Renzi. 

6) E quindi ti tieni i brividi che ormai hanno cominciato a serpeggiare e aspetti alla cieca.

Quasi a metà mattina arriva la persona che ha organizzato l’arrivo del capo in capo. «Sai P., che fra un po’ viene il capo in capo... ». «Ah, già. Sai che siamo al freddo?» «Ah, al freddo... tu sei al freddo? » «Tutti siamo al freddo.» «Hm» Io: «Ma lo sa il capo in capo, che starà al freddo? ».

Venti minuti dopo i termosifoni bollivano.

venerdì 24 febbraio 2023

A quanto pare è stato uno scherzo di Carnevale

 (-:

Quella tonta della mamma aveva nei polmoni una bella infezione che li aveva riempiti di muco. Adesso si è ridotta ma potrebbe tornare. Il chirurgo però non vuole darle altre medicine. Ha preso bombe di antibiotici più forti di quelli che ho preso io, senza fare una piega. A parte strillare che lei sta benissimo e non capisce cosa vogliamo farle fare con tutti quei medici e quelle analisi - tra cui una tac con contrasto. (-: Ha ricominciato a mangiare, ma è arrabbiatissima con noi.

Insomma per stavolta ce la siamo cavata!!! Un sollievo enorme. Adesso mi è caduta addosso tutta la fatica di queste settimane e non connetto molto, annasperò verso il letto.

Solo una volta ha ammesso di essere un impiastro.

Poi mi ha cacciato via due volte perché l’avevo accompagnata dentro e fatta spogliare per la TAC in questione e dal chirurgo.

Fa male? Sì, malgrado tutte le razionalizzazioni fa male. Ma suppongo passerà.

Domenica vado a vedere se acconsente a ricevermi (-:

Bia, come hai fatto a trovarmi P-:?

Grazie a tutti di avere seguito le nostre palpitazioni: aiuta.

A presto.

P.

lunedì 13 febbraio 2023

La privatizzazione della sanità...

 ...così lo Stato risparmia! E poi ci stupiamo se il 60% non vota? E cosa dovrebbe votare e perché?

Elezioni regionali. Due anni fa girava la battuta: « Tra privatizzazione della sanità e privatizzazione della sanità chi vai a votare in Emilia Romagna? ». Ecco, appunto. Qui nel Lazio Zingaretti aumentò i ticket sulle analisi fino a qualche euro sopra il costo della prestazione private appena un « imprenditore » del settore si lamentò che con la cura del cosiddetto salvatore Monti i suoi clienti stavano diminuendo,; in pratica il presidente privatizzò letteralmente le tariffe del servizio pubblico, lasciando inalterati i vincoli di orario che il privato non ha più. Sulle code risparmio fiato: 190 euro per una risonanza oppure tre mesi di attesa, non ci sono commenti.

Quanto all’altro, ecco un florilegio dal suo programma: 

Sussidiarietà in ogni cosa (cioè privatizzare tutto il privatizzbile con la sussidiarietà orizzontale ultimo paragrafo del link)

Prenotazioni comuni tra servizio pubblico e privato (così li spediamo più agevolmente nelle strutture private, perché nelle altre « non c’è posto, quindi se la vuole fare... »);

Farmacie dei servizi, altro passo verso la privatizzazione

Per musei, biblioteche teatri centri di documentazioni (sic!) archivi istituti e beni culturali: « partecipazione sempre più attiva dei privati »

« Promuoveremo sempre più la partnership tra pubblico e privato » - a Roma ogni giardinetto di quartiere, una cosa semplice no?, trasandato e sporco come una discarica, proclama a gran voce i successi di un approccio assai pubblicizzato negli scorsi anni come la trovata geniale per « far risparmiare il Comune ». Si aprirono nei piccoli giardini una serie di chioschi di alcolici, con qualche brutta sedia in plastica e pessimi snack confezionati, spacciando l’idea che i gestori avrebbero dovuto prendersi cura del parco in cui si erano installati. Ci volle un attimo perché quest’ultimi mettessero in chiaro che loro, come ogni negoziante, si sarebbero occupati del proprio angolino. Il resto andò in malora e vi è tuttora. Su più ampia scala, i successi di Expo son li’ a raccontare la stessa storia a chi vuole sentirla.

« Sistemi di gestione improntati anzitutto alla sostenibilità » (sennò la UE frigna)

In tema ambientale: « superamento di posizioni ideologiche »: asfalto cemento, edifici di mille piani e milioni di m3 mica sono un degrado costante delle condizioni di vita di chi ci sta dentro e di chi li vede da fuori, no, sono un sano abbandono dell’ideologia.

« Agevolazioni tariffarie basate sul merito » per i servizi pubblici!!!

« Imprenditorialità accademica « !

« Liberalizzazione delle attività oggi controllate e amministrate »

« Strumenti di IA che conoscano il cittadino in tutti i suoi bisogni e esigenze »

Poi si frigna sulla denatalità e si auspicano politiche per la famiglia e il pendolarismo: ma troppo saggio chi figli al mondo non ne mette, anche con rincrescimento, in queste condizioni. Date salari e contratti di lavoro decenti, abolendo tutta quella fogna che va dal pacchetto Treu al Jobs Act; fate una politica abitativa che controlli le locazioni turistiche e studentesche e favorisca le famiglie, aumentate i nidi, proteggete le donne in età fertile dalle dimissioni in bianco e dalla precarietà, date futuro e speranza invece di bonus senza senso che servono solo a chi sta già abbastanza bene per non stringere troppo la cinghia nei primi mesi. Ipocriti.

  Della terza candidata non parlo neanche perché era del tutto fuori gioco.

Stesso dicasi per la Lombardia.

Oggi al momento di andare a votare ho perso per cinque volte la tessera elettorale in giro per casa. Il cervello era del tutto vuoto. Il mio inconscio proprio non mi ci voleva mandare, a seppellirmi da me, ed è già raro che vada a votare di lunedì, ma ieri proprio non ho trovato la voglia.

Oggi chi ha un reddito tra in venti e i trentamila euro, vale a dire la maggioranza di chi vive in Italia, non rappresenta un elettorato interessante per nessun partito. La loro politica non li calcola, semplicemente. Punta solo al ceto medio, cioè quello che sta sopra i 35mila e che ha cominciato a arrabbiarsi di brutto quando Monti invece di limitarsi a suicidare di stenti i ceti popolari come la destra e la sinistra di destra han fatto negli ultimi trent’anni, ha avuto l’indelicatezza di prendersela anche con loro. 

In questo non c’è differenza tra destra e sinistra. E infatti là dove morde più duro il taglio dei salari indiretti, cioè dei servizi pubblici, alle amministrative, i redditi sui 20-30mila non votano. Non votare, al di là delle grandi sbornie della sinistra di movimento (Eh ma noi le strade i corpi il conflitto er cambio de paradiiiiigmaaaa... idioti utili o inutili a seconda del punto di vista), ha peraltro un solo risultato: avvantaggia il più forte. 

Un labirinto frustrante da cui non si riesce a uscire, a tutto vantaggio di partiti che non hanno alcun interesse a cambiare politica economica, perché meno gente vota più facilmente la soddisfi senza spostare una virgola di quel che stai già facendo.

L’impotenza e la cecità ubique mi preoccupano. Il rifiuto della domanda di assegno di accompagno per la mamma, cinquecento euro che non bastano certo per pagare una persona, perché con una diagnosi simile sarebbe ancora autosufficiente, mi disgusta. A due anni e mezzo dalla domanda la pratica arriva a casa in una busta, una lettera semincomprensibile dell’INPS, quello che non deve essere troppo generoso per non mettere a rischio gli investimenti, come se sulle pensioni si dovesse investire. Intanto l’INPS s’è messo in tasca due anni e mezzo di assegno, e noi adesso per ripresentare la domanda dobbiamo pagare cinquecento euro in visite mediche e legali, per una persona che ne prende 780 di pensione, grazie a un quarto di secolo lavorato con i cococo dell’amato Prodi e una figlia a carico, poco da discutere (io ne prenderò anche di meno e lavorerò, come minimo, fino a 71 anni). 

Un ottimo esempio di investimento in sussidiarietà e partecipazione sempre più attiva dei privati.

Domani si va a fare la TAC per il polmone. A pagamento. 

lunedì 6 febbraio 2023

Globuli bianchi in attesa del 14 (non 13)

 ...fuori norma. Il marito della mamma è allarmato, lei non mangia quasi più niente, la gonna le cade con tutta la cintura da tanto che è magra.

Entrambe le cose sono compatibili con la polmonite la prima e la demenza la seconda, cerco di consolarlo.

Ma ho paura anch’io, pur se di tanto in tanto.

A tratti lei è dolcissima, a tratti del tutto bisbetica. Tra loro si becchettano per esasperazione, senza ascoltarsi e senza capirsi. Auff, ci manca solo questo. 

Già, perché il marito della mamma che mi chiama in aiuto per avere tempo per sé, poi si piazza accanto a noi e non si muove una volta su due. Ariuff.

Domenica quando sono arrivata sono venuti in cima alla scala che porta dalla metropolitana alla loro strada. Ero così felice di vedere la mamma che sventolava il braccio teso per farsi vedere.

Io cerco di imprimere nelle sinapsi della pelle e in tutti i neuroni del cervello la dolcezza senza nome del suo tocco, il tratto delle sue carezze lievi, sfiorate e lunghe. Quelle che conosco da sempre e il cui ricordo mi dovrà poi bastare fino all’ultimo mio giorno. Finché sarà in grado di farmele, immagazzino.

Aspettiamo il 14 febbraio, non il 13, quando non c’era più posto. Ché poi, verosimilmente, la risposta sarà il 15.

Ho avuto la pace di cinque giorni lontana dall’ufficio. Domani mi tocca tornarci, e sono già stufa.


giovedì 26 gennaio 2023

« Non sono sicuro... »: aggiornamento

 «...che sia una nuova patologia». Il chirurgo è un omone dall’aria allegra e soprattutto calda. Ci riceve di corsa e di straforo in ospedale, su raccomandazione di un amico d’infanzia del figlio del marito della mamma (santo subito) in una stanza molto contesa, tra squilli di colleghi che lo sollecitano: «Sì ieri sera ho operato ma stanotte avevo le ossa che mi facevano male», spiega che « questa ragazza » ha un polmone quasi fuori uso ma potrebbe trattarsi del ritorno di un’infezione precedente che le ha lasciato delle broncoectasie che potrebbero avere provocato un ammasso di muco scambiabile per una massa tumorale.

E quindi le dà una terapia che somiglia alla mia, per un mese, al termine delle quali va ripetuta una TAC con mezzo di contrasto.

Quando cerchiamo di pagarlo rifiuta categoricamente: «No, io non mescolo il privato con il pubblico», suscitandomi una risposta di approvazione incondizionata dato che è anche il mio lavoro, sia pure in un diretto settore e la penso esattamente come lui. Mi lancia un’occhiata e al momento dei saluti mi stringe la mano a lungo, con tutta la forza della sua stazza e del suo mestiere.

La mamma ci fa dannare per prendere le medicine perché lei sta benissimo e sono tutte nostre fissazioni, ma cercheremo di tenere duro.

La mia sensazione, anche se lui non vi fa mai cenno direttamente, è che una volta saputo di cosa soffre oltre al polmone, comunque non la opererebbe.

Tutto è rimandato al 13 febbraio.

Grazie a chi mi ha lasciato commenti affettuosi di sostegno che ci vogliono tutti, google, di cui sono sempre più stufa, complica tuttora rispondere: lo faccio qui. 

Per ora cerco di coccolare un po’ la mamma, senza pensare al dopo.